Concerto di - Teatro La Fenice

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Concerto di - Teatro La Fenice
Fondazione
Teatro La Fenice di Venezia
Concerto di
CAPODANNO
2013-14
in collaborazione con
Regione del Veneto e Arte
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
ALBO
SOCI
SOCI
SOSTENITORI
BENEMERITI
DEI
FONDATORI
ALBO
SOCI ORDINARI
DEI
FONDATORI
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
in coproduzione con
TEATRO LA FENICE
domenica 29 dicembre 2013 ore 17.00
lunedì 30 dicembre 2013 ore 17.00
martedì 31 dicembre 2013 ore 16.00
mercoledì 1 gennaio 2014 ore 11.15 diretta Rai 1
con il contributo di
in collaborazione con
Diego Matheuz.
foto © Michele Crosera
LUDWIG VAN BEETHOVEN
Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
Poco sostenuto - Vivace
Allegretto
Presto
Allegro con brio
GIOACHINO ROSSINI
Allegro vivace dall’Ouverture del Guillaume Tell
GIUSEPPE VERDI / NINO ROTA
Valzer brillante dalla colonna sonora del film Il Gattopardo di Luchino Visconti
VINCENZO BELLINI
Norma: «Casta diva»
GAETANO DONIZETTI
L’elisir d’amore: «Una furtiva lagrima»
NIKOLAJ RIMSKIJ-KORSAKOV
Canzone napoletana op. 63 da Funiculì funiculà di Luigi Denza
GIACOMO PUCCINI
Tosca: «Vissi d’arte»
RUGGERO LEONCAVALLO
Mattinata
PIETRO MASCAGNI
Cavalleria rusticana: Intermezzo
GIUSEPPE VERDI
La traviata: «Amami, Alfredo»
Nabucco: «Va’ pensiero sull’ali dorate»
La traviata: «Libiam ne’ lieti calici»
direttore
Diego Matheuz
Carmen Giannattasio soprano
Lawrence Brownlee tenore
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
1.
2.
3.
4.
5.
Ludwig van Beethoven
Gioachino Rossini
Nino Rota
Vincenzo Bellini
Gaetano Donizetti
2
3
1
5
6
4
8
9
6.
7.
8.
9.
10.
7
10
Nikolaj Rimskij-Korsakov
Giacomo Puccini
Ruggero Leoncavallo
Pietro Mascagni
Giuseppe Verdi
Guido Barbieri
Note al programma
LUDWIG VAN BEETHOVEN, Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
La Sinfonia n. 7 in la maggiore di Ludwig van Beethoven è nata due volte. Privilegio
raro che tocca a poche altre creature nella storia della musica occidentale: l’«opera per
musica», ad esempio, venuta alla luce a Firenze nel 1598 e poi tornata a vivere a Venezia nel 1637, oppure il madrigale, che ha cominciato a far sentire la sua voce nel
quattordicesimo secolo, in piena temperie arsnovistica, ma che è risorto due secoli più
tardi, di nuovo a Venezia (secondo alcuni) grazie alla pubblicazione del Canzoniere di
Francesco Petrarca intonato da Bernardo Pisano. Venezia. Il nome della città che ospita ancora una volta il Concerto di Capodanno ritorna come una eco continua ogni qual
volta la musica «inventa» qualche cosa di nuovo e ha molto a che fare, per qualche
strana congiunzione del destino, anche con la doppia nascita della Settima. Cerchiamo
di ricapitolare i fatti.
La prima genesi della «sinfonia par excellence» – come l’ha definita Theodor W.
Adorno – avviene a molti chilometri di distanza dalla laguna: siamo a Vienna, esattamente due secoli fa (obnubilati dai ben più vistosi centenari wagnerian-verdiani ci eravamo quasi dimenticati del compleanno dell’opera numero novantadue del catalogo
beethoveniano…): le prime due esecuzioni della nuova creatura, nata a ben quattro anni dalla creazione della sinfonia precedente, la Pastorale, avvengono infatti l’8 e il 12 dicembre 1813 nell’Aula Magna dell’Università, con lo stesso Beethoven sul podio. È una
serata di beneficenza, organizzata da Johann Nepomuk Maelzel (il cosiddetto «inventore» del metronomo) a favore dei soldati austriaci e boemi feriti nella battaglia di Hanau:
grazie a questa insperata vittoria sulle truppe austriache Napoleone si era garantito il ritorno in patria dell’armata francese. Detto tra parentesi non è solo l’Eroica, dunque, ad
essere nata, sia pure per vie traverse, sotto il segno del «piccolo caporale». Nonostante
Louis Spohr trovi «incerta e risibile» la direzione del compositore il concerto è un successo: la borghesia viennese non vede l’ora di dimostrare tutto il proprio sentimento antibonapartista e l’orchestra, formata dai migliori musicisti della città, è eccellente: a riprova le cronache sottolineano che l’Allegretto è stato addirittura «trissato».
Fin qui la storia ‘ufficiale’ della Settima. Ma ne esiste anche una apocrifa, clandestina, non autorizzata… La seconda genesi della sinfonia avviene infatti sessantanove anni più tardi, nel 1882, a quasi seicento chilometri da Vienna, direzione sud ovest. Sia-
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mo a Venezia, a poche fermate di vaporetto (che del resto era stato introdotto nella rete acquea cittadina appena due anni prima…) dalla fabbrica del Gran Teatro La Fenice: palcoscenico dell’avvenimento Palazzo Vendramin Calergi, nel sestiere di Cannaregio, dove aveva trovato dimora, grazie alla generosità del conte Bardi, la famiglia
Wagner al completo, sistemata in modesto mezzanino di appena 26 stanze, cucina e servizi… Ospite di riguardo di una rigida serata invernale (la data, come in tutte le cronache apocrife è imprecisata…) Franz Liszt, in visita alla figlia Cosima, moglie di Richard. Suocero e genero, visti più volte chiacchierare affacciati ad una delle finestre che
danno sul Canal Grande, sembrano di buon umore. Franz si siede al pianoforte e attacca con un certa veemenza il Finale della Settima. Si può immaginare, nonostante
l’età avanzata, con quanta ars incantatoria… Bastano poche battute e Richard, seduto
sotto la doppia finestra del salone dei ricevimenti, scatta in piedi all’improvviso e, sotto gli occhi divertiti e stupefatti di Cosima, inizia a percorrere la sala a passi di danza.
Una danza lieve ma vigorosa che segue con cura appena esitante il metro regolare dell’Allegro con brio. Alla fine, esausto e senza fiato, Richard, lasciandosi cadere sulla sua
poltrona, pronuncia un oracolo destinato a rimanere nella storia: «Vedi, caro Franz, è
proprio vero che la Settima è l’apoteosi della danza».
Ora, si potrebbe accogliere questo aneddoto, sulla cui veridicità sono stati per altro
sollevati autorevoli dubbi, con una scrollata di spalle. Come uno degli infiniti, goffi,
malaccorti tentativi di ficcare dentro la cornice astratta e geometrica di questa sinfonia
«pura» quadretti descrittivi più o meno «realistici». Trappola mortale nella quale sono
caduti, a sorpresa, critici e musicisti solitamente acuti come Robert Schumann, ad
esempio, che in un momento di debolezza vede chissà perché nella «trama» della Settima il «matrimonio di una fanciulla» e allega persino, alla descrizione, l’album delle
fotografie: il «convegno degli ospiti», la «festa al villaggio», la «commozione della madre», il «discorso del sacerdote», il «sì della sposina…». Peggio ancora Wilhelm von
Lenz che, seguendo il perverso solco nuziale inaugurato da Schumann, attribuisce ai
singoli movimenti alcune graziose didascalie: «Arrivo dei contadini», «Marcia nuziale», «Danze», «Festino» e persino, in un crescendo di visionarietà, una insospettabile
«Orgia» conclusiva, che solleva pruriginose curiosità sulle consuetudini matrimoniali
del popolo tedesco…
Eppure, mentre le visioni ad alto tasso alcolico di Schumann e Lenz sono state sepolte dal tempo, l’intuizione di Wagner ha pesato moltissimo, e continua a pesare, nella ricezione storico-critica della Settima, tanto da essere inevitabilmente citata, sia pure per destituirla di ogni fondamento, da qualsiasi rispettabile commentario… Al punto
che, se il 1813 è senz’altro la data di nascita anagrafica della sinfonia, l’anno 1882 può
essere considerato l’inizio della sua incrollabile e imperitura «fortuna» critica: la sua seconda nascita, per l’appunto… Senza contare che Wagner, a differenza dei suoi illustri
predecessori, era un rabdomante della storiografia, uno sciamano della critica musicale, un visionario della parola che sapeva sempre cogliere, nelle cose, un seme nascosto,
una piccola luce velata. E la danza, al di là di ogni roboante «apoteosi», intrattiene senza alcun dubbio un rapporto di parentela molto stretto con la scrittura ritmica della
NOTE AL PROGRAMMA
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Settima. Impossibile dunque ignorare, saltare a piè pari una relazione che appare, al
contrario, fondante.
L’enigma da risolvere, semmai, è quello di svelare quale sia, nell’ambiente linguistico della sinfonia, il significato da attribuire al termine «danza». Un aiuto formidabile,
e fino ad ora non troppo osservato, ci arriva dagli studi frammentari, aforistici e a loro volta vagamente «sciamanici» che al sinfonismo beethoveniano ha dedicato Theodor W. Adorno. Nel frammento n. 263 del celebre saggio su Beethoven mai portato a
termine si legge una intuizione folgorante:
Il rapporto tra sinfonia e danza può essere così definito: se la danza si appella al movimento
del corpo delle persone, la sinfonia è la musica che diventa essa stessa corpo. La sinfonia è il
corpo musicale, perciò la modalità specifica della teleologia sinfonica, che non porta ad un «fine»: per mezzo del processo sinfonico la musica viene piuttosto svelata come corpo.
Dietro la trama di una scrittura che procede per lampi, per visioni e non certo per
ordinati sillogismi causali si intravede una ipotesi «rivoluzionaria»: la danza, come
aveva intuito Wagner ballando la Settima, è l’essenza della sinfonia classico-romantica. Perché attraverso il movimento la sinfonia si svela come corpo, acquisisce una dimensione puramente «fisica», perde ogni finalità e ogni intenzione. «Essa – prosegue
Adorno – è il corpo enorme, il corpo collettivo della società nella dialettica dei suoi
movimenti». La sinfonia, insomma, parafrasando il noto aforisma di Nietzsche, altro
non è che un «corpo che danza». E danzando afferma la propria necessità sociale.
Sotto questa luce l’aforisma wagneriano acquista un significato assai meno banale e
scontato: la «danza» di cui la Settima sarebbe l’«apoteosi» non è una semplice successione di metri e ritmi più o meno regolari che si concretano in «forme di ballo»
storicamente acquisite (l’allemanda, il minuetto, il valzer), bensì una dimensione puramente astratta e concettuale: la danza rivela la vera essenza della sinfonia, ne svela la profonda fisicità, la lega indissolubilmente alla nozione di corpo. Un corpo fisico che è a sua volta la rappresentazione concreta del corpo sociale: «Questo carattere
fisico della sinfonia – continua Adorno – è la sua essenza sociale». Del resto lo stesso Wagner aveva colto la relazione tra corpo e sinfonia molti anni prima della sua
brillante performance coreografica: in L’opera d’arte dell’avvenire, anno 1850, scrive, seduto saldamente sulla sua sedia: «La Settima Sinfonia di Beethoven è la danza
nella sua massima espressione, l’atto più spirituale del movimento corporeo, incarnato, per così dire, idealmente nei suoni». Segno che il motto veneziano, apparentemente estemporaneo e casuale, veniva invece da lontano, era il frutto di una riflessione a lungo maturata nel tempo.
Del resto il nodo cruciale della relazione tra danza e sinfonia attraversa costantemente, assumendo molteplici travestimenti, l’esegesi critica della Settima Sinfonia. E il
ventaglio delle posizioni, straordinariamente aperto, oscilla tra gli estremi della massima astrattezza a quelli della massima, e persino eccessiva, concretezza. A quest’ultima
famiglia appartiene ad esempio Paul Bekker, uno dei maggiori studiosi beethoveniani
del primo Novecento, che considera la Sinfonia in la maggiore «una specie di sublima-
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zione ideale della antica suite di danze»: osservazione puntuale che possiede il merito
di mettere in rilievo – come osserva Giovanni Carli Ballola – il carattere al tempo stesso ludico, aulico e cerimoniale di molti episodi, ma ha anche il torto di appiattire la relazione con la danza ad una dimensione meramente storica. Al polo opposto Hermann
Danuser, uno dei migliori allievi di Carl Dahlhaus, che, seguendo una strada del tutto
indipendente da quella di Adorno, ritorna, variandolo, sul tema della dimensione fisica, corporea, della sinfonia. Il musicologo tedesco osserva innanzitutto come la seconda sezione del movimento iniziale, il Vivace, sia segnata dalla ripetizione ossessiva e costante di un unico metro, quello di 6/8, e che è proprio questo impulso ritmico a
generare sia le figure tematiche principali che quelle secondarie. Un caso, per altro non
rarissimo in Beethoven, in cui, per dirla in modo spiccio, è il ritmo che genera il tema
e non viceversa. Ma dal metro dominante – secondo Danuser – dipende anche l’architettura armonica dell’intero movimento: la scansione ternaria determina infatti anche
il ritmo armonico della scrittura, ossia la frequenza con la quale si modifica il quadro
dei riferimenti tonali. Questa pervasività onnifunzionale del ritmo, che comunque non
scalza la solidissima architettura sonatistica del movimento, produce un esito però sorprendente: il flusso di energia prodotto dalla iterazione parossistica di un unico metro
fa sì che la massa sonora dell’orchestra si impadronisca della sostanza tematica e che
lo spazio orchestrale diventi un unico corpo, un corpo fisico sottoposto ad una sola legge: la legge del movimento.
Questa acutissima interpretazione dello spazio orchestrale come un corpo sonoro
all’interno del quale prendono forma le energie ritmiche della sinfonia, illumina all’improvviso una delle intuizioni più criptiche e misteriose, ma a questo punto fertilissime, di Adorno: nelle prime righe del già citato frammento n. 263 si legge una affermazione lasciata allo stadio di un semplice appunto: «La sinfonia “si” muove, si
sveglia; si ferma, continua e la totalità dei suoi gesti è la presentazione senza intenzioni del corpo. Riferimento alla macchina della morte di Kafka in Nella colonia penale». Il riferimento, a prima vista, sembra in realtà sfuggire: che relazione intrattiene con la natura della sinfonia classico-romantica il racconto di Kafka in cui una
macchina modellata secondo la forma del corpo umano incide sulla pelle del condannato a morte, grazie ad un complesso sistema di aghi, gli ordini che il condannato non ha rispettato? L’allegoria appare indecifrabile, e invece, alla luce della intuizione di Danuser, diventa sorprendentemente limpida: come la macchina scrive sul
corpo del condannato la sua sentenza di morte così la società scrive sul corpo della
sinfonia la propria essenza sociale. La sinfonia reca, scritta sulla propria pelle, le
stimmate del proprio essenziale ruolo sociale, del proprio compito storico. Il compito di rappresentare organicamente la società e i suoi conflitti. Di questa «missione»
la Settima Sinfonia di Ludwig van Beethoven rappresenta, insieme alla Nona, il culmine più elevato: la prima pala del dittico attraverso la pura, astratta oggettivazione
nel movimento della danza, la seconda attraverso l’irruzione di un inatteso perturbante: la forza «rivoluzionaria» del pensiero etico.
NOTE AL PROGRAMMA
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La carica dei soldati svizzeri alla Battaglia di Morgarten (1315), xilografia dalla Cronaca di Johannes Stumpf
(1548). Secondo la leggenda vi prese parte anche Guglielmo Tell, cui è dedicata l’opera di Rossini.
GIOACHINO ROSSINI, Allegro vivace dall’Ouverture del Guillaume Tell
Forse è proprio questa Ouverture, del tutto atipica, a insinuare un sospetto, a suggerire una spiegazione, a disegnare una ipotesi. L’interrogativo, anzi l’enigma angoscioso,
è infatti sempre lo stesso e si ripete inesorabilmente da 184 anni. Perché? Perché Gioachino Rossini, nel 1829, all’indomani del trionfo parigino del Guillaume Tell si congeda per sempre dal teatro musicale? E perché nei 39 anni che gli restano da vivere non
dedicherà più una sola nota all’opera, ossia alla creatura che in tutti i suoi possibili travestimenti (opera comica, opera seria, farsa, opera semiseria…) lo aveva fatto diventare Gioachino Rossini? Di congetture sul «silenzio» rossiniano, si sa, haccene millanta
(che tutta notte canta…) e non è questa la sede, come si dice, per formulare la millanta e unesima. Però un toccatina sulla spalla la Ouverture ce la dà… Prima di tutto
perché non è affatto una ouverture, bensì un breve (ma neanche poi tanto…) poema
sinfonico. In piena regola. Quattro sezioni distinte, ma legate l’una all’altra senza soluzione di continuità, ognuna dotata di un preciso, anche se inespresso, programma:
l’Andante iniziale la descrizione di un paesaggio montuoso e vagamente arcadico, l’Al-
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legro successivo l’evocazione dell’immancabile orage, l’Andantino il richiamo alle ancor più classiche «mandrie al pascolo», con tanto di regolamentare ranz des vaches, e
infine l’Allegro vivace il racconto dell’arrivo dei soldati svizzeri con seguito di marcia
brillante. E allora poteva mai un poema sinfonico far da prologo a un’opera seria o a
un’opera buffa? No, non poteva… E difatti Guillaume Tell non è niente di tutto questo: è un’opera «romantica» sotto tutti gli aspetti. Una creatura cioè che Rossini non
aveva mai incontrato prima e dalla quale era attratto e al tempo stesso spaventato. Sulla curiosità, evidentemente, prevalse lo spavento…
GIUSEPPE VERDI - NINO ROTA, Valzer brillante dalla colonna sonora del film
Il Gattopardo
È l’estate del 1962. Palermo soffoca. Il termometro segna 40 gradi all’ombra. Impossibile muovere un passo. Tanto meno suonare. Alle sette del mattino, quando l’afa non
ha ancora afferrato alla gola i palermitani, un’orchestra messa insieme la sera prima si
ritrova in uno studio di registrazione. Nessuno sa di preciso perché. Sui leggii compaiono all’ultimo momento le parti della colonna sonora di un film di cui nessuno aveva
ancora sentito parlare: Il Gattopardo. In tre turni la registrazione è pronta. Non un
granché, a detta di tutti. L’intonazione è così così, l’insieme perde colpi, più di una volta… Nino Rota, l’autore delle musiche, la fa ascoltare intimidito, timoroso, quasi esitante a Luchino Visconti, il regista. Perfetto – sibila il maestro, soddisfatto oltre ogni
previsione: al ballo in casa del Principe non suonava mica un’orchestra di professionisti… E così la registrazione finisce dritta dritta nella colonna sonora, senza nemmeno
un taglio. Nell’insieme dei ballabili che Rota aveva rubato a se stesso, ossia alle musiche scritte per il film Appassionatamente di Giacomo Gentilomo, emerge come una pietra preziosa il valzer che accompagna (ma come vedremo sarebbe meglio precede) gli a
solo di Fabrizio e Angelica. In questo caso non c’è alcun furto, di mezzo, piuttosto un
ritrovamento tanto casuale quanto fortunato (sul quale, per altro, si nutre ancora qualche dubbio…). Vuole la vulgata che Mario Serandrei, il montatore del film, avesse comprato in una libreria antiquaria di Roma lo spartito per pianoforte, ancora inedito, di
un piccolo valzer per pianoforte composto da Giuseppe Verdi per Clarina Maffei, sua
amica e confidente. Visconti se ne sarebbe innamorato e avrebbe chiesto a Rota di strumentarlo. Comunque siano andate le cose la colonna sonora del Gattopardo rappresenta un unicum nella storia del cinema italiano. Invece di adattare le musiche di Rota
alla scena del ballo Visconti fece esattamente il contrario: girò la lunghissima sequenza
finale seguendo con esattezza cronometrica i ritmi e le durate della musica. Prima la
musica, insomma, e poi il film.
VINCENZO BELLINI, «Casta diva» da Norma
Appare all’improvviso quando Homer, per pagare i suoi debiti, comincia a sgomberare le strade dalla neve e tutti a Springfield lo chiamano Mr. Spazzaneve, si insinua, un
NOTE AL PROGRAMMA
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po’ meno a sorpresa, nell’incipit della canzone (traccia 3 di Gommalacca) che Franco
Battiato ha dedicato alla memoria di Maria Callas, emerge, sempre al momento giusto,
dalla colonna sonora di una dozzina di film eccellenti, da Philadelphia a The Iron Lady, da Oblomov a I ponti di Madison County fino a Opera di Dario Argento. E al tempo della lira è comparsa persino, in icona, sul retro delle banconote da cinquemila…
La fama di «Casta diva» è planetaria, trasversale, multimediale, sfrenatamente crossover: I Simpson e la musica pop, il cinema di fantascienza e la commedia sentimentale,
i commercial e la pubblicità progresso tutti si sentono in diritto e in dovere di appropriarsi di quella elementare, spoglia melodia in fa maggiore che le delicatissime fioriture ricamate da Bellini in puro stile improvvisativo, senza alcun ricorso al canto di agilità, rendono soavemente cantabile. E non è da dire che il successo sia arrivato solo
nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte… Oltre che nello spazio «Casta diva» si è allungata anche nel tempo: Fryderyk Chopin, ad esempio, ne ha fatto il
modello della sua invenzione melodica, basata sul rubato, sul ritardo, sulla naturalezza e sulla flessibilità del respiro (tanto da abbozzare uno Studio per pianoforte mai portato a termine), compositori di razza come Thalberg e Bottesini ne hanno tratto parafrasi e variazioni di sfrenato virtuosismo. Eppure, tecnicamente parlando, la preghiera
alla luna della sacerdotessa Norma altro non è che il Cantabile, ossia il secondo tempo, della cosiddetta, immancabile «solita scena», la scena quadripartita che secondo
Abramo Basevi costituisce il fondamento del melodramma italiano degli anni trenta (e
che si trascina, per la verità, fino ai drammi del Verdi maturo). Nell’architettura canonica della grande scena drammatica è preceduta dal Tempo di attacco («Sediziose voci») e seguita dal Tempo di mezzo («Fine al rito») e dalla rituale Cabaletta («Ah! Bello
a me ritorna»). Per il resto il ductus melodico procede per periodi simmetrici, l’intonazione del testo è rigorosamente strofica, le fioriture sono contenute in un range limitato. Dimostrazione persuasiva che l’infinitamente complesso è generato, di solito, dall’infinitamente semplice.
GAETANO DONIZETTI, «Una furtiva lagrima» dall’Elisir d’amore
Forse non raggiunge la popolarità senza tempo di «Casta diva», ma anche «Una furtiva lagrima» (rigorosamente con la «g»), ossia la romanza che Nemorino intona nell’ottava scena del secondo atto dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, non se la cava male nella hit parade delle arie d’opera di cui la pop culture si è disinvoltamente
impossessata. Il cinema, ad esempio, l’ha ‘rubata’ ripetutamente all’opera madre, inserendola nei contesti narrativi più diversi e contrastanti: indimenticabile la sequenza di
Mamma Roma, il film forse più visionario e tragico di Pasolini, quando i «ragazzi di
vita» la cantano in faccia a Ettore, il figlio della protagonista, interpretata da Anna Magnani. Ma i primi versi della romanza (quasi mai la si ascolta nella sua interezza) compaiono anche, dovendo scegliere tra una ventina di titoli, nell’Onore dei Prizzi di John
Houston, in Match Point di Woody Allen e, come vero e proprio Leitmotiv, in Partitura incompiuta per pianola meccanica di Nikita Michalkov. La versatilità, anzi la ve-
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GUIDO BARBIERI
ra e propria interscambiabilità di «Una furtiva lagrima» nel dominio della musica d’uso
dipende in buona parte dalla fertilissima ambiguità del suo status stilistico: si tratta in
fondo di un cantabile tipicamente larmoyant inserito però nel contesto narrativo di
un’opera comica: una scheggia di opéra pathétique inserita nel meccanismo inesorabile dell’opera italiana di tradizione buffa. È questo straniamento, anzi questo vero e proprio spaesamento, a renderla irresistibilmente astratta, perennemente fuori contesto,
sempre isolata nella sua assoluta perfezione retorica. Come accade in alcuni luoghi celebri del teatro comico rossiniano (il Rondò finale della Cenerentola oppure l’aria di
Rosina nel Barbiere) anche il «palpito» di Nemorino per la lacrima di gelosia spuntata negli occhi di Adina potrebbe essere estratto dal proprio habitat naturale senza soffrire di alcuna nostalgia stilistica… Del resto solo l’onniscienza dello spettatore sa che
quella lacrima, per quanto spontanea, è in realtà il frutto di un ingegnoso inganno del
quale è a conoscenza soltanto il genius ex machina del dottor Dulcamara…
NIKOLAJ RIMSKIJ-KORSAKOV, Canzone napoletana op. 63, da Funiculì funiculà
di Luigi Denza
Negli anni del disgelo, ben prima della caduta di tutti i muri, il leggendario Coro dell’Armata Rossa solcava l’Italia da sud a nord sottoponendosi a massacranti tournée di
stato, il cui scopo era quello di mostrare all’Occidente il volto cordiale e antico del popolo sovietico. Con l’appoggio anche materiale, a volte, del maggior partito comunista
dell’Occidente… Per rinsaldare il patto di amicizia tra i due popoli ogni concerto si concludeva, immancabilmente, con un pezzo forte destinato a scatenare l’entusiasmo del
pubblico: la versione sovietica, in lingua nazionale, di un pezzo che secondo i dirigenti
del Coro rappresentava l’epitome dello spirito italiano e che avrebbe dovuto suscitare
un’ondata di trascinante simpatia: Funiculì funiculà. Nel magma di un indecifrabile testo russo il pubblico italiano riusciva a distinguere solo il ritornello, lasciato arditamente in lingua napoletana, che suonava inevitabilmente: «iamma, iamma, iamma coppa ia, fugniculì, fugniculì, fugniculì, fugnicolà»… Simpatia assicurata, anche se per
motivi non esattamente patriottici… Ma come era penetrata nella lontana Unione Sovietica la fama di una canzone tipicamente autoctona, scritta nel 1880 da Giuseppe
Turco e da Luigi Denza per festeggiare l’inaugurazione della prima funicolare vesuviana? Merito e colpa sono da ascrivere, in egual misura, a Nikolaj Rimskij-Korsakov che
spinto dal suo gusto proverbiale per l’esotismo mediterraneo trascrive per orchestra, nel
1907, il motivo di una canzone divenuta immediatamente celebre anche al di fuori degli angusti confini delle Feste di Piedigrotta, tanto che prima di lui Richard Strauss
l’aveva giù utilizzato nel poema sinfonico Aus Italien. La versione di Rimskij è misurata, del tutto priva di enfasi popolaresca, arricchita da un contrappunto a due parti
estremamente cantabile. Anche la strumentazione è delicata, impreziosita da un certo
colorito impressionista. Ma il Coro dell’Armata Rossa, evidentemente, l’aveva ascoltata piuttosto distrattamente…
NOTE AL PROGRAMMA
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Il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) volteggia con Angelica Sedara (Claudia Cardinale) sulle note del Valzer brillante di Giuseppe Verdi orchestrato da Nino Rota. Fotogramma dal film Il Gattopardo di Luchino Visconti
(1963).
GIACOMO PUCCINI, «Vissi d’arte» da Tosca
Una rapida operazione di googling, condotta digitando l’espressione «vissi d’arte», porta, nel giro di 25 centesimi di secondo ai seguenti risultati: 1. Aria per soprano del secondo atto dell’opera Tosca di Giacomo Puccini. 2. Vissi d’arte e di cucina: lavorate il
burro insieme allo zucchero a velo… 3. L’Associazione musicale Vissi d’arte nasce a
Poirino per volontà di Valentina Oddenino. 4. Benvenuto al Vissi d’arte, la vostra casa
vacanze a Roma… 5. Da piccola Vissi d’arte: scopri tutto quello che fa tendenza… Un
segno anche questo, probabilmente, di diffusione trasversale, di migrazione di campo,
di osmosi tra quella che un tempo era definita cultura d’élite e quella che, nello stesso
tempo, era definita cultura di massa. E che ora, forse, nel segno univoco e pervasivo
della «società dello spettacolo», hanno smarrito i loro rispettivi confini. Difficile dunque risalire senza danni al punto 1 senza passare attraverso i punti 2, 3, 4 e 5. Nel tempo la preghiera intima che Floria Tosca rivolge a Dio, l’addolorato «a parte» in cui chiede il perché di tante sofferenze, ha smarrito infatti il senso della confessione, della
meditazione solitaria di fronte allo sgomento del dolore, e ha assunto i connotati di una
hit più o meno orecchiabile, di una celebre «canzone» di cui si ricorda ormai solo il titolo e nemmeno più il motivo… Strano destino per una pagina «perfetta» che però agli
occhi di Puccini possedeva un enorme difetto: quello cioè di fermare improvvisamente
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GUIDO BARBIERI
l’azione in un momento di grande tensione drammatica, quando cioè sta per deflagrare la vanità del patto sciagurato cui Scarpia ha costretto Floria: la vita di Mario in cambio di un istante d’amore. L’effetto è esattamente capovolto: proprio perché il tempo
dell’azione si ferma all’improvviso lo spettatore riesce a cogliere, nel fermo immagine
della «preghiera», il pensiero di Tosca che percorre in un lampo tutta la propria vita e
non trova nemmeno un motivo che giustifichi la sua «punizione». La costruzione del
brano, del resto, accoglie con estrema naturalezza il flusso della memoria, anzi ne è in
qualche modo il diagramma: la sezione iniziale in minore, accompagnata dal falso bordone dell’orchestra, il passaggio alla tonalità maggiore che non muta però il «tono salmodiante» – come scrive Michele Girardi – della melodia, l’orchestra che rammenta il
tema d’ingresso di Tosca nel primo atto, il culmine appassionato della voce che tocca il
si bemolle acuto, la ricaduta del ductus melodico verso la regione grave della voce. Deve essere questo, se esiste, il suono della memoria.
RUGGERO LEONCAVALLO, Mattinata
La melodia piana, fluida, un po’ impudentemente insouciante di Mattinata di Leoncavallo può forse far sorridere per la sua disincantata (e apparente…) ingenuità. Eppure
nel corpo ancora pulsante di questa romanza da salotto ancien régime si nasconde una
straordinaria primazia. Quella di essere cioè il primo prodotto commerciale nella storia della musica colta. I fatti sono andati pressappoco così. È l’8 aprile del 1904, teatro
della vicenda un lussuoso hotel di Manhattan, New York City. In uno dei saloni di rappresentanza è stato allestito in fretta e furia un rudimentale studio di registrazione. In
realtà un semplice grammofono a tromba in grado registrare, in una unica sessione,
non più di tre minuti di musica. Al pianoforte, piuttosto nervoso, Ruggero Leoncavallo, appena arrivato in terra americana. A pochi centimetri dall’imboccatura della tromba Enrico Caruso, già di casa, invece, negli Stati Uniti. Non c’è microfono, né alcuna
possibilità di sovraincisione: si deve registrare «in presa diretta» e non si può sbagliare. E la ditta Caruso & Leoncavallo non sbaglia: Mattinata, in tre minuti giusti giusti,
finisce dentro un rullo e da lì va di corsa negli uffici della Grammophone Company: il
disco viene stampato in alcune migliaia di copie e diventa rapidamente un incredibile
successo commerciale: le radio di tutto il mondo lo trasmettono a ripetizione e la romanza di Leoncavallo, grazie anche alla voce morbida e potente di Caruso, diventa una
hit «planetaria». Non era mai accaduto. Caruso aveva già conquistato nel 1902 il record della prima incisione canora assoluta, con «Giunto sul passo estremo» dal Mefistofele di Boito, ma questa volta dentro la tromba del grammofono era finito un autentico prodotto commerciale, una melodia danzante e sorridente perfettamente adatta
alla richiesta del «mercato». E per la prima volta nella storia il successo di un pezzo di
musica non viene determinato dall’accoglienza del pubblico in sala o dalla vendita degli spartiti e delle partiture, bensì dal numero delle copie vendute di un disco. Una «rivoluzione» epocale: la romanza nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
NOTE AL PROGRAMMA
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PIETRO MASCAGNI, Intermezzo da Cavalleria rusticana
Tutti i grandi operisti italiani dell’Ottocento possiedono, curiosamente, un marchio di
fabbrica inconfondibile, una «specialità» che li distingue da tutti gli altri: Rossini il crescendo, Donizetti la «grande scena drammatica», Bellini la simmetria melodica, Verdi
la parola scenica, Puccini il canto di conversazione. Non necessariamente il marchio di
fabbrica è la cosa che ciascun compositore sa fare meglio: Verdi, ad esempio, è maestro
nel trattamento delle voci, Puccini è insuperabile nell’ars rhetorica della commozione,
Rossini è irresistibile nei concertati di fine atto. Ma il brand di ognuno di loro è ciò che
li rende unici, è l’impronta irripetibile, lo stemma di nobiltà… Il timbro a fuoco di Pietro Mascagni è senza alcun dubbio l’intermezzo. Ognuno dei suoi drammi, dai maggiori ai minori, prevede, in un punto ben preciso e strategicamente calcolato, una preziosa oasi strumentale che il più delle volte separa e unisce i lembi di due scene madri,
di due momenti canonici. L’amico Fritz, I Rantzau, Silvano, Isabeau, e naturalmente
Cavalleria rusticana possiedono alcune delle più intense ed efficaci pagine strumentali
dell’intero Ottocento italiano, a torto ritenuto il regno esclusivo del canto. Il capolavoro assoluto, nel genere, è senz’altro, e di gran lunga, l’Intermezzo di Cavalleria, anno
di nascita 1890. Il riferimento stilistico di Mascagni, per quanto possa sembrare strano in un dramma che si definisce, sbrigativamente, «verista», è quello del tipico entr’acte dell’opéra lyrique francese, un «quadro sinfonico» di natura descrittiva che si
esegue, a sipario chiuso, tra i due atti dell’opera. Con alcune significative differenze:
l’intermezzo di Cavalleria cade all’interno del dramma, stretto tra il drammatico duetto «di gelosia» tra Santuzza e Turiddu e la scena del brindisi che prelude all’epilogo di
sangue e coltello. È una sorta di preghiera, ampia, solenne, cerimoniale, intonata prevalentemente agli archi e accompagnata dall’arpa e dall’organo: al flauto solista restano soltanto i ricami iridescenti che collegano le due parti del brano. La struttura è per
l’appunto bipartita: all’introduzione segue, dopo una pausa di grande sapienza drammatica, il motivo innodico principale, rafforzato nella coda da una serie di sapientissimi sforzando e concluso in pianissimo, quasi morendo. Solo tre minuti che si piantano
però nello stomaco con una lama ben più affilata di quella di compar Alfio.
GIUSEPPE VERDI, «Amami, Alfredo» dalla Traviata, «Va’ pensiero sull’ali dorate» da
Nabucco, «Libiam ne’ lieti calici» dalla Traviata
Uno dei luoghi comuni più radicati nella immaginazione collettiva è quello della «italianità» di Giuseppe Verdi. Verdi patriota, Verdi campione dello spirito nazionale, Verdi eroe dell’epopea risorgimentale. Come tutti gli stereotipi è un mito privo di fondamento. L’autore di Nabucco e di Ernani non ha mai partecipato in prima persona (al
contrario di Francesco Maria Piave, il suo vessato librettista) ai moti risorgimentali, né
con il corpo, né con il pensiero. Anzi, si è sempre tenuto prudentemente lontano dal dibattito politico: nelle sue lettere si contano con le dita le dichiarazioni pubbliche a sostegno della lotta per l’indipendenza. Anche durante i quattro anni del suo impegno
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GUIDO BARBIERI
Maria Callas canta «Casta diva» nel primo atto di Norma al Teatro La Fenice, 1950; direttore Antonino Votto,
regia di Augusto Cardi. Archivio storico del Teatro La Fenice.
parlamentare (durante i quali non ha mai preso la parola, nemmeno una volta…) si è
limitato a seguire ciecamente le indicazioni di voto del suo unico mentore: Camillo Benso conte di Cavour… E a ben guardare anche i suoi drammi musicali sono assai lontani dalla tradizione dell’opera italiana coeva o del passato recente. Lo dimostrano a piene mani, tra le molte, le opere che formano il trittico verdiano del Concerto di
Capodanno. Il modello formale di Nabucco è senza dubbio quello del grand opéra parigino, opera nazionale, sì, ma francese. E anche il melos vocale della Traviata, per parte sua, ha ben poco a che fare con la tradizione del melodramma italiano anni trenta,
avvicinandosi semmai alla prassi dell’opéra lyrique francese. Due drammi, in ogni caso, di siderale diversità: l’uno radicato nella storia, l’altro spudoratamente declinato al
presente. In entrambi, però, affiora in superficie il tema chiave, il vero e proprio Leitmotiv del teatro musicale di Verdi: il conflitto tra l’individuo e il potere, il dissidio insanabile tra la ricerca della felicità e le regole cieche della «ragione» sociale. Ecco dove
si annida la dimensione profondamente politica del pensiero teatrale di Verdi, non certo nei suoi atti pubblici o nelle dichiarazioni ufficiali. Ed è un pensiero straordinariamente «rivoluzionario».
Guido Barbieri
Programme Notes
LUDWIG VAN BEETHOVEN, Symphony no. 7 in A major op. 92
Ludwig van Beethoven’s Symphony number 7 in A major was born twice. A rare privilege that was shared by few others in the history of western music; the “opera for music”, for example, which saw the light in Florence in 1598 and then returned to life in
Venice in 1637; another is the madrigal, which began to make its voice heard in the
fourteenth century, at the height of the Ars nova period, but was then reborn two centuries later, also in Venice (some say) thanks to the publication of Francesco Petrarch’s
Canzoniere put to music by Bernardo Pisano. Venice. The name of the city that is once
again to host the New Year’s Concert returns as a continuous echo whenever music “invents” something new and by some strange twist of fate, this also has something to do
with the double birth of the Seventh Symphony. Let’s try to summarise the facts.
The first birth of the “symphony par excellence” as Theodor W. Adorno described
it, took place many kilometres away from the lagoon: in Vienna, exactly two centuries
ago (obscured by the gaudier Wagner-Verdi centennials, we almost forgot the birthday
of work number ninety-two in Beethoven’s catalogue …); Born no less than four years
after the creation of the previous symphony, the Pastoral Symphony, the first two performances of the new born took place on 8th and 12th December 1813 in the Aula
Magna of the University, with Beethoven himself on the conductor’s podium. It was a
charity concert organised by Johann Nepomuk Maelzel (the so-called ‘inventor’ of the
metronome) for the Austrian and Bohemian soldiers who had been injured at the Battle of Hanau. It was thanks to this unexpected victory against the Austrian troops that
Napoleon was able to retreat to his homeland with the French army. Incidentally, the
Eroica was therefore not the only one to be created under the sign of the “little corporal”, albeit following different paths. Although Louis Spohr thought the composer’s
conducting was “uncertain and ludicrous”, the concert was a success: the Viennese
middle class could not wait to display their anti-Bonapartist feelings and, performed by
the best musicians in the city, the orchestra was excellent; proof of this was the fact that
papers underlined that the Allegretto had been “encored no less than three times”.
So far, the ‘official’ history of the Seventh Symphony. But there is also another,
more spurious, clandestine and unauthorised story … The second birth of the symphony actually took place sixty-nine years later in 1882, almost six hundred kilome-
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GUIDO BARBIERI
tres away from Vienna in the south-west. We are in Venice, just a few boat stops away
(public boats had been introduced on the water ways of the city just two years earlier …) from the building of the Gran Teatro La Fenice. The setting is Palazzo Vendramin Calergi in Cannaregio where, thanks to the generosity of Count Bardi, the entire Wagner family was staying, in a modest mezzanine of no less than 26 rooms,
kitchen and bathrooms … A distinguished guest that bitter winter’s evening (the date
is not mentioned anywhere) is Franz Liszt who is visiting his daughter Cosima,
Richard’s wife. Father-in-law and son-in-law are seen more than once looking out of
one of the windows on to the Grand Canal, and they seem to be in a good mood. Franz
sits down at the piano and with certain vehemence begins playing the Finale of the Seventh Symphony. Despite his age, one can imagine just how enchanting it was to listen
to the art of his playing … A few bars suffice and Richard, who is sitting beneath the
double window in the reception hall, suddenly stands up and, to Cosima’s surprise and
enjoyment, begins dancing up and down the hall. A light but vigorous dance that carefully but gingerly follows the regular metre of the Allegro con brio. At the end, exhausted and out of breath, Richard collapses in an armchair and voiced an oracle that
is destined to go down in history: “You see, dear Franz, it is the Seventh Symphony that
is the apotheosis of the dance”.
Well, one’s reaction to this anecdote – the authenticity of which has been questioned
by authoritative figures – could be with a simple shrug. Just like one of the infinite,
clumsy, rash attempts to add approximatively ‘realistic’ descriptive little images to the
abstract, geometrical frame of this ‘pure’ symphony. A fatal trap into which usually perceptive critics and musicians such as Robert Schumann, for example, unexpectedly fell:
in a moment of weakness, heaven knows why, he sees the “wedding of a young girl”
in the ‘plot’ of the Seventh Symphony, and even includes a photo album in the description: the “guests gathering”, the “celebration in the village”, the “mother’s emotions”, the “priest’s speech”, the “young bride’s yes …”. Following the perverse nuptial theme that Schumann had started, even worse was Wilhelm von Lenz, with his
attribution of several charming captions to the individual movements: “Peasants’ arrival”, “Wedding march”, “Dances”, “Small celebration” and even, with a crescendo
of the visional, an unexpected final “Orgy” that arouses insatiable curiosity about German wedding traditions ….
Nevertheless, while Schumann and Lenz’s alcohol-induced visions were buried by
time, Wagner’s intuition has influenced the historical-critical reception of the Seventh
Symphony considerably, so much so that it is inevitably quoted, perhaps to show there
was no foundation to it, in any respectable review … So much so that, if the year 1813
was certainly the actual year the symphony was born, the year 1882 may be considered
the beginning of its indestructible and everlasting critical “success”: its second birth …
Without taking into consideration that, unlike his predecessors, Wagner was a dowser
of historiography, a shaman of musical criticism, a visionary of the word that was always able to perceive a hidden seed or small veiled light in things. And any resounding
“apotheosis” aside, the dance certainly has very close ties with the rhythmical compo-
PROGRAMME NOTES
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sition of the Seventh Symphony. It is therefore impossible to ignore, to jump with both
feet together, a relationship that actually appears to be fundamental.
If anything, in the linguistic field of the symphony, the puzzle to be solved is what
meaning should be attributed to the word ‘dance’. Of considerable help but by and
large ignored until now, are the aphoristic, vaguely shamanic fragmentary studies that
Theodor W. Adorno wrote about Beethoven’s symphonies. In fragment no. 263 of the
famous essay on Beethoven that he never completed one can read a startling intuition:
The relationship between symphony and dance can be defined as follows: While dance appeals
to the movement of people’s bodies, a symphony is the music that becomes the actual body.
The symphony is the musical body, i.e. the specific modality of the symphonic teleology that
does not lead to an “end”. On the contrary, with the symphonic process as its means, music is
revealed as a body.
Behind the plot of a writing that proceeds with flashes, visions and certainly not
with casual, ordered syllogisms, one can glimpse a ‘revolutionary’ hypothesis: as Wagner had sensed when dancing the Seventh Symphony, dance is the very essence of the
classical-romantic symphony. Because it is through movement that the symphony reveals itself as a body, acquiring a purely ‘physical’ dimension and losing any purpose
or intention. Adorno continues, “It is the enormous body, the collective body of society in the dialectics of its movements.” To paraphrase Nietzsche’s famous aphorism, the
symphony is nothing other than a “body that dances”. And by dancing, it affirms its
own social necessity. In this light Wagner’s aphorism takes on a much more important
and less banal or predictable meaning: the “dance” of which the Seventh Symphony is
the “apotheosis”, is not just a simple succession of relatively regular metres and
rhythms that are expressed in the historically acquired “dance forms” (the allemande,
minuetto, waltz) but is rather a purely abstract and conceptual dimension: dance reveals the true essence of the symphony, unveiling its profoundly physical nature, linking it indissolubly to the notion of the body. A physical body that in turn is the concrete portrayal of the social body: Adorno continues, “This physical nature of the
symphony is its social essence”. Furthermore, Wagner himself had understood the relationship between the body and symphony many years before his brilliant choreographic performance. In 1850 in The Artwork of the Future, sitting firmly on his seat
he wrote: “Beethoven’s Seventh Symphony is dance in its highest expression, the most
spiritual act of bodily movement, embodied as it were, ideally in its sounds”. A sign
that his Venetian comment, which seems so impromptu and coincidental, actually came
from afar and was the fruit of lengthy reflection.
Furthermore, in multiple guises the crux of the relationship between dance and symphony was constantly mentioned in the critical exegesis of the Seventh Symphony. And
the extraordinarily open range of positions wavered between the extremes of the greatest abstractness to those of the greatest and even excessive concreteness. One of the
most important Beethoven scholars of the early twentieth century, Paul Bekker belongs
to the latter and considered the Symphony in A major “a sort of ideal sublimation of
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GUIDO BARBIERI
«Una furtiva lagrima», romanza di Nemorino (Celso Albelo) nel secondo atto dell’Elisir d’amore al Teatro La Fenice, 2012; direttore Omer Meir Wellber, regia di Bepi Morassi, scene e costumi di Gianmaurizio Fercioni. Foto
© Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
the ancient suite of dances”; an acute observation that has the merit – as Giovanni Carli Ballola remarked – of highlighting the nature of many episodes that are simultaneously playful, aulic and formal but also the disadvantage of restricting the relationship
with dance to a merely historical dimension. One of Carl Dahlhaus’s pupils, Hermann
Danuser went to the other extreme, following a path that was completely independent
of Adorno’s and returning to the subject of the physical, bodily dimension of the symphony, but with variations. Above all, the German musicologist observes that the second part of the initial movement, the Vivace, is characterised by the obsessive and constant repetition of only one metre, the 6/8, and it is precisely this rhythmic impulse that
generates both the main thematic figures and the secondary ones. An obvious example
in which, and one that is not particularly uncommon in Beethoven’s work, it is the
rhythm that generates the theme and not vice versa. But, according to Danuser, the harmonic architecture of the entire movement depends on the dominant metre: the ternary progression also defines the harmonic rhythm of the composition, or rather the frequency with which the framework of the tonal references is modified. However, the
all-functional pervasiveness of the rhythm, which does not undermine the sound sonata
architecture of the movement, produces a surprising result: the flow of energy produced
PROGRAMME NOTES
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by the frantic repetition of just one metre means that the sonorous mass of the orchestra takes over the thematic substance and the orchestral space becomes a single body,
a physical body that is subjected to just one law: the law of movement.
This highly perceptive interpretation of the orchestral space as a sonorous body
within which the rhythmical energy of the symphony takes shape, suddenly enlightens
one of Adorno’s most cryptic and mysterious, but at this point highly fertile intuitions:
in the first lines of the aforementioned fragment no. 263 one can read a statement that
is still just a simple note: “The symphony moves ‘itself’, it wakes up, it stops, it continues and all its gestures are the unintentional presentation of the body. A reference to
Kafka’s killing machine in In the Penal Colony”. At first glance, this reference seems
unclear: what relationship is there between the nature of the classical-romantic symphony and Kafka’s tale in which a machine that has been shaped in the form of a human body writes the orders that the condemned man did not respect on to his skin
thanks to a complex system of needles? The allegory seems to be incomprehensible but
in the light of Danuser’s intuition, it becomes surprisingly clear: just as the machine
writes his death sentence on the condemned man’s body, society writes its own social
essence on the body of the symphony. Written on its own skin, the symphony bears the
stigmata of its own essential social role, its own historical task. The task of portraying
society and its conflicts as a whole. Together with the Ninth, Ludwig van Beethoven’s
Seventh Symphony represents the highest peak of this “mission”: The first ancona of
the diptych with the pure, abstract objectification of the movement of dance, the second with the eruption of an unexpected unrest – the ‘revolutionary’ strength of ethic
thinking.
GIOACHINO ROSSINI, Allegro vivace from the Overture of Wilhelm Tell
It could be this very Overture, one that is so completely atypical, that arouses a suspicion, suggests an explanation, or puts forward a hypothesis. The question, or rather the
anguishing enigma has always been the same and has been repeated without fail for
184 years. Why? After the resounding success of Wilhelm Tell in Paris in 1829, why
did Gioachino Rossini take his leave of opera? And in the 39 years he still had left to
live, why did he not write another note for opera, the very creature that in all its possible guises (comic, seria, farsa, and semi-seria) had made him into Gioachino Rossini?
There has been endless speculation regarding Rossini’s ‘silence’, and this is certainly not
the place to add even more. But the Overture can still give us a little tap on the shoulder…. First of all, because it is not even an overture, but rather a short (but not even
that short …) symphonic poem. Full-scale. Four distinct sections but linked to one another seamlessly, and each with its own, albeit tacit programme: the initial Andante: the
description of a mountainous, vaguely Arcadian landscape; the following Allegro: the
evocation of the inevitable orage; the Andantino: the evocation of the even more classical “flocks grazing” with the prescribed ranz des vaches; and finally, the Allegro vivace: the description of the arrival of the Swiss soldiers accompanied by a brilliant
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GUIDO BARBIERI
march. And could a symphonic poem ever be the prologue for an opera seria or opera
buffa? No, it couldn’t … And sure enough, Wilhelm Tell is none of these: in all respects
it is a ‘romantic’ opera. In other words, a creature that Rossini had never met before
and that both attracted and frightened him. Obviously, fear prevailed over curiosity …
GIUSEPPE VERDI - NINO ROTA, Valzer brillante from the film soundtrack
of Il Gattopardo
It is the summer of 1962. Palermo is suffocating. The thermometer has reached 40 degrees in the shade. It is impossible to move a step. Let alone play an instrument. At seven in the morning, when the suffocating heat has not yet seized the locals by the throat,
an orchestra that had been put together the evening before is meeting in a recording
studio. Nobody knows exactly what for. At the very last moment, the parts from the
soundtrack of a film nobody had ever heard of are put on the music stands. Il Gattopardo. After three sessions the recording is ready. Everyone says it is nothing special.
The intonation is so-so, as a whole it loses it more than once … timidly, frightened, almost hesitating, the composer Nino Rota has the director Luchino Visconti listen to it.
Perfect – the maestro whispers, satisfied beyond the wildest expectations; at the ball in
the Prince’s house it wasn’t a professional orchestra that was playing … So the recording ends up straight in the soundtrack without a cut. In the group of dance tunes that
Rota had stolen from himself, or rather from the music composed for the film Appassionatamente by Giacomo Gentilomo, emerging like a gem, it is the waltz that accompanies (but as we shall see, it would be better say precedes) the solos of Fabrizio and
Angelica. This is no case of theft, but rather a coincidental but lucky discovery (although there are still doubts …). According to hearsay, Mario Serandrei, the film editor bought the score in an antique shop in Rome; it had yet to be published and was
for a small waltz for the piano composed by Giuseppe Verdi for Clarina Maffei, his
friend and confidante. Visconti had fallen in love with it and had asked Rota to orchestrate it. No matter what actually happened, the soundtrack for the Gattopardo is
one of its kind in the history of Italian cinema. Instead of adapting Rota’s music to the
ball scene, Visconti did the very opposite: he shot a long final sequence following the
rhythm and duration of the music with chronometric precision. In short, first the music, then the film.
VINCENZO BELLINI, “Casta diva” from Norma
It can suddenly be heard when Homer starts clearing the streets of snow in Springfield
to pay off his debts, and everyone starts calling him Mr. Plough; it then winds its way
less surprisingly into the incipit of the song (track 3 of Gommalacca) that Franco Battiato dedicated to Maria Callas; it always emerges at the right moment in the soundtrack
of dozens of great films, such as Philadelphia, The Iron Lady, Oblomov, The Bridges of
Madison County and Dario Argento’s Opera. And when the lira was still being used, it
PROGRAMME NOTES
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even appeared as an icon on the back of the five thousand lira note. The fame of “Casta diva” is worldwide, transversal, multimedial, and knows absolutely no borders: The
Simpsons and pop music, science fiction cinema and sentimental comedy, commercials
and progressive advertising: they all feel they have the right and duty to appropriate that
elemental, essential melody in F major that Bellini’s exquisitely delicate fioritura in a
purely improvised style has made so melodiously cantabile without resorting in any way
to agile canto. And it cannot be said that it was not until we had reached the age of the
technical reproduction of works of art that it became successful … “Casta diva” has not
only expanded in space, but also in time. Fryderyk Chopin, for example, used it as a
model for his melodic invention, based on rubato, suspension, naturalness and on the
flexibility of the breath mark (and he even drafted a Study for pianoforte that he never completed); first-class composers such as Thalberg and Bottesini used it for paraphrases and variations of unbridled virtuosity. Nevertheless, technically speaking, the
priestess Norma’s prayer to the moon is nothing other than a Cantabile, or rather, the
second tempo of the so-called, inevitable “solita forma”, the quadripartite scene that
according to Abramo Basevi, is the foundation of Italian melodrama in the thirties (and
that, if the truth be told, continues until Verdi’s later dramas). In the prescribed architecture of the grand dramatic scenes it is preceded by the Tempo di attacco (“Sediziose
voci”) and followed by the Tempo di mezzo (“Fine al rito”) and by the customary Cabaletta (“Ah! Bello a me ritorna”). Otherwise, the melodic ductus proceeds in symmetrical periods, the intonation of the text is rigorously strophic and the fioritura is
kept within a limited range. A persuasive demonstration that, as usual, it is the infinitely simple that generates the infinitely complex.
GAETANO DONIZETTI, “Una furtiva lagrima” from L’elisir d’amore
Perhaps it never gained the timeless popularity of “Casta diva”, but “Una furtiva lagrima” (rigorously with a ‘g’), or rather the romanza that Nemorino strikes up in the
eighth scene of the second act of Gaetano Donizetti’s L’elisir d’amore, has not done at
all badly either in the hit parade of opera arias that the pop culture has taken over with
such insouciance. The cinema, for example, ‘stole’ it more than once from its mother
opera, placing it in the most diverse and contrasting narrative contexts: the unforgettable sequence of Mamma Roma, perhaps Pasolini’s most visionary and tragic film,
when the ‘boys of life’ sing it to Ettore, son of the main character who is played by Anna Magnani. But the first lines of the aria (which is hardly ever heard in its entirety) also appear in John Houston’s Prizzi’s Honour, Woody Allen’s Match Point, and as a real leitmotif, in An Unfinished Piece for a Player Piano by Nikita Mikhalkov, to name
but a few. The versatility, or rather the true interchangeability of “Una furtiva lagrima”
in the domain of music today depends to a considerable degree on the highly fertile ambiguity of its stylistic status: basically it is a typically larmoyant cantabile that has been
put in the narrative context of a comic opera; a fragment of opéra pathétique in the inexorable mechanism of Italian opera in the comic style. And it is this estrangement, or
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GUIDO BARBIERI
rather this authentic disorientation that makes it so irresistibly abstract, eternally out
of context and always isolated in its absolute rhetorical perfection. As is the case in
some of the famous passages of Rossini’s comic opera (the Rondò finale in Cenerentola or Rosina’s aria in the Barbiere), Nemorino’s “palpito” for the tear of jealousy that
appears in Adina’s eyes could be extracted from its own natural habitat without suffering from any stylistic nostalgia … Furthermore, it is only the viewer’s omniscience
that knows that that tear, no matter how spontaneous, is actually the fruit of an ingenious trick that only the genius ex machina of Doctor Dulcamara is aware of …
NIKOLAI RIMSKY-KORSAKOV, Neapolitan song op. 63, from Funiculì funiculà
by Luigi Denza
In the years when the Cold War was thawing, a long time before all the walls fell, the
legendary Red Army Choir would travel across Italy from north to south, subjecting
themselves to massacring state tournées, with the objective of showing the West the cordial and ancient face of the Soviet people. With the support, at times also material, of
the biggest Communist party in the West … To reinforce the pact of friendship between
the two countries, without fail each concert would end with a piece that was destined
to arouse the audience’s enthusiasm: the Russian version of a piece that, according to
the leaders of the Choir, represented the epitome of the Italian spirit and was also meant
to release a wave of infectious sympathy: Funiculì funiculà. In the confusion of an incomprehensible Russian text the Italian audience was only able to identify the refrain,
left in Neapolitan, and that inevitably went: “iamma, iamma, iamma coppa ia, fugniculì, fugniculì, fugniculì, fugnicolà”… Sympathy was guaranteed, even if not for exactly patriotic reasons … But, written in 1880 by Giuseppe Turco and Luigi Denza to
celebrate the opening of the first cable railway on the Vesuvius, how did this song, one
that was such a typically native song, become so famous in the heart of the distant Soviet Union? Nikolai Rimsky-Korsakov deserves both the merit and blame in equal
measures; driven by his proverbial taste for Mediterranean exoticism, in 1907 he transcribed for the orchestra the motif of a song that had become famous immediately, also beyond the limited confines of the Feste di Piedigrotta and had even already been
used by Richard Strauss in his symphonic poem Aus Italien. Rimsky’s version is moderate, without any patriotic emphasis whatsoever, and enriched by a two-piece counterpoint that is extremely singable. Embellished with a certain impressionist colour, the
instrumentation is also very delicate. However, the Red Army Choir must have been
rather distracted when they listened to it …
GIACOMO PUCCINI, “Vissi d’arte” from Tosca
A moment’s googling writing the words “vissi d’arte” and in just 25 hundredths of a
second you have the following results: 1. Aria for soprano in the second act of Tosca
by Giacomo Puccini. 2. Vissi d’arte (I lived for art) and cooking: Cream the butter with
PROGRAMME NOTES
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Il frontespizio della prima edizione di Funiculì funiculà di Luigi Denza (Milano, Ricordi, 1880), la canzone napoletana cui attinse Nikolaj Rimskij-Korsakov per la sua Neapolitanskaja pesenka per orchestra op. 63 (1907).
the icing sugar … 3. The music association Vissi d’arte was founded in Poirino by
Valentina Oddenino. 4. Welcome to Vissi d’arte, your holiday home in Rome … 5.
When I was young, I lived for art; above all, I discovered what was fashionable … This
is probably also a sign of transversal diffusion, field migration, osmosis between what
had once been called an élite culture and what was also a mass culture. And that now,
perhaps they have lost their respective borders in the univocal, pervasive “society of entertainment”. It is therefore difficult to go back to number 1 without suffering any
harm and covering numbers 2, 3, 4 and 5. With the passing of time, the intimate prayer
when Floria Tosca is talking to God, the “a parte” grieving in which she asks the reason for such suffering, has actually lost its meaning as a confession, as solitary meditation in the face of such pain, and has taken on the characteristics of a catchy hit, a famous “song” whose title you remember but not the motif … A strange destiny for a
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GUIDO BARBIERI
“perfect” page that, however, to Puccini’s ears, had one huge defect: that of suddenly
stopping the action at a moment of great dramatic tension, when the vanity of the terrible pact Scarpia forced Floria into is about to explode: Mario’s life in exchange for a
moment of love. The effect is perfectly overturned: precisely because the action suddenly stops, in the immobile image of the “prayer”, the spectator is able to grasp
Tosca’s thoughts that are going back over her entire life in a flash, and does not even
find a reason that justifies her “punishment”. Furthermore, it is with great naturalness
that the structure of the passage grasps the flow of memory, and in a way, it even acts
as its graphic portrayal: the initial section in minor, accompanied by the false bourdon
of the orchestra, the transition to major that, according to Michele Girardi, does not
change the “psalm-like tone” of the melody, the orchestra that recollects Tosca’s entrance in the first act, the passionate peak of the voice reaching the high B flat, and the
relapse of the melodic ductus towards the deeper region of the voice. If it exists, this is
what the sound of memory must be.
RUGGERO LEONCAVALLO, Mattinata
The smooth, fluent and slightly impertinent insouciant melody of Mattinata by Leoncavallo might make you smile with its disenchanted (and apparent …) ingenuousness.
Nevertheless, hidden in this ancien régime-salon romance that is still alive today is an
extraordinary primacy: that of being the first commercial product in the history of educated music. The facts went roughly like this. The date is 8th April 1904, the place a
luxurious hotel in Manhattan, New York City. In one of the official rooms a very basic recording studio has been set up at the last minute. In actual fact, there is just a
large gramophone with a horn that can record not more than three minutes’ music at
a go. Having just arrived in America, Ruggero Leoncavallo is sitting rather nervously
at the piano. Just a few centimetres away from the horn mouthpiece is Enrico Caruso, who had already settled in the United States. There is neither a microphone nor the
possibility to record over; the recording has to be ‘live’ and with no mistakes. And the
Caruso & Leoncavallo company makes no mistake: Mattinata, in three minutes exactly, ends up on a roll and from there is taken straight to the Gramophone Company offices; a couple of thousand copies of the record are made and it soon becomes an
incredible commercial success. Radios all over the world play it non-stop and also
thanks to Caruso’s soft, powerful voice, Leoncavallo’s romance becomes a ‘worldwide’ hit. It was the first time that had ever happened. In 1902 Caruso had already
achieved the record for the first song cut on disc with “Giunto sul passo estremo”
from Boito’s Mefistofele but this time a true commercial product had ended up inside
the gramophone mouthpiece – a dancing, smiling melody that was perfectly suited to
“market” demand. And for the first time in history, the success of a music piece was
not determined by its reception by the audience in a theatre or by the sale of scores
but by the number of copies the record sold. An epochal “revolution”: the romance in
the age of its mechanical reproduction.
PROGRAMME NOTES
27
PIETRO MASCAGNI, Intermezzo from Cavalleria rusticana
Strangely enough, all great nineteenth-century Italian opera composers have a ‘speciality’ that distinguishes them from others: Rossini’s crescendo, Donizetti’s “grand dramatic scene”, Bellini’s melodic symmetry, Verdi’s scenic word, and Puccini’s conversation canto. This trademark is not necessarily what each composer does best; for
example, Verdi is a master at treating voices, Puccini stands out for his ars rhetorica of
emotions, while Rossini’s arrangements of the act finales are irresistible. However, it is
their brand that makes them unique; it is their unique mark, their coat-of-arms of nobility …. Pietro Mascagni’s speciality is, without a doubt, the intermezzo. In each of his
dramas, from the most important to the least important, at one precise strategically calculated point, there is a precious instrumental oasis that nearly always separates and
unites two mother scenes, two canonical moments. L’amico Fritz, I Rantzau, Silvano,
Isabeau, and of course Cavalleria rusticana offer some of the most intense and effective instrumental pages of the entire Italian nineteenth century, which was wrongly considered the exclusive dominion of canto. The absolute masterpiece of its kind is by far
the Intermezzo from Cavalleria, composed in 1890. Strange though it might seem for
a drama that perfunctorily calls itself “realistic”, Mascagni’s stylistic reference here is
the typical entr’acte of French opéra lyrique, a “symphonic” scene of a descriptive nature that is performed with the curtain down between the two acts of the opera. But
with several significant differences: the intermezzo in Cavalleria is part of the drama,
squeezed between the dramatic duet of “jealousy” between Santuzza and Turiddu and
the toasting scene that preludes the epilogue of blood and knives. It is a sort of prayer,
ample, solemn, ceremonial and prevalently played by the strings and accompanied by
the harp and organ: the soloist flautist only has the iridescent embellishments that link
the two pieces of the passage. The structure is divided into two: after a skilfully dramatically constructed pause, the introduction is followed by the main hymnody motif,
reinforced at the end by a series of skilful sforzando and ending with a pianissimo, almost morendo. Only three minutes but three minutes that stab you in the stomach with
a much sharper blade than Compar Alfio’s.
GIUSEPPE VERDI, “Amami, Alfredo” from La traviata, “Va’ pensiero sull’ali dorate”
from Nabucco, “Libiam ne’ lieti calici” from La traviata
One of the clichés that is deeply embedded in the collective imagination is that of
Giuseppe Verdi’s “Italianness”. Verdi the patriot, Verdi the champion of the national
spirit, Verdi, hero of the heroic deeds of the Risorgimento. As is the case with all stereotypes, it is a myth that is devoid of any foundation. Unlike Francesco Maria Piave, his
hounded libretto writer, the composer of Nabucco and Ernani never took part in
Risorgimento movements, neither physically nor mentally. On the contrary, he always
prudently kept his distance from any political debates. One can count on one hand how
many public declarations he made for the fight for independence in his letters. Even
28
GUIDO BARBIERI
Daniela Dessì canta «Vissi d’arte» nel secondo atto di Tosca al Teatro La Fenice, 2008; direttore Daniele Callegari, regia di Robert Carsen, scene e costumi di Anthony Ward. Foto © Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
during the four years when he was involved in Parliament (but even then he never
spoke up even once …), he limited himself to blindly following the indications from his
only mentor: Camillo Benso, Count of Cavour … And if one looks more closely, his
musical dramas are also significantly distant from the tradition of Italian opera from
those times or the recent past. This is most evident in the operas comprising Verdi’s triptych in the New Year’s Concert. The formal model of Nabucco is certainly that of the
Parisian grand opéra, a national opera yes, but French. And the vocal melos of La traviata, has very little in common with the tradition of Italian melodrama in the thirties,
at the most, it is more similar to French opera lyrique. In any case, two dramas that
differ immensely: one is deeply rooted in history, the other unashamedly in the present.
In both, though, the main theme appears, the true leitmotif of Verdi’s operas: the conflict between the individual and power, the implacable conflict between the search for
happiness and the blind rules of social “reason”. This is where the profoundly political dimension of Verdi’s operatic thought is to be found; certainly not in any public documents or official declarations. And this is a highly “revolutionary” thought.
Translated by Tina Cawthra
Testi vocali
VINCENZO BELLINI
Norma: «Casta diva»
NORMA
Casta diva, che inargenti
queste sacre antiche piante,
a noi volgi il bel sembiante
senza nube e senza vel.
CORO
Casta diva, che inargenti
queste sacre antiche piante,
a noi volgi il bel sembiante
senza nube e senza vel.
NORMA
Tempra tu de’ cori ardenti,
tempra ancor lo zelo audace,
spargi in terra quella pace
che regnar tu fai nel ciel.
CORO
Spargi in terra quella pace
che regnar tu fai nel ciel.
(testo di Felice Romani)
Il tenore Enrico Caruso con un fonografo Victrola, 1910 c.. Washington, Library of Congress, George Grantham
Bain Collection. La romanza Mattinata di Ruggero Leoncavallo fu il primo brano composto espressamente per
l’incisione in disco, effettuata nell’aprile 1904 dalla Gramophone Company con la voce di Enrico Caruso e lo stesso Leoncavallo al pianoforte.
30
TESTI VOCALI
GAETANO DONIZETTI
L’elisir d’amore: «Una furtiva lagrima»
NEMORINO
Una furtiva lagrima
negli occhi suoi spuntò…
Quelle festose giovani
invidïar sembrò…
Che più cercando io vo?
M’ama, lo vedo.
Un solo istante i palpiti
del suo bel cor sentir!…
I miei sospir confondere
per poco a’ suoi sospir!…
Cielo, si può morir;
di più non chiedo.
(testo di Felice Romani)
GIACOMO PUCCINI
Tosca: «Vissi d’arte»
TOSCA (nel massimo dolore)
Vissi d’arte, vissi d’amore, non feci mai
male ad anima viva!
Con man furtiva
quante miserie conobbi, aiutai…
Sempre con fe’ sincera,
la mia preghiera
ai santi tabernacoli salì.
Diedi fiori agli altar, diedi gioielli
della Madonna al manto,
e diedi il canto
agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.
Nell’ora del dolore,
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
(testo di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica)
RUGGERO LEONCAVALLO
Mattinata
L’aurora di bianco vestita
già l’uscio dischiude al gran sol;
di già con le rosee sue dita
carezza de’ fiori lo stuol!
Commosso da un fremito arcano
intorno il creato già par;
e tu non ti desti, ed invano
mi sto qui dolente a cantar.
Metti anche tu la veste bianca
e schiudi l’uscio al tuo cantor!
Ove non sei la luce manca;
ove tu sei nasce l’amor.
(testo di Ruggero Leoncavallo)
31
TESTI VOCALI
Pasqua siciliana nell’intermezzo di Cavalleria rusticana al Teatro La Fenice, 2009; direttore Bruno Bartoletti, regia di Ermanno Olmi, scene di Arnaldo Pomodoro, costumi di Maurizio Millenotti. Foto © Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
GIUSEPPE VERDI
La traviata: «Amami, Alfredo»
VIOLETTA
Ed or si scriva a lui…
Che gli dirò?… chi men darà il coraggio?
(Scrive e poi suggella)
ALFREDO
Che fai?…
VIOLETTA (nascondendo la lettera)
Che fai?…Nulla.
ALFREDO
Che fai?…Nulla.Scrivevi?
VIOLETTA (confusa)
No… sì…
ALFREDO
No… sì…Qual turbamento!… A chi
[scrivevi?…
VIOLETTA
A te…
ALFREDO
A te…Dammi quel foglio.
VIOLETTA
A te…Dammi quel foglio.No, per ora…
ALFREDO
Mi perdona… son io preoccupato.
VIOLETTA (alzandosi)
Che fu?…
ALFREDO
Che fu?…Giunse mio padre…
VIOLETTA
Che fu?…Giunse mio padre…Lo vedesti?
32
TESTI VOCALI
«Ed or si scriva a lui»: l’inizio della scena dell’addio nel primo quadro del secondo atto della Traviata che culmina nella celebre frase «Amami, Alfredo». Teatro La Fenice, 2004; direttore Lorin Maazel, regia di Robert Carsen,
scene e costumi di Patrick Kinmonth; in scena Alfredo Saccà (Alfredo) e Patrizia Ciofi (Violetta). Foto © Michele
Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
ALFREDO
Ah no, severo scritto mi lasciava…
Però l’attendo, t’amerà in vederti…
VIOLETTA (molto agitata)
Ch’ei qui non mi sorprenda…
lascia che m’allontani… tu lo calma…
(Male frenando il pianto)
Ai piedi suoi mi getterò… divisi
ei più non ne vorrà… sarem felici…
Perché tu m’ami, Alfredo, non è vero?…
ALFREDO
Oh, quanto!… Perché piangi?…
VIOLETTA
Di lacrime avea d’uopo… or son
[tranquilla,
lo vedi?… ti sorrido…
(Forzandosi)
Sarò là, tra quei fior, presso a te sempre…
Amami, Alfredo, quant’io t’amo… Addio.
(Corre in giardino)
(testo di Francesco Maria Piave)
33
TESTI VOCALI
GIUSEPPE VERDI
Nabucco: «Va’ pensiero sull’ali dorate»
EBREI (incatenati e costretti al lavoro)
Va’ pensiero sull’ali dorate,
va’, ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano tepide e molli
l’aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
di Sïonne le torri atterrate…
Oh mia patria sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!
Arpa d’or dei fatidici vati,
perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
ci favella del tempo che fu!
O simìle di Solima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al patire virtù!
(testo di Temistocle Solera)
«Va’ pensiero sull’ali dorate», coro degli ebrei nel terzo atto di Nabucco al Teatro La Fenice, 2008; direttore Renato Palumbo, regia e scene di Günter Krämer, costumi di Falk Bauer. Foto © Michele Crosera. Archivio storico
del Teatro La Fenice.
GIUSEPPE VERDI
La traviata: Brindisi
ALFREDO
Libiam ne’ lieti calici
che la bellezza infiora,
e la fuggevol ora
s’inebrii a voluttà.
Libiam ne’ dolci fremiti
che suscita l’amore,
poiché quell’occhio al core
onnipotente va.
Libiamo; amor fra i calici
più caldi baci avrà.
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TESTI VOCALI
«Libiam ne’ lieti calici»: il Brindisi della Traviata nell’allestimento che inaugurò (novembre 2004) il Teatro La Fenice ricostruito; direttore Lorin Maazel, regia di Robert Carsen, scene e costumi di Patrick Kinmonth. In scena: Patrizia Ciofi (Violetta), Alfredo Saccà (Alfredo). Foto © Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
TUTTI
Libiamo; amor fra i calici
più caldi baci avrà.
VIOLETTA
Tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
tutto è follia nel mondo
ciò che non è piacer.
Godiam, fugace e rapido
è il gaudio dell’amore;
è un fior che nasce e muore,
né più si può goder.
Godiam, c’invita un fervido
accento lusinghier.
TUTTI
Godiam, la tazza e il cantico
le notti abbella e il riso;
in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.
VIOLETTA
La vita è nel tripudio…
ALFREDO
Quando non s’ami ancora.
VIOLETTA
Nol dite a chi l’ignora.
ALFREDO
È il mio destin così…
TUTTI
Godiam, la tazza e il cantico
le notti abbella e il riso;
in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.
(testo di Francesco Maria Piave)
Biografie
foto © Marco Caselli Nirmal
DIEGO MATHEUZ
Direttore principale del Teatro La Fenice dal luglio 2011 e direttore ospite principale dell’Orchestra Mozart dal novembre 2009 e della Melbourne Symphony Orchestra dall’agosto 2013, il ventinovenne violinista e direttore Diego Matheuz è uno dei frutti migliori del Sistema Nacional de
Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela fondato nel 1975 da José Antonio Abreu. Nato nel
1984, studia violino a Barquisimeto, sua città natale, e a Caracas. Il debutto internazionale come
direttore avviene nel marzo 2008 al Festival Casals di Puerto Rico con l’Orquesta Sinfónica de la
Juventud Venezolana Simón Bolívar. Nell’ottobre dello stesso anno debutta in Italia sul podio dell’Orchestra Mozart di Claudio Abbado, e nel 2009 sostituisce Antonio Pappano nelle tournée a
Milano, Torino e Lucerna dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Ha inoltre
debuttato con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, con il Maggio Musicale Fiorentino, con l’Orchestra Filarmonica della Scala e con l’Orchestra Verdi per il concerto conclusi-
36
BIOGRAFIE
CARMEN GIANNATTASIO
Carmen Giannattasio nasce ad Avellino e inizia giovanissima lo studio del pianoforte. Ammessa
al Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino, vi studia canto con Cecilia Valdenassi, Barbara Lazotti e Marilena Laurenza, ottenendo contemporaneamente una laurea in letteratura russa e
inglese presso l’Università di Salerno. Nel 1999-2001 frequenta l’Accademia di Perfezionamento
del Teatro alla Scala passando sotto l’influenza formativa della direttrice artistica della Scuola Leyla Gencer, il leggendario soprano turco presto divenuta suo
mentore. L’anno successivo vince a Parigi il Premio del Pubblico al concorso
Operalia 2002, fondato da Plácido Domingo per scoprire e promuovere i giovani talenti lirici del futuro. Rapidamente seguono ingaggi per ruoli principali
nei maggiori teatri d’opera del mondo,
che la identificano come interprete ideale del repertorio operistico rossiniano e
come una dei pochi soprani dotati della
tecnica vocale e della presenza scenica
necessarie per superare le formidabili
sfide del repertorio belcantistico. Paragonata per la presenza scenica ad Anna
Magnani e per la voce a Ileana Cotrubas
e Renata Scotto, nelle ultime due stagioni è stata Elvira in Don Giovanni
all’Arena di Verona, Vitellia nella Clemenza di Tito al Festival d’Aix-en-Provence, Alice in Robert le diable a
Salerno, Leonora nel Trovatore al Metropolitan di New York e alle Wiener
Festwochen, Violetta nella Traviata a
foto © Victor Santiago
vo del Festival di Spoleto 2010. Nell’ottobre 2010 debutta sulla scena lirica con Rigoletto al Teatro La Fenice, dove ha in seguito diretto La traviata, La bohème, Carmen, il Concerto di Capodanno 2012 (in diretta Rai Uno) e numerosi concerti sinfonici tra cui un recente ciclo Cajkovskij.
Oltre che in Italia, si è esibito a Londra con la Philharmonia e la Royal Philharmonic e a Berlino
in tournée con la Filarmonica della Scala, e ha diretto alcune delle principali orchestre europee (hrSinfonieorchester di Francoforte, Philharmoniker Hamburg, City of Birmingham Symphony,
Ceská filharmonie, Orchestre Philharmonique de Radio France, Orchestra della Radio Olandese,
Filarmonica di Stoccolma, Wiener Kammer Orchester, Mahler Chamber Orchestra) e internazionali (Israel Philharmonic, Los Angeles Philharmonic, Houston Symphony, National Arts Centre
Orchestra di Ottawa, Saito Kinen Orchestra di Seiji Ozawa, NHK Orchestra di Tokyo). Nominato nel 2013 direttore associato della Sinfónica Simón Bolívar, nell’estate 2013 ha preso parte alla
residenza del Sistema al Festival di Salisburgo, dirigendo alcuni concerti della Teresa Carreño
Youth Orchestra of Venezuela.
BIOGRAFIE
37
LAWRENCE BROWNLEE
Particolarmente richiesto nel repertorio lirico leggero ed eccellente belcantista per Rossini, Donizetti e Mozart, Lawrence Brownlee è apprezzato nei maggiori teatri per le agilità e le sensazionali colorature. Ha vinto importanti concorsi lirici tra cui le Metropolitan Opera National Council
Auditions, l’Aria Award, il Richard Tucker Award 2006 e il Marian Anderson Award 2006. La
sua carriera internazionale ha avuto inizio nel 2002 con il debutto al Teatro alla Scala come Almaviva nel Barbiere di Siviglia, ruolo ripreso poi al Metropolitan di New York, alla Staatsoper
Unter den Linden e alla Deutsche Oper di Berlino, alla Festspielhaus di Baden-Baden, alla Staatsoper di Vienna, al Grand
Théâtre di Ginevra, al Teatro
Real di Madrid, alla Houston
Grand Opera, alla Washington Opera, alla San Diego
Opera e di nuovo alla Scala.
Ha interpretato numerosi
ruoli rossiniani, tra cui Lindoro nell’Italiana in Algeri alla
Scala e all’Opéra di Parigi;
Narciso nel Turco in Italia a
Berlino, Tolosa e Amsterdam;
Ramiro nella Cenerentola al
Rossini Opera Festival di Pesaro, a Trieste, alla Bayerische
Staatsoper di Monaco e alla
Canadian Opera di Toronto;
Uberto nella Donna del lago a
Santa Fe; Belfiore e Libenskopf nel Viaggio a Reims al
Maggio Musicale Fiorentino,
Genova e Bruxelles; Ory nel
Comte Ory al Theater an der
Wien e a Bologna. Di Bellini
ha interpretato La sonnambula (Elvino) a San Gallo e alla
Staatsoper di Vienna; di Donizetti L’elisir d’amore alla
Staatsoper di Amburgo e La
fille du régiment (Tonio) ad
Amburgo e al Metropolitan di New York. Ha inoltre cantato Die Zauberflöte (Tamino) a Los Angeles e Les pêcheurs de perles (Nadir) a Copenaghen; i Carmina Burana, lo Stabat Mater di Rossini (con l’Orchestra di Santa Cecilia), Israel in Egypt e il Messiah di Händel in concerto; e la prima mondiale di 1984 (Syme) di Lorin Maazel al Covent Garden.
foto © Derek Blanks
Napoli e Hong Kong, Elisabetta in Don Carlo alla Staatsoper di Berlino, Desdemona in Otello al
Teatro Colón di Buenos Aires, Alice in Falstaff alla Scala di Milano e alla Los Angeles Opera e
Mimì nella Bohème al Covent Garden di Londra.
38
BIOGRAFIE
foto © Michele Crosera
ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE
La storia dell’Orchestra del Teatro La Fenice è legata a quella del teatro stesso, centro produttivo
di primaria importanza che nel corso dell’Ottocento ha presentato prime assolute di opere fondamentali nella storia del melodramma (Semiramide, I Capuleti e i Montecchi, Rigoletto, La traviata). Nella seconda parte del secolo scorso l’impegno dei complessi orchestrali si concentrò nell’internazionalizzazione del repertorio, ampliato anche sul fronte sinfonico-concertistico (con
solisti quali Enrico Mainardi, Mstislav Rostropovich, Edwin Fischer, Aldo Ferraresi, Arthur Rubinstein). Nel corso dell’Otto e Novecento, sul podio dell’Orchestra si susseguirono celebri direttori e compositori: Lorenzo Perosi, Giuseppe Martucci, Arturo Toscanini, Antonio Guarnieri, Richard Strauss, Pietro Mascagni, Giorgio Ghedini, Ildebrando Pizzetti, Goffredo Petrassi, Alfredo
Casella, Gian Francesco Malipiero, Willy Ferrero, Leopold Stokowski, Fritz Reiner, Vittorio Gui,
Tullio Serafin, Giuseppe Del Campo, Nino Sanzogno, Ermanno Wolf-Ferrari, Carlo Zecchi, John
Barbirolli, Herbert Albert, Franco Ferrara, Guido Cantelli, Thomas Schippers, Dimitri Mitropou-
los. Nel 1938 il Teatro La Fenice divenne Ente Autonomo: anche l’Orchestra vide un riassetto e
un rilancio, grazie pure all’attiva partecipazione al Festival di Musica Contemporanea della Biennale d’Arte. Negli anni Quaranta e Cinquanta sotto la guida di Scherchen, Bernstein, Celibidache
(impegnato nell’integrale delle sinfonie beethoveniane), Konwitschny (nell’integrale del Ring wagneriano) e Stravinskij, la formazione veneziana diede vita a concerti di portata storica. Negli anni, si sono susseguiti sul podio veneziano i più celebri direttori d’orchestra, tra i quali ricordiamo
ancora: Bruno Maderna, Herbert von Karajan, Karl Böhm, Claudio Abbado, Riccardo Muti, Georges Prêtre, Eliahu Inbal, Seiji Ozawa, Lorin Maazel, Riccardo Chailly, Myung-Whun Chung (recente protagonista della doppia inaugurazione della stagione 2012-2013 con Otello e Tristan und
Isolde per il bicentenario Verdi Wagner). Notevole la proposta di opere contemporanee come The
Rake’s Progress di Stravinskij e The Turn of the Screw di Britten negli anni Cinquanta (entrambe
BIOGRAFIE
39
in prima rappresentazione assoluta), Aus Deutschland (in prima rappresentazione italiana) ed
Entführung im Konzertsaal (in prima rappresentazione assoluta) di Mauricio Kagel, e recentemente, in prima rappresentazione assoluta, Medea di Adriano Guarnieri (Premio Abbiati 2003),
Signor Goldoni di Luca Mosca e Il killer di parole di Claudio Ambrosini (Premio Abbiati 2010).
Da segnalare inoltre la prima esecuzione assoluta del recentemente ritrovato Requiem giovanile di
Bruno Maderna e, nelle ultime due stagioni, le riprese di Intolleranza 1960 di Luigi Nono e Lou
Salomé di Giuseppe Sinopoli (quest’ultima in prima italiana). In ambito sinfonico l’Orchestra si è
cimentata in vasti cicli, tra cui quelli dedicati a Berg, Mahler e Beethoven, sotto la direzione di
maestri quali Sinopoli, Kakhidze, Masur, Barshai, Tate, Ahronovitch, Kitajenko, Inbal, Temirkanov. Formazione che si pone fra le più interessanti realtà del panorama italiano, l’Orchestra del
Teatro La Fenice svolge regolarmente tournée in Italia e all’estero (di recente in Polonia, Francia,
Danimarca, Giappone, Cina, Emirato di Abu Dhabi), riscuotendo calorosi consensi di pubblico e
critica. Tra i direttori principali dell’Orchestra negli ultimi anni si sono alternati Eliahu Inbal (ricordiamo le sue integrali delle sinfonie di Beethoven e di Mahler), Vjekoslav Sutej, Isaac Karabtchevsky (che ha realizzato l’integrale delle sinfonie di Mahler); tra i principali direttori ospiti
ricordiamo Jeffrey Tate. Dal 2002 al 2004 il direttore musicale è stato il compianto Marcello Viotti, che ha diretto l’Orchestra del Teatro La Fenice in opere quali Thaïs, Les pêcheurs de perles, Le
roi de Lahore. Dal 2007 al 2009 gli è succeduto Eliahu Inbal, che ha diretto quattro importanti
produzioni operistiche: Elektra, Boris Godunov, il dittico Von heute auf morgen - Pagliacci e Die
tote Stadt. Diego Matheuz è l’attuale direttore principale, nominato nel luglio 2011.
CORO DEL TEATRO LA FENICE
È una formazione stabile i cui componenti sono selezionati con concorsi internazionali. All’impegno nella programmazione operistica del Teatro (in sede e fuori) esso ha progressivamente affiancato una crescente presenza nel repertorio sacro, sinfonico e cameristico. Oggi costituisce un punto fermo anche nella programmazione sinfonica della Fenice e svolge attività concertistica in Italia
ed all’estero sia con l’Orchestra della Fenice che in formazioni autonome o con altri complessi orchestrali. Nell’ultimo dopoguerra ne hanno curato la quotidiana preparazione Sante Zanon, Corrado Mirandola, Aldo Danieli, Ferruccio Lozer, Marco Ghiglione, Vittorio Sicuri, Giulio Bertola,
Giovanni Andreoli, Guillaume Tourniaire, Piero Monti, Emanuela Di Pietro e attualmente Claudio Marino Moretti. Tra i direttori con i quali il coro ha collaborato in tempi recenti si annoverano Abbado, Ahronovitch, Arena, Bertini, Campori, Chung, Clemencic, Ferro, Fournier, Gavazzeni, Gelmetti, Horvat, Inbal, Kakhidze, Kitajenko, Maazel, Marriner, Melles, Muti, Oren, Pesko,
Prêtre, Santi, Semkov, Sinopoli, Tate, Temirkanov, Thielemann. Il repertorio spazia dal XVI al XXI
secolo. Fra le incisioni discografiche ricordiamo Il barbiere di Siviglia con Claudio Abbado e Thaïs
di Massenet con Marcello Viotti. Fra i più significativi impegni recenti, l’Oratorio di Natale e la
Messa in si minore di Bach con Riccardo Chailly e Stefano Montanari, il War Requiem di Britten
con Bruno Bartoletti, le prime esecuzioni assolute del Requiem di Bruno Maderna e del Killer di
parole di Claudio Ambrosini con Andrea Molino, Intolleranza di Luigi Nono e Lou Salomé di
Giuseppe Sinopoli con Lothar Zagrosek.
Teatro La Fenice, il Concerto di Capodanno 2012-2013 (con Sir John Eliot Gardiner, Desirée Rancatore e
Saimir Pirgu). Foto © Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
a
b
c
Teatro La Fenice, i Concerti di Capodanno: a 2011-2012 (con Diego Matheuz, Jessica Pratt, Walter Fraccaro ed Alex Esposito), b 2010-2011 (con Daniel Harding, Desirée Rancatore, Antonio Poli e Luca Pisaroni) e c 2009-2010 (con Sir John Eliot Gardiner, Anna Caterina Antonacci e Francesco Meli). Foto © Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
d
e
f
Teatro La Fenice, i Concerti di Capodanno: d 2008-2009 (con Georges Prêtre, Mariella Devia e Masimiliano Pisapia), e 2007-2008 (con Roberto Abbado, Barbara Frittoli, Walter Fraccaro e Ferruccio Furlanetto) ed f 2006-2007 (con Kazushi Ono, Dimitra Theodossiou, Giuseppe Filianoti, Roberto Frontali e
Massimo Quarta). Foto © Michele Crosera. Archivio storico del Teatro La Fenice.
g
h
i
Teatro La Fenice, i Concerti di Capodanno: g 2005-2006 (con Kurt Masur, Fiorenza Cedolins, Joseph Calleja e Roberto Scandiuzzi), h 2004-2005 (con Georges Prêtre, Annalisa Raspagliosi e Giuseppe Gipali) ed i
2003-2004 (con Lorin Maazel, Stefania Bonfadelli e Roberto Aronica). Foto © Michele Crosera. Archivio
storico del Teatro La Fenice.
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
Giorgio Orsoni
presidente
Giorgio Brunetti
vicepresidente
Marco Cappelletto
Fabio Cerchiai
Cristiano Chiarot
Achille Rosario Grasso
Mario Rigo
Luigino Rossi
Francesca Zaccariotto
Gianni Zonin
consiglieri
sovrintendente
Cristiano Chiarot
direttore artistico
Fortunato Ortombina
direttore principale
Diego Matheuz
COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI
Anna Maria Ustino, presidente
Annalisa Andreetta
Giampietro Brunello
Andreina Zelli, supplente
SOCIETÀ DI REVISIONE
PricewaterhouseCoopers S.p.A.
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia Struttura Organizzativa
SOVRINTENDENZA
Cristiano Chiarot sovrintendente
Rossana Berti
Cristina Rubini
DIREZIONI
OPERATIVE
PERSONALE E SVILUPPO
ORGANIZZATIVO
MARKETING - COMMERCIALE
E COMUNICAZIONE
AMMINISTRATIVA E CONTROLLO
Giorgio Amata
Giampiero Beltotto
Mauro Rocchesso
direttore
Stefano Callegaro
Giovanna Casarin
Antonella D’Este
Alessandro Fantini
Lucio Gaiani
Alfredo Iazzoni
Renata Magliocco
Lorenza Vianello
Fabrizio Penzo
direttore
Nadia Buoso
responsabile della biglietteria
Laura Coppola
Alessia Libettoni
Jacopo Longato
Andrea Pitteri
UFFICIO STAMPA
Barbara Montagner
responsabile
Pietro Tessarin
direttore
Anna Trabuio
Dino Calzavara
Tiziana Paggiaro
Lorenza Bortoluzzi
SERVIZI GENERALI
Ruggero Peraro
responsabile
nnp *
Liliana Fagarazzi
Stefano Lanzi
Nicola Zennaro
Marco Giacometti
ARCHIVIO STORICO
Domenico Cardone
direttore
Marina Dorigo
Franco Rossi
consulente scientifico
AREA FORMAZIONE E MULTIMEDIA
Simonetta Bonato
responsabile
Andrea Giacomini
Thomas Silvestri
Alessia Pelliciolli
a termine
* nnp nominativo non pubblicato per mancato consenso
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia Struttura Organizzativa
DIREZIONE
ARTISTICA
Fortunato Ortombina direttore artistico
Diego Matheuz direttore principale
Bepi Morassi direttore della produzione
Franco Bolletta consulente artistico per la danza
SEGRETERIA ARTISTICA
DIREZIONE SERVIZI DI ORGANIZZAZIONE
DELLA PRODUZIONE
DIREZIONE ALLESTIMENTO
SCENOTECNICO
Pierangelo Conte
Lorenzo Zanoni
Massimo Checchetto
segretario artistico
Lucas Christ
UFFICIO CASTING
Anna Migliavacca
Monica Fracassetti
SERVIZI MUSICALI
Cristiano Beda
Salvatore Guarino
Andrea Rampin
Francesca Tondelli
ARCHIVIO MUSICALE
Gianluca Borgonovi
Marco Paladin
a termine
direttore di scena e palcoscenico
Valter Marcanzin
direttore
Carmen Attisani
Lucia Cecchelin
Area tecnica
responsabile produzione
Silvia Martini
Fabio Volpe
Paolo Dalla Venezia
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia Area Tecnica
Macchinisti,
falegnameria,
magazzini
Elettricisti
Audiovisivi
Attrezzeria
Massimiliano Ballarini
capo reparto
Andrea Muzzati
vice capo reparto
Roberto Rizzo
vice capo reparto
Paolo De Marchi
responsabile
falegnameria
Michele Arzenton
Pierluca Conchetto
Roberto Cordella
Antonio Covatta
nnp*
Dario De Bernardin
Roberto Gallo
Michele Gasparini
Roberto Mazzon
Carlo Melchiori
Francesco Nascimben
Francesco Padovan
Claudio Rosan
Stefano Rosan
Paolo Rosso
Massimo Senis
Luciano Tegon
Mario Visentin
Andrea Zane
Mario Bazzellato
Vitaliano Bonicelli
Franco Contini
Cristiano Gasparini
Luca Micconi
Stefano Neri
Giovanni Pancino
Paolo Scarabel
Vilmo Furian
capo reparto
Fabio Barettin
vice capo reparto
Costantino Pederoda
vice capo reparto
Alberto Bellemo
Andrea Benetello
Marco Covelli
Federico Geatti
Roberto Nardo
Maurizio Nava
Marino Perini
nnp*
Alberto Petrovich
nnp*
Luca Seno
Teodoro Valle
Giancarlo Vianello
Massimo Vianello
Roberto Vianello
Alessandro Diomede
Michele Voltan
Alessandro Ballarin
capo reparto
Michele Benetello
Cristiano Faè
Stefano Faggian
Tullio Tombolani
Marco Zen
Roberto Fiori
Marcello Valonta
capo reparto
Gioargio Mascia
Sara Valentina
Bresciani
vice capo reparto
Salvatore De Vero
Vittorio Garbin
Romeo Gava
Dario Piovan
Paola Ganeo
Roberto Pirrò
a termine
* nnp nominativo non pubblicato per mancato consenso
Interventi
scenografici
Sartoria
e vestizione
Carlos Tieppo
capo reparto
Bernadette Baudhuin
Emma Bevilacqua
Luigina Monaldini
Valeria Boscolo
Stefania Mercanzin
Paola Milani
addetta calzoleria
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia Area Artistica
Diego Matheuz
direttore principale
Roberta Ferrari
maestro di sala
ORCHESTRA
DEL
TEATRO L A FENICE
Violini primi
Viole
Flauti
Trombe
Roberto Baraldi
Enrico Balboni
Fulvio Furlanut •
Nicholas Myall •
Mauro Chirico
Loris Cristofoli
Andrea Crosara
Roberto Dall’Igna
Elisabetta Merlo
Sara Michieletto
Martina Molin
Annamaria Pellegrino
Daniela Santi
Xhoan Shkreli
Anna Tositti
Anna Trentin
Maria Grazia Zohar
Daniel Formentelli •
Alfredo Zamarra •
Francesco Negroni •
Antonio Bernardi
Lorenzo Corti
Paolo Pasoli
Maria Cristina Arlotti
Elena Battistella
Rony Creter
Margherita Fanton
Valentina Giovannoli
Anna Mencarelli
Stefano Pio
Giuseppe Francese
Angelo Moretti •
Andrea Romani •
Luca Clementi
Fabrizio Mazzacua
Piergiuseppe Doldi •
Fabiano Maniero •
Vinicio Allegrini •
Mirko Bellucco
Eleonora Zanella
Violini secondi
Alessandro Cappelletto •
Gianaldo Tatone •
Samuel Angeletti Ciaramicoli
Nicola Fregonese
Alessio Dei Rossi
Maurizio Fagotto
Emanuele Fraschini
Maddalena Main
Luca Minardi
Mania Ninova
Suela Piciri
Elizaveta Rotari
Aldo Telesca
Livio Salvatore Troiano
Johanna Verheijen
Violoncelli
Emanuele Silvestri •
Alessandro Zanardi •
Luca Magariello •
Nicola Boscaro
Marco Trentin
Bruno Frizzarin
Paolo Mencarelli
Filippo Negri
Antonino Puliafito
Mauro Roveri
Renato Scapin
Contrabbassi
Matteo Liuzzi •
Stefano Pratissoli •
Massimo Frison
Walter Garosi
Ennio Dalla Ricca
Giulio Parenzan
Marco Petruzzi
Denis Pozzan
Ottavino
Franco Massaglia
primo violino di spalla
• prime parti
a termine
Oboi
Rossana Calvi •
Marco Gironi •
Angela Cavallo
Valter De Franceschi
Tromboni
Corno inglese
Tromboni bassi
Renato Nason
Clarinetti
Giuseppe Mendola •
Domenico Zicari •
Federico Garato
Athos Castellan
Claudio Magnanini
Vincenzo Paci •
Federico Ranzato
Claudio Tassinari
Tube
Fagotti
Timpani
Roberto Giaccaglia •
Marco Giani •
Roberto Fardin
Massimo Nalesso
Controfagotto
Fabio Grandesso
Corni
Konstantin Becker •
Andrea Corsini •
Loris Antiga
Adelia Colombo
Stefano Fabris
Guido Fuga
Alessandro Ballarin
Alberto Azzolini
Dimitri Fiorin •
Matteo Modolo •
Percussioni
Claudio Cavallini
Gottardo Paganin
Fabio Dalla Vedova
Cristiano Torresan
Pianoforte
Carlo Rebeschini •
Arpa
Nabila Chajai •
Organo
Ulisse Trabacchin
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia Area Artistica
Claudio Marino Moretti
maestro del Coro
CORO
DEL
Ulisse Trabacchin
altro maestro del Coro
TEATRO L A FENICE
Soprani
Alti
Tenori
Bassi
Nicoletta Andeliero
Cristina Baston
Lorena Belli
Anna Maria Braconi
Lucia Braga
Caterina Casale
Mercedes Cerrato
Emanuela Conti
Chiara Dal Bo’
Milena Ermacora
Susanna Grossi
Michiko Hayashi
Maria Antonietta Lago
Anna Malvasio
Loriana Marin
Antonella Meridda
Alessia Pavan
Lucia Raicevich
Andrea Lia Rigotti
Ester Salaro
Elisa Savino
Alessandra Giudici
Sabrina Mazzamuto
Valeria Arrivo
Mafalda Castaldo
Claudia Clarich
Marta Codognola
Roberta De Iuliis
Simona Forni
Elisabetta Gianese
Manuela Marchetto
Eleonora Marzaro
Misuzu Ozawa
Gabriella Pellos
Francesca Poropat
Orietta Posocco
Nausica Rossi
Paola Rossi
Mariaelena Fincato
Alessia Franco
Domenico Altobelli
Ferruccio Basei
Cosimo D’Adamo
Dionigi D'Ostuni
Enrico Masiero
Carlo Mattiazzo
Stefano Meggiolaro
Roberto Menegazzo
Dario Meneghetti
Ciro Passilongo
Marco Rumori
Bo Schunnesson
Salvatore Scribano
Massimo Squizzato
Paolo Ventura
Bernardino Zanetti
Salvatore De Benedetto
Giovanni Deriu
Eugenio Masino
Giuseppe Accolla
Carlo Agostini
Giampaolo Baldin
Julio Cesar Bertollo
Antonio Casagrande
Antonio S. Dovigo
Salvatore Giacalone
Umberto Imbrenda
Massimiliano Liva
Gionata Marton
Nicola Nalesso
Emanuele Pedrini
Mauro Rui
Roberto Spanò
Franco Zanette
Enzo Borghetti
Emiliano Esposito
a termine
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
LIRICA
E BALLETTO 2013-2014
Teatro La Fenice
23 / 26 / 27 / 29 / 30 novembre
1 dicembre 2013
L’africaine
(L’africana)
musica di
Giacomo Meyerbeer
personaggi e interpreti principali
Inès Jessica Pratt / Zuzana Marková
Vasco de Gama Gregory Kunde /
Antonello Palombi
Sélika Veronica Simeoni / Patrizia
Biccirè
Nélusko Angelo Veccia / Luca Grassi
maestro concertatore e direttore
Emmanuel Villaume
regia Leo Muscato
scene Massimo Checchetto
costumi Carlos Tieppo
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
Teatro Malibran
17 / 19 / 21 / 23 / 25 gennaio 2014
La scala di seta
musica di
Gioachino Rossini
personaggi e interpreti principali
Dormont David Ferri Durà
Giulia Irina Dubrovskaya
Lucilla Paola Gardina
Dorvil Giorgio Misseri
maestro concertatore e direttore
Alessandro De Marchi
regia Bepi Morassi
scene, costumi e luci Scuola di
scenografia dell’Accademia di
Belle Arti di Venezia
Orchestra del Teatro La Fenice
nuovo allestimento Fondazione Teatro
La Fenice nell’ambito del progetto Atelier
della Fenice al Teatro Malibran
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
nuovo allestimento Fondazione Teatro
La Fenice nel 150° anniversario della morte
di Giacomo Meyerbeer
Eifman Ballet di San Pietroburgo
Onegin
prima rappresentazione italiana
Boris Eifman
musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij e
Aleksandr Sitkoveckij
coreografia di
personaggi e interpreti principali
Onegin Oleg Gabyšev / Sergej
Volobuev / Evgenij Grib
Tat’jana Ljubov’ Andreeva / Alina
Bakalova
Lenskij Dmitrij Fišer / Dmitrij Savinov
/ Nikolaj Radzjuš
Zinovij Margolin
costumi Olga Šaišmelašvili, Pëtr
Okunev
scene
La traviata
musica di
Giuseppe Verdi
personaggi e interpreti principali
Violetta Valéry Irina Lungu / Venera
Gimadieva
Alfredo Shalva Mukeria / Attilio
Glaser
Germont Vladimir Stoyanov
maestro concertatore e direttore
Diego Matheuz
regia Robert Carsen
scene e costumi Patrick Kinmonth
coreografia Philippe Giraudeau
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Teatro La Fenice
24 / 26 / 28 / 30 gennaio
1 febbraio 2014
La clemenza di Tito
musica di
Teatro La Fenice
18 / 19 / 20 / 21 / 22 dicembre 2013
Teatro La Fenice
15 / 16 / 21 / 23 / 25 / 27 febbraio
4 / 6 / 8 / 15 marzo 2014
Mozart
Wolfgang Amadeus
personaggi e interpreti principali
Tito Carlo Allemano
Vitellia Carmela Remigio
Sesto Monica Bacelli
Annio Raffaella Milanesi
maestro concertatore e direttore
Ottavio Dantone
regia Ursel e Karl-Ernst
Herrmann
scene e costumi Karl-Ernst
Herrmann
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
allestimento Teatro Real di Madrid
Teatro La Fenice
20 / 22 / 26 febbraio
2 / 5 / 7 / 9 / 18 / 20 marzo 2014
Il barbiere di Siviglia
musica di
Gioachino Rossini
personaggi e interpreti principali
Il conte d’Almaviva Giorgio Misseri
Bartolo Omar Montanari
Rosina Marina Comparato
Figaro Julian Kim
Basilio Luca Dall’Amico
maestro concertatore e direttore
Giovanni Battista Rigon
regia Bepi Morassi
scene e costumi Lauro Crisman
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
LIRICA
E BALLETTO 2013-2014
Teatro Malibran
28 febbraio
2 / 5 / 7 / 11 marzo 2014
Il campiello
musica di
Ermanno Wolf-Ferrari
personaggi e interpreti principali
Gasparina Roberta Canzian / Claudia
Pavone
Zorzeto Giacomo Patti
Il cavalier Astolfi Maurizio Leoni /
Filippo Fontana
maestro concertatore e direttore
Stefano Romani
regia Paolo Trevisi
Orchestra Regionale Filarmonia
Veneta
Coro Lirico Veneto
allestimento Teatro Sociale di Rovigo
progetto «I teatri del Veneto alla Fenice»
Teatro Malibran
27 / 29 marzo
2 / 4 / 6 aprile 2014
Elegy for Young Lovers
(Elegia per giovani amanti)
musica di
Hans Werner Henze
personaggi e interpreti principali
Dr. Reischmann Roberto Abbondanza
Elisabeth Zimmer Zuzana Marková
Carolina von Kirchstetten Olga Zhuravel
maestro concertatore e direttore
Jonathan Webb
regia, scene e costumi
Pier Luigi Pizzi
Teatro La Fenice
19 aprile – 1 giugno 2013
Progetto Puccini
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
19 / 22 / 24 / 27 / 29 aprile - 3 / 10 / 25 / 27 / 30 maggio 2014
La bohème
musica di Giacomo Puccini
personaggi e interpreti principali
Rodolfo Paulo Paolillo
Marcello Julian Kim
Mimì Carmen Giannattasio / Kristin Lewis
Musetta Francesca Dotto
maestro concertatore e direttore
Jader Bignamini
regia Francesco Micheli
scene Edoardo Sanchi
costumi Silvia Aymonino
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
26 / 30 aprile - 2 / 4 / 9 / 21 / 24 / 29 maggio - 1 giugno 2014
Madama Butterfly
musica di Giacomo Puccini
personaggi e interpreti principali
Cio-Cio-San Amarilli Nizza
Suzuki Manuela Custer
F. B. Pinkerton Fabio Sartori
Sharpless Elia Fabbian
regia
Àlex Rigola
Mariko Mori
scene e costumi
Orchestra del Teatro La Fenice
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
allestimento Fondazione Teatro delle Muse
di Ancona
16 / 17 / 18 / 20 / 22 / 23 / 28 / 31 maggio 2014
Tosca
musica di Giacomo Puccini
personaggi e interpreti principali
Tosca Amanda Echalaz / Susanna Branchini
Cavaradossi Stefano Secco / Lorenzo Decaro
Scarpia Roberto Frontali / Angelo Veccia
maestro concertatore e direttore
Daniele Callegari
regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
costumi Federica Ponissi
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
LIRICA
E BALLETTO 2013-2014
Teatro La Fenice
27 / 29 giugno
1 / 3 / 5 luglio 2014
Teatro La Fenice
12 / 14 / 17 / 20 / 24 / 26 / 28
settembre 2014
(La carriera di un libertino)
musica di
The Rake’s Progress
musica di
Igor Stravinskij
personaggi e interpreti principali
Anne Carmela Remigio
Tom Rakewell Juan Francisco Gatell
Nick Shadow Alex Esposito
maestro concertatore e direttore
Diego Matheuz
regia Damiano Michieletto
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
nuovo allestimento Fondazione Teatro
La Fenice in coproduzione con Oper Leipzig
nell’ambito del festival «Lo spirito della
musica di Venezia»
Teatro La Fenice
29 / 30 / 31 agosto
2 / 3 / 7 / 13 / 19 / 25 settembre 2014
La traviata
musica di
Giuseppe Verdi
personaggi e interpreti principali
Violetta Patrizia Ciofi / Francesca
Dotto
Alfredo Shalva Mukeria / Leonardo
Cortellazzi
Germont Dimitri Platanias / Simone
Piazzola
maestro concertatore e direttore
Daniele Rustioni
regia Robert Carsen
scene e costumi Patrick Kinmonth
coreografia Philippe Giraudeau
Il trovatore
Giuseppe Verdi
Teatro La Fenice
10 / 11 / 12 / 14 / 15 / 16 / 17 / 18 / 19
ottobre 2014
Don Giovanni
musica di
Wolfgang Amadeus
Mozart
personaggi e interpreti principali
personaggi e interpreti principali
Il conte di Luna Artur Rucin’ski
Leonora Carmen Giannattasio / Kristin Don Giovanni Alessio Arduini /
Lewis
Azucena Veronica Simeoni
Manrico Gregory Kunde
maestro concertatore e direttore
Daniele Rustioni
regia Lorenzo Mariani
scene e costumi William Orlandi
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
allestimento Fondazione Teatro La Fenice in
coproduzione con la Fondazione Teatro
Regio di Parma
Alessandro Luongo
Donna Anna Jessica Pratt / Francesca
Dotto
Donna Elvira Maria Pia Piscitelli
Leporello Alex Esposito / Omar
Montanari
maestro concertatore e direttore
Stefano Montanari
regia Damiano Michieletto
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
Teatro La Fenice
18 / 21 / 23 / 27 settembre 2014
L’inganno felice
musica di
Gioachino Rossini
personaggi e interpreti principali
Bertrando Giorgio Misseri
Isabella Marina Bucciarelli
Ormondo Marco Filippo Romano
maestro concertatore e direttore
Stefano Montanari
regia Bepi Morassi
scene e costumi Scuola di
scenografia dell’Accademia di
Belle Arti di Venezia
Orchestra del Teatro La Fenice
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Teatro Malibran
31 ottobre
2 / 4 / 6 / 8 novembre 2014
La porta della legge
musica di
Salvatore Sciarrino
prima rappresentazione italiana
maestro concertatore e direttore
Tito Ceccherini
regia Johannes Weigand
scene e costumi Jürgen Lier
Orchestra del Teatro La Fenice
allestimento Wuppertaler Bühnen
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
progetto Atelier Malibran
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
allestimento Fondazione Teatro La Fenice
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
STAGIONE
SINFONICA 2013-2014
Teatro La Fenice
8 novembre 2013 ore 20.00 turno S
10 novembre 2013 ore 17.00 turno U
direttore
Diego Matheuz
Arvo Pärt
Basilica di San Marco
18 dicembre 2013 ore 20.00 solo per
invito
19 dicembre 2013 ore 20.00 turno S
Teatro La Fenice
10 gennaio 2014 ore 20.00 turno S
12 gennaio 2014 ore 17.00 turno U
direttore e violino
Alessandro De Marchi
Stefano Montanari
Cantus in Memory of Benjamin Britten Georg Friedrich Händel
per orchestra d’archi e campana
Esther HWV 50: Ouverture
Samson HWV 57: «Let the bright
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Seraphim»
Variazioni su un tema rococò op. 33
Giuseppe Sammartini
per violoncello e orchestra
Concerto grosso in sol minore op. 5 n. 6
violoncello Emanuele Silvestri
Igor Stravinskij
Petruška (versione 1947)
Orchestra del Teatro La Fenice
«E sì com’io bevesse al fondo Lethe…»
nuova commissione nell’ambito del progetto
«Nuova musica alla Fenice» 2013-2014
dedicato a Giovanni Morelli
Gian Francesco Malipiero
Gabrieliana per piccola orchestra
Nino Rota
Messa in si minore BWV 232:
«Laudamus te»
Concerto per archi
Georg Friedrich Händel
Igor Stravinskij
Concerto per orchestra da camera
Dumbarton Oaks
Teatro La Fenice
6 dicembre 2013 ore 20.00 turno S
7 dicembre 2013 ore 17.00 turno U
Antonio Vivaldi
direttore
Johann Sebastian Bach
Hector Berlioz
Luigi Sammarchi
Johann Sebastian Bach
Theodora HWV 68: Ouverture
Sir John Eliot Gardiner
direttore
Concerto per violino, archi e continuo
RV 212
Messa in si minore BWV 232: «Et in
unum Dominum»
Ottorino Respighi
Antiche danze ed arie per liuto.
Suite n. 3 per orchestra d’archi
Orchestra del Teatro La Fenice
Quattro movimenti da Roméo et
Juliette op. 17
Alessandro Scarlatti
Il primo omicidio: Sinfonia
Teatro La Fenice
31 gennaio 2014 ore 20.00 turno S
2 febbraio 2014 ore 17.00 turno U*
Giuseppe Verdi
Arcangelo Corelli
direttore
Aida: Sinfonia (versione 1872)
Te Deum per doppio coro e orchestra
Concerto grosso in sol minore op. 6 n. 8
Diego Matheuz
Orchestra e Coro
del Teatro La Fenice
Antonio Vivaldi
Gloria RV 589: «Laudamus te»
Luciano Berio
maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
Orchestra del Teatro La Fenice
soprano Silvia Frigato
Quattro versioni originali della Ritirata
notturna di Madrid di Luigi Boccherini
Ottorino Respighi
mezzosoprano Marina De Liso
Passacaglia in do minore
tromba Piergiuseppe Doldi
Anton Webern
in collaborazione con la Procuratoria
di San Marco
Passacaglia op. 1
Franz Schubert
Sinfonia n. 4 in do minore D 417
Tragica
Orchestra del Teatro La Fenice
* in collaborazione con
gli Amici della Musica di Mestre
STAGIONE
SINFONICA 2013-2014
Teatro Malibran
7 febbraio 2014 ore 20.00 turno S
8 febbraio 2014 ore 17.00 turno U
Teatro La Fenice
14 marzo 2014 ore 20.00 turno S
16 marzo 2014 ore 17.00 turno U
Teatro Malibran
11 aprile 2014 ore 20.00 turno S
13 aprile 2014 ore 17.00 turno U
direttore
direttore
direttore
Vittorio Montalti
Jean Sibelius
Igor Stravinskij
Unnamed Machineries
Sinfonia n. 6 in re minore op. 104
Variations
(Aldous Huxley in memoriam)
John Axelrod
nuova commissione nell’ambito del progetto
«Nuova musica alla Fenice» 2013-2014
dedicato a Giovanni Morelli
Béla Bartók
Divertimento per archi
Jeffrey Tate
Edward Elgar
Sinfonia n. 2 in mi bemolle maggiore
op. 63
Orchestra del Teatro La Fenice
Gustav Mahler
Adagio dalla Sinfonia n. 10 in fa diesis
maggiore
Jean Sibelius
Sinfonia n. 7 in do maggiore op. 105
Orchestra del Teatro La Fenice
Teatro La Fenice
23 marzo 2014 ore 20.00 turno S
direttore e pianista
Claudio Marino Moretti
Arvo Pärt
Marco Angius
Luca Mosca
Quinto concerto. Undici frammenti
in un girotondo per pianoforte e
orchestra
pianoforte Luca Mosca
Bruno Maderna
Introduzione e passacaglia Lauda Sion
Salvatorem
Goffredo Petrassi
Frammento
Igor Stravinskij
Für Alina per pianoforte
Salve Regina per coro misto e organo Symphony in three movements
Fratres per violino e pianoforte
Orchestra del Teatro La Fenice
direttore e solista
The Beatitudes per coro misto e organo
Yuri Bashmet
Variationen zur Gesundung von
Arinuschka per pianoforte
Georgij Sviridov
Veni creator per coro misto e organo
Sinfonia da camera per archi op. 14
Littlemore Tractus per coro misto e
organo
Dmitrij Šostakovič
Il tredicesimo, sinfonia per viola e archi Spiegel im Spiegel per violino e
pianoforte
trascrizione di Aleksandr Čajkovskij
Magnificat per coro misto a cappella
del Quartetto n. 13 op. 138
viola Yuri Bashmet
violino Roberto Baraldi
Teatro La Fenice
12 marzo 2014 ore 20.00 turno S
Igor Stravinskij
organo Ulisse Trabacchin
Concerto in re per archi
Coro del Teatro La Fenice
Andrea Liberovici
Non un silenzio per viola e orchestra
da e per Giovanni
prima esecuzione assoluta
viola Yuri Bashmet
Toru Takemitsu
Tre colonne sonore per archi
I Solisti di Mosca
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA
STAGIONE
SINFONICA 2013-2014
Teatro Malibran
6 giugno 2014 ore 20.00 turno S
7 giugno 2014 ore 20.00 f.a.
Teatro Malibran
13 giugno 2014 ore 20.00 turno S
14 giugno 2014 ore 20.00 f.a.
Teatro La Fenice
15 giugno 2014 ore 20.00 turno S
direttore
direttore
Claudio Marino Moretti
Mauro Lanza
Maurice Ravel
Diego Matheuz
Gaetano d’Espinosa
Nuova commissione
nell’ambito del progetto
«Nuova musica alla Fenice» 2013-2014
dedicato a Giovanni Morelli
Maurice Ravel
Ma mère l’Oye
Le tombeau de Couperin
Autore da definire
Concerto per pianoforte e orchestra
pianoforte Vincitore del Premio
Venezia 2013
Elliott Carter
Elliott Carter
Elegy per orchestra d’archi
Holiday Ouverture
Luciano Berio
Manuel de Falla
El amor brujo: Danza ritual del fuego
Igor Stravinskij
direttore
John Cage
Four 2 per coro a cappella
Morton Feldman
For Stefan Wolpe per coro misto e due
vibrafoni
Wolfgang Rihm
Astralis («Über die Linie» III) per piccolo
coro, violoncello e timpani
Coro del Teatro La Fenice
Rendering
Orchestra del Teatro La Fenice
Suite dal balletto L’uccello di fuoco
(versione 1945)
Orchestra del Teatro La Fenice
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia
Consulente per l’immagine del Concerto di Capodanno
Anna Elena Averardi
Edizioni del Teatro La Fenice di Venezia
a cura dell’Ufficio stampa
Il Teatro La Fenice è disponibile a regolare eventuali diritti di riproduzione
per quelle immagini di cui non sia stato possibile reperire la fonte
Supplemento a
La Fenice
Notiziario di informazione musicale e avvenimenti culturali
della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia
dir. resp. Cristiano Chiarot
aut. trib. di Ve 10.4.1997 - iscr. n. 1257, R.G. stampa
impaginazione: Marco Riccucci
finito di stampare nel mese di dicembre 2013
da Cartotecnica Veneziana – Venezia
0
€
5,0
Presidente
Fabio Cerchiai
Consiglio d’Amministrazione
Fabio Achilli
Ugo Campaner
Fabio Cerchiai
Cristiano Chiarot
Franca Coin
Giovanni Dell’Olivo
Jas Gawronski
Francesco Panfilo
Luciano Pasotto
Eugenio Pino
Vittorio Radice
Responsabile
Giusi Conti
Collegio Sindacale
Giampietro Brunello
Presidente
Giancarlo Giordano
Paolo Trevisanato
FEST srl
Fenice Servizi Teatrali
Fondazione
Teatro La Fenice di Venezia
Concerto di
CAPODANNO
2013-14
in collaborazione con
Regione del Veneto e Arte
FONDAZIONE TEATRO LA FENICE
DI VENEZIA

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