File allegato - Fondazione Venezia 2000

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File allegato - Fondazione Venezia 2000
almanacco della presenza veneziana nel mondo
fondazione venezia 2000
sommario
a cura di Fabio Isman
hanno collaborato Guido Beltramini
Sandro Cappelletto
Isabella Cecchini
Giuseppe De Rita
Fabio Isman
Rosella Lauber
si ringraziano Fabio Achilli
Emanuela Bassetti
Riccardo Bon
Stefano Bortoli
Dennis Cecchin
Augusto Gentili
Antonella Lacchin
Piero Lucchi
Stefania Mason
7
Acqua, piacere e governance:
tre delle ragioni di un’intensa affinità elettiva
Giuseppe De Rita
15
I traffici tra la Serenissima e Londra,
su navi speciali. E arriva perfino il baccalà
Fabio Isman
39
Tutta l’Inghilterra è ricolma di Palladio.
E “ruba” perfino il volto all’architetto
Guido Beltramini
53
Quando sotto San Marco
Haendel arriva per cercare delle voci castrate
Sandro Cappelletto
69
Il più famoso tra i viaggiatori mai stato in laguna;
Byron ha 14 famiglie e bestie
Fabio Isman
97
Letti, cassapanche e comò: come nel Novecento
gli inglesi si rifanno l’arredo
Isabella Cecchini
115
Il mercante vende ai britannici
un migliaio di opere; e al Residente taglia un Tiepolo
Rosella Lauber
in collaborazione con Fondazione di Venezia
progetto grafico Studio Tapiro, Venezia
© 2011 Fondazione Venezia 2000
www.fondazionevenezia2000.org
In copertina:
In copertina: Raffaello Sanzio, o bottega, Studio di galea, disegno,
Venezia, Gallerie dell’Accademia.
acqua, piacere e governance:
tre delle ragioni di un’intensa
affinità elettiva
Giuseppe De Rita
1. John Ruskin,
Casa Contarini Fasan,
da The stones of Venice,
New York, Lovell, 1851.
2. William Downey,
Dante Gabriel Rossetti
e John Ruskin, s.d.,
Archivio Jeremy Maas.
Y Fin dall’inizio dell’avventura di Venezia Altrove, quando mi accingo all’esercizio di prefatore, resto da anni letteralmente sommerso e sconvolto da quel pozzo senza fondo che per secoli è stata
la produzione culturale veneziana, e dall’intrigo senza bandolo che
è stato per secoli lo scambio commerciale su di essa esercitata.
Y I nostri lettori, ormai tutti sul
web e certamente
con qualche nostalgia della carta
patinata e delle
fotografie del passato, conoscono
bene l’eccezionalità un po’ mostruosa della citata
produzione e del
citato scambio
commerciale; ma
son convinto che,
anno per anno,
in loro “si rigenera l’attesa”: la voglia cioè di tornare a meravigliarsi
della potenza veneziana nei due
campi citati. Una potenza di cui in dieci anni abbiamo scandagliato le tracce in ogni grande capitale europea, russa, americana;
e che questa volta siamo andati a verificare a Londra ed in Inghilterra, ritrovando ulteriori prove di quanto sia significativo, in
quantità e in qualità, l’altrove veneziano sedimentato nelle isole
britanniche.
l’editoriale
secoli di reciproca attrazione tra venezia e gran bretagna: perché?
7
secoli di reciproca attrazione tra venezia e gran bretagna: perché?
3. Tiziano Vecellio,
La morte di Atteone, forse
dipinta per Filippo II
di Spagna tra il 1559
e il ’75, Londra,
National Gallery, acquisita
nel 1972, grazie a speciali
fondi e donazioni,
e a un pubblico appello.
4. Frederic Leighton,
Una nobile signora di Venezia,
1864, Leighton House
Museum, Royal Borough
of Kensington and
Chelsea, Londra.
8
Y Per la qualità, basta leggersi, con Rosella Lauber, le avventurose imprese del Residente britannico Strange e del suo sodale
Sasso (il “mercante degli inglesi”) negli ultimi decenni del 1700,
per constatare quante eccelse opere d’arte siano transitate per le
mani di quei due e poi per le abitazioni e le case britanniche
(ben 245 lotti di opere messe all’incanto a Londra il 10 dicembre 1789!). E si tratta soltanto di un tassello del grande mosaico
di acquisti, collezioni,
vendite, esportazioni
venutesi a creare in tutto il Settecento. Ma la
sorpresa è anche nella
più banale quantità degli oggetti comuni arrivati in Inghilterra fino a
cento anni fa: l’attenzione del mercato inglese per tutto quel che
sapeva di veneziano è
rimasta vivissima anche
scadendo nel livello di
qualità. C’è da restare
stupiti, leggendo l’avvio
del saggio di Isabella
Cecchini, di quanta
“roba” sia partita da Venezia per Londra in appena due mesi, cioè in settembre ed ottobre del 1926; o quanti ogni anno, nel 1898 e nel 1922, due anni scelti a caso; siamo lontani dalla sublime qualità del passato;
magari una parte di quegli oggetti era «di grossolana imitazione
o di lavoro ordinario»: ma il loro volume e la loro varietà stanno a ricordare che molti inglesi, anche in pieno Novecento, volevano avere in casa un pezzetto di Venezia. Per alcuni, a ricordo
di un viaggio; per altri, a borghese consonanza con un mito.
Y Guido Beltramini s’incarica di mostrarci come ad un certo
punto, perfino Palladio sia diventato quasi più britannico, che
non veneto; e Sandro Cappelletto, che per soddisfare certi desideri, s’intende artistici, la Serenissima era il luogo indubbiamente migliore e più idoneo al quale guardare. Ne escono non
soltanto informazioni, ma curiosità a bizzeffe. Basta leggere i
due testi di Fabio Isman, prodighi di viaggiatori, artisti, epopee,
5. Antonio Canal, detto
Canaletto, Il Molo del bacino
di San Marco nel giorno
dell’Ascensione, 1733-4 circa,
Collezioni di S.M.
la regina Elisabetta II,
Castello di Windsor;
commissionata del console
inglese a Venezia Joseph
Smith, e venduta nel 1762
a re Giorgio III.
Nel dettaglio, una galea
ormeggiata davanti
a Palazzo Ducale.
6. Giovanni Bellini,
La Madonna del prato, 1550
circa, Londra, National
Gallery, acquisita
nel 1828.
l’editoriale
imprese, perfino di “007” ante litteram e di rotte avventuristiche.
Y C’è da domandarsi perché Venezia e l’Inghilterra abbiano
avuto per tre-quattro secoli una tale affinità elettiva a vari livelli.
Non basta, come spiegazione, che nel periodo storico in cui tale
affinità nacque, Venezia e l’Inghilterra fossero le due più grandi
potenze marinare, una connessa con il vasto mondo dell’Oriente, l’altra invece tutta baldanzosamente atlantica. Le ragioni della affinità elettiva devono essere più profonde; e si possono ricavare anche dalla lettura dei saggi che
seguono. Tenterò,
da semplice lettore,
di metterne in evidenza alcune, con
qualche pudore e
molta umiltà.
Y La prima mi
sembra essere il rapporto con l’acqua:
più con la sua regolazione minuta in
adesione al territorio, che con il dominio degli oceani.
Chi conosce l’amore
con cui i britannici valorizzano l’acqua (nei ruscelli che attraversano i prati dei loro castelli, nei fiumi che connotano le città, e
anche nei porti dell’antica potenza), può capire con quale meraviglia ed ammirazione essi abbiano percorso i rii e i bacini di Venezia. Nell’acqua regolata c’è più cultura e soddisfazione, che sull’acqua ribelle degli oceani; c’è più capacità di pensare e costruire un insediamento; c’è più cura del particolare; c’è più valorizzazione della quotidianità. Queste cose non saranno mai state al
centro di convegni e volumi di confronto fra veneziani e britannici; ma devono aver contato nella reciproca loro attrattiva.
Y La seconda ragione di affinità sta probabilmente nel gusto
del paesaggio, riproposto se possibile anche in dipinti e stampe.
Non a caso l’artista inglese più apprezzato in Italia è Turner, come apprezzati e comprati a caro prezzo degli inglesi furono Canaletto e Guardi («sapevano copiare», cioè avevano genio fotografico). Ed in effetti, l’attrazione particolare dei grandi colle-
11
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to, tutte puttane». Non saranno attrattive elettive; certo, comunque, sono attrattive pesanti.
Y La reciproca attrazione che ha contraddistinto i rapporti fra
Venezia e l’Inghilterra è passata quindi per percorsi e campi più
antropologici che di alta cultura e di grande arte. È una interpretazione che potrà non convincere tutti, e spiacere a molti; ma
ha il pregio di documentare il fatto che una vicinanza così stretta, come quella fra l’Inghilterra e Venezia, non avrebbe avuto vi-
l’editoriale
secoli di reciproca attrazione tra venezia e gran bretagna: perché?
7. Nimrud, un rilievo dal
palazzo di Assurbanipal II,
New York, Metropolitan
Musum: scavato verso
il 1840 da Austen Henri
Layard, che vive
lungamente a Venezia, è
un dono di John Davison
Rockfeller nel 1930.
zionisti britannici per gli scorci paesaggistici dei due autori citati è nel tempo diventata più intensa di quella riservata ai maestosi quadri storici e mitologici, ai grandi capolavori; e non sarebbe comprensibile la curiosità inglese per Palladio, se non la sapessimo alimentata dalla capacità – appunto palladiana – di progettare anche edifici vicini al
paesaggio circostante, oltre
che edifici monumentali.
Y Naturalmente, non possono bastare queste due ragioni per spiegare l’affinità
elettiva fra Venezia e gli inglesi. Leggendo i saggi che
seguono, altre due se ne aggiungono, anche se di diversa consistenza e di opposto valore. Da una parte,
avanzo l’ipotesi che due
mondi così lontani fossero
tendenzialmente convergenti nella concezione della
governance pubblica, con una
virtuosa e graduata compresenza dei poteri del monarca (doge, o re), dei poteri
dell’oligarchia, dei poteri
democratici. Una ipotesi
forse un po’ “tirata”, ma che
può far capire come, per secoli, veneziani ed inglesi si
siano sentiti entrambi orgogliosi di avere un equilibrato assetto
del potere pubblico, quasi dei precursori dei processi oggi in atto un po’ in tutto il mondo.
Y E dall’altra parte, per rendere più leggero il ragionamento,
avanzo l’ipotesi che nell’immaginario inglese, Venezia fosse un
luogo di piaceri: teatranti, spie, e specialmente dame. Penso a
quanto facilmente possa esser nata la voglia di andare a vedere in
loco se corrispondesse a realtà quanto scriveva Byron sulle sue
tante conquiste nel proprio scannatoio: «Alcune contesse, alcune figlie di ciabattini, alcune nobili, alcune borghesi, alcune di
basso ceto, alcune splendide, alcune discrete, altre di poco con-
ta plurisecolare se non fosse stata incardinata, più o meno coscientemente, su scelte di segreta psicologia collettiva. Sulle vette si gode molto; ma non ci si vive tanto a lungo quanto è prosperata quella vicinanza.
13
i traffici tra la serenissima
e londra, su navi speciali.
e arriva perfino il baccalà
Fabio Isman
1. Una galea a tre rematori
per bordo, da Cristoforo
Canal, La milizia
Marittima, inedito, 1550
circa, Venezia, Biblioteca
nazionale Marciana.
2.Sebastiano Caboto
in un’antica incisione.
3.La statua di Giovanni
Caboto, nella piazza
di Montreal a lui dedicata
Y Prima sono le navi, i commerci, i traffici; poi la cultura e il
“grand tour”, che valgono racconti a parte. Politica, poca: Londra è lassù, lontana dal Mediterraneo, e a Venezia non interessa
poi troppo; almeno fin verso il tramonto della Repubblica, il bacino d’influenza è un altro. Però, i legami non sono sporadici, e
s’intensificano. «L’Inghilterra e Venezia», ha scritto qualcuno, «appaiono legate da un rapporto morganatico»: sorte dal mare, nazioni anomale, per secoli custodi della propria
insularità, con immensi imperi marittimi e commerciali. Nel Quattrocento, le prime spedizioni inglesi verso il Nuovo Mondo, e Lorenzo Pasqualigo scrive da Londra ai fratelli Alvise e Francesco di «sto nostro venezian, che andò con uno navilio de
Bristo a trovar isole nove, e dice d’aver trovato lige 700 lontam di qui terra ferma, ch’è el paese de Gram
Cam»; però era Terranova, il Canada, scambiato per la Cina: vi pianta i
vessilli inglese e pontificio, e forse il
Leone di San Marco. Pasqualigo lo
chiama Zuan Talbot: ma è Giovanni
Caboto (figg. 2 e 3), che morrà in Inghilterra come il figlio Sebastiano,
pure grande navigatore e con lui a 13
anni, nella prima spedizione del
1497, i cui successivi viaggi meritano un racconto dettagliato a
papa Leone X.
Y Alle Fondamenta Nuove, non lontano da quella di Tiziano ai
Biri dove è sparito il verde che possedeva, la casa veneziana dei
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
15
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
4. Il modello di una galea
veneziana, ricostruito per
l’Expo di Okinawa, che
si è svolta nel 1975.
5. La descrizione di una
“galea grossa”, pubblicata
da Jules Sottas in Les
messageries maritimes de Venise
aux XIV et XV siècles, Parigi,
1939.
A fronte:
6. Raffaello Sanzio,
o bottega, Studio di galea,
disegno, Venezia, Gallerie
dell’Accademia.
16
Caboto esiste ancora, e ha forma di una prua di nave. Caboto junior, cartografo di Enrico VIII a Greenwich, battezza Baccalaos
quelle terre, perché vi trova pesci simili ai tonni, così chiamati
dai locali: «Tanto fitti, che talora ritardavano la corsa dei bastimenti». Insomma, il termine baccalà forse nasce da qui; lassù,
«vivono orsi in gran numero, i quali si nutrono di pesce». Però lo stoccafisso era già stato
importato in laguna da un altro grande navigatore. La storia è curiosa: Pietro Querini parte
da Creta il 25 aprile 1431 per il mare del Nord,
con 68 marinai, vino e spezie. Una tempesta nel
Canale della Manica li costringe alle scialuppe.
In 14 arrivano su un’isola delle Lofoten, al
Nord del Circolo polare; anche per la libertà
dei costumi, che descrivono nei particolari, ci
rimangono cento giorni. Querini ritorna il 12
ottobre 1432, e al Maggior Consiglio presenta
anche lo stoccafisso, che ben presto entra nella
gastronomia veneziana. Ma 60 anni dopo, quel nome Baccalaos
resta imperituro. E le stranezze non finiscono qui: nel 1398, da
Orkney in Gran Bretagna, con 12 vascelli del principe Enrico di
Sinclair, erano già salpati Antonio e Nicola Zen; e se i Caboto
toccano Terranova e il Labrador, costeggiano il Canada e la
Groenlandia, gli Zen arrivano alla Nuova Scozia e alla Nuova Inghilterra; ne lasciano un resoconto 94 anni prima di Cristoforo
Colombo, e un cannone veneziano, trovato di recente al largo di
Terranova, parrebbe confermarlo.
18
Y Almeno dal Duecento, la marineria della Serenissima spaziava dal Mar Nero all’Algeria, pronta a valicare le colonne d’Ercole ed a spingersi a quello del Nord e alla Manica, grazie al sistema delle “mude”: convogli di galee (però chiamate galere) di solito a remi, ma in via sussidiaria anche a vela (figg. 4 e 5), di proprietà dello Stato e armate; perfino Raffaello ne trae un disegno
(fig. 6) e quella diretta all’area anseatica e inglese era l’unica a
spingersi nell’Atlantico (fig. 7). Nel 1317, si istituisce il viaggio
annuale per le Fiandre e l’Inghilterra. Le galee possiedono fino
a sei ordini di rematori: tre per bordo, 180 uomini (fig. 8); lo
si vede ancora al Museo navale a Riva degli Schiavoni (tutti volontari; pagati poco più di un ducato al giorno, e due a fine
Quattrocento, ma autorizzati a trafficare in proprio); quattro
remi per banco di voga, solo quelle militari. Carpaccio la immortala (fig, 9). Il capitano era eletto dal Maggior Consiglio, ma
stipendiato dai mercanti (fig. 10): 600 ducati a viaggio nel 1517;
con lui, medici, un notaio, due pifferi e «due trombetti»; e 30
balestrieri, comandati da due giovani patrizi. Nel Trecento (dice Gino Luzzatto), ce n’erano «da 30 a 50, portata certamente
inferiore alle 95 tonnellate». Nel Quattrocento, la capacità arriva a 250 mila chili: lunghe quasi 50 metri e larghe otto, le galee hanno fino a tre alberi. Più grandi soltanto le galeazze, pen-
8. La ricostruzione di una
galea a tre rematori per
bordo, del Museo navale
di Venezia, esposta alla
mostra Venezia e l’Egitto,
a Palazzo Ducale fino
al 22 gennaio 2012.
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
7. I percorsi delle “mude”
veneziane alla fine del XIII
secolo.
sate a metà Cinquecento: 228 ai remi, una potenza di fuoco inusitata, che ne compensa l’inevitabile lentezza. In quel secolo,
cento galee sono sempre di riserva, un quarto armate, pronte all’Arsenale, fino alla battaglia di Lepanto (1571) il complesso industriale più grande al mondo (figg. 11 e 12), con uno status privilegiato. Lo regge un ammiraglio: alla morte del Doge, alla testa degli “arsenalotti”, controlla la sicurezza di Palazzo Ducale; e
accanto al neoletto, brandisce il vessillo di San Marco.
Y Il doge Tomaso Mocenigo (fig. 13), nel 1423 riassume così la
potenza navale: impegnati 10 milioni di ducati sulle navi; due di
utile dall’import, e due dall’export; in navigazione tremila imbarcazioni «da 10 a 200 anfore con 17 mila marinai, 300 navi
con ottomila, 45 galee con undicimila». Le “mude”, il cui viaggio richiede buona parte dell’anno, durano fino al 1560; poi, saranno le navi a vela, non
più statali, capaci anche
di 600 tonnellate: i
mercanti di Venezia,
come l’Antonio di Shakespeare, armano le
«ricche caracche» a
proprio rischio e pericolo. Sempre piene di
merci. Già nel Duecento, questi precursori dei
servizi di linea trasportano «da tre a cinquemila tonnellate ogni anno; nel Trecento, fino a diecimila». La
parte preponderante del carico dalle Fiandre è la lana, di qualità superiore a quella dell’Estremo Oriente e del Levante (e ancora più bassa la tipologia dall’Albania e dalle Puglie), importata appunto dall’Inghilterra e smistata alle filande in Lombardia,
o in Oriente. In cambio, s’intende, di altre merci nei viaggi
d’andata. È il ruolo di “ponte sui mari”, che alla Serenissima garantisce prolungata e doviziosa prosperità (fig. 14).
Y Ecco l’esempio di un viaggio: l’8 febbraio 1383, quattro galee «de melioribus quae sint in Arsenatu de mensura magna»,
caricano da 60 a 220 mila libbre di «merci sottili»; le possono
imbarcare anche di privati, però a pagamento. Per zavorra, 80
19
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
mila libbre di metalli non pregiati. Al ritorno, lana, che, per
sconsigliare la concorrenza, importare via terra dopo giugno costa di dazi un quarto del valore. Eppure, il viaggio è un fiasco:
le prime due galee appaltate per 15 lire, ma per le altre nessu-
11. Pianta dell’Arsenale
come era nel XVI secolo,
Venezia, Museo Correr.
A fronte:
9. Vettor Carpaccio,
Il rimpatrio degli ambasciatori
inglesi (dettaglio), forse
1495, terzo dei dieci
“teleri”
del ciclo delle Storie
di Sant’Orsola, Venezia,
Gallerie dell’Accademia.
n’offerta. Però non rallenta il commercio; nel 1402, infatti, ne
partono cinque: un carico che vale 300 mila ducati d’oro. Una
cinquantina sono sempre in mare, con ottomila marinai; oltre
10. Gabriel Bella, L’asta
delle galee in piazzetta,
tra il 1779 e il 1792,
Venezia, Fondazione
Querini Stampalia.
ad altri 3.300 navigli inferiori, con 25 mila a bordo. Nel 1423,
valuta il doge Mocenigo, l’utile dei mercanti, «tra provvixion e
noli, dazi doganali e senseri, tentori, noli de nave e de galie, pesadori, barche e marinai e galioti», è di «600 mila ducati dei
nostri de Veniexia». Guglielmo Querini, commerciante patrizio
di cui rimae la corrispondenza, ha rapporti con metà mondo: da
Costantinopoli, a Bruges e Londra. In ogni luogo, trova amici o
parenti; o concittadini che ci vivono per tanti anni, o fanno
continue trasferte da Venezia. Nel 1498, le tre galee per la Fiandra sono ridotte a due «per mancanza di aspiranti» che le finanzino; da Candia, per l’Inghilterra, «patron Alvise Trevisan»
carica 2.200 botti di vino, lasciandone a terra 500, per non sfidare il peso: quasi 600 tonnellate. In più, le navi per l’Inghilterra portano spesso gioie assai costose, ovviamente lavorate a
Venezia.
Y Già nelle sette mappe nautiche di Pietro Vesconte del 1318,
uno degli atlanti più antichi che ci sono pervenuti e tesoro del
museo Correr, le coste inglesi sono segnate, ma senza troppi
21
22
13. La tomba del doge
Giovanni Mocenigo,
di Tullio Lombardo,
nella Basilica dei Santi
Giovanni e Paolo.
tate cinque, anziché le quattro previste (con un voto di 60 a 40
in Senato): in una, Barbarigo carica sei balle di pepe. Nel viaggio, la flotta incappa in 10 galere e altri 26 vascelli castigliani: se
la cava pagando con gioielli, forse in vetro, valutati lo 0,2 per
cento del valore delle merci. Il pepe giunge a Bruges, ai Cappello; e da Londra e Sandwich, tornano
23 barili di stoviglie di stagno e peltro,
e altrettanti panni di stoffa inglese: un
investimento di 1.600 ducati. Approdano a Venezia appena ad aprile 1431:
lana venduta a Rialto; stoviglie in Puglia, a Ferrara e Verona.
Y Il mercante importa 20 «panni fini» da Londra anche un anno dopo, e
ne chiede fino a 200, da acquistare a
credito, al tasso dell’8 o 10 per cento
annuo, da destinare in Siria. In cambio, spedisce pelli; ma manda anche fili d’oro da Costantinopoli via terra,
per alienarli a Londra, dove la colonia
veneziana è di 40 componenti. Su Barbarigo, per Lane, pesa anche l’ombra
di “doppi giochi” tra agenti. Nel 1440,
gli investimenti in Ponente per le merci delle navi di Fiandra toccano i cinquemila ducati; di solito, spezie (per
conferire gusto ai cibi e conservarli)
contro stoffe. Il prezzo di 120 chili di
pepe, dai 56 ducati di inizio Quattrocento, arriva fino a 100; e nel 1501, tocca i 130: Antonio Grimani ne è ben rifornito, e senza nemmeno muovere un ciglio,
guadagna 40 mila ducati. Un bel gruzzolo: un decimo delle entrate nel 1586, annota il futuro doge Leonardo Donà, per i dazi
delle mercanzie nell’intera Serenissima. Un viaggio che va a male, può rovinare un’intera famiglia, lo spiega anche Shakespeare
ne Il mercante di Venezia. Una querelle infinita tra i due stati sono i dazi sull’uva secca.
Y La linea per il Nord, le cui galee svernano a Southampton (e
qui, i rematori “Schiavoni” hanno perfino un cimitero: in una
chiesa di North Stoneham c’è ancora una lapide del 1491), è assai
importante. «Producono sui mercati britannici un movimento
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
12. Antonio Canal
detto Canaletto, Il ponte
dell’Arsenale, Woburn Abbey,
Collezione del duca
di Bedford.
dettagli; un’altra “carta da navegar” di Francesco de Cesanis in
quel museo, 1421, registra svariate decine di porti inglesi e irlandesi (fig. 15); e una tavola di Andrea Bianco del 1436 descrive la Manica. Nel Quattrocento, commerciava con l’Inghilterra
pure Andrea Barbarigo, non del ramo che offre due dogi alla Serenissima: pochi studi e molta pratica sul campo, cioè sul mare
(è balestriere su varie navi, dice lo studioso Frederic Lane), anche lui ha lasciato numerosi documenti. Parte con 200 ducati, e
dopo 12 anni, nel 1431, ne possiede 1.600. Lavora con i Balbi,
banchieri, ed i Cappello, di cui due, più volte, sono capitani di
galee nel viaggio di Fiandra; poi, si dedicheranno alla carriera
politica, e
uno sarà il
Capitano generale della
flotta. Come
lui, avevano
perso il padre da piccoli. Barbarigo
fa scontare a
Londra lettere di cambio; dei tre
fratelli Cappello, suoi
corrispondenti, diverrà cognato. La posta giungeva in 25 giorni,
e almeno con Bruges, c’era già un regolare servizio; è del 7 marzo 1282 la prima notizia di un officium postale di stato veneziano.
Ma il Nord restava ancora davvero remoto. E pericoloso: nel
1485, sei vascelli pirata uccidono 130 veneziani e ne feriscono
300; per la restituzione del bottino, interviene perfino Carlo
VIII di Francia; Piero Malipiero comanda una galea nel 1488:
lamenta l’attacco di tre navi inglesi che «pretendevano il saluto», muoiono 18 britannici e due soli veneziani.
Y Comunque sia, nel 1430 Andrea carica merci su una “cocca”, nave da 400 tonnellate, che compiva il viaggio in tempi precedenti alle «galee di mercato» organizzate dalla Repubblica
(fig. 16); quattro del convoglio arrivano a Bruges, e la quinta, la
Balba, è catturata da pirati genovesi. La maggior parte del carico
era tuttavia riservata alle più sicure galee statali. Ne sono appal-
23
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
14. Il bacino di San
Marco affollato di navi
mercantili (a sinistra,
una galea appena
arrivata, con i remi in
mare), in una xilografia
del Supplementum
chronicarum di Johannes
Philippus Forestus
Bergomensis, Venezia,
1490.
15. Franceco
De Cesanis, Carta nautica,
1421, dettaglio con la
penisola iberica e, in
alto, le coste inglesi
e irlandesi, Venezia,
Museo Correr
(già coll. Cicogna).
24
quanto poté mai produrlo 60 anni fa», scrive un inglese a metà
Ottocento, «l’arrivo a Calcutta della flotta delle Indie». A Bruges, parecchi gli uomini d’affari veneziani; per determinare i prezzi, si riuniscono nella casa dei van der Boerse; da qui, per qualcuno, il nome di una fondamentale istituzione moderna: la Borsa.
Nel XIV secolo,
sul Tamigi, nasce
lo Steelyard, o
Stalhof; era una
concessione ai
mercanti di Colonia già da due
secoli. Magazzini
e botteghe; alloggi per ospitalità temporanee;
la chiesa più vicina è All Hallows the Great
(fig. 17); è difeso
manu militari; residenza obbligatoria per i mercanti, e le donne off-limits; di sera, le porte chiuse. Tanti parallelismi con il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, 200 camere e 21 botteghe a pian terreno. Il Trionfo della povertà e quello della ricchezza, di
Hans Holbein il giovane (perduti, ma noti da copie) decorano la
Guild-Hall (e a Venezia, i mercanti del Fondaco pensano alla Pala
della Festa del Rosario di Albrecht Dürer, nell’attigua chiesa di San
Bartolomeo, che poi Rodolfo II vorrà a Praga, fig. 18). Il predominio sulla rotta si esplica fino al 1625: quando i prodotti delle
Indie orientali entrano ormai nel Mediterraneo su navi olandesi e
inglesi salpate da Amsterdam, o Londra. L’attività veneziana di
grande mediatrice tra Oriente e Occidente viene meno. E i guadagni, pure. I viaggi costituivano davvero un ottimo mercato, se
nel 1587, l’ospizio delle Convertite alla Giudecca offre intense
preghiere per il buon esito degli stessi, in cambio dello 0,08 per
cento dei capitali assicurati: proposta troppo speculativa per il tribunale. Nemmeno un secolo dopo, il futuro di porto regionale
non è così lontano, anche se, con i suoi 175 mila abitanti, la città
rimane (Alvise Zorzi) «una specie di New York del Cinquecento;
17. Londra, la chiesa
di All Hallows the Great.
tra i due paesi, l’Inghilterra e la Serenissima: questi capitani di
mare «valevano ben di più degli agenti diplomatici a mantenerli», come scrive Rawdon Lubbok Brown ne L’archivio di Venezia con
riguardo speciale alla storia inglese, apparso a Londra nel 1864 e l’anno
dopo a Venezia e a Torino, introdotto dal conte Agostino Sagredo (fig. 19); un libro capitale, da cui attingeremo
svariate notizie, di un singolare autore di cui diremo
parlando del “Grand
tour”. Brown è figura atipica: a 27 anni arriva per
«vedere Venezia» (Zorzi) e
non se ne va più fino alla
morte, a 67 anni, la bara
avvolta nel gonfalone di
San Marco. Lavora tantissimo all’archivio: riscopre
Marin Sanudo e i suoi Diari; trova casa a John Ruskin.
E capitano della nave di
Fiandra è Gabriel Dandolo, il primo agente diplomatico di Venezia in Inghilterra che Brown registra, nel 1316. Dal 1554 al
1787, conta ben 9.991 dispacci mandati in laguna dai
diplomatici spediti a Londra, cui vanno aggiunte 13
relazioni di Ambasciatori,
ancora presenti nell’Archivio dei Frari (luogo per studiare dei
migliori al mondo; «forse nessun Paese vanta un patrimonio dei
suoi governi più ampio, dettagliato e rivelatore», afferma John
Julius Norwich): da quella del 1531 di Ludovico Falier, a quella
di Francesco Morosini e Tommaso Querini del 1763, a quella di
Sebastiano Giustinian (come tra i capitani di Fiandra, anche tra
i diplomatici a Londra tanti bei nomi), che ci resta quattro anni
ai tempi di Enrico VIII. Finché Venezia «non vuole più mantenere» esponenti di un tale rango «alla corte d’un principe in
aperta rottura con la Santa Sede», e seguiranno 44 anni di vane
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
16. Vettor Carpaccio,
L’incontro dei fidanzati e la
partenza in pellegrinaggio
(dettaglio), 1495,
quarto dei dieci dipinti
del ciclo delle Storie
di Sant’Orsola, Venezia,
Gallerie dell’Accademia;
nel particolare,
tre “cocche”, di cui
quella a sinistra abbattuta
per il carenamento.
ma per la libertà dei costumi, l’attrazione intellettuale e il richiamo che esercita», si può paragonare solo «alla Parigi di prima
della seconda guerra mondiale».
Y Nel Seicento, però, tanti espatriano anche dalla laguna in Inghilterra; scrive l’ambasciatore, Girolamo Lando: «Accasati con
mogli e figli, e con buoni
utili». Tra loro, nove,
banditi da Murano nel
1617, perché accusati di
omicidio in una faida tra i
Licinio dal Drago ed i Seguso. E otto anni dopo,
probabilmente, pure due
personaggi assai singolari,
Vincenzo e Bernardo. Sono i superstiti di una
straordinaria spedizione.
A Jamestown, in Virginia,
sotto l’egida di Giacomo I
Stuart, c’era poco più di
un fortino, comandato dal
leggendario capitano John
Smith. Per renderlo autonomo, si pensa ad una
fornace, fuori dai pali del
forte, che produca quanto
serve ai coloni. Ne sono
officiati otto tedeschi e
polacchi; tuttavia, non
funziona. E, ad agosto
1621, quattro di Murano,
con due aiutanti, vanno per fabbricare perle, da offrire agli indiani negli scambi. Difficoltà con chi già c’era; la fornace crolla ed è
riparata; muta il comandante dell’avamposto; tanti i malati; gli indiani provocano un massacro; un “Simone” muore, e nel 1624,
abortisce anche il secondo tentativo: Vincenzo e Bernardo tornano a casa, in quella Venezia che è tutta un mercato. Nel 1674, esistevano 497 sensali, di cui 25 di nozze e 20 di case e noli marittimi: un numero infinito; e mai stanchi, sempre all’opera, annota
Marco Boschini, autore, nel 1660, della Carta del navegar pitoresco.
Y Per le «galee di Fiandra» passano anche gli antichi rapporti
27
28
Y Brown annota molti «prodotti e manifatture» trasportati
dalle galee di Fiandra, con i luoghi di provenienza. Seta e «damaschi rari» lagunari, con altre sete dalla Persia e dalla Turchia;
cotone dalle Indie e dall’Egitto; altro greco; «semenza di perle da
triturare» dal Golfo Persico, usata come medicinale; materiali da
19. Un interno
di Palazzo Sagredo, oggi.
Angora. Più tutte le «spezierie» immaginabili. Dal pepe «d’Indostan», all’assenzio di Persia; dal «verzìn, ossia la Phytolacca
scosandra, fiori di albero purgativi che forniscono tintura purpurea», alla noce moscata di Malacca, alla canfora del Borneo, al rabarbaro di Aleppo; il «turbito raffinato di Ceylon e Goa», che è
un altro purgativo, come la scammonea di Aleppo; lo storace della Siria; lo zibetto delle Indie orientali e «qualunque luogo dove
si trova la jena», che guariva i neonati dalle coliche. Il «tignami
o Elichrysum di Alessandria, pianta di fiori vermifuga, facilita i
mestrui»; il bezoìm delle Indie orientali, Siam e Sumatra, gomma resinosa per i polmoni ulcerati, curante dell’asma e antidoto
al veleno; vari prodotti, francamente, più potabili ed abituali,
compresi i ribes di Patrasso, «buona qualità e ben venduti»; con
le spezie, agli inglesi non dispiacciono nemmeno l’uva passa greca e il vino dolce, la malvasia; e addirittura libri manoscritti,
stampati e miniati.
Y Quella della stampa è arte innanzitutto veneziana: nel Cin-
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
18. Albrecht Dürer,
la Festa del Rosario, Praga,
Národni Galerie.
sollecitazioni della regina Elisabetta: il Senato (96 sì, 44 no e 58
astenuti) provvede giusto sei settimane prima che la sovrana
muoia; le resta soltanto il tempo per l’udienza di presentazione
e di benvenuto.
Y Dei 34 consoli veneziani in Inghilterra, due, nel Quattrocento, sono inglesi, a
Sandwich ed a Hampton: due porti, a riprova di quanta rilevanza avessero i viaggi
delle galee. Mentre
appena del 1608, e
anonimo, è il primo
console inglese a Venezia, «nominato dai
mercanti ivi residenti». Il primo ambasciatore, 1340, è il
cappellano della casa
regnante a Napoli; e
del 1532 il primo residente, dopo alcuni
inviati o straordinari.
Brown conta oltre
duemila lettere mandate a Londra solo dal 1602 al 1629. Venezia sarà l’ultimo Stato a riconoscere quello di Cromwell, dopo la
decapitazione di Carlo I Stuart (fig. 20). La sua tradizione diplomatica è celebre, come quella degli spioni. Lord Chesterfield
esorta il figlio, «in qualunque parte si trovi, a coltivare l’amicizia dell’ambasciatore veneziano».
Y Dal 1431 la Repubblica ha missioni diplomatiche permanenti, «primo Stato a mantenerne», scrive Norwich: eletto papa
Eugenio IV Gabriele Condulmer (fig. 21), c’è bisogno di un delegato a Roma. Già prima, però, nelle capitali giungevano diplomatici incaricati di singole partite, cui dal 1268, una legge imponeva di presentare rapporto al vertice della Repubblica; dal
1470, sono in italiano. E il gioco delle spie nel mondo era tale,
che questi rapporti si ritrovano in vari archivi stranieri, e perfino alla biblioteca Bodleiana di Oxford. Invero, a Venezia esistono anche 49 lettere scritte dai monarchi inglesi ai romani pontefici nel Quattrocento, e non si sa come vi siano giunte.
29
30
21. Bernardino di Betto
detto Pintoricchio,
Enea Silvio Piccolomini fa atto
di sottomissione a papa Eugenio IV
(dett.), 1503-8, Siena,
Duomo.
chiede l’elenco di miniatori, stampatori e rilegatori veneziani, e
con un decreto ne sancisce l’importazione.
Y Ma tra Londra e Venezia non sono soltanto i viaggi. Esistono
inglesi, ad esempio, che domandano aiuto a Venezia per giungere in Terrasanta: il duca di Norfolk, Thomas Mowbray, bandito
da Riccardo II, nel 1399 spera in una galea in prestito per un pellegrinaggio, ma muore di peste. La salma ritorna in Inghilterra,
come lui voleva, solo nel 1532. Resta la lapide, poi inserita nel
porticato di Palazzo
Ducale, finché, 1810,
i francesi ordinano
che sia resa illeggibile, piena come era
d’insegne del nemico. Domenico Spera,
lo scalpellino incaricato del lavoro, si limita a rivoltare la pietra; e nel 1839, proprio Rawdon Brown
la scopre, e la spedisce
agli eredi. Tra gli atti
che pubblica, infinite
le curiosità. Un Avviso (è il nome dei dispacci) racconta, nel
1531, di 7 o 8 mila
donne che si precipitano fuori di Londra,
per uccidere Anna
Bolena (fig. 26),
«l’amata del re inglese che cenava in una casa di piacere sopra una
fumeria»; ma la avvertono, e lei scappa in tempo, traversando in
barca il Tamigi. La foresta di Chute, donata da Carlo I al Premier,
cela uno scandalo ante litteram: «Una vendita fatta dal Lord Tesoriere a se stesso sotto falso nome»; non è processato perché poco
dopo (provvidenzialmente) muore. Tra le carte, imperversano le
spie. Le prime lettere inglesi nell’archivio della Serenissima riguardano il conte di Devon «Edoardo Courtenay (fig. 27), che
morì a Padova di lenta febbre, benché non senza sospetto di veleno». Era stato incarcerato 15 anni nella Torre di Londra, dove,
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
20. Anton Van Dyck,
Carlo I Stuart a caccia,
a 35 anni, Parigi, Louvre.
quecento, la città produce due terzi dei libri dell’intera Penisola; in 50 tipografie, tre volte e mezzo quelli globalmente stampati da Milano, Firenze e Roma. I torchi sono 1.500; 493 tipografi ed editori danno lavoro a 2.500 abitanti. Un solo nome: Aldo Manuzio. Inventa il carattere “aldino” (il corsivo: lo troviamo ancora con il nome di
italic nei nostri computer);
è editore di Pietro Bembo
ed Erasmo da Rotterdam;
e suo è il sogno di ogni bibliofilo, il libro più prezioso del Rinascimento: la
Hypnerotomachia Polyphili del
domenicano Francesco
Colonna, «battaglia d’amore in sogno», un mix di
latino e volgare, arricchita
da splendide incisioni (fig.
22). Le edizioni di Manuzio, con àncora e delfino
(fig. 23), sono un modello; inventa anche i tascabili, piegando un foglio in
otto: sono i volumi in ottavo. Ma l’arte di Gutenberg
approda in laguna già nel
1469, con tanto di placet
dogale: la portano Vindelino e Giovanni di Spira;
suo il primo libro veneziano: le Epistolae ad familiares di
Cicerone (fig. 24), conservate in quel gioiello che
è la Biblioteca Marciana.
Con loro è Johann Emerich, che si fa chiamare Giovanni de Spira: dall’inizio, è in società con Johannes Hamman di Landau,
che dal 1482 spedirà anche a Londra i propri messali per le chiese di York e Salisbury, finanziati da investitori fiamminghi (fig.
25); erano già la mobilità dei capitali, l’intraprendenza commerciale, le lunghe vedute di uomini colti. Riccardo III, immortalato da Shakespeare, nel 1483, il primo anno di regno, ri-
31
32
23. Aldus Pius Manutius,
il frontespizio,
con àncora e delfino,
di Institutionum grammaticarum
libri quatuor, Venezia, 1508
o 1514.
propria mano in testa». Né è detto che la sovrana muoia davvero
per infermità, come si afferma. Appena sei settimane prima, era
«in tutto il vigore d’una verde vecchiaja» (Rawdon Brown): lo
dice il segretario Carlo Scaramelli, in un dispaccio. Dopo 44 anni, un diplomatico era stato inviato, ma a spese dei mercanti, non
della Repubblica. Lei era «vestita di tabì
d’argento et bianco fregiato d’oro, con
habito alquanto aperto davanti, sì che
mostrava la gola cinta di perle et rubini
fino a mezzo petto, capelli di un color
chiaro che non lo può far la natura, peri
di perle grossi attorno alla fronte, gran
numero di gemme nella persona, quasi
coperta di cinte d’oro gioielate, e pezzi
separati di carnonzi, balassi et diamanti,
filze doppie di perle più che mezzane»;
assistevano, «scoperti, l’Arcivescovo di
Canturberì, il Cancelliere, il Tesoriere,
l’Ammiraglio, il Secretario e tutto il
Consiglio privato, dame, cavalieri, musici da ballo». La Regina si leva in piedi;
saluta; scambia cortesie; discute; fa progetti. Legge la missiva da Venezia che il
segretario le porge, e «di placida, quasi
ridente si fece alquanto più grave nel volto»: protesta, perché, fino ad allora, Venezia non ha mandato un ambasciatore.
Ricorda anche d’aver imparato l’italiano da piccola; e dice che
forse le riuscirà di parlarlo nuovamente. Una moribonda?
Y Nemmeno i sovrani vanno esenti da quella umanissima pecca
che si chiama gelosia. Tra i dispacci dei quattro anni di Sebastiano Giustinian a Londra, 226 trovati da Brown quando si pensavano perduti, uno riferisce di un incontro con Enrico VIII, nel
1515 di 24 anni: «Sua Maestà è entrato nel nostro pergolato, e rivolgendosi a me in francese ha detto: Parla un po’ con me; il re
di Francia è alto come me? Gli ho risposto che la differenza era
poca. Ha proseguito: È altrettanto robusto? Gli ho risposto di
no. Poi: Come ha le gambe? Muscolose, ho replicato. Al che, ha
aperto il farsetto e, mettendosi la mano sulla coscia, ha detto:
Guarda qui; e ho anche buoni polpacci!». E intanto, allo Steelyard si mercanteggiava.
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
22. Francesco Colonna,
una xilografia
dell’Hypnerotomachia Polyphili.
con la madre, aveva assisto all’esecuzione del padre Henry, tutti
accusati di complotto filocattolico. Spende in Italia l’anno estremo; ma il Consiglio dei Dieci lo crede «stromento della corte di
Francia», e ordina al Podestà di Padova d’inviargli in segreto lo
stipo con le sue lettere; convoca un fabbro, lo vincola al silenzio
e ne sottrae alcune; poi rispedisce il tutto, riposto
nell’esatto ordine in cui si
trovava, con ogni sigillo.
Ma ad Antonio Foscarini
(1570 - 1622) i sospetti
costano ancora di più:
ambasciatore in Francia e
Inghilterra, al ritorno è
accusato di relazioni con
esponenti stranieri (proibite); alcuni incontri, a
Palazzo Mocenigo, da Lady
Alathea Talbot, moglie del
II Conte di Arundel (uno
dei primi collezionisti di
opere italiane, fig. 28),
che, per smentirli, invano
si reca a Palazzo Ducale.
Con voto unanime del
Consiglio dei Dieci, è
condannato, strangolato
in carcere e il corpo appeso tra le due colonne in Piazzetta San
Marco. Pochi mesi dopo, scoperta la falsità delle accuse, giustiziati i rei; e lui, pienamente ma tardivamente riabilitato.
Y Mandate dall’ambasciatore veneziano a Parigi, non mancano
neppure due lettere d’amore, del 1579, della regina Elisabetta
(fig. 29) al duca Francesco d’Angiò già d’Alençon, figlio di Caterina de’ Medici, la regina madre di Francia. Se un po’ di gossip è
lecito, sono divertenti. La sua «presenza mi ha dato e dà la salute et ogni contentezza che ho», «all’intera sodisfazion mia non
mancherà altro che la persona di V.A.»; gli dona un orologio di
pregio e una «beretta giogielata che vale quattro mila scudi»: li
definisce «piccoli doni, l’uno perché portandolo al collo habbi
causa di ricordarsi ogn’hora di me», e «la beretta a significazione della corona di questo regno, che più volentieri le metterei di
33
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
24. Marco Tullio
Cicerone, una pagina
delle Epistolae ad familiares,
il primo libro pubblicato
a Venezia, da Giovanni
di Spira, nel 1469.
25. (a fronte) Johannes
Hamman de Landoja,
una pagina miniata del
Messale romano, Venezia,
1491.
Y Di spessore certamente inferiore i contenuti di altri registri
veneziani, quelli degli spioni e delle informazioni. Tra Londra e
Venezia, c’era anche una “guerra di cifre”. Gli inglesi fanno subito conoscere «il manualetto di Leon Battista Alberti, padre
della crittologia occidentale» (è del 1466, però pubblicato solo
nel 1568, il suo De componendis
cyfris); «si avvale di John Dee,
mezzo scienziato mezzo astrologo, che conosce i segreti crittografici di Tritemio e Cardano»
(così Paolo Preto nel fondamentale I servizi segreti a Venezia); e
già nel Cinquecento, la Serenissima sviluppa un suo codice, per
cui “bovi” significa galee, “specchi di Muran” artiglieria, “biscotti” sta per occhiali, “spetie”
per fanteria, i “damaschi” sono
l’armata del papa, la “cannella
intera, un pezzo” gli arabi, il
“velluto cremisin” il fuoco,
“volpe” le navi turche, e così via.
Perché, all’epoca, la corrispondenza era spesso intercettata.
Nel 1746, Pietro Andrea Cappello, ambasciatore a Londra, sa
tutto della celebre “camera nera” inglese, strumento speciale
che «imprime li dispacci su una
carta espressamente preparata
con una spezie di gomma, che
ne attrae da qualunque inchiostro l’impressione».
Y A Venezia, bastava un sospetto di collusione, e si finiva in piena notte nel Canal Orfano: «In più cauta et secreta maniera»,
con due marmi impiombati addosso. E in laguna, nel 1583, circolano voci sui tentativi di avvelenare la regina Elisabetta con mazzi di fiori, acque profumate e con la biancheria. Potere e affari.
Nicolò Tron, ambasciatore nel 1718, nel suo lanificio a Schio introduce la «navetta volante» inventata nel 1733 da John Kay, e la
Serenissima registra; il residente a Londra Cesare Vignola manda
26. Anna Bolena, in un
dipinto della National
Portrait Gallery di Londra.
27. Edward Courtenay,
morto a Padova,
in un’antica incisione.
36
tere e rotative a vapore; ne imbarca di nascosto i modelli, come
poi farà per certi affusti di artiglieria, con cui Angelo Emo bombarderà i porti tunisini. Proteggere i commerci, e l’industria è da
sempre un compito della nutrita rete di “007” veneziani. Quando, nel 1622, un gruppo di muranesi si trasferisce in Nuova Scozia portando i propri segreti e apre nove fornaci, l’ambasciatore
offre denari a uno di loro, convincendolo a ritornare. Anche
Giacomo Casanova è attivo a Londra: propone agli inquisitori,
nel 1763, un nuovo modo per tingere di scarlatto i fazzoletti di
cotone. Ma facciamo punto con tante vicende più o meno equivoche. Tra queste carte, ci sono anche descrizioni che soltanto i
testimoni possono offrire: le galanterie di corte, il bon ton diplomatico. Francesco Gradenigo scrive nel 1596 che «trovai la regina [Elisabetta] sotto il baldacchino, tosto le baciai la mano, che
mi disse in italiano, la qual lingua parla benissimo: il Re mio fra-
28. Anton Van Dyck,
Thomas Howard, XXIV Conte
di Arundel, con la moglie Alathea,
1639-40, Arundel Castle
nel West Sussex inglese,
collezione del duca di
Norfolk.
29. L’attrice australiana
Catherine Elise Blanchett,
detta Kate, nel film
Elizabeth, the golden age
del 2007, seconda parte
di una trilogia diretta
da Shekhar Kapur.
tello mi scrive che debba farvi vedere le cose belle che sono in
questo regno, et alla prima voi haverete veduta la più bruta, che
son io». Ovvi i seguiti, ed i reciproci salamelecchi. Sipario. Ma
con un pensiero a una (forse) povera monaca: nelle Curiosità veneziane, Giuseppe Tassini (1863) racconta che, nel
1643, «il gentiluomo inglese Giovanni Bren, o Brin,
addetto all’ambasciata d’Inghilterra, presa una gondola
da traghetto, stava per asportare dal monastero delle
Convertite una monaca, che
aveva già messo sotto il “felze”, coperta con un drappo,
allorquando i barcaiuoli, alle grida dell’altre monache,
ricusarono di muovere la
barca, così andò fallita l’intrapresa. Il Bren perciò dovette stare in prigione sei
mesi». Ma dopo, è assolto:
«Giovane e alquanto inesperto», era stato «gabbato
da una vecchia ruffiana, per
nome Margherita Locarda,
la quale fu condannata a 4
anni di carcere». Che esistesse, già allora, l’impunità diplomatica?
l’indagine
ambasciatori e spie raccontano anche gli amori della regina
notizie sulle ultime invenzioni: il cronometro marino, la draga,
la giacca di salvataggio, il pallone aerostatico. E per avere una
nuova qualità di ferro, un ignoto fabbro veneziano corrompe l’operaio di una fornace inglese con un banalissimo bicchiere di
punch. Un colpo sensazionale si deve nel 1780 all’ambasciatore Simone Cavalli: riesce ad introdurre in Veneto macchine copialet-
37
tutta l’inghilterra è ricolma
di palladio. e “ruba”
perfino il volto all’architetto
Guido Beltramini
1. Lord Richard Boyle,
terzo conte di
Burlington, Chiswick
House, facciata, 1726,
Londra.
2. Anton Van Dyck,
Ritratto di Inigo Jones,
matita, Chatsworth,
The Trustees of the
Chatsworth Settlement.
Y Il primo inglese ad arrivare e a scriverci sopra fu una specie
di buffone di corte, e Palladio non lo impressionò affatto. Thomas Coryat (1577 c. - 1617) pubblica nel 1611 il resoconto del
proprio viaggio di cinque mesi attraverso l’Europa, compreso un
soggiorno a Vicenza, avvenuto tre anni prima. Nelle sue Crudities
- letteralmente: cose ancora grezze, non raffinate - Coryat nomina palazzo Valmarana, il teatro Olimpico e la Rotonda, ma la
celebre Basilica palladiana ha la peggio di fronte all’antiquato
palazzo della Ragione di Padova, «di gran lunga la cosa più bella che io abbia visto».
Qualche anno dopo, invece, con Inigo Jones
(1573-1652, fig. 2) fu
amore a prima vista. Jones è a Vicenza due volte,
nel settembre del 1613 e
alla fine dell’estate del
1614. Percorre le strade
della città con in mano
una copia della terza ristampa (1601) dei Quattro
Libri dell’architettura (fig. 3),
il trattato che Palladio
aveva pubblicato nel
1570, su cui annota puntualmente ciò che vede. Da questo esemplare, oggi conservato al
Worcester College di Oxford (fig. 4), possiamo trarre il più antico report sullo stato degli edifici palladiani, a poco più di un
trentennio dalla morte dell’autore. Jones commenta le immagini del trattato, segnalando le differenze con quanto effettivamente realizzato. Nella tavola di palazzo Barbarano aggiunge,
tratteggiate, le due campate effettivamente costruite, che mancano nell’illustrazione; sulle planimetrie di palazzo Chiericati e di
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
39
40
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
3. Andrea Palladio,
I quattro libri dell’architettura,
Venezia, 1750.
palazzo Thiene, invece, segna il limite cui si era arrestato il cantiere. Non manca di appuntarsi un gossip per noi prezioso, quando sulla pagina relativa a palazzo Thiene scrive: «Scamozzi e Palma il giovane dissero che questi progetti erano di Giulio Romano ed eseguiti da Palladio, e così pare», smascherando il tentativo di Andrea di attribuirsi l’edificio del
più noto collega.
Y Sempre dalle note
sul trattato, veniamo a
sapere che vecchi muratori vicentini condussero Jones di fronte a palazzo Thiene e,
indicandogli il capitello sullo spigolo del
piano nobile, affermarono con orgoglio
di categoria: «Questo
lo ha scolpito Palladio
con le proprie mani».
Y Perché questa esegesi palladiana? Che
cosa spinge Jones ad
uno studio tanto accurato degli edifici vicentini e delle ville
nelle campagne? Inigo
- che, ricordiamo, è
scenografo di corte e
architetto - è giunto
in Italia con l’obiettivo di trovare dei modelli su cui basare un rinnovamento radicale della provinciale architettura inglese del proprio tempo. All’inizio del XVII secolo, pur destinata a diventare una grande potenza europea, la Gran Bretagna scontava il suo periferico isolamento, con uno stile edilizio dove le novità della nuova architettura classica continentale si mischiavano ingenuamente con una
tradizione locale ancora gotica. Jones vede in Palladio la via per
un rapido aggiornamento: una architettura basata su modelli
antichi, ma che aveva saputo adattarli ad edifici contemporanei
4. Il Worcester College,
a Oxford.
5. Paolo Caliari,
detto Veronese (attr.),
Ritratto di Vincenzo Scamozzi,
Denver, Denver Art
Museum.
come ville, palazzi, chiese. Il linguaggio palladiano appare a Jones puro e limpido, fatto di proporzioni e di misura, basato su
regole semplici; in un certo senso, più vicino ad una certa austera mentalità nordeuropea di quanto non lo fossero le eleganze
michelangiolesche o le successive complesse ricerche spaziali barocche. Con in più il fascino, per nulla secondario per tutti i
palladianisti, di provenire
dal territorio della Serenissima Repubblica di Venezia, vale a dire il paese
dove si riteneva - dai veneziani naturalmente - concretamente realizzata la
forma di governo ideale
vagheggiata da Platone, in
cui convivono la monarchia (il doge), l’oligarchia
(il Consiglio dei X) e la
democrazia (il Senato).
Y Ma la passione di Inigo
per Palladio probabilmen-
41
7. Jonathan Richardson
il Vecchio, Ritratto di Lord
Richard Boyle, terzo Conte
di Burlington, National
Portrait Gallery, Londra.
antiche, che pubblicò nel 1730 come Fabbriche antiche disegnate da Andrea Palladio vicentino, stampati in color seppia ad imitazione degli
inchiostri originali: è la prima pubblicazione “in fac-simile” di
disegni di architettura. Dagli eredi di Burlington, le ormai diverse centinaia di disegni palladiani approdarono nel 1894 nelle raccolte del Royal Institute of British Architects, riconosciute come
una sorta di riserva aurea della cultura architettonica della nazione.
8. Inigo Jones, il salone
della Banqueting House,
a Whitehall, 1619-22,
Londra.
9. Henry Flitcroft,
il salone centrale della
Wentworth Woodhouse
di 365 stanze, edificata
a partire dal 1723
nello Yorkshire.
Y Palladio per gli inglesi non è mai stato un architetto qualunque. Non lo fu per Inigo Jones, che ispirandosi a lui rivoluzionò l’architettura del proprio paese con edifici come la Banqueting House (fig. 8), ultimata nel 1622 per il re Carlo I. E non lo
fu per i successivi tre secoli, se pensiamo che le letture palladiane di Rudolf Wittkower contenute nel libro The Architectural Principles in the Age of Humanism, (London 1949) divennero fondative per
la nuova architettura inglese del secondo dopoguerra. Un allievo di Wittkower, Colin Rowe, tracciò proprio in quegli anni una
discutibile ma feconda linea di contatto fra Palladio e il Movimento Moderno, attraverso Le Corbusier, con il celebre saggio
The Mathematics of the Ideal Villa, in cui paragonava la villa modernista
a Garches con la Malcontenta palladiana. E di edifici palladiani
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
6. Paolo Caliari,
detto Veronese (attr.),
Ritratto di Daniele Barbaro,
fratello di Marcantonio,
Amsterdam,
Rijksmuseum.
te non sarebbe stata sufficiente ad innescare la rivoluzione architettonica del palladianesimo se egli non fosse rientrato in Inghilterra con diverse centinaia di disegni del Maestro. Non sappiamo con certezza come sia successo. È possibile
che i disegni fossero rimasti in possesso di Silla,
il figlio minore di Palladio, o più probabilmente
di Vincenzo Scamozzi (1548-1616, fig. 5), suo allievo o quantomeno erede dei cantieri in corso
alla morte di Andrea (dalla Rotonda, al Teatro
Olimpico) e delle preziose relazioni con committenti quali Marcantonio Barbaro (fig. 6). Dato che Scamozzi aveva un pessimo carattere - e bisogno di soldi per pubblicare il proprio trattato ci siamo fatti l’idea che egli abbia fatto commercio dei disegni palladiani, vendendoli a Jones. In
effetti non ne abbiamo le prove e mi piacerebbe
pensare che il vecchio Scamozzi abbia voluto affidare i disegni del proprio maestro al futuro: al
campione di una nuova nazione potente a caccia
di una nuova architettura. Non lo sapremo mai;
ma come nel XV secolo i codici greci furono trasportati dal Cardinale Bessarione a Venezia da
Costantinopoli, al momento della caduta della
città nelle mani turche, e attraverso essi la Serenissima divenne l’erede di una sapienza secolare,
così i disegni palladiani trasformarono nel profondo la cultura architettonica inglese. Jones li
conservò come reliquie, e in contrasto con le fitte annotazioni e disegni tracciati sulla propria
copia de I Quattro Libri, evitò di apporvi il minimo
segno. Intonsi giunsero al suo allievo e congiunto John Webb (1611 - 1672), che nel 1628 aveva
sposato sua nipote Anne, il quale continuò a rispettarli preferendo ricopiarli in grandi preziosi fogli oggi al Worcester College di Oxford. Da Webb, giunsero ad un altro architetto inglese,
William Talman (1650-1719), che li acquistò prima del 1701 e li
lasciò in eredità al figlio John (1677-1726), collezionista e antiquario, che nel 1720-21 li vendette a Lord Burlington (16941753, fig. 7), anch’egli architetto dilettante. Quest’ultimo, non
sazio, nel 1719 organizzò un viaggio in Italia a caccia di nuovi fogli palladiani, ritrovandone un folto gruppo relativi alla Terme
43
12. Un’immagine di Villa
Almerico detta La Rotonda,
come è stata realizzata.
13. Mereworth Castle,
nel Kent, progettato
da Colen Campbell
nel 1723, per John Fane,
settimo conte
di Westmorland.
Campbell la replica nel Kent per John Fane, Earl of Westmorland, a partire da 1722-1724, non guarda alla villa costruita, ma
si rifà alla illustrazione dei Quattro Libri (fig. 13). E lo stesso avviene con l’anonimo autore di Foot Cray Place (realizzata intorno al
1754 e distrutta da un incendio nel 1949, fig. 14), ma anche, in
tempi recenti, per Henbury Hall, costruita da Julian Bicknell nel
1983, e per la Rotonda che Munib el-Masri si è fatto costruire fra
il 1998 e il 2000 sulle colline di Nablus, in Palestina (fig. 15).
Y I Quattro Libri furono un veicolo irresistibile per la fama di
Palladio, tranne che per una cosa: il volto. In controtendenza
con una pratica frequente a Venezia, Palladio non inserisce il
proprio ritratto all’inizio del
trattato. In questo, sembra
piuttosto seguire l’adagio che
possiamo leggere nella medaglia
di Erasmo di Quentin Matsys
del 1519 (e nel ritratto inciso di
Durer del 1526), secondo cui
«gli scritti presenteranno una
immagine più veritiera» dell’autore, di quella che il bulino
possa incidere, ancorché dal vero. Se è vero che i Quattro Libri
sono un ideale autoritratto,
dell’aspetto fisico di Palladio
oggi conosciamo solamente la
mano sinistra, e tanti altri “ritratti” su cui però non abbiamo
certezze: anche uno del Greco
(fig. 16). La mano, invece, la
troviamo disegnata sul margine
inferiore di un foglio conservato al Royal Institute of British
Architects (X, 15r). Esso raccoglie studi e pensieri sulla Loggia
di Brescia, e l’inchiostro con cui
è tracciata la mano è omogeneo a quello gli altri schizzi architettonici, suggerendoci che Palladio stesso la abbia ritratta, soprapensiero. Il problema è che questo è tutto ciò che abbiamo di lui.
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
10/11. Andrea Palladio,
I quattro libri dell’Architettura,
1567: due delle tavole
dedicate alla Basilica di
Vicenza e una di quelle
di Villa Almerico, detta
La Rotonda, a Vicenza,
diversa da come è.
- o presunti tali, dato che va considerato il penetrante influsso di
Scamozzi - ridonda l’intera Gran Bretagna; ne valgano due per
tutti: Chiswick House, la dimora che Lord Burlington costruì
per sé nel 1726 ispirandosi ad un disegno di
Palladio e alla Rocca Pisana di Scamozzi, e
Wentworth Woodhouse, nello Yorkshire
(figg. 1 e 9).
Y Ma quale Palladio è guardato con ammirazione dagli inglesi? Non tanto il Palladio
costruito, quanto il Palladio rappresentato
nei Quattro Libri dell’Architettura. Nel proprio
trattato, in particolare nel secondo e terzo libro, Palladio aveva inserito più di una ventina di progetti di ville e oltre una dozzina di
palazzi di città, qualche ponte e la Basilica
palladiana. Essi sono presentati con poche
righe di testo (che ne ricorda il proprietario,
i caratteri del sito, e alcune caratteristiche
funzionali) e con disegni che ne danno una
rappresentazione astratta ma efficace (fig.
10). Palladio non era infatti interessato a
rappresentare nei minimi dettagli ogni proprio singolo progetto, quanto a fare emergere i caratteri comuni, a restituire il proprio
“architectural system”. Come si era accorto subito Inigo Jones, gli edifici reali - stretti fra carenze di tempo, di soldi e spesso di volontà
dei committenti - erano ben diversi dalle
rappresentazioni idealizzate del trattato. Ma
la forza comunicativa dei Quattro Libri vinse
presto sulla realtà delle cose, ed ecco sorgere
nella campagna inglese ponti come quello
nel giardino di Wilton House, che non sono mai
esistiti se non nell’illustrazione contenuta
nel terzo dei Quattro Libri di Palladio. La stessa Rotonda ha avuto
una propria peculiare fortuna britannica. Cominciata a costruire
alla metà degli anni Sessanta, fu ultimata da Vincenzo Scamozzi
una trentina di anni più tardi. Rispetto alla illustrazione dei Quattro Libri, che mostra una cupola a semisfera completamente estradossata (fig. 11), l’edificio costruito presenta una cupola ribassata, sul modello di quella del Pantheon (fig. 12). Quando Colen
45
17. Tommaso Temanza,
Vita di Andrea Palladio,
Venezia, Giambattista
Pasquali, 1762.
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
14. Foots Cray Place,
sorta nel 1754 nel
sobborgo londinese
di Bexley e distrutta
dal fuoco nel 1949.
15. Munib Al Masri
davanti alla sua nuova
dimora.
16. Doménikos
Theotokópoulos
detto El Greco, Ritratto
di Andrea Palladio (?),
Copenaghen, Statens
Museum for Kunst.
Il volto - o meglio “i” volti - di Palladio che oggi ci sono familiari, hanno origine nel Settecento in Gran Bretagna. In un caso, possiamo dimostrare che si tratta di vera e propria falsificazione; in un altro, non è possibile verificare la auto-dichiarata
origine cinquecentesca, che appare peraltro improbabile. In
ogni caso, Palladio è fino ad oggi, senza un volto certo. Dico «fino ad oggi» perché fonti cinquecentesche provano l’esistenza di
almeno due ritratti di Palladio, e non è detto che non possano
venire alla luce.
Y «Fu il Palladio di statura piuttosto piccola che mezzana, di
bella presenza e faccia molto gioviale». Così scrive Tommaso
Temanza nel 1762 (fig. 17), facendo riferimento ad un manoscritto della vita di Palladio in proprio possesso, ma
oggi perduto, e di cui non conosciamo né l’origine,
né l’autore. Questo - a parte la mano sinistra - è tutto quello che sappiamo della sua persona. Ma Palladio è mai stato ritratto da un pittore? Era usuale per
un architetto farsi eternare? Conosciamo diversi ritratti di architetti, a partire dallo splendido doppio
ritratto di Pietro di Cosimo che rappresenta Giuliano Da Sangallo e suo padre Francesco Giamberti intorno al 1485, ora al Rijksmuseum di Amsterdam. La
passione di famiglia per i ritratti continua con il nipote di Giuliano, Antonio Da Sangallo, che sessant’anni dopo si fa dipingere mentre stringe in mano
18. Jacopo Robusti
detto Tintoretto,
Ritratto di Jacopo Sansovino,
Firenze, Uffizi.
compasso e squadra, attributi della professione di architetto.
Sansovino si fa ritrarre da Tintoretto con il compasso in mano,
insieme scultore e architetto (fig. 18). Scamozzi si fa rappresentare da Paolo Veronese come teorico di architettura, mentre indica con il compasso il modulo del capitello (fig. 5). Giulio Romano si fa invece ritrarre come intellettuale, non architetto professionista con squadra e compasso, ma come “autore di architetture” di cui mostra una planimetria tracciata su un foglio (fig.
19).
Y Come si sarebbe fatto rappresentare Palladio? La domanda
non è oziosa perché Vasari, nella edizione delle Vite del 1568,
scrive che il pittore veronese Orlando Flacco (nato verso il 1530,
e nella città tra il ’91 e ’93) ne dipinse uno, di cui abbiamo completamente perso le tracce. Sappiamo anche che un ritratto di Palladio era nella collezione di
quelli di artisti raccolta dall’orafo e gioielliere tedesco Hans Jacob König, peraltro a sua volta immortalato da Veronese nel 1575 (fig. 20). In un inventario
di fine Cinquecento, redatto per vendere la collezione alla famiglia Borghese, si elencano, fra gli altri,
un ritratto di «Michiel Angelo Bonaroto di Jacopo
Tintoretto, di Antonio da Ponte di Jacopo Tintoretto, e Andrea Paladius di Giacomo Tintoretto».
Quello di Antonio da Ponte è oggi conservato al
Louvre; ma quello di Palladio non è ancora stato ri-
47
20. Paolo Caliari,
detto Veronese (attr.),
Ritratto dell’orafo Hans Jacob
König, Praga, Collezioni
d’arte del Castello.
ladio britannico”, sia l’atteggiamento dell’effigiato abbiano molto più a che fare con il Settecento, che non con il Cinquecento;
e per convincersene, basta paragonarli a ritratti di architetti inglesi settecenteschi, come il famoso ritratto in giovane età di
Lord Richard Boyle, terzo Conte di Burlington (fig. 7), dipinto
da Jonathan Richardson il Vecchio (1665 – 1745), conservato alla National Portrait
Gallery di Londra
(Burlington, a Vicenza
nel 1719, si sorprende
perché Palazzo Chiericati era stato completato solo di recente).
Ma i tratti del volto del
supposto Palladio sono completamente inventati, oppure si basano su un prototipo
cinquecentesco? John
Shearman, nel catalogo The Early Italian Picture
in the Collection of Her Majesty the Queen del 1983,
ipotizza che la fonte
per l’incisione di Ricci
possa essere un quadro
di Bernardo Licinio
oggi nelle Royal Collections ad Hampton Court (fig. 24), in cui un
uomo elegante stringe
fra le mani una squadra e un compasso, tradizionali attributi
dell’architetto, ed è appoggiato ad un parapetto su cui è inciso
«Andrea Palladio architetto, di ventitré anni, 1541». Shearman
nota che «a radiograph reveals numerous small losses in the
head, which has also been rubbed and retouched in the shadows,
so that its forms are only trustworthy in general terms» e considerato ciò, ritiene accettabile la derivazione dal ritratto di Licinio del volto di Palladio nell’incisione di Ricci. Shearman rivela
tuttavia una evidente falsificazione della iscrizione: mentre sono
autentiche le prime due righe (B.LYCINII / OPUS) e le ultime
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
19. Tiziano Vecellio,
Ritratto di Giulio Romano,
Mantova, Palazzo Te.
trovato.
Y In assenza di un ritratto “ufficiale” nei Quattro Libri - come invece accadeva con quello di Jacobo Barozzi detto il Vignola, 1507
– 73, nel frontespizio della sua Regola delli cinque ordini d’architettura,
o di Scamozzi nella Idea dell’Architettura Universale - ritratti fittizi cominciano a venire alla luce proprio in Gran Bretagna, a partire
dai primi decenni
del Settecento. Il
primo appare in
forma di busto, in
una grande allegoria nelle prime pagine del volume The
Architecture of Andrea
Palladio, che Giacomo Leoni pubblica
a Londra a più riprese fra il 1715 e il
1720 (fig. 21). Sotto l’incisione si legge «Sebastianus
Riecius inventor,
B[ernard] Picard
delineavit e sculpsit
1716». Il busto di
Palladio è chiaramente tratto dalla
incisione pubblicata nella pagina precedente (fig. 22),
che viene dichiarata
tratta da un dipinto di Paolo Veronese. E l’invenzione ha fortuna durevole, dato che compare sulla copertina del numero 609
di Domus nel settembre 1980, come autentica immagine palladiana.
Y In verità, già negli anni Cinquanta Rudolf Wittkower aveva
espresso per primo forti dubbi sulla reale origine cinquecentesca del modello dell’incisione, osservando che molto più probabilmente, si trattava di una immagine inventata dallo stesso Sebastiano Ricci più che derivare da un ritratto di Veronese di cui
non c’era traccia. Non c’è dubbio che sia l’abito di questo “Pal-
49
21. Sebastiano Ricci,
Ritratto immaginario di Andrea
Palladio, antiporta
di Giacomo Leoni,
The Architecture of A. Palladio,
London, 1721.
22. Bernard Picart,
Apoteosi di Palladio da
un’invenzione di Sebastiano
Ricci, incisione, 1716.
50
tre (ANNORUM / XXIII / MDXLI), sono state aggiunte successivamente la terza, quarta e quinta riga (ANDREAS / PALADIO
/ A.). Come a dire: il quadro è effettivamente di Licinio; è stato
dipinto nel 1541 e rappresenta un uomo di ventitré anni; ma l’identificazione dell’effigiato con Andrea Palladio è fasulla.
A chi attribuire la falsificazione? Nel 1741, il quadro risulta essere nella collezione del Console inglese a Venezia Joseph Smith,
un appassionato palladianista, che nel 1762 lo vende a re Giorgio III. Nel 1768, Smith promuove una edizione fac-simile del
Quattro Libri di Palladio, e del nostro quadro esiste una incisione,
realizzata da Pietro Monaco, che molto probabilmente vi doveva
essere inserita in apertura (fig. 23). È quindi possibile che la falsificazione del quadro di Licinio sia stata operata su indicazione
dello stesso Smith, anche se va sottolineato che, nel 1762, Temanza riteneva il dipinto originale, tanto da fissare, sulla sua base, la data di nascita di Palladio al 1518, contro la tradizionale datazione al 1508, proposta nella sistematica biografia redatta dal
vicentino Paolo Gualdo nel 1616. Oggi sappiamo per certo che la
data 1508 è corretta, e anche questo esclude che il dipinto rappresenti Palladio. In ogni caso, l’elegante vestito suggerisce un
case, palazzi, ville
tanti edifici, e un ritratto forse falsificato dal console smith
rango sociale elevato dell’uomo ritratto, che potrebbe essere un
aristocratico dilettante di architettura. Come ogni falsificazione,
anche l’operazione di Smith portava dentro di sé lo spirito del
proprio tempo: nel Settecento, la fama di Palladio è tale da rendere plausibile un suo ritratto in abiti più confacenti allo “status” di uno dei suoi ricchi committenti. Tuttavia sappiamo che la realtà di Palladio
era ben diversa, e ne conosciamo la fatica del vivere, fra problemi economici e turbolenze familiari. Il mondo dei suoi aristocratici clienti gli era
lontano; anche se talvolta, a leggere quanto annota nel manoscritto dei Quattro Libri, gli era forse
troppo vicino: «Mi è stato bisogno obedire non
tanto alla natura de i siti, quanto alla volontà de i
padroni, i quali parte per conservare in parte le
fabriche vecchie in piedi, parte per altri rispetti e
voglie loro, mi hanno sforzato in qualche parte da
quello ch’io ho avertito che si debba osservare e
che haverei fatto, benché mi sia sforzato sempre
appressarmeli più che habbi potuto».
23. Un’incisione
dal Ritratto di uomo
di Bernardo Licinio.
24. Bernardo Licinio,
Ritratto di uomo,
Royal Collections,
Hampton Court;
venduto da John Smith,
console britannico a
Venezia, a re Giorgio III.
51
quando sotto san marco
haendel arriva
per cercare delle voci castrate
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
Sandro Cappelletto
1. Jacopo Amigoni,
Ritratto di Farinelli,
1734-35 circa, Bucarest,
Muzeul National
de Art al României.
2. Thomas Hudson,
Georg Friedrich
Haendel, 1756,
Londra, National
Portrait Gallery.
Y Esserci, quel 1724 all’Haymarhet Theatre di Londra, quando debutta il Giulio Cesare di Georg Friedrich Haendel (fig. 2), e
il ruolo dell’imperatore è affidato a Francesco Bernardi, detto il
Senesino (fig. 3). Lui sapeva entrare in scena come nessuno: sempre stanco, sempre annoiato, come se fosse lì quasi per caso, indifferente a quanto gli accadeva intorno, soprattutto ai colleghi.
E quella sera, realizzò il suo capolavoro: contemplava il monumento eretto alla memoria di Pompeo, e rifletteva sulla vanità della
gloria umana, avvolto in
un mantello rosa, indossando una giacca blu
con bottoni dorati, in
un trionfo di parrucca e
di riccioli, le scarpe con
il tacco, i fianchi e il
ventre dilatati dalla
grassezza e dallo sforzo
di gonfiare il petto, da
dove usciva quella sua
voce potente e, insieme,
dolcissima.
Y Esserci, quel 1729 a Venezia, quando, sul palcoscenico del
teatro di San Giovanni Grisostomo (fig. 4) sono presenti, simultaneamente, Nicola Grimaldi, detto Nicolino, Domenico Gizzi, detto Gizziello, Carlo Broschi, detto Farinelli (fig. 1). La cardinalizia famiglia Grimani (fig. 5), che di quel teatro è proprietaria e ha fatto costruire nel 1678 da Tommaso Bezzi detto “lo
Stucchino” (ne possedevano già due, a San Giovanni e Paolo,
dove si eseguiva Monteverdi, e a San Samuele, fig. 6, nella cui
orchestra suonò anche Giacomo Casanova), deve attingere alle
sue riserve per ripianare i debiti di un luogo di spettacolo messo
53
54
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
3. Alexander Van Haecken,
da un ritratto di Thomas
Hudson del 1735,
Francesco Bernardi
detto il Senesino.
al tappeto dai cachet favolosi corrisposti ai tre divi. Vanno di moda le caricature, e le più veritiere raffigurano quei cantanti con
l’intero teatro caricato sulle spalle, ma vuoto (fig. 7): infatti, dopo che avevano cantato le loro arie, il pubblico usciva; la sala si
svuotava; l’estasi finiva.
Y Esserci, appena l’anno dopo ancora a Venezia, quando
Haendel, avuta eco di quei trionfi, in gran fretta riprende nave,
carrozza, Burchiello (fig. 8) e infine gondola; lascia Londra e torna in Laguna, con uno scopo preciso: scritturare cantanti; portare al di là della Manica voci capaci ancora una volta di stupire il pubblico inglese, che si stava saturando delle meraviglie dell’opera italiana: chiedeva vicende
e spettacoli meno improbabili, più credibili; cantati non più in italiano, ma in
inglese. Ma Haendel, tedesco di nascita,
italiano di formazione, inglese di carriera e successi, grazie al suo talento e alla
capacità infallibile di scegliere i migliori
cantanti, è convinto che in Italia si possano ancora trovare ed esportare le voci più
ambite, quelle di soprano. E di due tipi:
soprani donne e, ancor più desiderati,
soprani maschi, come Senesino, Grimaldi, Gizziello, Farinelli: evirati cantori,
tutti e quattro. «Voci d’angelo», secondo l’eufemismo più diffuso. «Sonori
capponi», come li avrebbero presto ribattezzati i primi Illuministi, esasperati
di fronte alla meravigliosa innaturalità delle loro voci. Oppure,
semplicemente “castrati”, come anche si chiamavano tra di loro:
«Maledetto castrato», grida Farinelli rivolto a un collega di professione e di condizione, che non gli stava simpatico: Giovanni
Carestini, detto il Cusanino (fig. 9).
Y «Si trovano in Italia dei padri barbari che, sacrificando la
Natura alla fortuna, conducono i propri figli a questa operazione per compiacere persone crudeli e voluttuose, che osano ricercare il canto di questi disgraziati. Facciamo ascoltare, se è possibile, la voce del pudore e dell’umanità che grida e si innalza
contro quest’abitudine infame: i Principi che l’incoraggiano con
le loro ricerche, arrossiscano una buona volta perché nuoccio-
4. Francesco Del Pedro,
Spaccato del teatro
di San Giovanni
Grisostomo, 1776,
Venezia, Museo Correr.
no, in tale modo, alla conservazione della specie umana». Così
Jean Jacques Rousseau in una sua celebre invettiva, redatta nel
1768. Il filosofo, e musicista, invoca i fondamenti della morale,
che certamente impediscono il sacrificio della potentia coeundi ac generandi, tanto più se compiuto su un bambino ignaro e inconsapevole. Un bambino: perché la pratica dell’evirazione poteva
portare frutti vocali solo se compiuta prima della muta della voce, che avviene spontaneamente attorno ai 10-12 anni, ed è definita una «caratteristica sessuale secondaria». Spuntano i primi peli; si dilata il pomo d’Adamo; si ispessiscono le corde vocali; la tessitura della voce si abbassa di un’ottava almeno. L’evirazione impedisce che questi caratteri maschili si sviluppino, e
così quegli adulti continuavano a raggiungere le vette della vocalità, sollecitando corde vocali rimaste leggere come quelle di un
fanciullo, messe però in movimento da un diaframma e da polmoni potenti come quelli di un uomo, e ancor più irrobustiti
grazie ai quotidiani esercizi di respirazione che i professionisti
del canto praticavano ogni giorno.
Y Ma la morale può aspettare, se il suo sacrificio genera un piacere che seduce l’orecchio e il cuore, riempie le tasche di quei
cantanti, dei loro impresari, dei compositori che per quelle vo-
55
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
5. Bernardo Strozzi,
Ritratto del cavaliere
Giovanni Grimani,
Venezia, Gallerie
dell’Accademia;
la famiglia ha dato alla
Serenissima tre dogi
e quattro patriarchi
di Aquileia;
il protagonista del
quadro, forse del 1640,
fu ambasciatore a Vienna
e Parigi, e Procuratore
di San Marco;
morì nel 1653.
ci scrivono opere. E sono sempre “opere italiane”, cioè cantate
nella nostra lingua, a quel tempo, ormai da oltre un secolo, ritenuta la lingua franca dell’opera. Gli “angeli di Dio” conquistano i palcoscenici di tutta Europa, da Lisbona a San Pietroburgo;
ma il marchio di fabbrica è sempre nostrano. Un primato, che la
nostra storiografia critica, e più ancora la coscienza collettiva, tendono a rimuovere, giudicandolo imbarazzante.
L’Italia è stata per oltre tre secoli, da
metà Cinquecento ai primi del Novecento, la sola nazione al mondo a praticare l’evirazione per uno scopo artistico.
Y Venezia, 26 dicembre 1709, teatro
di San Giovanni Grisostomo (fig. 10).
Il giorno di Santo Stefano segnava,
tradizionalmente, l’inizio della più
importante stagione d’opera: detta
«di Carnevale», perché proseguiva fino all’«ultima sera di Carnovale»
(fig. 11); poi, si entrava nella pausa di
Quaresima, e i teatri restavano chiusi.
Quella sera debutta Agrippina, seconda
opera italiana di un giovane musicista
nato ad Halle in Sassonia, nel febbraio
del 1685, un mese prima che – poco
distante, ad Eisenach – venisse al
mondo l’altro gigante di quel tempo
barocco: Johann Sebastian Bach. Tutti
e due tedeschi; mai incontrati, mai stretta la mano, mai parlati
di persona durante la loro vita. Preferivano farlo attraverso la
musica, che era il loro modo di comunicare: “copiando” l’uno
dall’altro temi e idee; creando, l’uno dall’altro, variazioni e canoni sulle partiture del collega. Tra loro, una differenza fondamentale. Haendel è stato molte volte in Italia, Bach mai. Sarà
(anche) per questo che il Sassone ha composto circa sessanta tra
opere, “pasticci” e musiche di scena, sempre per il teatro, mentre il Kantor, no, mai, neppure una?
Y Seconda opera, Agrippina: la prima, in parte perduta, era stata Vincer se stesso è la miglior vittoria, data a Firenze, nel 1707, su invito e sollecitazione di Ferdinando de’ Medici. Da Firenze a Roma,
6. Gabriel Bella,
Lo scenario e l’illuminazione del Teatro di San
Samuele, tra il 1779
e il 1792, Venezia,
Fondazione Querini
Stampalia.
7. Anton Maria Zanetti,
Gaetano Majorana
(detto Caffariello);
nella dicitura si legge:
«Il celebre Caffariello
che cantava al San Giov
Grisostomo, e porta via
il Teatro i poi che finita
ha la sua Aria si votava
affatto».
dove Haendel stupisce suonando l’organo nella Basilica di San
Giovani; e dove il cardinale Benedetto Pamphili gli concede l’onore (questo, allora, era il rapporto tra nobile committente e artista) di musicare alcuni suoi versi. Ma nella capitale dei papi, ha
orecchie anche il cardinale Vincenzo Grimani, che vuole assolutamente portare «il tedeschino» a Venezia, e farlo lavorare per
il proprio teatro. È lo stesso nobiluomo veneziano a scrivere il
libretto di Agrippina. Scegliendo un soggetto che racconta gli amorosi e perfidi intrighi della madre di Nerone e della Roma imperiale, Grimani intende rimarcare – è questo il reale sottotesto
dell’opera – la differenza della
classe dirigente lagunare rispetto
a quella romana, del passato e del
presente. Questo, del testo, gli
intellettuali veneziani leggono e
apprezzano. Però, il pubblico va
a teatro per altro, come raccontano documenti attendibili:
«Quasi ad ogni pausa il teatro
risuonava di grida e di applausi,
di “Viva il caro Sassone!”, e altre
espressioni di consenso tanto
57
8. Gian Domenico
Tiepolo, Il Burchiello,
Vienna, Kinsthistorisches Museum,
Gemäldegalerie.
9. Giovanni Carestini,
detto il Cusanino,
in un’antica incisione.
58
stravaganti da non poterle ridire», scrive John Mainwaring, le
cui Memorie su Haendel escono a Londra nel 1760, un anno soltanto dopo la scomparsa del maestro.
Y In Agrippina, il pubblico riconosce la bellezza e la libertà del
trattamento delle voci, ma scopre anche altro: «Fino ad allora (i
veneziani) non avevano mai conosciuto la forza dell’armonia e
della modulazione disposte in modo così forbito, e combinate
con tanta energia». L’opera resta in cartellone per ventisette sere
consecutive. Un primato concesso solo a quei titoli che si imponevano con tale rapido e unanime consenso da far stravolgere cartelloni, programmazione e impegni già stabiliti. Soprattutto se i
cantanti sono eccellenti; e se come Nerone, va in scena un «evirato cantore» di grido, Valeriano Pellegrini.
Y A Venezia, Haendel scopre il
piacere, oltre che del successo,
anche della maschera e del gioco, sempre musicale: «Fu riconosciuto ad una mascherata,
mentre suonava il cembalo, anche lui in maschera. Capitò che
fosse presente Domenico Scarlatti (fig. 12), il quale affermò
che non poteva trattarsi che del
famoso Sassone, oppure del diavolo in persona». Figlio di Alessandro, anche lui compositore amato dai Grimani, Domenico
Scarlatti è perfettamente coetaneo di Haendel e, per la gioia del
pubblico, all’Ospedale degli Incurabili, alle Zattere, sede di uno
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
dei celebri Conservatori di musica della città, va in scena una
delle più celebri “gare” tra compositori di tutti i tempi, una “sessione” d’improvvisazione all’organo e al clavicembalo, parago-
10. Francesco Del Pedro,
Pianta del pian terreno,
dal Progetto del teatro
di San Giovanni
Grisostomo, 1776,
Venezia, Museo Correr.
nabile a quella che, a fine Settecento, vedrà protagonisti Wolfgang Amadeus Mozart e Muzio Clementi a Vienna.
Y Ma in laguna, Haendel non si ferma a lungo, e proprio come
conseguenza del successo di Agrippina. L’elettore di Hannover, che
intrattiene eccellenti relazioni tra i rii, lo pretende infatti al proprio servizio come maestro della cappella di corte. E a inizio Set-
59
60
12. Domingo Antonio
Velasco, Domenico
Scarlatti, 1738.
cora non esisteva; ma lui, come tutti gli artisti, gli studiosi, gli intellettuali, continua tranquillamente a chiamarla Italia. La musica, scrive, «vive tuttora in Italia, mentre la maggior parte delle altre arti parlano un linguaggio morto; classico e dotto certamente, ma meno piacevole e
utile agli studiosi che nei
giorni di Leone X, quando l’Italia era così superiore al resto del mondo,
e quindi così degna di essere visitata, com’era la
Grecia al tempo di Pericle
o di Alessandro». Se lo è
ancora («degna di essere
visitata»”), l’Italia lo deve
molto alla musica: «Dire
che la musica in Italia non
fu mai tenuta come ora in
così grande considerazione, o così ben compresa
nel resto dell’Europa,
equivale a dire che i suoi
abitanti sono ora generalmente più civili e colti di
quanto non lo fossero in
qualsiasi altro periodo
della storia dell’umanità». Considerazioni che
valgono soprattutto per la
musica vocale, per il teatro d’opera. Per quanto riguarda invece
«il contrappunto, le fughe e i cori a più voci con strumenti, lo ripeto, non ho udito né mi attendo di udire altra musica che possa
uguagliare quella di Haendel», il cui ricordo persiste netto.
Y Pochi mesi, e l’11 febbraio 1771, a Venezia, assieme al padre
Leopold, arriverà anche Wolfgang Amadeus Mozart. È tempo di
Carnevale, di maschere; padre e figlio rimangono ospiti, per
quattro settimane, di una famiglia di amici, commercianti di Salisburgo trasferiti per lavoro a Venezia: i Wider. In casa, ci sono
sei figlie femmine. Esplodono gli ormoni dell’adolescenza:
«Venezia mi piace molto», scrive Wolfgang Amadeus in calce ad
una lettera del padre. E anche lui, come Haendel nel 1709, su-
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
11. Frederik Valckenborch, Il Carnevale di
Venezia, Kremsmünster,
Gemäldegalerie.
tecento, per un musicista è impossibile anche il solo pensiero di
rifiutare un impiego fisso. La rotta delle capitali del “bel canto”,
che partiva da Napoli, scendeva a Palermo, risaliva le principali
città dell’Italia per poi prendere il volo per il resto d’Europa, sta
già trascinando con sé il Sassone. E l’eco del successo al San Giovanni Grisostomo (fig. 13), arriva fino a Londra, dove gli impresari chiedono a Haendel di comporre la sua prima opera italiana
destinata al pubblico inglese. È il 1711, quando all’Haymarket
Theatre, trionfa Rinaldo, libretto ispirato ai poemi di Torquato
Tasso e Ludovico Ariosto. Tutta italiana la compagnia; tutti italiani i soprani e i
contralti, donne
e uomini. Tra
loro, anche Nicola Grimaldi,
detto Nicolino,
che
Haendel
non perderà di
vista e, quasi
venti anni più
tardi, incontrerà
ancora a Venezia.
Y Da allora,
gran parte della vita del compositore trascorrerà nella capitale
della Gran Bretagna, con l’incarico di Master of Orchestra della Royal Academy of Music, che aveva come scopo sociale quello di promuovere l’opera italiana. E a Londra, salutato da grandi onori,
Haendel muore nel 1759: ancora oggi, all’Hallelujah del suo Messiah, gli inglesi, a qualunque latitudine, si alzano in piedi, per
imitare, pare, il gesto impulsivo di re Giorgio II (fig. 14), imitato da tutto l’uditorio, quando lo ascoltò per la prima volta. Nel
nostro paese, il ricordo della sua presenza resterà a lungo vivissimo. È il 1770, quando il compositore e storico della musica inglese Charles Burney “scende” in Italia. Si ferma dapprima a Torino, quindi la percorre con metodica disciplina: prima l’asse
del Nord, poi il Centro, giungendo fino a Napoli. Dai suoi appunti, nasce quel Viaggio musicale in Italia che costituisce il più attendibile e appassionante documento e insieme racconto sullo stato
della musica, allora, del nostro paese. Burney spende sei mesi, da
luglio a dicembre, nell’Italia che come nazione riconosciuta an-
61
14. Charles Jervas,
Ritratto di Re Giorgio II,
Londra, National
Portrait Gallery.
62
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
13. Anonimo veneziano,
Festa al Teatro San Grisostomo
in onore del Duca di York,
XVIII sec. dall’archivio
fotografico di Federico
Zeri, Bologna,
Fondazione Zeri.
bito chiede di mascherarsi: di giocare a perdere, ritrovare, mutare la propria identità, allo specchio di se stesso e degli altri. Ma
di evirati cantori Mozart non parla. Non ne va a caccia. Quarant’anni dopo l’ultimo viaggio di Haendel in Laguna per scritturare “castrati”, il loro periodo d’oro è già finito; il gusto del pubblico sta cambiando;
l’epopea ha iniziato a
declinare, lasciando il
posto ad un gusto più
realistico, aggressivo,
mordente. L’ambiguità
sublime della voce degli
evirati – immagine sonora e credibile del mito dell’ androgino, caro
già a Platone – non riesce a competere con il
canto, così maschio, dei
tenori. Potremmo mai credere a un Alfredo Germont innamorato di Violetta, a un Mario Cavaradossi che seduce Tosca, interpretati da soprani-uomo? Varrà, come epigrafe in memoria, la
considerazione di Rossini, nel 1866: con la scomparsa di quelle
voci è venuto a mancare «il cantar che nell’anima si sente». A
Richard Wagner, sei anni prima, aveva confessato: «È difficile
farsi un’idea della bellezza del
consumato virtuosismo che questi
fuoriclasse possedevano, in mancanza di altre cose e per caritatevole compenso».
Y Si usavano anche in Vaticano:
al definitivo no papale del 1902,
le voci bianche della Cappella Sistina erano 28; si ridussero a sette per mancanza di volontari, e le
poche rimaste non furono cacciate, ma se ne attese la quiescenza.
In antico, una tra loro, Pedro
Montoya, era diventato celeberrimo, eppure non lo sapeva: Michelangelo Merisi, il Caravaggio
in contatto con i più importanti
15. Michelangelo Merisi
detto Caravaggio,
Il suonatore di liuto,
San Pietroburgo,
Ermitage; dipinto
dal 1595 al ’96,
è la versione Giustiniani,
presente nell’inventario
del 1638; fu venduto
a Parigi nel 1808.
16. Michelangelo Merisi
detto Caravaggio,
Il suonatore di liuto,
New York, Metropolitan
Museum: coevo
e realizzato per
il cardinal Del Monte,
è passato poi ad Antonio
Barberini, dalla cui
collezione è emigrato.
musicisti e cantanti della Roma di Clemente VIII Aldobrandini
e che scriveva a un amico «sappiate che io suono di chitarriglia
et canto alla spagnuola», l’aveva preso a modello per il suoi due
dipinti del Suonatore di liuto, uno all’Ermitage di San Pietroburgo
e l’altro al Metropolitan di New York (figg. 15 e 16), uno commissionato dal cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte
63
64
18. Corrado Giaquinto,
Ritratto di Carlo Broschi
detto Farinelli, Bologna,
Museo della Musica.
anni della sua vita a Bologna, in una villa appena fuori città, oltre
porta delle Lame (fig. 19). Parlano dei tempi andati; e Farinelli,
nato ad Andria in Puglia, educato musicalmente a Napoli, poi
trionfatore in tutte le grandi piazze teatrali, prima del precoce ritiro a Madrid, ricorda anche quello «strapazzoso viaggio» con
cui giunse «in Londra
felicemente, quantunque credevo non vedere
quest’Isola per il passaggio del mare così
perverso accadutomi;
grazie al Cielo, ora posso dire per ogni genere,
Te Deum Laudamus». A
Londra, dopo essersi
sfiorati a Venezia, lui e
Haendel si trovarono,
negli anni Trenta del
Settecento, a giocare
ruoli opposti: entrambi
impegnati nelle opere
italiane, lui a cantarle e
il compositore a scriverle, ingaggiati però da
due compagnie rivali.
«One God, one Farinelli», gridò una sera
una Lady inebriata: un
solo Dio, un solo Farinelli.
Y Quella voce così
acrobatica da poter
inanellare in Quell’usignolo che innamorato, dalla
Merope di Geminiano
Giacomelli, una sequenza di ventuno trilli consecutivi; così estesa da attraversare tre
ottave, scendendo dall’acuto al grave e risalendo con irrisoria facilità, in modo da sprofondare negli abissi e intravvedere poi la
salvezza, in Son qual nave che agitata dall’Artaserse composta dal fratello Riccardo, stregherà gli inglesi per tre anni soltanto. Da Lon-
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
17. Jacopo Amigoni,
Ritratto di Farinelli con
l’ordine di Calatrava,
Bologna, coll. priv.
Santa Maria, suo primo mecenate e committente della capitale
dei papi, e l’altro per i fratelli Giustiniani, il marchese Vincenzo e il cardinale Benedetto. Prima di andarsene da poco centenario, sir Denis Mahon, identificando l’esemplare ora americano, aveva anche individuato, nella “guardaroba” giustinianea redatta alla morte del marchese, non soltanto la piccola spinetta
che, invece della natura morta di frutta russa, vi è ritratta, ma
anche la romanza che il Montoya era intento a cantare. Altri invece diventavano celebri,
ben sapendo di esserlo: Girolamo Crescentini (1762 –
1846) è nominato da Napoleone cavaliere della Corona
ferrea, la massima onorificenza di Francia, che però, di solito, si riservava ai mutilati sì,
ma in battaglia; e a Farinelli,
allievo di Nicola Antonio Porpora e grande amico di Pietro
Trapassi detto Metastasio che
lo chiamava «gemello arciamabile», la Spagna tributa la
croce di Cavaliere dell’ordine
di Calatrava (fig. 17), riservata
ai nobili, a lui che non lo era.
«Possedeva virtù e facoltà vocali quali nessun altro cantante
al mondo ebbe forse mai, ed
era capace di soggiogare
chiunque lo udisse, il sapiente come l’ignorante, il nemico come l’amico», scriveva di lui Charles Burer. Resta leggendario il
“duello” ingaggiato al Teatro Argentina di Roma con un clarinettista: questi continuò la cadenza fino allo spasimo, ma al cantante non bastava, e lo surclassò tra fragorosi applausi, lasciandolo, in pratica, senza fiato. Non sarà un caso che sia stato immortalato da grandi della tavolozza, come Jacopo Amigoni e
Corrado Giaquinto (fig. 1 e 18).
Y Ma torniamo a Burney: uno storico scrupoloso come lui non
poteva ritenere completo il suo viaggio italiano se privo di una visita appunto a Farinelli, che a carriera finita trascorre gli ultimi
65
66
la musica
i carnevali al teatro che è ormai diventato il malibran
19. La Villa di Farinelli,
fuori da Porta Lame
a Bologna, in una rara
foto dell’Ottocento, da
Corrado Ricci, Figure e
figuri dl mondo teatrale,
Milano, 1921
dra a Madrid: impossibile resistere all’invito di Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V di Spagna, che a quella voce meravigliosa
chiede di riuscire là dove i medici di corte ormai disperano: placare dai terrori notturni lo sposo, trasformare i suoi incubi in
più miti immagini. «Solo la vostra voce potrà tentare», implora la regina italiana, che ben conosce il potere della musica. E
che altro può fare un cantante castrato se non accogliere la sfida
impossibile? E vincerla così totalmente, da dover cantare ogni
notte a palazzo la ninna nanna per il re folle, ripetendo sempre
– per anni e anni – le stesse arie: «Mi bevevo ogni sera le solite
quattro o cinque arie in corpo», scrive il cantante, testimoniando del più formidabile esempio di terapia omeopatica nella storia della musica, e della medicina. E dopo il padre, il figlio: Ferdinando IV, ipocondriaco e ossessionato
da manie persecutorie.
Così, Farinelli (fig.
20) cantò ancora, fino
a sfinirsi.
Y E i Grimani? Il loro San Giovanni Grisostomo, già a fine Seicento il teatro più
grande in Europa, con
40 orchestrali e un
palco di 26 metri per
20, cinque ordini di
stalli con le colonne scolpite e dorate e il più sontuosamente decorato dei 18 che allora Venezia possedeva, un autentico primato nel mondo (tra il 1637 e il 1700, la città produce ben 358
opere), vive ancora: si chiama Teatro Malibran, e la sua programmazione è oggi affidata alla Fenice. La nobile famiglia fu
infatti costretta a rinunciare sia alla proprietà che alla gestione,
troppo onerosa. Un deficit annuo superiore ai 3.000 ducati era
un lusso che nemmeno le meraviglie delle opere di Haendel e del
canto degli evirati potevano giustificare. Ma senza Grimani,
niente Agrippina.
20. Jacopo Amigoni,
Farinelli , la Castellini, Metastasio, il Pittore e un ussaretto,
Melbourne, National
Gallery of Victoria
67
il più famoso tra i viaggiatori
mai stato in laguna;
byron ha14 famigli e 19 animali
Fabio Isman
1. Tiziano Vecellio,
Bacco e Arianna, 1520-3,
Londra, National
Gallery.
2. Oxford, la Bodleian
Library.
Y Il più famoso narratore di Venezia e della venezianità, in laguna non è mai approdato: William Shakespeare la racconta, senza
esserci mai stato. L’unico luogo che cita è Rialto, ma non per descriverlo: per due volte, nel Mercante di Venezia, suona la domanda
«che notizie a Rialto?», da sempre centro dei commerci. Nel
1818, George Gordon, lord Byron, arriva, spiega il poeta Percy
Bysshe Shelley, con 14 domestici, due scimmie, otto cani, cinque
gatti, una cornacchia, uno sparviero, una volpe, un pappagallo; e
«tutta la masnada
va in giro negli
appartamenti come se ognuno fos se il padrone».
Perfino nella “leggenda nera” di Ca’
Dario, il “portasfortuna” più famoso in laguna, è
coinvolto un inglese. E hanno vera sete di quadri
veneziani i suoi
connazionali: non
soltanto di Canaletto, il cui agente
è un diplomatico
dei reali britannici, come altri rappresentanti di sua
maestà più occupato dai dipinti che dalla politica: richiestissima è
anche la grande arte del Cinquecento, il secolo davvero “d’oro”.
Y L’Inghilterra è colta; la prima grande biblioteca pubblica è
aperta nel 1602 ad Oxford: la Bodleiana (fig. 2), accessibile ai
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
69
4. Oxford, Ashmolean
Museum, su una finestra
la gratitudine per
il munifico dono.
70
5. Londra, la National
Gallery, a Piccadilly
Circus.
Guardi; la Natività di Giovanni Battista Pittoni (rivelata dopo
l’acquisto la parte superiore); vari Tiepolo. Desta sensazione il
passaggio a Londra della Famiglia di Dario ai piedi di Alessandro di Paolo Veronese da Ca’ Pisani Moretta, sul Canal Grande: ne diremo
nei dettagli, ma dopo.
Y Prima, meglio occuparsi dei viaggiatori. Perché il “grand tour”
nasce come un imprescindibile viaggio di formazione delle classi
colte, specie le inglesi, francesi e tedesche. A Londra, non si era
ammessi all’esclusivo Club dei dilettanti (del resto, Vivaldi lo era
di musica, no?) senza essere stati almeno una volta a Roma. La
raccolta Tursi, alla Marciana, è archivio dei più nutriti sul Viaggio in Italia; Angiolo Tursi, di Taranto (1885-1977), nel 1924
sposa la veneziana Alba Barozzi,
e poi raccoglie e studia, in città,
le opere dei grandtouristi: 15 mila
pezzi donati nel 1956 alla Biblioteca. I tempi del Voyage erano eroici: a Torbole, verso Rovereto, nel 1768 Goethe chiede
alla locanda “La Rosa” dov’è la
toilette; gli rispondono «in cortile»; insiste per sapere da quale parte; gli replicano «dove
preferisce», e lui si scandalizza.
Assordano il mondo i 96 campanelli della carrozza a quattro
a quattro cavalli di Charles Dickens (fig. 10); e un’altra inglese,
Mariana Starke (1762 - 1838), suggerisce agli aspiranti un nutrito corredo da viaggio. È lungo, ma merita leggerlo. «Una cuccetta da trasformare in divano letto, due sacchi a pelo di pelle di pecora, un paio di cuscini, uno di coperte di lana e uno scendiletto, due federe, una zanzariera di velo sottile, lenzuola, lucchetto
da camera, asciugamani, tovaglie, tovaglioli non belli ma resistenti, pistole, coltelli, uno tascabile da pranzo, cucchiai da tavola in
argento, da minestra, da tè, cucchiaini per il sale, teiera d’argento o anche placcata, bricco di latte per bollire l’acqua del tè», e
continua per altre due pagine; anche il soldier’s confort, via di mezzo
tra lo scaldino, la «lampada cieca per la notte» e la casseruola per
cuocere le verdure; né manca un elenco di medicinali e spezie,
con nomi esotici, o oggi dimenticati, come Paragoric elisir, ipercauna, calomelano, che farmacisti e gourmet invidierebbero.
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
3. Oxford, l’edificio
principale
dell’Ashmolean Museum.
membri dell’ateneo (l’Ambrosiana di Milano è successiva di cinque anni). Ed il primo museo discende da un dono di lord Elias
Ashmole: nel 1675, lascia all’Università di Oxford, per gli studenti, le proprie collezioni (figg. 3 e 4), accessibili dal 1683 (a
Roma, i musei Capitolini seguono di 50 anni: però sono i
primi regolarmente aperti al
pubblico; si sistemano invece a
fine Cinquecento i marmi
Grimani a Venezia, donati per
stare in «luogo pubblico»: la
prima raccolta non privata
d’archeologia al mondo). Eppure, quando nasce nel 1824,
la National Gallery di Londra
(fig. 5) è modesta. Per 30 anni, è senza direttore, né acquisizioni. Colma il gap il primo
di loro, Charles Eastlake; e l’inizio del Rinascimento italiano è oggi «uno dei suoi gioielli più belli» (Michael Levey).
Per fermarci a Venezia, quattro
dei 20 dipinti realizzati da Antonello da Messina in città, con
i ritratti di Maometto II di Gentile Bellini (fig. 6) e del Doge
Leonardo Loredan di Giovanni
(fig. 7); suoi anche Il giardino degli Ulivi, con quello di Mantegna, e la Madonna del prato; L’adorazione dei Magi di Giorgione (fig. 8); Tiziano tra i più belli (La famiglia Vendramin, fig. 9, La morte di Atteone, pag. 8, Bacco e Arianna, fig.
1) e la Lucrezia di Lorenzo Lotto fanno buona compagnia ai vari
Duccio, Giotto, Masaccio, Angelico, Caravaggio (La cena in Emmaus), Piero della Francesca (La natività e Il Battesimo di Cristo), Lippi, tanto per citare; o ai Leonardo, Raffaello e Michelangelo; o
a stranieri di prima grandezza. E a un celebre Sebastiano del
Piombo, La resurrezione di Lazzaro, eseguito per il futuro Clemente
VII Medici in competizione con la Trasfigurazione di Raffaello. Del
Seicento, di Pietro Longhi, Il rinoceronte a Venezia; i Canaletto e i
71
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
Y Tra i primi a narrare Venezia è
Thomas Coryat: Crudities, Crudezze affrettatamente raccolte in cinque mesi di viaggio,
appare a Londra, nel 1611. Non solo
ascolta tre ore di musica alla Scuola
Grande di San Rocco (sette organi,
dieci tromboni, quattro cornetti, due
viole e un solo, misero, violino), ma
giudica la «città di tale meravigliosa e
incomparabile bellezza che nessun
posto al mondo può starle a confronto». Poi, è straordinaria «l’abbondanza di tutte le vettovaglie, pur non
avendo vicino né prati, né pascoli, né
terre arabili»; frutta in stupefacente
quantità, speciali «i meloni moscatelli, tutte le piazze ne traboccano»
d’estate. Luogo, «gloriosissimo, impareggiabile, virginale», perché ancora mai conquistato, che affascina;
in piazza San Marco, vede «la più alta magnificenza architettonica che un
posto sotto il sole può offrire», anche se i gondolieri «sono i più viziosi e licenziosi furfanti della città: se
un forestiero non dice subito dove
vuole andare, lo portano in un tempio di Venere, dove lo spenneranno
ben bene».
Y Le curiosità attirano tanto lo
scrittore John Evelyn (1620-1706),
che, visitando la raccolta di Federico
Contarini arricchita da Carlo Ruzzini nel 1645, si dimentica dei 120 dipinti, per raccontare gli «arredi e
statue, teste d’imperatori romani in
un ampio salone»; «medaglie greche
e latine, molte curiose conchiglie,
oggetti pietrificati, un porcospino
intero trasformato in pietra»; «in
un altro Gabinetto, posato su 12 pila-
8. Zorzi da Castelfranco
detto Giorgione,
L’adorazione dei Magi,
Londra, National
Gallery.
9. Tiziano Vecellio,
La famiglia Vendramin,
Londra, National
Gallery.
A fronte:
6. Gentile Bellini,
Ritratto di Maometto II,
Londra, National
Gallery.
7. Giovanni Bellini,
Il doge Leonardo Loredan,
Londra, National
Gallery.
stri di agata d’Oriente e cinto di cristalli, diversi nobilissimi intagli d’agata, e specie una testa di Tiberio e una donna al bagno
con il cane; rare corniole, onici, cristalli; in uno, una goccia
d’acqua non congelata si muoveva su e giù; un magnifico rubino
era cresciuti in un diamante; in svariato pezzi di ambra stavano
incastonati i più diversi insetti». Venezia collezionava già ogni
cosa, senza risparmiarsi nessuna mirabilia. Ed amava la scienza.
Nel Cinquecento, il patriarca di Aquileia Marco Grimani (fig.
11) è l’agente veneto al Cairo, e prova per primo a misurare una
piramide. Calcola in 280 “varchi”, circa 250 metri, quella di
Cheope; e reputa l’altezza pari alla base: un solido perfetto. Sebastiano Serlio, nel Terzo libro dell’Architettura (Venezia, 1540), la
chiama “Piramide Grimani” (fig. 12). Pierluigi Panza spiega che
quando John Graves ne pubblica i risultati in Inghilterra, diventa docente di astronomia a Oxford; Newton li userà per stabili-
73
74
11. Jacopo Robusti
detto Tintoretto, Marco
Grimani, Vienna,
Albertina.
12. Sebastiano Serlio,
Disegno della Piramide di Cheope
misurata da Marco Grimani,
in Il Terzo libro nel qual
si figurano, e descrivono
le antiquità di Roma, e le altre
che sono in Italia, e fuori
de Italia, Venezia,
Francesco Marcolini,
1544, Venezia, Biblioteca
di Storia dell’architettura,
Iuav.
Nel Novecento, tocca al magnate americano Charles Biggs: fugge dall’Italia per una vicenda omosex, ed il suo amante si ammazza. Quello del conte Filippo Giordano delle Lanze, Anni
60, gli spacca invece la testa con una statuetta, prima di sparire a
Londra. Non si salvano Cristopher “Kit” Lambert, manager del
complesso dei Who, nel 1981; l’uomo d’affari veneziano Fabrizio
Ferrari nel 1985: un tracollo, storie di droga, e Nicoletta, la sorella che ci vive, muore nuda, in un prato della terraferma. L’ultimo, finora, è Raul Gardini, l’ex proprietario di Montedison,
suicida a Milano, durante “Mani pulite”: quando la acquistò, rifiutava il sortilegio; giurava che ne sarebbe rimasto immune: lo
ricordo ancora.
Y Per Venezia transitano, ad esempio, William Wordsworth
(1779): un sonetto si intitola On the fall of the Venetian Republic, il suo
«valore non tradì la sua nascita, figlia primogenita della Libertà.
E quando scelse un compagno, sposò il mare immortale»; Roger
Ascham, tutore della regina Elisabetta e suo segretario di latino:
«Si considera buona politica, quando ci siano vari fratelli in una
famiglia, sposarne uno e far sguazzare gli altri nella lussuria, con
la mancanza di ritegno con cui i maiali si rotolano nel fango»;
per 20 anni dal
1739,
Mary
Wortley Montagu, e Charles
Burney (1726 1814), suo amico,
pioniere
della musicologia: «Le strade
sono ben pavimentate, le case
di grandi e nobili proporzioni, tutte però
intonacate e dipinte all’esterno
a colori sgargianti, di pessimo gusto»; James Edward Smith
(1786): «La chiesa di San Marco è il luogo pubblico in Europa
più sporco, forse dopo la sinagoga di Roma»; Gustav Hamilton,
II visconte Boyne e membro della Società dei Dilettanti, viaggia
con Edward Walpole fratello di Horace, e con lo scrittore Joseph
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
10. Charles Dickens,
in un’incisione del 1858.
re che la piramide nasce da due diversi valori del cubito. Galileo mostrerà il
suo cannocchiale, la prima volta in
pubblico, nel 1609, dal campanile di
San Marco al doge Leonardo Loredan.
Y C’è perfino quasi una nemesi.
John Law, genio finanziario scozzese e
controllore generale dei fondi di Luigi XV in Francia, era secondo solo al re
fino al 1720, quando deve fuggire.
Sceglie Venezia, dove muore nel 1729.
È sepolto a San Geminiano (fig. 13),
che occupava una buona fetta di piazza
San Marco; l’aveva rifatta Jacopo Sansovino e vi aveva trovato la pace; per il
figlio, era la chiesa «più ornata di qual
si voglia altra in città, dentro e fuori
incrostata di marmi e pietra istriana, ricchissima». Eugenio di
Beauharnais, viceré francese, la sacrifica nel 1810 per espandere
nelle Procuratie Nuove il palazzo reale. È governatore militare
un pronipote di Law, divenuto conte di Lauriston: ne trasloca le
spoglie a San Moisé, dove ancora sono. Pure inglese è il primo
ponte all’Accademia: si parlava di un transito in loco dal XV secolo, ma lo getta Alfred Neville nel 1854, un ingegnere britannico, provvisorio fin da allora.
Y Per la Serenissima passano in tanti, ma non Shakespeare; anche se la casa di Desdemona sarebbe la Ca’ Contarini Fasan, non
lontana da quella Giustinian; ed Otello, più che di pelle, sarebbe stato Moro di cognome: si dice Cristoforo, luogotenente a
Cipro nel 1505. La fonte è forse il racconto della sua tragedia,
nel 1565: perde la moglie in un viaggio per Candia, mentre è capitano di una “muda” di 14 galere. Era già iniziata la “leggenda
nera” di Ca’ Dario (fig. 14), edificata forse da Pietro Lombardo
nel 1487 e voluta da Giovanni che firma la pace con i Turchi: l’unica sul “Canalazzo” con il nome del committente in facciata.
Defungerà di crepacuore la figlia Marietta, abbandonata da un
Barbaro. Un cui discendente, Vincenzo, è ucciso a Candia nel
XVII secolo, mentre ne è governatore. Duecent’anni dopo, ci vive un mercante di diamanti armeno, Arbit Abdoll: perde tutto,
e muore. L’unico non proprietario dell’edificio che ne eredita la
sfortuna è Rawdon Brown: la abita dal 1838 al 1842, si suicida.
75
13. Antonio Canal
detto Canaletto,
Piazza San Marco; in fondo,
si nota la scomparsa
chiesa di San Geminiano.
76
Spence, i due si fanno ritrarre da Rosalba Carriera (figg. 15 e 16);
il secondo, della Maddalena di Tiziano in casa Barbarigo ed ormai
all’Ermitage (fig. 17), diceva che «non lo fa solo con gli occhi,
piange fino alla punta delle dita»; fino a Ezra Pound (1908): «La
grazia di Venezia è diventata per me una cosa di lacrime».
Y Tra l’Otto e Novecento, vari inglesi di rilievo, nati o cresciuti in Gran Bretagna, soggiornano più volte, o a lungo, in città:
Byron (1788 - 1824), Dickens (1812 - 70), Joseph Mallord William Turner (1775 - 1851), John Ruskin (1819 - 1900), Austen
Henry Layard (1817 - 94), James Abbot McNeill Whistler (1834 1903), John Singer Sargent (1856 - 1925) e Frederick Rolfe, detto Baron Corvo (1860 - 1913). Byron (fig. 18) ci sta tre anni, e
studia l’armeno: «Il mio spirito aveva bisogno di essere tenuto
desto da qualcosa di solido e impegnativo; ecco perché ho scelto
la lingua più difficile che esista, un ottimo strumento per rafforzare la mia volontà». Sull’isola di San Lazzaro, scrive l’Aroldo.
Ogni mattina arriva in gondola, o a nuoto dalla casa sul Canal
Grande; finanzia una grammatica per inglesi e un dizionario armeno-inglese a padre Pasquale Aucher (per lui era «il sapien-
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
14. Venezia, Ca’ Dario,
un dettaglio della facciata
sul Canal Grande.
te»): ne scrive perfino la prefazione, anche se conosce solo 30 dei
38 glifi della lingua. Ha studio nell’attuale museo; possedeva infinità di penne d’oca, poi cedute dai monaci ai viaggiatori inglesi, in un turn-over di puro mercato. Ma vanta anche altri hobby: a
Palazzo Mocenigo, dove vive, pare che vi fossero due entrate, per
le donne di Cannaregio, e quelle di Castello. Più o meno prezzolate. In varie lettere, descrive le sue prodezze. Arpalice Tarruscelli è «la più graziosa baccante al mondo»; seguono la nobile Da
Mosto, una Lotti, una Spineda, una Rizzato, dice Alberto Toso
Fei; e poi «Eleonora, Carlotta, Giulietta, le Alvisi, Zambieri, la
Da Bezzi già amante del re di Napoli Gioacchino; la Glottenheimer e sua sorella; la Teresina di Mazzacurati; la Teresina e sua madre; la Fornaretta», cioè una prediletta, Margarita; «la Caligari,
la Portiera, la Santa, la Tentora e sua sorella, la Bolognese figurante, e molte altre. Alcune contesse, altre figlie di ciabattini; alcune nobili, alcune borghesi; alcune di basso ceto, alcune splendide; alcune
discrete, altre di poco
conto; tutte
puttane». A
Carnevale
1818, spiegherà, c’era
la coda davanti al suo
scannatoio.
Y All’autore dei Due
Foscari e del Manfred non occorre troppo per innamorarsi: da pochi giorni (nel 1816, aveva 28 anni; era già affermato), «sono
nell’isola più verdeggiante della mia immaginazione; mi piace
come mi aspettavo, e mi aspettavo molto», e all’editore scrive,
poche settimane dopo, «la malinconica gaiezza delle gondole e il
silenzio dei canali», ma anche «sto molto bene con Marianna,
non m’annoio; dall’arrivo, non ho trascorso 24 ore senza donare e ricevere da una a tre, e di quando in quando un extra o suppergiù, dimostrazioni piuttosto inequivocabili di reciproca e
buona soddisfazione». Marianna Segati ha 22 anni, come “la
fornarina”, Margarita Cogni che la sostituirà; inoltre, i salotti di
Isabella Teotochi Albrizzi, 20 anni dopo gli amori con Ugo Fo-
77
16. Rosalba Carriera,
Ritratto di Joseph Spence,
Sierre, coll. priv.:
Spence posò con Horace
Walpole e lord Lincoln.
78
17. Tiziano Vecellio,
Maddalena penitente,
San Pietroburgo,
Ermitage.
Battista Falcier, il gondoliere preferito? Venezia è «amata fin da
ragazzo, così l’ho trovata e non me ne sono mai separato». Per lui,
era un po’ tenebrosa: Gino Benzoni spiega che la rende a meraviglia un quadro di William Etty (1787 - 1849) conservato a York, Il
ponte dei sospiri ritratto al chiaro di luna, «mentre dalle Prigioni esce
il cadavere di un decapitato» (fig. 19).
Y Dickens dedica invece alla città un Sogno, nel 1844, che riediterà due anni dopo in Pictures from Italy: «Non vi sono parole che
possano evocare lo splendore»; a San Marco, «un palazzo
splendido e grandioso nella sua vecchiezza più d’ogni edificio
della terra nel pieno del proprio splendore»; la «cattedrale
splendente negli ori degli antichi mosaici, scrigno di ricchi tesori, iridata dai finestroni a vetri
dipinti, irreale, fantastica, solenne, in ogni angolo straordinaria». C’è
chi scrive, e chi dipinge:
Turner, a Ca’ Corner
Martinengo Ravà del
XVI secolo, sul Canale
non lontano da dove viveva la prima laureata al
mondo (Lucrezia Corner Piscopia dottorata
nel 1678 a Padova), realizza un ciclo di vedute,
dall’ultimo piano di
quel che era l’hotel del
Leon Bianco. Una cerniera nella sua produzione: come le 37 di Claude Monet del 1908, dall’hotel Britannia, già Ca’ Badoer Tiepolo, rappresentano l’omega dei suoi
viaggi; non lascerà più Giverny. L’inglese vede nella città (Romanelli) «le stimmate della morte», con «le sciabolate di luce,
le ferite sanguinanti», e «profluvi di pietre preziose, ori e coralli, berilli e granate, e perle lucenti» (figg. 20 e 21). Dal 1819
al 1840, è tre volte a Venezia: centinaia di opere, un terzo della
produzione, redatte pure dopo il ritorno. Un critico dice: «È
l’alba dell’Impressionismo, ciò che è Debussy per la musica».
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
15. Rosalba Carriera,
Ritratto di Gustav Hamilton,
secondo visconte Boyne,
Londra, coll. priv.
scolo, e di Marina Benzon Gussoni, già avanti nel tempo (ma
non pare troppo per Byron), che da giovane aveva ispirato La
biondina in gondoleta. Le rivali di 22 anni, hanno un diverbio per
lui: «Tu non sei sua moglie, io non sono sua moglie; tu sei la sua
donna, io sono la sua donna; tuo marito è cornuto, il mio anche; per il resto, se
lui preferisce quello che è mio a quello che è tuo, è colpa mia?» chiede
Margarita a Marianna; e Byron
ammette: «Nei due
anni in cui ho avuto più donne di
quante potrei contare o raccontare,
era l’unica a mantenere un ascendente su di me».
Non sa leggere né
scrivere; ma lo fa ridere, ed è spudorata. Spesso, lui vive, da loro: con l’amante e il marito. Esercita quasi alla luce del sole: Venezia, allora, era così. «La gelosia non è all’ordine del giorno, e
i pugnali fuori di moda», scrive lui. Cattura oltre 200 “prede”;
la Teotochi lo descrive occhi «dell’azzurro del cielo», «i denti
si agguagliano alle perle», «il collo, bianchissimo, sembra fatto
al tornio», «belle quanto l’arte può farle le sue mani».
Y Quando scriva non è chiaro, tanto è impegnato a smistare il
traffico e in gare di nuoto (un giorno, dal Lido a Santa Chiara,
dove finisce il Canal Grande: «In mare dalle quattro e mezzo alle
otto e un quarto, senza toccare terra o riposarmi», e una donna al
pomeriggio e un’altra la sera; una notte, nuota reggendo una torcia per non farsi investire dalle gondole; in ricordo suo, fino al
Novecento, si disputerà perfino una Coppa Byron di nuoto); o
nelle mattinate dagli Armeni; o nel palco fisso alla Fenice; nelle
cene e nei balli; a cavallo, sul Brenta o al Lido, al tramonto. Lavora fino a tarda notte. Spesso, non mangia nulla «se non un pesce
adriatico chiamato scampi, che però è il più indigesto di tutte le vivande marine». Sarà in memoria di tutto questo che, quando
muore in Grecia nel 1824, accanto al letto gli è vicino Giovanni
79
80
19. William Etty, Il ponte
dei sospiri, York, York Art
Gallery.
acquistare il Seicento italiano dal 1864 e, con due eccezioni, tornerà a farlo solo nel 1957, con L’adorazione dei pastori di Guido Reni
(fig. 23), dopo non facili lotte ad esempio di sir Denis Mahon.
Mahon, dribblati i 100 anni, se ne è andato da poco; ricordava:
«Tra i trustees, la spuntai per un voto, mi aiutò anche Henry Moore». I tre volumi de Le pietre di Venezia, apparsi dal 1851 al ’53 (e
un’edizione più breve per i viaggiatori), destano allora sensazione. Lui era così “veneziano”, e la città ridotta così a malpartito, che nel 1852, gli
offrono le rovine di Santa Maria dei Servi, «con il terreno e tutto il resto, o pietra
su pietra», scegliesse lui. Arriva per la seconda volta (la prima, nel 1835, a sei anni) a maggio 1841: «Grazie a Dio sono
qui, questo è il paradiso delle città». Lo
affascina soprattutto Tintoretto: visti i 69
dipinti di San Rocco, scrive: «Ho avuto
una dose di quadri sufficiente ad annegarmi, non mi sono mai sentito così schiacciato al suolo di fronte a un intelletto
umano; non penso di aver saputo prima
che significasse la pittura, non credo che
gli servissero neppure 10 minuti per dipingere una tela intera». E «senza quella
visita, avrei dovuto scrivere Le pietre di Chamonix, anziché di Venezia».
Y Il suo albergo preferito è il Danieli: il
palazzo, già dei Dandolo, nel 1822 era
passato allo svizzero Joseph Da Niel, che
gli aveva dato il nome. Ma una volta gli
trova casa Rawdon Brown; un’altra è al Gritti; e una terza è all’attuale pensione Calcina, alle Zattere. Disprezza i «veneziani odiosi della classe media, siedono indolenti e leggono giornali vuoti».
Sono una «pochezza» il Rinascimento, e perfino Palladio. Esalta il Gotico. Palazzo Ducale è «l’edificio centrale del mondo»;
ma vede porticati già «talmente logori e malconci», che dubita
possano campare altri cinque anni: il tasso di degrado è «quello
di una zolletta di zucchero nel tè caldo», anche per la troppa
pressione demica delle folle di visitatori; figurarsi cosa direbbe
ora. Lascia centinaia di schizzi: assai spesso dettagli architettonici
(figg. 24 e 25 e pag. 6). Il suo capitolo sulla Natura del Gotico sarà la
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
18. Richard Westall,
Lord George Gordon Byron,
Londra, National
Portrait Gallery.
Neppure quattro settimane di soggiorno in tutto, ma scopre la
luce. Dal 1833 (e aveva già 58 anni) al ’64, solo due volte non
porta dipinti veneziani all’annuale rassegna della Royal Academy
(25 olii fino al 1846), dove, enfant prodige, aveva esposto il primo
acquarello a 15 anni, quando già da tre vendeva disegni. Della
Serenissima osserva, quasi maniacalmente, ogni dettaglio. La
città rappresenta una vera sfida per gli artisti; Dickens spiega che
«è al di sopra, al di là, al di fuori della portata dell’immaginazione umana».
Y Però, «l’aveva già dimostrato Canaletto, Venezia offriva un
materiale senza uguali per un topografo di
talento, con la passione per il mare e gli effetti di luce» (Warrel). Turner vi compie il
primo viaggio a 44 anni: in precedenza,
solo due volte aveva attraversato la Manica;
si porta i consigli di James Hakewill, autore di A pictoresque Tour in Italy. L’hotel del
Leon Bianco è frequente meta di inglesi;
anche di lady Blessington (Marguerite Power Farmer Gardiner, 1789 - 1849), celebre perché gira l’Europa con quello che si
chiamerà Blessington Circus: carrozza a doppie
molle, fornita di materassi, cuscini, toeletta, e l’inseparabile biblioteca. La luce origina una trasformazione tangibile in lui,
che ambienta addirittura la Giulietta shakespeariana quasi sulla terrazza dell’hotel
(fig. 22), e di Samuel Rogers illustra Italy e
Poems, anche con Ponte di Rialto, chiaro di luna.
Sviluppa «una sorta di dipendenza da Venezia». La città era così di moda oltre la Manica, che nel 1850 William Makepeace
Thackeray (1811 -1863) si dice perfino «stufo di gondole, tende
a strisce, marinai con berretti da notte».
Y Amava tantissimo Turner anche Ruskin (erano amici di famiglia, e in casa c’era una sua grande veduta del Canal Grande), cui
va riconosciuto almeno il merito di avere trasformato per primo
la salvezza di Venezia in un caso del mondo, e non una faccenda
locale. Oggi, francamente, molte sue elucubrazioni paiono superate. Specie l’odio per il Rinascimento: «Le sue invettive risultano assurde, e forse non furono mai prese interamente sul serio»
(Kitson). Per il suo ukase, la National Gallery di Londra smette di
81
21. Joseph Mallord
William Turner, Lampi
temporaleschi nella Piazzetta,
Edimburgo, National
Galleries of Scotland.
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
20. Joseph Mallord
William Turner, Il Canal
Grande dalla Giudecca,
Londra, Victoria
and Albert Museum.
Bibbia dei Preraffaelliti (da Dante Gabriel Rossetti, con gli abiti
sfarzosi detti in «stile veneziano», a Edward Burne-Jones e tanti
altri): il loro vale quasi un atto di scoperta dei Primitivi.
Y Singolare e significativa anche la presenza dei Layard. Austen
Henry è lo scopritore di Nimrud (pur se la pensava Ninive):
«L’uomo che ha dato ragione alla Bibbia»; cittadino onorario di Londra e
sottosegretario per due
volte agli Esteri; anche finanziatore di Rawdon
Brown. Crede già all’unità
d’Italia con il Veneto; assiste all’arrivo di Vittorio
Emanuele II; fonda la
chiesa anglicana in città (e
la moglie Enid, una clinica
per marinai inglesi, alla
Giudecca); è perfino il
maggior socio della ditta di
mosaici Salviati, di cui resta ancora l’insegna su un
palazzo di fronte a Santa
Maria del Giglio, che rifornisce tra l’altro il palazzo di Westminster. Sul Canale, Brown gli trova Ca’
Cappello: approda a Venezia a 66 anni, e gli resterà
l’angustia di non essere diventato Pari d’Inghilterra,
né direttore del British
Museum. In casa, non si fuma; riceve le regine Margherita e Alexandra, il principe ereditario tedesco, il futuro imperatore Guglielmo II, e tanti altri. Dopo la morte di lui, nel 1894, lei (fig. 26)
torna, e ci resta finché ha vita, nel 1912. Mentre Lady Helen Radnor porta nel castello di Longford, Wiltshire, il gondoliere prediletto, loro acquistano arte: Layard lascerà 82 dipinti alla National
di Londra, tra cui il Maometto II di Gentile Bellini, da lui degno di
una stanza tutta sua (fig. 6); Carpaccio; «il più squisito Cima mai
visto», offertogli, in carta da pacchi, a sole cinque sterline. Ma
22. Joseph Mallord
William Turner, Giulietta
e la nutrice, esposto
alla Royal Academy
nel 1836, Argentina,
coll. priv.
non frequenta solo gli ineccepibili; Alexander Malcom, affarista
che possiede palazzo Benzon nel cui salotto andava Byron, è coinvolto in mille vendite: pure nell’export in Inghilterra di lastre di
marmo prelevate durante i restauri da San Marco. E a proposito di
rilievi, quelli Layard trovati nel palazzo di Sennacherib, a Ninive,
vantano un primato: sette, recuperati nel 1956 dietro degli scaffali nella residenza di Canford Manor nel Dorset, dove viveva spesso prima di Venezia, venduti per 14 mila sterline; e un ottavo, scoperto nel 1994, a 12 milioni di dollari: il massimo prezzo spuntato da un’antichità (fig. 27 e pag. 13).
Y Anche Whistler e Sargent dipingono la laguna. Il primo, poco amato da Ruskin e ci fu perfino un processo per diffamazione
vinto dall’artista, è un americano divenuto ben presto londinese,
che a Venezia ha studio a Ca’ Rezzonico. La città, dice, «è un posto impossibile per sedersi e tracciare uno schizzo: c’è sempre
qualcosa di meglio giusto dietro l’angolo»; ama la gente, la Venezia minore e della vita d’ogni giorno, calli e rii meno noti: ci sono addirittura suoi bozzetti che non si sa ancor oggi cosa ritraggano. Vi attracca a settembre 1879; la mattina, parte con la gondola e due scatole di pastelli; sistema i disegni tra fogli di carta ar-
83
84
24. John Ruskin,
La Ca’ d’oro, Londra,
coll. priv.
25. John Ruskin,
Ca’ Loredan, Londra,
coll. priv.
con gondolieri e spesso assai giovani. Scrive Venice letters, 23 missive e due telegrammi mandati non si sa a chi dalla città, tra il
1909 e l’anno dopo: crudissime ed assolutamente realistiche,
dedicate ai piaceri; per qualcuno, «le più dolorose ed erotiche
lettere omosessuali mai scritte in
inglese». Si era convertito al cattolicesimo; era anche un mancato prete; aveva pronunciato un
voto ventennale di castità: scaduto il tempo, si rifa abbondantemente. Sappiamo di un bordello
di ragazzini a Fondamenta
Osmarìn, a Castello, trasferito
poi a Padova. Fa sei bagni di mare ogni giorno, dall’alba al «tramonto, fiamme di ametista e topazio». Vive in un pupparìn,
un’imbarcazione: talora ci dorme, perché non ha soldi. «Arrivai in agosto per una vacanza di
sei settimane; abitai, lavorai e
dormii quasi sempre nella mia
barcheta»; «immaginate un
mondo al crepuscolo, un cielo
sgombro di nubi e il mare più levigato, il tutto fatto di caldo, liquido, limpido eliotropio e di
violetto e lavanda, con fasce di
rame lucidato, impreziosito di
smeraldi». Incapace di amicizie;
tanti improperi; anche una settimana senza cibo; una fine assai
misera; «un egocentrismo smisurato», osserva Norwich.
Y Ma torniamo all’arte figurativa antica, e soprattutto al mercato: a Venezia, quello degli inglesi è forse un caso unico. Nel
Settecento, dalla Serenissima iniziano a sparire moltissimi capolavori. I patrizi, cedono con facilità alle lusinghe di «orde di
agenti che imperversavano in città», dice Raimondo Callegari,
«come avvoltoi», aggiunge Francis Haskell; e si fa «ufficio arti-
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
23. Guido Reni,
L’adorazione dei pastori,
Londra, National
Gallery.
gentata; sono «la raccolta più completa che esista delle immagini
e della vita della città». Nel 1880, giunge Sargent. Vive a San
Moisé, hotel Bauer Grünwald, allora d’Italie; poi, in piazza San
Marco 290, in quello dell’Orologio. È veneziano per 33 anni.
Predilige un punto d’osservazione ribassato, dalla gondola (figg.
28 e 29): scorci singolari dei
palazzi. Nel 1913, l’ultima
stagione, lascia una Veduta di
San Geremia; quand’era giunto
la prima volta, aveva 14 anni,
e già disegnava, anche lui,
quotidianamente. È figlio di
americani trasferiti in Europa: nasce a Firenze, «a pochi
passi da Ponte Vecchio»; un
anno dopo la sorella Emily, a
Roma. A 28 anni, si trasferisce a Londra, dove, a 69, nel
1925, se ne andrà. È intimo
del più anziano Giovanni
Boldini; per Henry James, è
«il Van Dyck dei tempi nostri». Pure lui adora Tintoretto: «Ho imparato a ammirarlo immensamente, è
secondo forse solo a Tiziano
e Michelangelo, le cui bellezze era suo intento unire». In
tutto, 15 periodi in città;
espone due Vue de Venise già al
Salon del 1881; ne raccoglie
50 tele Isabella Stewart
Gardner: ma la più significativa, Un interno a Venezia con il salone di Ariana e Daniel Curtis (di
cui era cugino) a Ca’ Barbaro, è alla Royal Academy di Burlington House (fig. 30): Londra, e non Boston.
Y Infine, Baron Corvo, al secolo Frederick Rolfe, singolare individuo, a Venezia dal 1908 al ’13, quando muore. Vive pure lui
a Piazza San Marco, all’hotel Bellevue et de Russie, attiguo all’orologio, ma non paga i conti; anzi, visto che non poteva onorarli, li distrugge. È tipo discusso; non solo per gli amori, spesso
85
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27. Uno dei rilievi
scavati da Austin Henry
Layard a Nimrud.
dodici Poussin, otto Tiziano tra cui il Ritratto di Francesco Maria della
Rovere. È un gran bel dipingere, anche se, si sa, all’epoca non si
attribuiva troppo per il sottile. In compenso, Udny è accusato di
essere assai avido, e perfino un «gran scorticatore di quadri».
Y Leggiamo ancora della Lena. «Un altro inglese capitò a Venezia, per nome Slade. Anche costui acquistò quadri in gran copia; la
maggior parte e il meglio della Galleria Vetturi passò in sue mani»;
«Hamilton, negoziante di quadri in
Roma morto assai vecchio, finché
visse comperò. Hoare, altro inglese,
fece lo stesso. Era commissionario
di costoro il buon Sasso». Gavin
Hamilton (1723-98), «il padre del
neoclassicismo pittorico inglese» e
«figura di rilievo negli studi archeologici» (spiega Francesca Del
Torre), decano della colonia britannica di pittori a Roma, lavora per
i Borghese, è socio di Piranesi nei
commerci. Nel 1764, acquista la
Madonna degli Ansidei di Raffaello, già
nella chiesa dei Serviti di San Fiorenzo a Perugia (fig. 31); e nel 1785,
la Vergine delle Rocce di Leonardo, dall’ospedale di Santa Caterina della
Ruota a Milano (fig. 32), entrambe ora alla National Gallery di
Londra: la seconda, ceduta a un lord dal conte Cicogna, amministratore dell’ospedale, approda nel 1880 (novemila ghinee) al
museo. Qui appare pure Sasso, «intelligentissimo, sterminata
memoria in materia di belle arti», dice della Lena che ne sarà l’esecutore testamentario. È al soldo di Wright (8 lire al giorno per
il lavoro, il 20 per cento per ogni affare); tra i tanti, consulente
di Girolamo Manfrin, “nuovo ricco” con l’esclusiva del tabacco in
Dalmazia (aveva almeno tre Tiziano: i Ritratti dell’Ariosto e di Caterina
Cornaro, la Deposizione dalla Croce; la Sibilla di Giorgione; Antonello da
Messina, e vari altri; nel 1856, cede 16 dipinti «ad un inglese per
10 mila Napoleoni d’oro»), per il quale sceglie anche la Madonna
con il Bambino di Alvise Vivarini, ora alla National di Londra, e una
Madonna con otto angeli musicanti, ora al Louvre.
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
26. Una “parure”
appartenuta a lady Enid
Layard.
stico d’informazioni per gli acquisti» la residenza inglese, a beneficio degli stranieri che, sotto San Marco, cercano i tesori. Ci
fornisce l’elenco delle loro “malefatte” l’abate Giacomo della
Lena, viceconsole spagnolo a Venezia dal 1760, in un manoscritto che si intitola Esposizione istorica dello Spoglio, che di tempo in tempo si fece di Pitture in Venezia, d’inizio Ottocento. VeneziAltrove ne ha riferito
nel 2003. Il residente John Murray, spiega, diventa ambasciatore a Costantinopoli, tuttavia dopo aver fatto a Venezia «sceltissima raccolta di quadri; ne aveva tre camere fornite, e si gloriava
di contare sette Tiziani della bella maniera». Dal 1766, lo sostituisce James Wright: «Non è credibile la sterminata quantità di
quadri che mandò a Londra: il
palazzo a San Giobbe pareva un
magazzino di pitture, non v’era
angolo o parete che non ne avesse appesi»; affastellati «in tutte
le stanze del piano superiore»,
dove lavorano due restauratori
fissi. Muore nel 1803; l’anno
dopo, tutto va all’asta da Christie’s, spesso anche per poco: il
record, 110 sterline, è per La Vergine, il Bambino e San Giovanni di Guido Reni; solo mezza ne spunta il Cristo coronato di spine di Tiziano.
Y Per Wright lavora un singolare personaggio, Giovanni Maria
Sasso, che per 12 anni sarà poi “consigliori” artistico e uomo di
fiducia di John Udny, suo successore dal 1773: «Cosa non acquistò di superbe pitture in Venezia, egli che ne era intendentissimo e sommamente avido?», chiede della Lena retoricamente;
e spiega: «Le maggiori e più pregiate opere della Galleria Imperiale di Russia sono di veneziani da lui vendute», in parte rilevate dai Sagredo nel 1762. Il Provenance Index del Getty Institute ne registra 28 acquisti nel 1773 da Andrea Corner; e, dal 1802 al
1820, 444 vendite da Christie’s, sue o del fratello Robert che attinge dalla collezione Salviati. Anche dieci Andrea del Sarto; due
Caravaggio; le Nozze di Santa Caterina di Correggio e una sua Danae
già di Federico II Gonzaga, Carlo V, Cristina di Svezia, Odescalchi, Orléans e Labia; quattro Giorgione, con una Conversazione
musicale a mezze figure, che ritrae Petrarca e Laura, ex Vendramin. Perfino dieci Leonardo, otto Raffaello, sei Rembrandt,
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29. John Singer Sargent,
The Rialto, Filadelfia,
Philadelphia Museum
of Art.
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
28. John Singer Sargent,
Interno di una fiaschetteria
veneziana, 1902 circa,
Londra, coll. priv.
Y A Sasso si riferiscono quasi tutti gli inglesi, in quella fine Settecento quando (Haskell) «Venezia fu spogliata di molti suoi capolavori»: anche un altro Hamilton, sir William, e John Skippe,
collezionista e pittore; i due ultimi residenti, John Strange (lo è
dal 1774 al ’90: 30 anni d’affari fatti assieme, ne parla Rosella
Lauber da pag. 115) e Richard Worsley (l’estremo, 1793-97). Abraham Hume, «collezionista d’arte, minerali e
pietre preziose», vuole
da Sasso «Giorgione,
Tiziano, Tintoretto,
Veronese», e, nel 1788,
ottiene una Giuditta con testa di Oloferne di Giorgione per 60 zecchini, e il
Ritratto d’un giovane di Tiziano, già Morosini, per
50; Sasso ne ricava 15
zecchini: «A kind contribution», annota Hume. E
da lui iniziano le traversie di uno dei due Libri di
disegni di Jacopo Bellini,
quello del British Museum e non l’altro, del
Louvre. Da Gabriele
Vendramin passa «a
Marco Cornaro della
Ca’ Granda, vescovo di
Vicenza; poi, al conte
Bonomo Algarotti, ai
conti Corniani, a Sasso; nel 1802, è comprato da Bonetto Corniani; lo rileva don Girolamo Mantovani, nel 1803; nel 1855, suo
nipote Giovanni Mantovani, farmacista in calle larga San Marco,
lo vende al Museo di Londra per 400 Napoleoni d’oro», dice
Francesco Scipione Fapanni che piange, pure lui in un manoscritto, le raccolte veneziane perdute. Stando ai Diari di Emanuele Cicogna, media Rawdon Brown; e, scrive Sasso, prima dei Cornaro
era «col n. 431 nella libreria del senatore Jacopo Soranzo». Lo
30. John Singer Sargent,
Un interno a Venezia, 1898,
Londra, Royal Academy
of Arts.
individua nel 1530 Marcantonio Michiel, in casa di Gabriele Vendramin: «El libro grande in carta bombasina de dissegni de stil de
piombo fu de man de Iacomo Bellino»; 101 fogli di 41,5 x 33,6
cm; 134 disegni in punta di piombo su carta bianca, alcuni ritoccati in penna ed acquerello.
Y Ma, ovviamente, non soltanto i pubblici musei inglesi sono
ben forniti di numerosi capolavori veneziani: basti pensare alla
Wallace Collection di Hartford House, ancora a Londra, che vanta anche il Perseo e Andromeda di Tiziano (fig. 33), a un certo punto
incredibilmente riscoperto nel bagno al primo piano; era stato dimenticato, «ingiuriato dall’atmosfera umida, scurito da plurimi
strati di vernice»: VeneziAltrove ne ha scritto nel 2004. Accanto, ha
Canaletto, Bellotto, Guardi; e, di nuovo di Tiziano (Venere e Amore), la Santa Caterina d’Alessandria di Cima da Conegliano. Tiziano è
protagonista anche alla National Gallery of Scotland di Edimburgo, con Diana e Atteone e Diana e Callisto (figg. 34 e 35), “poesie” ideate
dal 1556 al 1559 per Filippo II di Spagna: un prestito del Duca di
Sutherland. Che aveva pure una Madonna con Bambino e santi di Lorenzo Lotto; una Deposizione di Cristo nel sepolcro di Jacopo Tintoretto,
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32. Leonardo da Vinci,
La Vergine delle rocce,
forse 1483 – 86, Londra,
National Gallery.
90
33. Tiziano Vecellio,
Perseo e Andromeda,
Londra, Wallace
Collection.
34. Tiziano Vecellio,
Diana e Atteone,
tra il 1556 e il 1559,
Edimburgo, National
Gallery of Scotland.
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
31. Raffaello Sanzio,
La Madonna Ansidei,
forse 1505, Londra,
National Gallery.
rubata, ricorda Ridolfi, dalla terza cappella sinistra di San Francesco della Vigna, dove rimane la centina con l’angelo; e, di nuovo
di Tiziano: la Vergine con il Bambino e santi, Le tre età dell’uomo, citato da
Vasari nel 1568 e passato per Cristina di Svezia, e la Venere Anadiomene (fig. 36).
Y E 24 tele di
Canaletto (acquistate per 188 sterline da Joseph
Smith) arredavano, fino al 1800,
la casa del duca di
Bedford a Bloomsbury; suoi disegni
erano anche da
Thomas Monro,
un medico specialista in malattie
mentali, e dal suo
vicino John Henderson, ad Adelphi; una stanza ne era piena a Howard Castle (fig. 37); 31 sue acqueforti, con importanti disegni, a Stourhead, da sir Richard
Colt Hoare. Altri suoi quadri, poi, da William Beckford e dal
conte di Ashburnham (La riva degli Schiavoni guardando verso Ovest è oggi al Sir John Sloan’s Museum di Londra); o da sir George Beaumont (il Cortile del tagliapietre è oggi alla National di Londra, fig.
38). Sono solo alcuni dei mille nomi possibili. Opere che Turner
aveva certamente ammirato e, su lui ed altri vedutisti inglesi, hanno esercitato non poca influenza.
Y Di tele veneziane era ricco anche James, il primo Duca di Hamilton: suo intermediario era il visconte Basil Feilding, cognato
e ambasciatore a Venezia verso il 1630. Compera quadri del mercante Bartolomeo della Nave, del procuratore Michele Priuli e del
pittore-sensale Nicolò Renieri; assembla una collezione tanto
meravigliosa che supera in alcuni casi quella del re Carlo I, alla cui
corte era dei più influenti. Sue erano la Donna nuda allo specchio di
Giovanni Bellini; la Laura, i Tre filosofi e l’Adorazione dei pastori di
Giorgione; Cristo e l’adultera e Susanna e i vecchioni di Tintoretto; la Madonna con il Bambino e i santi Nicola di Bari, Anastasia, Orsola e Domenico (“Pala di S. Cassiano”) di Antonello da Messina e vari Tiziano, tra cui
91
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36. Tiziano Vecellio,
Venere Anadiomene, Londra,
National Gallery.
dese, Daniel Nys, che vive a Murano; del lotto fanno parte anche
frammenti delle collezioni Vendramin, Contarini e Grimani; i
Gonzaga possedevano il palazzo dell’attuale Casinò. La vendita
deve restare riservata: ne va del buon nome del casato; e le trattative sono complesse. Con i Gonzaga erano già in rapporti Thomas Howard, conte di Arundel, e sua
moglie; e anche l’architetto Inigo Jones. Da qui prendono il volo i Cesari,
dipinti da Tiziano per Federico II
Gonzaga (alla cessione dei quadri di
Carlo I Stuart, andranno a Filippo
IV di Spagna e bruceranno poi nell’Alcazar); la Morte della Vergine di Caravaggio (ora al Louvre); la Toletta di Venere di Guido Reni e l’Educazione di
Amore di Correggio, che sono alla National Gallery di Londra; i Trionfi di
Cesare di Mantegna, nelle collezioni
reali inglesi a Hampton Court, per
limitarci a pochi casi. E una curiosità riguarda il fallimento di Nys: la sua
casa viene ispezionata e si scopre che,
un anno dopo la partenza delle opere, nel 1631, possedeva ancora quadri
ormai del re inglese; anche quattro
Tiziano (una Maddalena e una Lucrezia
tra loro) e un Triplice ritratto di Lorenzo Lotto, forse quello di orefice oggi Vienna, con una Donna in abito
verde di Raffaello: partono per Londra sulla nave Assurance appena il 6 agosto 1632, lo ha raccontato Leandro Ventura in VeneziAltrove 2007.
Y Tra le opere cedute al re inglese attraverso Nys c’è anche l’Adorante, bronzo del IV secolo a.C. alto 119 cm, ora tra i vanti dell’Altes Museum di Berlino. All’arrivo, è «il più importante pezzo d’antichità» nella capitale tedesca, già desiderato (invano) da
Isabella d’Este, disposta a pagare anche «1.000 corone d’oro, e
300 d’entrata», di rendita annua; tra i più apprezzati da Johann
Joachim Winckelmann. Per secoli, è l’unico bronzo greco noto
salvatosi dal naufragio del tempo. Scoperto nel 1503, scavando le
mura di Rodi, è donato ad Andrea Martini, setaiolo d’origini
lucchesi che abita ai Carmini, autorevole cavaliere gerosolimita-
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
35. Tiziano Vecellio,
Diana e Callisto,
tra il 1556 e il 1559,
Edimburgo, National
Gallery of Scotland.
la Madonna con il Bambino più nota come la Zingarella, la Violante, Madonna con il Bambino e i santi Stefano, Girolamo e Maurizio, Ninfa e pastore, oltre a Veronese, Bassano, Lotto. Ma quando divampa la guerra civile, il duca imballa troppo tardi seicento casse: sono intercettate,
tutto confiscato, lui messo a morte nel 1649. Buona parte della
collezione è acquistata dall’arciduca Leopoldo Guglielmo, governatore dei Paesi Bassi, e finirà poi a Vienna, al Kunsthistorisches
Museum. Insomma, per la
Gran Bretagna passa parecchio tra il meglio della pittura veneziana, e qualcosa
d’importante anche fugge.
Y Ma di tutti i diplomatici
inglesi a Venezia, il più importante è certo il console
Joseph Smith. Arriva nel
1700, a 18 anni, e ci rimane
fino alla morte, 60 anni
dopo; è console dal 1742.
Di Canaletto era l’esclusivista; però vendeva anche per
conto di Marco e Sebastiano Ricci, di Francesco Zuccarelli e Rosalba Carriera,
tra le massime ritrattiste a
pastello. Eppure, anche se Canaletto gli dedica l’unica serie
d’incisioni pubblicata, un suo ritratto non esiste. Peccato. Perché «nessuno straniero ha avuto ruolo così multiforme nella vita culturale di Venezia per un periodo così lungo» (Pomian).
Cede a Giorgio III, per 20 mila sterline, l’intera collezione nel
1752; e a lui tre anni dopo, per 10 mila, i manoscritti e i libri,
fondamento della British Library. Ma inizia una nuova raccolta
d’arte che, alla morte, serviranno 13 giorni di aste per esitarla
tutta. Tra i Canaletto venduti al re, anche un Interno di San Marco,
che è dei suoi pochi dipinti notturni. Ma a comperare, sono in
tanti: tra loro, il Conte di Fitzwilliam, il Duca di Leeds, il Conte di Carlisle.
Y Per le lagune transita, in gran segreto, anche una delle cessioni più misteriose di sempre, quella della collezione Gonzaga,
venduta a Carlo I Stuart: 90 dipinti e 200 sculture; Tiziano, Raffaello, Correggio, Mantegna e altri. Ne è intermediario un olan-
93
38. Antonio Canal
detto Canaletto,
Campo San Vidal
e Santa Maria della Carità,
o Il laboratorio del tagliapietra,
1725 circa, Londra,
National Gallery.
94
l’arte e il “grand tour”
l’inghilterra davvero assetata di dipinti veneziani
37. Due delle quattro
pareti della Canaletto
Room all’Howard Castle.
no. Lo ammira Pietro Bembo; lo esalta Pietro Aretino, che, senza fondamento, lo accredita a Prassitele, o a Fidia. Lorenzo da
Pavia, agente di Isabella d’Este, le scrive: «Non vidi mai più bella cosa». Ha almeno 16 proprietari, in nemmeno 500 anni; un
paio di volte, tanto era appetito, è anche bottino di guerra. Passa per Nys; per Nicolas Fouquet, sovrintendente alle Finanze nel governo del cardinale Mazarino; per Eugenio di Savoia, il principe del Liechtenstein, Federico di Prussia
nel castello di Sans Souci, a Potsdam; lo rubano prima Napoleone, poi i russi dopo la
II guerra: fino al 1958, è a San Pietroburgo.
Y E chiudiamo con La famiglia di Dario ai piedi
di Alessandro (fig. 39). Goethe nota nel Tagesbuch, a ottobre 1876: «Ho ammirato il migliore e più fresco quadro veneziano»; Paolo Veronese lo crea per la famosa famiglia
dei Pisani; sta a Ca’ Pisani Moretta, sul Canale; grande 4,75 per
2,36 metri, è di prima del 1568, e sotto un soffitto affrescato da
Tiepolo; per Ruskin, è «il Veronese più prezioso al mondo, e
praticamente senza prezzo». Ma si sbaglia: il 14 luglio 1857 costa 13.650 sterline; 17.445 napoleoni d’oro, o 354.900 lire del
tempo (oggi, sarebbero un milione e mezzo di euro). Li sborsa
la National Gallery di Londra all’ultimo erede, Vettor Zusto
39. Paolo Caliari detto
Veronese, La famiglia
di Dario ai piedi di Alessandro,
Londra, National
Gallery.
(forse, solo di nome), conte (austriaco) di Bagnolo. È ricco, non
ha bisogno di soldi; ma, morto l’unico maschio, gli restano Cornelia, Laura e Beatrice, tre figlie sposate; e perché «non quistionino su questo quadro indivisibile», vende il capolavoro che
ogni viaggiatore ammirava, e svende l’orgoglio di famiglia. L’ultima curiosità: Claudia Terribile scopre nel contratto che parte
del prezzo, 1.650 sterline, il 12 per cento, va ai domestici, «per
compensarli della cessazione delle sportule», le mance dei visitatori. In loco resta la cornice, esclusa dalla vendita: inquadra la
copia del dipinto di tal Francesco Minorello, del 1656; ancora
nel 1870, il locale era noto come «la stanza del quadro», anche
se, da 20 anni, “il” quadro non c’era più. Sic transit gloria mundi.
95
letti, cassapanche e comò,
come nel novecento gli inglesi
si rifanno l’arredo
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
Isabella Cecchini
1. Un celebre manifesto
turistico veneziano
datato 1920.
Y In appena due mesi, settembre e ottobre 1926, vengono lasciati partire per Londra quattro divani, sette comò, trenta poltrone (alcune intarsiate o dipinte), due letti, cinque vasi in legno, quattro cassapanche, diciannove tra tavoli e mezzi tavoli,
quindici tavolini, trentaquattro «mobiletti» e sedici mobili di
vario genere, due «credenze antiche», quattro cassapanche, una
consolle, dieci scatole di legno o paglia, cinque cornici, un armadio, sedici torciere, due specchi, una madia, ventuno sedie,
un lampadario, due porte, quindici dipinti, duecento incisioni,
un numero ampio di vari oggetti in legno e ferro, diversi pezzi
di stoffa, e una scultura. Tutti gli oggetti possedevano un’origine
“antica”. Il noioso elenco è infatti tratto da una trentina di dichiarazioni presentate agli ispettori dell’ufficio esportazione di
Venezia, perché rilasciassero l’indispensabile permesso, e li autorizzassero a raggiungere i legittimi proprietari, per lo più in
treno via Modane (un paio sceglievano Chiasso), per imbarcarsi
poi a Calais. I due mesi sono stati scelti più o meno a caso; ma
altre cernite, per periodi diversi, confermerebbero lo stesso
profluvio di mobilio e oggetti vari, che da Venezia (come dalle
principali città italiane) prendeva la via dell’estero, indistintamente. Ovviamente, non servivano licenze per gli oggetti contemporanei, né per i vetri del tempo, industria sempre rimasta
assai fiorente a Venezia (figg. 2 e 3).
Y La lettura delle dichiarazioni per la esportazione di oggetti e
opere d’arte antica (una categoria elastica, che dal tardo Ottocento include anche le opere di artisti “moderni” purché defunti) restituisce innanzitutto il conflitto tra la debole tutela attuata
dallo Stato, nonostante le fatiche dei funzionari locali, e la forza del mercato internazionale. E conferma anche la vitalità di alcuni settori industriali non eccessivamente considerati, quali
quello del mobilio “in stile”. Se per tali prodotti di alto artigianato era sufficiente rivolgersi all’ufficio per ottenere un semplice nulla osta, trattandosi di oggetti realizzati in tempi assai re-
97
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
2. Antonio Salviati
e Giuseppe Barovier,
vetri veneziani in girasol
ispirati a modelli antichi,
ultimo quarto del XIX
sec., Murano, collezione
Emilio Barovier.
3. Vittorio Zecchin,
Coppa Vestali in vetro
soffiato decorato a smalti
da Vittorio Gazzagon,
1919, Gardone,
Vittoriale degli Italiani.
98
centi, non dimentichiamo che l’industria delle copie (se non dei
falsi) era altrettanto fiorente; quanto, oggi è difficile stimarlo.
Comunque, dopo l’Unità d’Italia, a Firenze e Roma, due centri
nodali del turismo facoltoso, la maggior parte delle licenze concesse per l’esportazione interessa proprio gli oggetti moderni.
Enrico Stumpo ha messo in luce come nei primi sei mesi del
1886 l’ufficio di Roma ha emesso 823 licenze, che radunavano
più di ventiseimila lire di oggetti antichi; ma gli oggetti moderni sommavano a un
milione e mezzo di
lire. E non sappiamo
quanti falsi possano
esser finiti tra le
opere “antiche”, né
(ovviamente) quanto
sia fuggito di nascosto. Ma torniamo alla tutela. Sia il ministero della Pubblica
Istruzione (tra i cui
oneri vi era la cura
del patrimonio artistico italiano), sia altri enti cui il ministero chiedeva una sorta di prelazione sulle più importanti opere in vendita, possedevano scarsa capacità di manovra per l’esiguità dei fondi a disposizione, o per il frapporsi della magistratura, che negava le leggi del nuovo stato a favore di quelle dei vecchi stati; e dopo qualche inutile trattativa, le opere prendevano
inesorabilmente la via delle grandi città europee, o americane.
Famoso era stato lo scandalo della Madonna del libro di Raffaello
(ora a San Pietroburgo, Ermitage), al centro di un vittorioso ricorso presentato dal conte Conestabile della Staffa che aveva ottenuto l’applicazione delle leggi pontificie del 1802, e così il dipinto, inizialmente bloccato, era stato venduto all’imperatrice di
Russia per 310 mila lire in oro (fig. 4). Per non dire degli anni
attorno a cui Venezia perde l’indipendenza: nel 1850, la vendita in Russia dell’intera collezione Barbarigo della Terrazza, 106
dipinti; nel 1876, quella del Veronese ex Pisani a Londra, e tanto si potrebbe ancora aggiungere. Gli episodi così eclatanti, forse non erano molti; ma lo stillicidio del patrimonio artistico era
100
5. Il manifesto
della prima Biennale,
organizzata a Venezia
nella primavera-estate
del 1895.
fosse divenuta un fatto riconosciuto. A proposito di due antiquari prussiani, che anche nel Veneto stavano cercando di acquistare dipinti antichi nelle chiese, richiedeva un’attivissima cooperazione e sorveglianza, in particolare da parte dei prefetti.
«Sotto tre aspetti diversi l’azione della autorità giudiziaria può
essere in questo argomento provocata», continuava il procuratore. Innanzitutto, quando «si tratti di refurtiva o di oggetti in
qualunque modo sottratti ai legittimi proprietari, o trafugati ai
corpi
morali
specialmente ecclesiastici anche
dai membri di
essi per eludere
gli effetti delle
leggi di soppressione», che nel
1866
avevano
abolito diverse
c o n g re g a z i o n i
religiose, avocandone il patrimonio. In secondo luogo,
«quando si tratti
di quadri, oggetti di belle arti antichi o moderni, oggetti di pregio o valore qualsiasi che senza l’autorizzazione del governo» fossero stati venduti, e si doveva allora procedere al sequestro senza indugio. Infine, quando «si tratti di quadri, oggetti di belle arti o simili di
artefici non viventi, che venissero destinati all’esportazione in
onta al divieto qui tuttora vigente in forza di parecchie disposizioni legislative e regolamentari», e si pregiava di ricordare le
più importanti, databili (per il regno lombardo-veneto) almeno
dal 1819. «Delle quali disposizioni, la sostanziale è scritta nell’articolo 2 della notificazione governativa 1819 così concepita.
Qualora venisse scoperto che si tentasse qualche clandestina
esportazione di tali oggetti (quadri, statue, antichità, collezioni
di monete, incisioni, manoscritti rari, codici e prime edizioni in
generale di tali oggetti d’arte) saranno i medesimi confiscati e se
riuscisse di rilevanza che ne fossero stati clandestinamente
estratti, sarà assoggettato il contravventore ad una multa equiva-
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
4. Raffaello Sanzio,
Madonna e il Bambino leggenti,
o Madonna del libro,
o Connestabile,
San Pietroburgo,
Ermitage.
continuo. Per limitarsi a un caso veneziano, nel 1873 era giunta
ai funzionari delle Gallerie dell’Accademia di Venezia un’istanza
firmata da Giuseppe Berra, abitante a San Tomà in palazzo Balbi. Berra aveva messo insieme una raccolta di trecento quadri, di
cui tre (da lui nientemeno attribuiti che a Domenichino, Paolo
Veronese e Jacopo
Tintoretto) avevano
ricevuto un’allettante proposta di acquisto. Magnanimamente, desiderava
donarli allo Stato,
purché gli fosse permesso di fare una
lotteria della sua
collezione (da lui
valutata un milione
di lire), che così
non sarebbe stata
dispersa. In caso
contrario, naturalmente, il proprietario era costretto a
privarsene, «tentando di realizzarne
l’importo mediante
vendita a privati anche forestieri, o meglio ancora esportandola in una delle grandi piazze d’Europa là
dove la ricerca degli oggetti d’arte è più viva, gli aspiranti all’acquisto sono più numerosi, e torna perciò più facile di raggiungere lo scopo che per le circostanze peculiari in cui versa lo scrivente ha dovuto contro sua voglia prefiggersi». È abbastanza facile pensare che l’istanza non servisse che a facilitare il rilascio
dei permessi di esportazione. Non è chiaro come sia andata a finire; certo, di questa raccolta, lo Stato non acquistò nulla.
Y La repressione del traffico illegale di opere italiane coinvolgeva i prefetti, a capo delle commissioni che periodicamente rilasciavano i permessi d’esportazione. A gennaio 1873, una lettera del procuratore generale della corte d’appello di Venezia metteva molto chiaramente in luce come la tutela delle opere d’arte
101
6. Il manifesto
della II Biennale d’arte
internazionale;
per l’Inghilterra,
partecipano anche
Alma Tadema
ed Edward Burne Jones.
7. Alma Tadema,
Autoritratto, datato
12 novembre 1896
ed esposto nel 1913
alla Royal Academy
di Londra, Firenze,
Galleria degli Uffizi.
commissioni delle locali accademie di Belle arti, le quali avevano
da tempo il compito di controllare – seppure blandamente – che
non uscissero illegalmente dai confini opere particolarmente
importanti, tanto che talvolta i membri di tali commissioni si
trovavano in esplicito contrasto con i funzionari incaricati. Di
fatto, come ricorda Andrea Emiliani, si verificò una vera e propria «vacanza legislativa» nella tutela almeno sino al 1902 (anno di promulgazione della prima
vera legge dell’Italia unita): una
vacanza lunga,
confusa, «fitta di
progetti e disegni
– morti sul nascere o prima ancora», e soprattutto dibattuta
circa la struttura
amministrativa
da assegnare al
servizio di tutela
e salvaguardia.
Non va dimenticato che in questi
decenni la storia
dell’arte si afferma come disciplina autonoma, e fattivamente
utile alla creazione di una tutela italiana, basti ricordare l’esempio di Adolfo Venturi.
Y Le vicende legate alla esportazione di opere e oggetti sono –
come si è ricordato – interesse (per quanto debole) dei governi
preunitari almeno dal XVIII secolo, e in qualche caso molto precedenti. L’Italia unitaria aveva continuato ad occuparsene con il
sistema delle accademie di Belle arti, ovvero con la convocazione
di una commissione nella quale (presente anche l’intendente
delle finanze per la riscossione della tassa) un gruppo di “esperti” (che quasi sempre collimavano con i docenti di pittura) decideva sul caso in questione. Tuttavia, un deciso passo in avanti avviene nel 1896, con l’istituzione di appositi uffici (e la conseguente predisposizione di formulari da riempire) dalla Direzione Generale delle Belle arti. L’ufficio di Venezia inizialmente
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
lente al doppio del valore
dell’oggetto portato fuori
dello stato». Non è dato
però di sapere con quale
e quanto successo.
Y Nel periodo immediatamente successivo all’Unità, poche persone
competenti nell’amministrazione centrale erano in grado di gestire un
tema complesso quale la
tutela del patrimonio artistico e la conservazione
di antichità e collezioni,
pur se tra i funzionari si
contavano personaggi del
calibro di Giovan Battista
Cavalcaselle. Nei primi
anni, i circa sessanta dipendenti che formavano
l’ufficio in seguito denominato Direzione generale delle antichità e belle arti erano per lo più
funzionari di origine
piemontese, di sicura
competenza amministrativa, ma un po’ scarsi
quanto a sapere artistico.
Vi era tuttavia la più longeva esperienza di tutela
attuata dai diversi stati
italiani (con esiti diversi), tra cui Roma fornisce
probabilmente l’esempio
migliore, con l’editto del
cardinal Pacca (1820) a
fare da apripista per i
provvedimenti successivi.
E vi era l’azione delle
103
8. Ditta Nara, Molo e Riva
degli Schiavoni dalla Dogana,
fotografia di fine
Ottocento.
104
aveva sede a Palazzo Ducale ma presto è trasferito presso le Regie
Gallerie di Venezia (le attuali Gallerie dell’Accademia), dove al
primo piano si predispone un locale in cui antiquari e spedizionieri facevano recapitare le casse di oggetti: per la regolare licenza, e per il versamento della dovuta tassa. L’ufficio si occupava sia
delle esportazioni definitive, sia di quelle temporanee, sia della
esportazione di oggetti d’arte “moderni”. Sono gli anni in cui
nasce anche la Biennale (1895, fig. 5) e Venezia trova nuova linfa, nuovi viaggiatori e nuova arte; nel 1897 (fig. 6), il padiglione
inglese della II esposizione ospita anche Alma Tadema ed Edward
Burne Jones (fig. 7); il bacino di San Marco è tanto pieno di
gondole e sandolini, che il rischio gli scontri aumenta a vista
d’occhio (fig. 8).
Y I compiti degli uffici venivano assegnati al personale delle
Soprintendenze. A capo dell’ufficio veneziano si trovava il direttore delle Gallerie; a partire dalla sua istituzione, il ruolo era
stato ricoperto da Giulio Cantalamessa, cui nel 1906 era subentrato Gino Fogolari, entrambi personalità di grandissimo spicco
nel mondo degli studi storico-artistici dell’epoca. Ma era in
realtà il conte Giuseppe Soranzo a sbrigare la gran parte del la-
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
9. Le osservazioni
e la firma di Giuseppe
Soranzo in calce a un
permesso d’esportazione,
Venezia, 26 maggio 1922.
voro. Di famiglia patrizia, nato il 24 febbraio 1840, apparteneva a quella generazione di uomini e studiosi che (un po’ come
Pompeo Molmenti, e Agostino Sagredo) avevano attraversato i
tumultuosi cambiamenti storici. Era professore di anatomia
presso l’istituzione accademica, e scultore di una certa fama; era
stato nominato membro del collegio straordinario delle Gallerie
nel 1897, con l’immediato incarico di reggere l’ufficio esportazione. Se tuttavia, inizialmente, il titolo era puramente onorifico, le sempre più gravose prerogative attribuite dal Ministero in
tema di tutela avevano trasformato l’incarico in un onere burocratico assai
gravoso; Soranzo aveva
perciò rinunciato all’insegnamento e
alla scultura
per dedicarvisi completamente. Nel
1904, Giulio
Cantalamessa, direttore
delle Gallerie, ricordava
come il buon
funzionamento dell’ufficio dipendeva dal
«fortunato
concorso di
parecchie
buone volontà. Al Ministro, il mantenimento di quest’ufficio laborioso, intricato, oppressivo (perché gravido di minacciose responsabilità), non costa che lo stipendio del cavalier Conte Soranzo, il quale lavora indefessamente; compensato con cento lire al mese nominali, novantadue e centesimi in effetto»; per
«l’ottimo conte Soranzo», Cantalamessa si spinge perciò a chiedere «uno stipendio meglio rispondente al valore dell’uomo, all’onestà e all’assiduità mirabili ch’egli dedica al suo dovere»,
105
106
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
10. Un manifesto
turistico veneziano
del primo quarto
del Novecento.
proponendo un compenso di almeno centocinquanta lire in via
straordinaria. La questione verrà riproposta anche negli anni
successivi, dato che Soranzo prestava servizio anche «in giorni e
ore fuori dall’orario stabilito, per dare corso ai numerosi affari
che gravano questo ufficio», rogando «le registrazioni, le relazioni, non solo per cotesto
Ministero, ma anche per
l’ufficio delle imposte», necessarie per calcolare la riscossione della tassa di
esportazione. La questione
di uno stipendio congruo
per Soranzo, il quale aveva
appunto una nomina puramente onorifica, non concorsuale, ma che sbrigava
tuttavia la gran mole di lavoro, ritornava puntualmente.
Così, nel 1907, il nuovo direttore delle Gallerie e dell’ufficio, Gino Fogolari, in
una lettera al ministro perorava la causa del povero Soranzo e ne ricordava i meriti. «La perfetta conoscenza
della città e degli uomini
fanno del conte Soranzo,
che per tutta la vita a Venezia
si è occupato di arte e per le
sue relazioni e per la sua
gentilezza dei modi ha la
possibilità di entrare in ogni
più rispettabile casa, la persona veramente adatta a questo ufficio che vuole accortezza e prudenza perché affidato a chi
non ha pratica si arresterebbe per ogni quisquiglia senza sapere
usare energia quando occorre. Per tutto ciò la nomina definitiva del Soranzo ad Ispettore, mentre sarebbe un atto di giustizia,
darebbe principio allo stabile assetto di questo ufficio di esportazione del quale l’importanza risulta dalla cifra delle operazioni fatte e dalle tasse che se ne riscuotono». Fogolari scrive que-
11. Per allettare i turisti,
i souvenir spostavano
perfino l’ambientazione
della Ca’ d’oro.
ste accorate righe il 2 giugno 1907; il 17 dicembre, giunge la sospirata nomina ad ispettore, con lo stipendio annuo di 2.500 lire a cominciare dal primo luglio 1907. Va notato che a quest’epoca una «vettura automobile» ne costava circa seimila, e i modelli di lusso fino a diecimila lire; lo stipendio di Soranzo non
brillava perciò per prodigalità. E la questione era ancora lontana dal concludersi. A febbraio 1920, il Soprintendente Fogolari
si rivolge ancora al Ministero: Soranzo – che ha 77 anni! – ne
aveva maturati soltanto tredici di servizio. Malgrado l’età, è «uomo sanissimo e vigoroso, è di un’attività sorprendente, di una
premura e di una diligenza, di una memoria superiore a ogni lode», e lo si propone per una pensione intera, che sarebbe riuscito ad ottenere soltanto con la sua messa a riposo, il primo
gennaio 1935, un anno prima della morte.
Y Sue, dunque, sono le firme che vidimano le registrazioni dei
permessi, accompagnate talvolta da quelle degli ispettori supplenti (Nicolò Barozzi e Augusto Sezanne all’inizio, poi Giuseppe Fiocco, storico dell’arte e celebre critico, e i meno noti Cesare Ruga, Angelo Conti, Ugo Nebbia), e talvolta da quella del direttore. Sue sono anche le osservazioni che appaiono sporadicamente nel verso del modulo (fig. 9). Nel maggio 1922 ad esempio, in merito ai pezzi smontati di un balcone in pietra, precisò
107
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
12. Un ricordo di viaggio
liberty, in legno
traforato, con la piazzetta
e l’isola di San Giorgio.
trattarsi «di pietre di disfacimento unite e restaurate che non
hanno importanza alcuna», oppure che «i dipinti a tempera
con disegni pompeiani sono cose di poco conto, i due a fiori sono bruttissimi, il cavallo di bronzo il suo meglio è una buona patina», giudizio a dir poco tranchant verso i due colli di oggetti
presentati dalla ditta Minerbi & Co. per New York, e valutati
3.200 lire.
Y Il carico di lavoro delle commissioni giudicatrici sulle esportazioni era in crescita sostanziosa già a metà dell’Ottocento,
quando in Italia iniziavano ad affacciarsi i compratori americani
che talvolta facevano concorrenza agli emissari dei grandi musei
europei. A Venezia, il periodo coincideva con una costante
espansione delle presenze turistiche (figg. 1 e 10), che già Agostino Sagredo segnalava in aumento a ridosso della metà secolo:
il flusso di stranieri, secondo Sagredo che ne aveva tratto informazione da fonte fidatissima, passava dalle 4.662 presenze del
1836, alle 12.610 del 1843. E Venezia si stava in effetti identificando con un topos turistico che a differenza di altre città, quali
Firenze e Roma, non aveva molta fruizione culturale dietro di sé.
I salti di qualità nell’organizzazione e razionalizzazione dei servizi turistici iniziarono ad essere evidenti soltanto a fine secolo:
13. John Singer Sargent,
Interno del Palazzo dei Dogi,
1898, Collezione dei
conti di Harewood,
Harewood, House Trust.
quando la maggior parte di tali servizi viene sottoposta alla regolamentazione comunale, per contenere (se non per escludere) il
crescente fenomeno dell’abusivismo e della frode. E se il turismo
trascina con sé un indotto dai contorni difficilmente delineabili, con l’industria dei souvenirs (gondole, maschere, merli, mosaici, vetri, cartoline, figg. 11 e 12), cresce anche il numero di
quanti hanno mezzi, cultura o entrambi per ambire a portare
con sé, oltre i confini nazionali, anche qualcosa di “antico”. A
fronte di organizzazioni sempre più preparate a combattere frodi e illegalità anche nel campo della tutela, come si è ricordato,
anche il numero di registrazioni presentate all’ufficio competente cresce, passando dalle circa quattrocento richieste dell’anno fiscale 1898-1899 alle quasi mille del 1925-1926. Ed è in quel
periodo che John Singer Sargent regala alcuni scorci dei meno
usuali (figg. 13 e 14).
Y Cambia la stessa provenienza degli acquirenti (fig. 14): a fine XIX secolo, la fanno da padroni l’Austria e la Germania con
l’Inghilterra; un quarto di secolo più tardi, gli Stati Uniti e la
Francia, ma sempre con l’Inghilterra. È palese la scomparsa del-
109
1898
1922
14.Valori complessivi degli oggetti di “arte antica”
esportati da Venezia,
per destinazione, sulla
base delle dichiarazioni
presentate nel 1898
e nel 1922.
gura di «moro», tutto in
marmo. Nello
spazio del modulo di richiesta, sotto la voce
«considerazioni che indussero l’ufficio a
concedere l’esportazione,
senza riferirne
al Ministero o
perché facesse
uso del diritto
di prelazione o
ne proibisse la
vendita», Augusto Sezanne
verga: «Sculture moderne pitture restaurate,
rifatte e di mediocre valore».
Come si vede,
ancora una fabbrica dell’immaginario artistico italiano i
cui contorni
continueranno a sfuggirci. Commenti simili («di nessun valore
artistico», «oggetti affatto di arte industriale con scarso merito
artistico», «oggetti in maggior parte di fattura moderna» e così via) si rincorrono in tutte le dichiarazioni di fine Ottocento
esaminate. Alla ditta Dondeswel and Sons di Londra, l’antiquario Dino Barozzi, ancora a novembre 1820, spedisce un ritratto
di uomo su tela acquistato dalla contessa Brazzà e valutato 350 lire (gli ispettori arrotondano verso l’alto); il commento è questa
volta di Giulio Cantalamessa, che scrive trattarsi di un dipinto
della fine del secolo precedente, «di fattura larga e simpatica,
trattato decorativamente ma non di pregio tale da impedirne l’a-
l’analisi
da venezia non si esportavano unicamente i capolavori
110
la Russia e di altri paesi dell’Est risucchiati dalla Rivoluzione
d’Ottobre, e la contrazione dei paesi tedeschi successivamente
alla disgregazione dell’impero austroungarico. Il peso specifico
dei compratori statunitensi cresce notevolmente, come anche
quello dei paesi di lingua fiamminga, danese, finnica. Sostanzialmente stabile la Francia, ma si riduce l’impatto dei compratori britannici.
Y Gli inglesi: parte di quanti avanzano richieste che cosa acquistano a Venezia? Abbiamo considerato i permessi per esportare gli “oggetti antichi” in due brevi periodi di analisi: il ricordato anno fiscale 1898-1899 ed i primi anni venti del Novecento. Non vi compaiono collezionisti importanti; e gli acquisti, alla luce di questa fonte particolare, assomigliano invece al desiderio di portarsi via (quasi) un pezzetto di Italia, perché immaginiamo che la gran parte di quanti presentano all’ufficio appartenessero all’esercito dei turisti. Ecco dunque, il 18 novembre
1898, il capitano Litterdale di Londra. Non lui fisicamente; all’ufficio per l’ispezione si presentano gli antiquari che si occupano poi di inoltrare i pezzi, oppure le compagnie di spedizione. Il capitano Litterdale ha acquistato (da un antiquario di Verona, Tito Tedeschi), un comò intarsiato e una croce di metallo; l’ispettore Augusto Sezanne commenta lapidario: «La croce
è una grossolana imitazione, il cassettone di lavoro ordinario».
Un paio di settimane prima, sono presentate cornici, sedie, un
tavolo, due fanali da gondola e altri oggetti, sempre destinati al
capitano. Valgono seicento lire, segno che non si tratta di grandi preziosità. Il commento di Nicolò Barozzi, che li lascia partire senza problemi, ne attribuisce una qualità artistica che non
supera il «mediocre», trattandosi di oggetti «in gran parte imitazione dell’antico». Anche il signor Mackenzie, di Londra, lo
stesso giorno, appare aver acquistato quattro sedie e due canapè
di legno dorato; «mobili affatto comuni», scrive Barozzi.
Y Più interessante è la richiesta inoltrata da una delle ditte più
attive in laguna nel mercato antiquario e soprattutto nella produzione di souvenirs e mobili di pregio, la Venice Art Company &
Co. Il destinatario è la filiale londinese della Salviati & Jesurum,
altri due nomi di grosso calibro; i pezzi sono valutati complessivamente cinquemila lire, una somma abbastanza alta. Il 12 novembre 1898, si chiede di esportare diciannove quadri ad olio
con cornici, due bassorilievi e due statue con base in marmo, un
busto e due putti, un busto di Caracalla, due cariatidi, e una fi-
111
Desidero ringraziare Enrico Noè e soprattutto Giulio Manieri Elia, entrambi della Soprintendenza al Polo Museale Veneziano, per l’incoraggiamento e
l’aiuto. La raccolta delle informazioni sui permessi di esportazione a Venezia
è stata condotta all’interno del progetto Aristos, curato per la Soprintendenza da chi scrive sotto la supervisione di Giulio Manieri Elia.
15. La tipologia
degli oggetti esportati
da Venezia nel 1898
e nel 1922, confronto
nei mesi di maggio,
luglio e novembre
di ciascun anno,
in base alle dichiarazioni
presentate.
112
sporto».
Y A venti anni di distanza, e dopo una guerra mondiale, a scorrere le dichiarazioni di esportazione si ricavano impressioni analoghe, pur se i commenti degli ispettori si fanno sempre più rari. Soprattutto, prendono la via dell’estero i mobili; ma non
mancano oggetti di vario tipo (fanali, lampade, scatole), e per
non annoiare, ricordiamo come esempi soltanto i tre permessi
richiesti dalla ditta Guido Minerbi e da Giorgio Cesana per una
lunga lista di mobili, sedie, tavoli e tavolini, indirizzata a Thornton Smith (forse anch’egli un antiquario) a Londra, e valutati
dodicimila lire. Non sono soltanto gli inglesi ad acquistare mobilio; anzi, molti stranieri a Venezia vi si dedicano. Mobili, dipinti e oggetti di arredamento restano i pezzi più richiesti, stando al numero di domande che li contengono (fig. 15); e va notata la riduzione del numero di “elementi architettonici” (vere
da pozzo, balconi e scale in pietra, cornici di finestre) esportati
nel 1922, rispetto a un quarto di secolo prima.
Y Come conclusione, un ennesimo caso. Il 7 luglio 1922, lo
spedizioniere Giuseppe Guetta si rivolge all’ufficio per un dipinto a olio, stimato 1.500 lire e destinato a Londra, alla Kuvedler & Co. Soranzo scrive che è una «mediocre copia da Francesco Guardi», il cui soggetto era stato anche riprodotto in incisione; il dipinto poteva perciò prendere tranquillamente la via
l’editoriale
perché questo almanacco
dell’estero. Una copia di Guardi: quale prezzo per un turista inglese che aveva soggiornato a Venezia.
113
il mercante vende ai britannici
un migliaio di opere;
e al residente taglia un tiepolo
Rosella Lauber
1. Bartolomeo Vivarini,
Morte della Vergine,
New York, The Metropolitan Museum of Art.
Y Alla vigilia di Natale 1784, il veneziano Giovanni Maria Sasso scrive al Residente inglese: «Intesi ancora del piccione dal
quadro del Tiepolo e lo taglierò, ma lei me lo dice in un modo
come se fosse da mangiare e con avidità». L’emblematica notazione si rintraccia in dense lettere conservate nella British Library di Londra e recentemente rinvenute, indirizzate da Venezia a «Sua Eccelenza il Signor Giovanni Strange Ministro Residente di Sua Maestà Britannica presentemente in villa di Paese»,
in particolare nel 1781 e 1784-86. Il destinatario, John Strange
(1732-1799), naturalista e appassionato d’arte, è il penultimo
Residente britannico a Venezia, dal 1773 al 1790; il mittente,
Sasso, artista «coltissimo» e restauratore, lo affianca dal 1774 al
1786 come «accomodatore de’ suoi quadri ed agente e direttore
della numerosa sua galleria». Se il console Joseph Smith (che a
lungo ambì alla Residenza), celebre collezionista e mecenate di
Canaletto, fu definito il «mercante di Venezia», Sasso era invece noto come il «mercante degli inglesi», tanto fu intenso il
rapporto con la clientela anglosassone, inclusi James Wright,
predecessore di Strange, e Richard Worsley, l’ultimo Residente.
Dal settembre 1774 al 3 aprile 1786, è attestata la permanenza ufficiale di Strange nella Serenissima, dove si sarebbe trattenuto fino all’ottobre 1786; oltre al palazzo in città, sceglie come “country house” una dimora immersa nel paesaggio veneto, villa
Loredan a Paese, sulla via da Treviso verso Castelfranco (fig. 2).
Y Nei fascicoli manoscritti con lettere e liste di opere riferibili a Strange, conservati nella British Library di Londra e che abbiamo recentemente rinvenuto, si riscontrano elementi anche
sul “Trittico di Mestre” di Cima da Conegliano (ora diviso fra la
Wallace Collection di Londra e il Musée des Beaux-Arts di Strasburgo; figg. 3 e 4), tali da consentire di precisare alcuni passaggi finora lacunosi, oltre a certificare committenza, datazione e
prezzo per la sua celebre incisione di Antonio Baratti (fig. 5). Si
introdurranno qui nuovi dati su centinaia di disegni e quadri già
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
115
2. Francesco Guardi,
Villa Loredan a Paese,
Oxford, The Ashmolean
Museum, Western Art
Drawings Collection,
con iscrizione autografa
di John Strange.
116
di Strange, inclusa la serie di vedute “di villa” di Francesco
Guardi, accanto a due altre tele en pendant ora nella Frick Collection di New York. Si anticiperanno notizie su una costellazione
di opere acquisite a Venezia dal Residente, tra cui pitture di Bartolomeo Vivarini, Antonello e Mantegna; Bellini e Crivelli;
Giorgione, Tiziano, Tintoretto e Veronese; Bassano e Ricci;
Rosalba Carriera, Carlevarijs, Canaletto e Tiepolo; numerosi
dipinti furono imballati in casse spedite in Inghilterra; alcuni
sovrapposti su telai, o arrotolati uno sull’altro, anche per eludere i dazi; centinaia di opere vennero battute in diverse aste e infine vendute.
Y In merito al suddetto «piccione dal quadro del Tiepolo», subito dopo le festività, il 20 gennaio 1785, Sasso comunica di aver
esaudito i desiderata del britannico e confessa una scelta senza precedenti: «Ho tagliato il piccione del Tiepolo e lo fodrerò prima
di spedirlo ma per farlo proportionato mi è convenuto far di
quelle cose che mai feci in vita mia, cioè mi convenne tagliare tre
ditti del piede al povero Enea altrimenti il piccione veniva o mutilato o irregolare». La segnalazione rintracciata nelle lettere della British Library, significativa anche per ragionare sul soggetto
della sfortunata opera di Tiepolo, costituisce un tassello che ora
completa la vicenda introdotta da una missiva (edita da Mauroner, Haskell e Dorigato, dall’Epistolario Moschini nella Bibliote-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
3. Giovan Battista Cima
da Conegliano, Santa
Caterina d’Alessandria;
Vergine con il Bambino
fra i santi Francesco
e Antonio da Padova,
Londra, The Wallace
Collection (dal Trittico
di Mestre).
ca del Museo Correr), in cui Strange dichiara a Sasso: «Sono innamorato di quel Pigeone che cade col steccho, in quel Quadron
grande di Tiepolo; ed assolutamente voglio che Ella mi lo tagli
fuora col solo campo necessario, ma facendolo tirare in teleretto,
mandandomilo poi colla Rosalba e Tiepolo di Padua; il buso poi
del Quadron stroperà a
suo tempo come che vorrà; ma intanto questo
boccone tanto parlante di
storia naturale mi lo voglio per me; ed il Quadron sarà di chi lo vorrà». In plausibile riferimento ai «Rosalba e Tiepolo di Padova», si rileva
che il 24 dicembre 1784
Sasso scrive a Strange di
avergli già spedito di Rosalba Carriera un ritratto
della celebre scrittrice e
drammaturga Luisa Bergalli, moglie di Gasparo
Gozzi, «poetessa nostra e
che traduce in versi Terenzio Plauto»; invece
attende ancora il «modello Tiepolo, ma sarà
forse per il mal tempo».
Il 23 novembre 1784,
Sasso informava: «Io non
so se fecci bene o male
comprai una testa di Rosalba dipinta a olio, ma bella assai con
cornice dorata ed è una nostra poetessa cioè la Luigia Bergali Gozi» (un supposto Autoritratto di Rosalba, un tempo visibile a ca’
Rezzonico, è stato poi ritenuto un’immagine di Luisa Bergalli
Gozzi; un suo ritratto a olio su tela è stato battuto da Christie’s a
Londra nel 2007 come opera di scuola veneziana; lo si menziona
già nella collezione Cernazai, a Udine, attribuito a Giovanna
Carriera, sorella di Rosalba).
Y Strange, richiedendo quel «boccone tanto parlante di storia
naturale», richiama la sua vocazione di naturalista, che si intrec-
117
5. Antonio Baratti
da Giovan Battista
Cima da Conegliano,
Trittico di Mestre,
incisione.
118
6. Charles Philips,
La famiglia Strong
(la cosiddetta
“The Churchill Family”),
New York, The Metropolitan Museum of Art.
Y John Strange nasce nel 1732 a Barnet e muore a Ridge, il 19
marzo 1799. Fra i quadri del Metropolitan Museum of Art di New
York appare una «conversation piece» dipinta proprio nel 1732
da Charles Philips (Londra, 1703-1747), nota come «The Churchill Family» (fig. 6). Tra i personaggi, spicca la dama in veste azzurra, accanto alla figura in piedi in nero: costui è Edward II
Strong (1676-1741), successore dello zio Thomas e del padre Edward I come «master mason» nella cattedrale di Saint Paul a Londra: anche una lapide ne eterna i nomi, come coloro che posero la
prima pietra nel 1675, e l’ultima nel 1708, della nuova costruzione progettata da Wren. La dama in azzurro è Susan Strong, figlia
di Edward II e dal 1722 moglie del giurista e politico John Strange
(1696-1754,
padre del Residente), insignito di cariche e onori, cavaliere e
«Master of
the Rolls»;
negli Epitaphiana (1875),
poco prima
di quello di
Lord Byron,
si legge un
epitaffio di sir John Strange, che gioca con humor sul termine strange (“strano”, in inglese): «Here lies an honest lawyer - that is
Strange» (qui giace un uomo di legge onesto - che è Strange). Nella tela di Philips, Lady Susan Strange appare così nel 1732, l’anno
di nascita del figlio John, il futuro diplomatico e appassionato di
pittura veneta; sulla sinistra, appare la più anziana signora Strong
vicino a due nipotine, nate da Susan; una, Mary, diverrà moglie di
George Nares; il figlio Edward Nares nel 1797 sposa Charlotte
Spencer-Churchill, figlia del quarto duca di Marlborough; da qui,
l’intitolazione del dipinto, come da informazioni del discendente
Oliver Nares nei Departmental files del Metropolitan Museum. Anche
una Regata in «volta di Canal» e una Veduta con il Ponte dei Tre Archi a Cannaregio di Francesco Guardi, nella Frick Collection di New York
(dono di Helen Clay Frick nel 1984), includono tra i possessori il
reverendo Nares e Lady Henry Spencer-Churchill (poi Cecil Whi-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
4. Giovan Battista
Cima da Conegliano,
San Sebastiano;
San Rocco, Strasburgo,
Musée des Beaux-Arts
(dal Trittico di Mestre).
cia con il colto milieu italiano, anche antiquariale, incontrato sin
dal suo primo Grand Tour in Francia e Italia. In un successivo viaggio, Strange e la moglie (figlia di Davidge Gould) sono a Padova
nel 1771, con altri
collezionisti, il
conte di Bute
John Stuart e
Lord Hervey, vescovo di Londonderry, insieme all’abate Alberto
Fortis:
l’autore di Viaggio
in Dalmazia (1774)
intraprende poi
una nuova missione, con la supervisione scientifica di Strange.
Nei
carteggi,
s’intercalano
schizzi e immagini tracciati dal britannico, attento alla verità dei siti; anche da collezionista si dichiarerà «innamorato» di quattro sue vedute di
Canaletto, di cui apprezza il primo periodo, «quando copiava
esattamente». Nel 1785, commissionando due disegni a Guardi
con le vedute «dell’Anconeta e del Casin della Giudecca», raccomanda a Sasso che risultino «non solo netti, bene finiti e compagni, ma anche coloriti esattamente come sono le cose costì», da
unire ai «quadretti che se ne
faranno». In un elenco di 245
lotti di opere di Strange messe
in vendita a Londra dal 10 dicembre 1789, Guardi è presentato come artista ancora vivente, dapprima legato alla
sfera d’attività di Canaletto,
poi in grado di seguire una
maniera personale e vivace, fra
«spirito» e «verità».
119
7. Francesco Guardi,
Villa Loredan a Paese
vista di fronte, LondraMilano, Galleria
Robilant-Voena.
120
te, Knoedler, Mrs. Rathbone Bacon, Henry Clay Frick, padre di
Helen); come primo proprietario, annoverano John Strange «nel
1774-1786», gli anni veneziani.
Y Fra le lagune s’incontravano molti “foresti” nel loro Grand
Tour. In una lettera del 24 maggio 1777 (Bedfordshire and Luton
Archives and Record Services) indirizzata a Thomas Robinson,
barone Grantham e ambasciatore a Madrid, Strange accenna da
Venezia a una missiva consegnata al principe russo Yousoupoff,
presente per la Sensa. Menziona anche una cena con i duchi di
Gloucester, intenzionati a trascorrere l’estate in Terraferma. La
festa della Sensa, per l’Ascensione di Cristo, culminava nello
Sposalizio del mare dal Bucintoro; piazza San Marco era teatro
per 15 giorni di un’affollata fiera; proprio nel 1777, l’8 maggio,
si inaugura l’allestimento progettato da Maccaruzzi, illustrato
anche da dipinti di Guardi, compreso quello nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Un quadro simile, ma precedente, è
nel Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona, parte di una serie di
quattro dipinti dalla collezione inglese dei conti di Camperdown, incluse una Regata «in volta di Canal», una veduta del Bacino
di San Marco con la partenza del Bucintoro e una ideale del Canal Grande con
il Ponte di Rialto secondo il progetto di Palladio mai realizzato (già raffigurato da Canaletto). Come si vedrà, Strange possedeva analoghi
soggetti di Guardi, di cui fu importante collezionista.
ti a un gruppo ora sparso tra Londra, Milano, New York, Chicago, Providence, Oxford, Rotterdam e Amsterdam, in collezioni pubbliche e private o in gallerie (figg. 2, 10, 11 e 12). Questa
serie di “ritratti di ville”, un unicum nella ricca produzione guardesca, è stata finora riferita e datata per via di ipotesi al mecenatismo di Strange nei confronti di Guardi, cui Morassi, Byam
Shaw e Haskell hanno dedicato fondamentali studi. Nuove carte
attestano attribuzione, soggetti, committenza, prezzo d’acquisto
e data del saldo dei dipinti e relativi disegni di Guardi, nel cui
corpus i documenti e le date certe sono rari.
Y Fra i Supplementary Strange Papers della British Library si riscontra infatti una lista manoscritta in inglese, intitolata «Note of
Pictures bought at Venice from Mi(ch.)». La documentazione
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
8. Francesco Guardi,
Villa Loredan a Paese
vista da tergo, New York,
collezione privata.
Y Appena arrivato a Venezia, l’inglese rileva anche opere appartenute a Wright, «a caro prezzo coll’altra mobiglia di casa»;
compra inoltre dipinti dalla vedova Smith (Elizabeth, sorella
dell’ex Residente John Murray, sposata in seconde nozze dall’anziano console, quando ella era «una bella vergine sui quaranta»): Carpioni, Fetti, Lanfranco, Lazzarini, Liberi, i Ricci,
Strozzi, Zuccarelli. Alla vita in città, accosta il soggiorno in campagna, a villa Loredan a Paese (figg. 7 e 8; i relativi progetti di
Massari si datano al 1719 circa; fu quindi ceduta da Girolamo
Antonio Loredan al marchese Giuseppe de Canonicis, che dovette affittarla a Strange). L’abitazione, come quella adiacente
dei Pisani Sagredo detta Villa del Timpano arcuato (fig. 9), è
nota soprattutto grazie a dipinti e disegni di Guardi appartenen-
121
10. Francesco Guardi,
Giardino veneziano
(cosiddetto “Giardino
del Palazzo Contarini
dal Zaffo”), Chicago,
The Art Institute.
11. Francesco Guardi,
Veduta attraverso
il giardino di Villa
Loredan a Paese,
Oxford, The Ashmolean
Museum, Western Art
Drawings Collection.
12. Francesco Guardi,
Giardino veneziano
(cosiddetto “Giardino
del Palazzo Contarini
dal Zaffo”), Oxford,
The Ashmolean
Museum, Western Art
Drawings Collection.
zecchini ciascuna). È possibile riconoscervi i celebri “ritratti di
ville”, sinora ipotizzati dipinti e disegnati da Guardi per il Residente verso gli anni Ottanta del Settecento; per delimitare la datazione, sono state osservate anche le acconciature piumate, le
coiffures dette panaches de plumes (in voga a Parigi dal 1774/75, lanciate da madame du Barry, diffuse a Venezia verso il 1776), l’esistenza di costruzioni circostanti (tra cui villa Pellegrini) e soprattutto i due viaggi dell’artista nel 1778 e 1782 verso la Val di
Sole, per questioni amministrative della famiglia, originaria del
Trentino.
Y Le voci della Note
of Pictures riferibile a
Strange consentono
finalmente di attestare il saldo nella data
ora certa del 1778,
oltre a precisare le cifre corrisposte per le
vedute di Guardi, riconoscibili
nelle
«quattro ville», analoghe nelle misure,
che compongono la
serie definita unicum:
Villa Loredan a Paese vista
di fronte (Londra-Milano, Galleria Robilant-Voena; fig. 7) e
Villa Loredan a Paese vista da tergo (New York, collezione privata; fig.
8), con in primo piano a sinistra due gentiluomini e un artista
in mantello rosso, chinato su un grande foglio (ipotizzati come
Strange e un amico, accanto allo stesso Guardi all’opera); Villa Pisani Sagredo a Paese o Villa del Timpano arcuato (collezione privata, on loan
alla National Gallery di Londra; fig. 9) e il cosiddetto Giardino del
palazzo Contarini dal Zaffo, a Venezia (Chicago, The Art Institute; fig.
10; la critica si è chiesta perché tale veduta di «one of the courtyard of the Palazzo Contarini dal Zaffo» fosse inclusa nel set, ritenendolo sinora non chiaro). Analogamente si può procedere
per i relativi disegni, i grandi fogli alla Rhode Island School of
Design di Providence e al Metropolitan Museum of Art di New
York, all’Amsterdams Historisch Museum e all’Ashmolean Mu-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
9. Francesco Guardi,
Villa Pisani Sagredo
a Paese o Villa del
Timpano Arcuato,
collezione privata
(Londra, The National
Gallery, on loan).
permette di ricostruire anno dopo anno acquisti veneziani, attribuzioni e soggetti, oltre a rivelarne i prezzi, aprendo a riflessioni anche sul mercato dell’arte e sulle valutazioni dei pittori
antichi e moderni. Dal
1774 al 1778, si registrano quasi 370
esemplari, riconoscibili fra quelli passati
nella raccolta del Residente, a partire dal suo
arrivo, quantificabili
in un totale di 1.603,3
zecchini. Il documento è ancor più rilevante in quanto ci sembra
redatto dallo stesso
Strange: l’autore della
lista, infatti, si esprime
in prima persona
quando descrive una
veduta del proprio palazzo veneziano e del
relativo giardino di
Francesco Guardi, come pure un suo gruppo di dipinti e disegni
che include inequivocabilmente vedute di
«Paese» e della locale
villa Pisani (anche fra
le 436 opere di Strange della vendita londinese del 1799, tra i 15
Guardi appaiono due sue vedute «near Padua, Mr. Strange’s country set» e «a superb chateau in the environs of Padua», come
poi nel 1800, ma segnate con il più diffuso toponimo di «Padua»). Nella Note of Pictures risultano elencati, nel 1778 e sotto il
nome di Guardi: «View of back front Paese and 4 Drawings of
D.° wiews» (10 zecchini); «View of Spinola’s in Venice» (6 zecchini); «View of Dolo» (2 zecchini); «Ponte Rialto of Palladio»; «of my Palace in Venice»; «of my Garden de D.°»; «of
Paese Villa Pisani»; «of St. Michele di Murano»; «Best view of
Paese»; «an upright on board» (queste ultime sette opere, 6
123
124
14. Francesco Guardi,
Veduta di Borgo
Valsugana, collezione
privata, con iscrizione
autografa di John
Strange.
tro di palazzo Surian Bellotto, la cui facciata prospetta il rio di
Cannaregio (fig. 13).
Y Se il giardino del palazzo veneziano, un unicum in Guardi, risulta riconoscibile in quello un tempo celebre alle spalle di palazzo Surian Bellotto, aprirebbero allora a ulteriori ipotesi le
correlate indicazioni di «wiew of my
Palace in Venice» e
«of my Garden de
D.°» riscontrate
nel 1778 nella
«Note of Pictures
bought at Venice»
riferibile agli acquisti veneziani di
Strange (e in un’altra lista inglese si
elencano «nella
Library», «2 wiews of the House and Garden by F.° Guardi»).
Si può riflettere infatti anche sui due citati pendants di sicura provenienza Strange nella Frick Collection di New York, la Regata in
«volta di Canal» e la Veduta con il Ponte dei Tre Archi a Cannaregio, nota anche come «Ricevimento a Palazzo Surian»; ne esistono un disegno a Berlino e tre studi, uno a New York e due al Museo Correr di Venezia. Se correlabile alla «wiew of my Palace in Venice»,
anche la veduta Frick di Cannaregio troverebbe un terminus ante
quem nel 1778. È stato poi notato come sia raro il soggetto raffigurante il Ponte dei Tre Archi e la Fondamenta con il palazzo
Surian Bellotto (che nel 1743 ospita anche Montaigu con il segretario Rousseau e a lungo fu sede dell’ambasciata francese).
Secondo Morassi, la tela Frick rappresenta un «capolavoro assoluto», «l’unica veduta del Guardi che noi si conosca con il Palazzo Surian a Cannaregio che fa centro della composizione»,
temi «che non hanno precedenti iconografici»: questi potrebbero meglio comprendersi ora, e contestualizzarsi, alla luce del
fatto che in quella Fondamenta, in prossimità del Ponte dei Tre
Archi e della calle dell’Anzolo, sarebbe stata ubicata la residenza
cittadina del mecenate Strange. Anche una nuova lista di quadri
disposti all’interno, come si vedrà, dettaglia stanze affacciate
«sulla Fondamenta», o sulla calle, o sul «Giardino» (e in una
missiva del 1786, Sasso cita anche una «notta delli quadri sopra
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
13. Lodovico Ughi,
Pianta topografica
di Venezia (1729),
incisione, particolare
con evidenziato
il giardino retrostante
palazzo Surian Bellotto,
prospiciente il rio
di Cannaregio,
in prossimità del Ponte
dei Tre Archi.
seum di Oxford, compreso quello, probabilmente “a ricordo”,
con iscrizione autografa di Strange, attento anche all’erba entro
i cancelli: «View of the Seat of S.E. Loredano at Paese near Treviso at present in the possession of John Strange Esqr., N.B.
grass ground within the Fence, without the post road from Treviso to Bassan» (fig.
2). Risultano correlabili alle voci segnate nel 1778, inclusa
la «Best wiew of
à
Paese», anche i disegni per villa Pisani
Sagredo (Lille, Palais des Beaux-Arts e
un piccolo studio a
matita sul verso del
foglio di Providence) e le vedute di
Paese ora ad Amsterdam e a Oxford (fig. 11), ritenute tratte dall’alto, da finestre
dei lati anteriore e posteriore di villa Loredan. Segue infine un
accenno a un’opera su tavola, in verticale.
Y Il giardino raffigurato nella tela di Chicago (fig. 10) e in disegni a Rotterdam e a Oxford (fig. 12) è tuttora tradizionalmente identificato in quello di palazzo Contarini dal Zaffo alla Misericordia, con l’adiacente “Casino degli spiriti” sulla sinistra.
Tuttavia, già Tafuri nega l’ipotesi; individua l’area nello scoperto entro il quadrilatero delle sansoviniane Case Moro, segnate da
quattro “torri angolari”, simili «quasi a un castello», e con al
centro il portale sormontato dal basso muro merlato, che introduce al giardino. Zanverdiani riconosce invece lo spazio verde in
quello alle spalle di palazzo Surian Bellotto, prospiciente il rio di
Cannaregio. Nel dipinto e nei relativi disegni di Guardi, comparati con mappe, successivi rilievi catastali e con altre opere dell’artista (tra cui la pianta di Venezia e diverse vedute), ci sembra
in effetti che nell’imponente sequenza dell’ordinata serie di edifici allineati sullo sfondo, delimitati ai lati dalle due “torri” e interrotti al centro, sia riconoscibile l’ala tuttora esistente delle
Case Moro sul rio di San Girolamo, schierate però oltre la zona
delle chiovere di San Girolamo, da una visuale che parrebbe far
coincidere il giardino della serie Strange con l’area verde sul re-
125
15. Francesco Guardi,
Canal Grande con
il Ponte di Rialto
di Palladio, Lisbona,
Museu Calouste
Gulbenkian.
126
in alto cioè nella camera sopra quella del Re e quelli anche che
non stavano attacati»). Il luogo è rappresentato pure nella veduta di Guardi con Il Ponte dei Tre Archi e palazzo Surian Bellotto, apparsa
in un’asta di Christie’s nel 2006 insieme alla tela con San Giorgio
Maggiore, senza campanile, dalla Giudecca (già in collezione Rothermere), parte di una serie di quattro con Piazza San Marco verso San Geminiano e con Punta della Dogana e la chiesa della Salute dalla riva del grano
(già della collezione Stucky di Venezia, quindi nella collezione
milanese Crespi). Il Ponte dei Tre Archi è raffigurato da Guardi
anche nella tela ora nella National Gallery of Art di Washington.
Y I quattro “ritratti di ville” Strange erano ancora insieme nella collezione londinese di Lord Rothermere, Harold Sidney
Harmsworth (1868-1940), il magnate della stampa proprietario
pure del “Daily Mail”. Alla serie è stata anche accostata una sequenza di fogli di Guardi eseguiti nel viaggio dell’autunno 1778
in Val di Sole, compreso il disegno (già di Byam Shaw, passato da
Sotheby’s nel 2002, ora in collezione privata) con la Veduta di Borgo Valsugana, che reca un’iscrizione simile a quella di Oxford relativa a villa Loredan, analogamente riconosciuta di mano di
Strange (fig. 14): «Wiew of Borgo di Valsugana, with the Castle
Giovanelli, and neighbouring mountains between Bassano and
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
16. Da Gentile Bellini,
Ritratto del doge Niccolò
Marcello, Londra,
The National Gallery.
Trento». In un’ulteriore lista di 120 opere, fra le lettere SassoStrange del 1784, si riscontra anche: «Guardi veduta di Val Sugana».
Y La voce della Note of Pictures segnata nel 1778 con il «Ponte Rialto of Palladio» potrebbe riferirsi, più che al Canal Grande con il
Ponte di Rialto secondo il progetto di Palladio della serie di Lisbona (fig. 15),
a quello già in collezione Wallraf; del soggetto sussistono disegni
a Londra e al Museo Correr. Anche la «wiew of Dolo» richiama
dipinti come quelli di Detroit o di Lisbona (e i relativi disegno e
studio). Ci chiediamo inoltre se le voci
«View of Spinola’s
in Venice» e quella
«of St. Michele di
Murano» possano
connettersi a vedute
di Guardi citate da
Strange in alcune
lettere (indicate da
Haskell, dall’Epistolario Moschini). Numerose opere dell’artista rappresentano l’Isola di San Michele
di Murano; il 5 dicembre 1784, Strange scrive a Sasso:
«Dalla camera sopra
canale vicino al portico, e sopra la camera verde, scielga fuori quella veduta Guardi
con cornice, di San Michele di Murano, e la porti di sopra all’altre mie, volendola tenere, quantunque mediocre, come Lei sa».
In una missiva non datata, invece, il britannico prevede di chiudere una trattativa aggiungendo «due vedute Guardi, compagne…
Quella mia Guardi, cioè la veduta di Ca’ Spinola, in riva di Biagio,
colla punta di Cannaregio, servirebbe per una, non piacendomi
molto, ma non mi piacerebbe dare via altre mie»; così incarica
Sasso di trovare il pendant. Almeno due dipinti di Guardi raffigurano riva di Biasio con il palazzo Bembo, poi Valier, Spinola,
Dolfin: la tela ex Rothschild a Parigi (accostata però a un pendant
con Piazza San Marco) e quella, già in deposito al Musée des Au-
127
18. Girolamo Mocetto,
Strage degli innocenti
con Erode, Londra,
The National Gallery.
documenti
17. Girolamo Mocetto,
Strage degli innocenti,
Londra, The National
Gallery.
gustin di Tolosa, restituita nel maggio 2005 agli eredi di Anna
Jaffé (dai cui beni proveniva, prima della vendita imposta a Nizza
nel 1943; nel 1944, fu destinata all’Hitler Museum di Linz); l’opera è stata battuta da Christie’s nel 2005. Queste pitture sono da
confrontarsi con il disegno ora a Cambridge, Fitzwilliam Museum, e con la stampa di Dionisio Valesi tratta da Guardi (Venezia, Biblioteca del Museo Correr), che reca una dedica a Carlo
Spinola, Marchese di Roccaforte, apposta da Melchior Gabrieli,
cui il Senato aveva accordato il 23 maggio 1778 il privilegio esclusivo per 15 anni di far incidere opere di Guardi, secondo i Riformatori «universalmente stimate e principalmente da Forastieri, che amano di
vederle, e che ne fanno
acquisto».
Y La Note of Pictures
enumera esemplari di
Guardi sin dal 1774,
comprese due prospettive di chiese; due
vedute di San Giorgio
e della Salute; un piccolo interno di chiesa;
due vedute molto piccole (per rispettivi
zecchini otto; dodici;
due; poco più di uno).
Nel 1775, compaiono
l’Arsenale (titolo poi
cancellato) e San Michele di Murano; due vedute del Bucintoro e due con «The Rigatta and Fresco» (tre coppie, ciascuna per dodici zecchini); otto «small views Venice»; altre due vedute della città; «A sketch
of a Sea Piece and 15 Miniature Portraits»; 19 pitture e sei cornici collegate al marchese Agdollo, «bought of Agdolo» (per rispettivi zecchini otto; dodici; cinque; dodici). Tali indicazioni
nel catalogo guardesco possono consentire di ragionare, valutando anche le preferenze di Strange e indizi di presenza o meno di
pendant e serie, su opere come l’Arsenale ora a Londra, o piuttosto
a Vienna o a Boston; le rappresentazioni del Bucintoro, inclusi
129
19. Andrea Mantegna,
Virtus combusta,
Londra, The British
Museum, Department
of Prints and Drawings.
130
i due quadri en pendant della collezione milanese Crespi o opere
della serie di Lisbona, comprese regate e “freschi”, i festosi e
ariosi cortei veneziani di barche e gondole.
Y Nel 1775, per poco più di uno zecchino, compare di Guardi
una veduta «Mansion House and Greenwich Hospital», quindi
cancellata dalla lista; analogo soggetto (già dipinto da Canaletto)
è registrato di nuovo nel 1776 per sei zecchini, ma come «Guardi - copy»: forse replica dell’altro, ceduto (in merito al Greenwich Hospital, cui avevano lavorato anche gli Strong, antenati di
Strange, è nota di Guardi una Veduta del Royal Naval Hospital di Greenwich, in collezione privata, da un’incisione di John June del 1750
circa). Nel 1776, sono indicate altre due vedute dell’artista, una
piccola in tela e una ancora più piccola su tavola (ciascuna uno
zecchino). La lista distingue diverse mani: così, ancora nel 1776,
si enucleano le figure realizzate da Sebastiano Ricci in un dipinto di Marco Ricci; compaiono, elencati prima e dopo Guardi nel
1774, anche esemplari di Carlevarijs, Marieschi, Diziani.
Y La Note of Pictures presenta dunque alcune entrate depennate:
nel 1774, pure un Ecce Homo di Cima (uno zecchino), un San Gerolamo nel deserto di Gentile Bellini (tre), ma anche «Bart. Vivarini - The Death of the Virgin»: così è ora possibile attestare l’acquisizione da parte di Strange sin dal 1774, per 14 zecchini, del-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
20. Andrea Mantegna,
Tre divinità, Londra,
The British Museum,
Department of Prints
and Drawings.
la Morte della Vergine di Bartolomeo Vivarini (New York, The Metropolitan Museum of Art; fig. 1), a ridosso della soppressione
della Certosa di Padova da cui la pala proviene. Era finora noto
come l’opera, restaurata da Sasso, fosse stata spedita in Inghilterra nel 1775 e rivenduta a Henry Bathurst: l’avvenuta transazione motiva forse il conseguente frego nella Note of Pictures. Anche gli altri dipinti cancellati dalla lista potrebbero rientrare fra
quelli presto alienati. Nel 1775, si contano quasi 190 nuovi acquisti di Strange, tra cui l’«altar Piece of 3 Saints» di Giovanni
Bellini (dieci zecchini), come la sua «Virgin Child and Saints,
and Bembo’s Port.» (otto), riconoscibili nella pala d’altare già
in San Giovanni alla Giudecca e in una Madonna con il Bambino e santi, con il ritratto del cardinale Bembo menzionati nelle lettere e nei cataloghi Strange. In quell’anno, il Residente compra per dieci zecchini una tavola analoga di Cima, poi sempre citata quasi en pendant dell’opera di Bellini e dalla stessa collezione veneziana. Tra i
possibili termini di confronto per i prezzi, si rileva nella nota
Strange che nel 1775 entrano nella raccolta opere quali un Ecce
Homo di Antonello da Messina (sei zecchini; depennata), una
Madonna con il Bambino di Squarcione (tre) e una di Vittore Crivelli (uno), correlabile
all’«opera rarissima…
col nome» ricordata
poi da Sasso come appartenente a Strange
(quindi in collezione
privata
milanese).
Sempre nel 1775, si
registra un’Adorazione
dei Magi di Mantegna
(due zecchini) e un
chiaroscuro (quattro),
che si aggiungono alla
sua «The Virgin
Child S.t Christo.»
(rilevata nel 1774 per
uno zecchino). Il Residente ne offre invece quindici per un’Annunciazione di Veronese e venti per un «S.t John in the desert» di
Tiziano, come per una Natività di Jacopo Tintoretto; mentre a un
Cantarini («Simone da Pesaro - Time discover Truth»), ne destina trenta, gli stessi versati l’anno dopo per «The Deluge and
131
132
fondamentale testimonianza del complesso intero, ma di cui si
ignorava finora la data (fig. 5).
Y Fra le carte londinesi si riscontra una lista manoscritta, in
francese, con 150 dipinti: 38 della «Ancienne Ecole», 73 della
«Moyenne Ecole, des Grands Maitres» e 39 della «Ecole Moderne», soprattutto opere veneziane, riferibili a Strange: anche
«La Resurrection… du sublime Giorgione» (di cui si dettagliano incisione, dimensioni, cornice dorata e scolpita all’antica
con «petits amours»). Nell’«Ancienne Ecole», si assegnano a
Gentile Bellini un «St. Jerome au Desert avec beau païsage» e
una Madonna con il Bambino nel paesaggio su tavola (confrontabili con
gli acquisti del 1774 e 1777), oltre a «Deux Portraits Turques, de
Sultans Mahomed 2° et Amurat, et sur le meme bois, tableau de
Cabinet, par le meme auteur, qui fut appellé à Constantinople
par le Sultan…». Di Mantegna, oltre all’Adorazione dei Magi («sur
bois, en couleur à l’huile») è indicato un «Païsage avec Satyres
& Nymphes &c. peint sur toile en chiaro-oscuro». Di Antonello da Messina, sfilano anche un «Portrait d’Homme, sur bois,
petit Tableau de Cabinet» e una «Crucifixion, avec païsage, de
Cabinet aussi, par le meme auteur, qui y a mit son nom. Sur
bois»: ci domandiamo se questa tavoletta «de Cabinet» con la
firma di Antonello possa essere collegata alla piccola Crocifissione
ora alla National Gallery di Londra, con antica provenienza nel
1884 dalla raccolta di John Crichton Stuart, marchese di Bute
(1793-1848), discendente di Lord Bute (John Stuart, III Earl of
Bute, 1713-1792), l’amico e corrispondente di Strange. Di Giovanni Bellini si ricorda anche la pala d’altare già in San Giovanni alla Giudecca, riconoscibile negli acquisti Strange del 1775,
nelle missive Sasso-Strange e nei cataloghi; è inoltre dettagliata
una Madonna con il Bambino e santi, con il ritratto del cardinale Bembo,
«acheté de la Famille, appartenoit autrefois». Il dipinto è introdotto a confronto, anche per le misure, nelle lettere di Sasso a
Strange del 19 e 26 settembre 1786, relative all’acquisto de «l’altarino di casa della procuratessa Pisani» descritto a parole e con
un disegno: un quadro «vergine non mai tocco» di Giovanni
Bellini, raffigurante una Madonna e santi con donatore, ottenuto per
dieci zecchini (contro i 28 richiesti); Sasso precisa: «Devo farlo
levare a mie spese dal contorno di marmo che lo circonda, ma
sarà poca spesa di poche lire credo».
Y Nella lista francese è menzionato anche il suddetto “Trittico
di Mestre” di Cima, dalla chiesa di San Rocco; s’introducono
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
21. Giovanni Bellini,
Sangue del Redentore,
Londra, The National
Gallery.
Vulcan’s Forge» di Jacopo Bassano. Nel 1775, paga cinque zecchini un Buon Samaritano di Bassano, mentre nel 1778 ne versa uno
per due sketches dell’artista. Strange elenca diversi sketches, compreso quello di Federico Zuccari acquistato nel 1775 per due zecchini, come uno di Johann Carl Loth, acquisito nel 1775 con un
«Rembrandt- Style of - Democritus and Heraclitus - 2 Zeqs.»
(poi cancellato), oltre a «Tiepolo - Two companions sketches»
(due zecchini) e, nel 1776,
«Lanfranc - a sketch S.t Mark
model of the Cupola at Naples»
(uno zecchino).
Y Nel 1776, si può attestare l’acquisto da parte del Residente, insieme a una cinquantina di altre
opere, della celebre «Resurrection»
di Giorgione, per 25 zecchini.
Nel 1777, si registrano di Gentile
Bellini un disegno colorato del
Paradiso e una piccola Madonna con il
Bambino su tavola (uno zecchino),
come pure di Giovanni Bellini
una «Virgin and child etc.
small» (quattro), oltre al «Portrait of Doge Nic. Marcello», pagato sei zecchini, che ora possiamo riferire al belliniano Ritratto di
Niccolò Marcello della National Gallery di Londra, di provenienza
Strange (fig. 16); segue, nel 1778, un altro «Portrait of Doge»
(tre zecchini). Nella Note of Pictures compaiono inoltre voci riferite ad artisti quali Carpaccio, Mansueti, Vittore Belliniano, Catena, Caroto, Previtali, Pasqualino Veneto, Basaiti, Palma il Vecchio, Santacroce, Bonifacio, Polidoro, Pordenone. Nel 1777, si
registra, per quattro zecchini, l’acquisto di un disegno della Resurrezione di Giorgione, mentre se ne versano sei per un altro dall’altare di Cima, riconoscibile nel “Trittico di Mestre” (figg. 3 e
4); per inciderli, s’investono perfino venti zecchini. La stampa
settecentesca del Trittico, che si può dunque ritenere richiesta da
Strange e saldata nel 1777, è plausibilmente identificabile in
quella di Antonio Baratti (illustratore in contatto con Strange),
133
22. Da Girolamo
dai Libri, Madonna
con il Bambino,
incisione, Venezia,
Biblioteca del Museo
Correr.
accenna anche Della Lena: descrizioni di opere nei “porteghi” e
nelle camere di Strange affacciate su Fondamenta, calle e giardino, si riscontrano infatti nelle lettere della British Library. Il 17
settembre 1781, Sasso commenta «scandalezato» l’acquisto di 31
opere del mercante Gregorio Agdollo, poi marchese, da parte di
James Hugh
Smith Barry,
che «gitò via
seicento zechini» per una
maggioranza di
«cative copie e
strazie»: «Lui
già per quello
che mi dice è
pentito, ma ha
pagato li quadri e non vi è
più rimedio»;
intanto, programma una
spedizione delle opere via
terra in Gran
Bretagna. La
trattativa Agdollo-Barry,
sinora accennata in lettere non datate dell’Epistolario Moschini (introdotte
da Gardner), si può adesso fissare al 1781 e dettagliare, come la
reazione di Strange, che dispose di far mostrare la sua collezione a Barry, perché ne rilevasse una scelta equivalente.
Y Sasso racconta, lo stesso lunedì 17 settembre 1781, di aver trascorso «tre grosse ore» della domenica mattina a esporre la raccolta Strange a Barry, in «visita alli quadri». Al veneziano, l’ospite apparve «un poco stravagante», poiché non amava Liberi,
Lazzarini, Strozzi e Bassano, riteneva Perugino superiore a Raffaello, diceva che «Tintoretto e Pietro da Cortona sono quasi
una medesima maniera». Barry passava «facilmente da un luogo all’altro» selezionando le opere e Sasso le annotava, comprese «molte cose nelle camere basse», nonostante lo avesse avver-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
134
nuovi elementi sull’antica provenienza, come sulla cornice del
dipinto e dell’incisione; risultano certificate l’antica sostituzione con la copia, certamente settecentesca (ora nel duomo di San
Lorenzo a Mestre), e l’ubicazione del Trittico nella “cappella dei
religiosi” all’atto dell’alienazione. L’opera ricorre anche nelle
lettere di Strange (che ne avrebbe previsto la vendita, sfumata
con la perdita del cliente). Nella lista francese, si legge come
«l’original en question ayant eté achetté pour le feu Roi de Pologne, mais par quelque hazard, il est resté à Venise»; il sovrano
potrebbe identificarsi in Stanislao Augusto Poniatowski, mecenate e collezionista, ultimo re di Polonia (1764-1795), con molti agenti nella Serenissima. Sasso garantisce che l’opera «fu trasportata in Inghilterra l’anno 1786». Sempre nel 1786, il veneziano valuta un San Sebastiano di Mantegna: il 15 settembre scrive a
Strange: «Sarà certamente bel quadro ed anche raro in quella
grandezza, ma non è una gran fattura a vederlo bene», nonostante poi annoti, accostandolo a uno «Sposalizio Santa Catterina Girolamo Mazuola»: «Questi due piaciono a tutti».
Y Collezionismo e mercato sembrano intrecciarsi in Strange.
Giacomo della Lena, viceconsole spagnolo, nell’Esposizione istorica
dello Spoglio, che di tempo in tempo si fece di Pitture in Venezia (VeneziAltrove
2003), introduce l’inglese come l’esordio di un’epopea: «Poi
venne a Venezia il dotto Cavre Strange Residente d’Inghilterra»;
chiude il paragrafo con una «prova della copia stragrande de’
Quadri» acquistati nella Serenissima da Strange, il quale «scrisse a Sasso di avere ricavato da suoi scarti spediti in Filadelfia»
novemila zecchini. Della Lena (proprietario di 32 Guardi) precisa che a Strange «riuscì di fare una raccolta singolarissima, e
dirò anche unica, degli antichi Pittori Veneziani, e dello Stato.
Dai primordi della Pittura essa giungeva sino ai tempi di Tiziano»; l’inglese riconosceva il contributo dell’«intelligentissimo
Sasso, e soleva dire che era la storia visibile della Pittura Veneziana».
Strange aveva “riempito” «il suo Palazzo di quadri sceltissimi»,
inclusa la «Resurrezione di Cristo del Giorgione», fatta incidere in rame, accanto a molti soggetti sacri e storici: «Mi ricordo
de’ tre Vivarini, del Carpaccio, di Cima, di Baxaiti, dello Squarcione, di Mantegna, e Giambellino, ognuno dei quali avea singolari pregi, ed incantava l’occhio per la bella semplicità, e verità negli accessori, e delle fabbriche, e del paesaggio», o per conservazione e restauro, curati da Sasso.
Y È ora possibile entrare in quel palazzo ricolmo di pitture, cui
135
136
con storie romane di Andrea Schiavone», da Sasso ritenuti di
Bonifacio, e che a Barry piacevano, «tanto che mi dice di portarli seco nel Baule».
Y Si riscontra un’altra indicazione rilevante: «Camera dove
sono le cose di madama Smit», che rievoca i contatti con la vedova del console. La visita guidata si spinge sino ai quadri dell’appartamento basso («benché già qui non si farà niente»). Dipinti di Palma, Padovanino, Renieri, Paris Bordon, Tintoretto
sono pure nell’«Anticamera sopra Giardino», nella «camera
dipinta sopra Giardino» e nell’«Anticamera sopra Fondamenta». Nella «Camera verde», risaltano una Fuga in Egitto di Cantarini (con l’avvertenza che Strange «questo solo lo ha pagato in
Roma 300 zecchini») e un «Palma Vecchio grande che fa compagno al Prete Genovese», ovvero uno dei diversi Strozzi collezionati dal Residente (che certamente ebbe l’Adorazione dei pastori
ora a Oxford, Ashmolean Museum). Nella «Camera de libri dove Lei scrive» spiccano «due compagni Gio Bellini e Conegliano», seguiti dall’«altare di Conegliano» e da «il ritratto bello
Palma Vecchio»: alle due opere di Bellini e del maestro di Conegliano en pendant seguiva dunque il polittico di Cima, identificabile in quello già a Mestre. Infatti, in un altro elenco con 26
opere, nelle «camere apartamento basso» s’incontrano una
«veduta grande» di Canaletto, capolista, seguita da «l’altare del
Conegliano quelo di Mestre», «il Gio Bellino col ritrato Bembo e Conegliano compagno» e «il Gio Bellino in tre comparti
della Giudeca»; l’elenco prosegue con dipinti quali «il bel Lazzarini grande Casto Giuseppe sopra la stua, il ritratto di huomo
Paris Bordon quelo col teschio e putino, la Giuditta sopra del
Cagnacci, il Dario Varotari nella stessa camera sopra la parette…», o «la Circe Nicolò Renieri sopra la veduta Canaletto».
Sasso conclude che queste opere, in confronto a quelle di Agdollo, dovrebbero «valer migliaia di zecchini, ma noi non siamo
così fortunati».
Y Il 26 ottobre 1784, il veneziano comunica di aver ritrovato nel
ghetto 15 cornici appartenute a Durazzo «e datte a gli ebrei con
altri mobili»; il 9 novembre, annuncia una «sfornitura che fanno uno di questi giorni del cassin di Durazzo a Mestre», annotando come il collezionista fece «la pazzia di getar via per niente
tutte le sue cose agli ebrei», compresi battello e due gondole (per
50 zecchini): otto o dieci cembali e spinette «ed anche di buoni
autori sono nel getto quasi per niente»; il 12 novembre, rispon-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
23. Àmbito di Giovanni
Bellini, Madonna con
il Bambino, New York,
The Metropolitan
Museum of Art.
tito che il Residente non voleva «sfornire le camere e tanto più
che sono cose in vista». Sequenza di quadri e loro esposizione
nel palazzo veneziano (con cenni anche a opere nella villa di Paese) si possono ricostruire ripercorrendo la lista delle scelte di
Barry allegata da Sasso a Strange, che si apre con «li apartamenti, e prima nella camera alta», dove si registrano opere
di Tiziano, Schiavone, Leandro Bassano, Bonifacio,
Giorgione, un «ritrato di
Gentilhomo con ragazzo a
mano del Tintoretto comprato ultimamente», il «ritratto Pordenone quelo che
ho da terminare con quela
letera in mano», «la tavoleta
spacata picola con li due ritrati turchi - Gentil Bellino»
(stimabili sei zecchini per
Sasso), «quella Santa Cecilia
Niccolò Renieri che si prese
il giorno di sua partenza».
Nel «portico alto e camere
circonvicine» e in diverse
stanze, sfila una galleria di
dipinti, anche di Tintoretto
e Tiziano, pure con indicazioni di provenienze, oltre a
citazioni di fonti, incluso Verci per «Li due Bassani grandi Vulcano e il Diluvio»; da ca’ Loredan giungono opere di Vecellio,
Leandro Bassano, Bonifacio, compresa la «tavola di Cebete»
(stimata 80 zecchini, ma già “promessa” ad altri, come una Leda
di Schiavone, da 30 zecchini). Nella «camera blu», Sasso nota
«la sacra famiglia del Bronzino in tavola acomodata - ca’ Giovanelli». In un’altra carta, è segnata «sopra la porta che si entra
quella Betsabea che si comprò con le cose Vitturi la dicevano di
Gio Giosefo dal Sole; lui la fa caracesca»: risulta così certificato
come alcune opere già Vitturi siano giunte a Strange, prima del
settembre 1781. Nella «camera dirimpeto alla Blu», appare anche «il bel Paolo Farinato Grando che comprai a Torcello». In
quella «del’inverno», risaltano «due piccoli quadri bislungi
137
24. Giovan Battista
Cima da Conegliano,
San Girolamo, Londra,
The National Gallery.
di doversi recare dal nobiluomo Molin «per l’affare Famiglia
Cornaro di Tiziano, che il miglior modo sarà prenderla sul fatto, quando poi il prezzo non eccedesse la mia imaginazione». Il
13 gennaio 1785, «le cose Zannetti sono avanzate… ma è una
quantità di cose infinite, che fa andar via il capo. Circa le altre
cose Zannetti
sono pazzi
poiché mi dicono
aver
preso sbaglio
nel passato
negozio e volevano di sfarlo; dicono che hanno
preso sbaglio
del doppio,
ma io non so
che fare». Il
26 settembre
1786, Sasso
introduce
anche i celebri «Camei»
Zanetti: «Li
Zanetti sono
dietro a dividersi tra fratelli e però un poco aquetate le cose credo che averò li Camei sua… io ho l’abate di casa che mi avisa di
tutto e però alla vendita sarò sempre preferito io alli altri e questo con sicurezza; così o presto o tardi sarano nostri, ma non
posso dispor io del tempo e delle loro disposizioni». Il 10 ottobre 1786, conferma: «Circa poi li Camei Zanetti io li averò sicuramente».
Y Nello «Zibaldone di memorie di artefici veneti», steso da
Sasso in vista della sua Venezia Pittrice, si annoverano dipinti di antichi maestri posseduti dal Residente, tra cui un Trittico di Francesco del Fiore, un Arcangelo Michele di Guariento, una Madonna con
il Bambino di Jacopo Bellini (Venezia, Gallerie dell’Accademia),
una di Andrea Previtali e una di Vittore Crivelli (quella sopra citata, in collezione privata milanese), un Cristo benedicente di Montagna (Columbus Museum of Art; poi nel 2010 battuto da Chri-
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
138
de a Strange: «Io non vidi nelle cose Durazzo il piano forte bensì molti altri cembali grandi e piccoli ed in particolare uno piccolo che va in piedi… del famoso Celestini e poi la cassa è tanto ben
dipinta che me ne veniva la voglia». All’inizio di novembre Sasso
riporta l’arrivo in città di Luca Brida, veronese, già al servizio di
Wright a Venezia e a Londra, che raccontò «tutta la storia de quadri di detto signore», oltre a «tutti li negozi de quadri sì di Roma come di Londra e di Parigi e per quel che lui mi dice se vende bene le strazie e la maggior parte li quadri buoni non hanno
fortuna; ecco la fatalità de tempi». Il 12 novembre 1784, Sasso
«da casa», promette a Strange ragguagli di misure, quadri, casse.
In un nuovo elenco riferibile al 1784, tra 44 dipinti si riconoscono ancora il «S. Gio Batta etc. Gio Bellin della Giudecca» e la
«Tavola di Mestre del Conegliano», subito dopo la «Resurrezione di Christo. Giorgione», opera prediletta da Strange, citata
anche da Giacomo della Lena. Sfilano inoltre di Tiziano il «Ritratto del cardinal Bembo», un’effigie dogale e un «Paese»; da
Veronese, una copia della Cena a San Giorgio e il «soffitto di Paolo con Giove che fulmina i vizi», insieme a quadri di van Dyck e
Castiglione, Bassano, Pordenone, Paris Bordon, Tintoretto (una
Cena e il «Ritratto di General Mocenigo»), ma anche Pittoni e
Bellucci, una «Sentenza di Salomone del Tiepolo» e «due altre
vedute S. Giorgio e veduta sul Canal Grande, Canaletto». Le pitture di Strange (alcune offerte ad amici quali Lord Bute) includevano opere già in chiese o raccolte veneziane, anche dei Loredan, Vitturi, Giovanelli, Cornaro, Bembo, Nani, Pisani, Agdollo, Pinelli, Zanetti.
Y Il Residente s’impegna inoltre in iniziative editoriali; promuove la ristampa, anche londinese, de Le Arti che vanno per via di
Zompini e di numerose opere degli Zanetti, dai cui eredi compra pure rami, fogli di prova e primi esemplari: anche su tali acquisti si rilevano nuovi elementi. Il 22 ottobre 1784, Sasso scrive a Strange che il giorno dopo avrebbe visionato «queli rami
Zanneti, ma prima di fare il negozio bisognerà vedere perché temo la stampatura mi farà perdere del tempo». A fine novembre,
procedono trattative e informazioni sulle eventuali modalità di
stampa; il 30 novembre, Sasso comunica che «Remondini da
Bassano fa tutti li sforzi e maneggi per levarmi la compra, così
non si potrà più tardare. Già che il galantuomo di Bortolo Zanneti vole assolutamente che tochino a me anche con suo discapito, così questa setimana converrà sbrigarsi». Intanto, aggiunge
139
tazioni, che sembra rinviare a un pendant della tavola della Giuditta di Giorgione ora all’Ermitage di San Pietroburgo. Strange si
conferma attento alla pittura del maestro di Castelfranco: lo
suggeriscono anche le osservazioni che Sasso gli invia il 28 giugno 1784 insieme a una lista di opere da una divisione della collezione Bernardi, molte già Vendramin, comprese la Tempesta e la
Vecchia (Venezia, Gallerie dell’Accademia), o il Cupido con il leone di
Tiziano (Oxford, Ashmolean Museum).
Y Il 19 maggio 1786, Sasso afferma di poter spedire a Strange
sei disegni di Canaletto, ma non ancora due modelli di Tintoretto, bisognosi di foderatura; presenta nuove opere, tra cui 17
disegni di Canaletto e 20 altri schizzi grandi: «Puri contorni…
tratti dalli siti veri con la camera otica… le migliori e più belle
vedute di Venezia» e ne invia due in visione (così da altre carte
londinesi segnalate da Haskell, e da Mattioli Rossi per Canaletto). Il 23 maggio, Sasso accenna anche a trattative con la «vecchia Zanetti»; e tre giorni dopo, rassicura di aver preso i disegni
«dico li primi sbozzi ecc. Canaletto ma credo presto averò li altri della vecchia Zanetti», incluso un Parmigianino, «solo che
questa brutta vecchia mi fa impazzire per li prezzi, ma ad ogni
modo mi riuscirà». Lo stesso giorno, Sasso descrive una visita
eloquente su modalità di esplorazioni e vendite: «Ieri non sapendo ove andare fui a Sant’Andrea e lei si ricorderà che anni
sono siamo stati assieme a veder quella tavola di San Girolamo di
Paolo Veronese, così essendo tutti in piazza trovai la chiesa affatto vuota ed osservando detta pittura fui chiamato dalla Abbadessa quale dimandandomi se ero diletante mi fecce vedere… il modello originale di Paolo di detto quadro dipinto sopra piastra di
rame di un piede poco più con qualche variazione nel paesaggio;
io tentai di comprarlo». Nonostante gli venissero riferite diverse offerte ricevute, il veneziano conclude: «Insoma non credo
dificile che per cinque sei zechini di averlo». Come promemoria del soggetto, riconoscibile nel San Girolamo di Veronese di
Sant’Andrea della Zirada, Sasso invia a Strange un’antica stampa
e lo avverte che «non avevano allora l’uso di copiarli dal specchio
per che vengano driti come il quadro». Il 30 maggio 1786, Sasso gli scrive: «Nel rotolo troverà tutti li disegni e sbozi Canaletto e nel pacchetto troverà tutti quelli che presi dalla vecchia Zanetti e che con grandi fattiche e andare e tornare mi bisogni dare zechini n. 6; quello con cornice e specchio è quello di Polidoro romano, li altri li notai tal quali son descritti nell’indice
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
140
stie’s a New York), una Pietà con firma apocrifa di Carlo Crivelli
già di Girolamo Zanetti, distrutta a Berlino nel secondo conflitto mondiale, i due dipinti con la Strage degli Innocenti di Mocetto
ora nella National Gallery di Londra (figg. 17 e 18) e i due disegni di Mantegna con la Virtus combusta e Tre divinità (Londra, The
British Museum, Department of Prints and Drawings; figg. 19 e
20). Anche Séroux d’Agincourt illustra, come proprietà di
Strange, numerose opere incise per la Venezia Pittrice. Raimondo
Callegari ha pure scoperto che il Sangue del Redentore di Giovanni
Bellini, ora nella National Gallery di Londra (fig. 21) era passato da Sasso a Strange, come attesta una lettera del veneziano a
Giovanni de Lazara.
Y La Venezia Pittrice si profila come un progetto innovativo, anche per le incisioni traduttive: quasi un libro di storia e critica
d’arte illustrato, segnato da una peculiare “fortuna dei primitivi”. Strange ne è promotore e suggerisce d’integrare le incisioni
a puro contorno con l’indicazione dei proprietari dei dipinti e
disegni, «come si fa comunemente a Parigi, Londra ecc.». Così, ad esempio, sarà introdotta di Girolamo dai Libri la «stupenda opera [Stampa n. 51] posseduta da S.E. il signor Giovanni Strange col nome», con a corredo l’incisione della Madonna con
il Bambino (fig. 22). In merito a Cima, Sasso programma di descrivere le pitture, tra cui quelle «credute anche da’ nostri scrittori opere del Bellini», precisando come distinguerle; sembra
prevedere le oscillazioni attributive per dipinti quali la Madonna
con il Bambino di àmbito belliniano, dall’ammirato paesaggio (ora
al Metropolitan Museum of Art; fig. 23), ritenuta di Cima in
collezione Strange, quindi in quella Alexander, marchese di
Douglas e poi decimo duca di Hamilton, anch’egli in contatto
con Sasso (tramite il quale ottenne pure un ritratto di Antonello, ora negli Staatlichen Museen di Berlino: VeneziAltrove 2005).
La stessa Madonna con il Bambino, sotto il nome di Cima, compare
nella vendita londinese del dicembre 1789 al n. 125 di Pall Mall,
nei 245 lotti appartenuti a un «Gentleman, Long resident of
Italy», identificabile in Strange. Il catalogo specifica come vi sia
confluita anche la raccolta del fu vescovo di Parenzo Gaspare Negri (1697-1778), evocata per oltre 23 pezzi, compresi quadri di
Giorgione e un David con la testa di Golia (riconoscibile anche nella
vendita londinese del 27 maggio 1799): abbiamo proposto di riferirlo a una menzione in una lettera del 17 ottobre 1786 a
Strange di Sasso e a un suo prezioso disegno completo di anno-
141
di opere di Strange, tra cui la Resurrezione giorgionesca (come segnalava Russell). Il 12 gennaio 1791, infatti, risulta una vendita di
opere del gentleman (303 lotti); il 27 maggio 1799, dopo la morte
di Strange, all’European Museum di Londra sfilano 436 dipinti della sua collezione, inclusa la Madonna con il Bambino ora a New
York (fig. 23); in un’asta del 15 ottobre 1822, si specifica per il
quadro un’antica appartenenza alla «collection of the Nuncio di
Verona», la stessa riferita al San Gerolamo di Cima ora nella National Gallery di Londra, già Strange e poi Beckford e Hamilton,
nelle vendite del 1799 e 1822 attribuito a Herri met de Bles, detto il Civetta (fig. 24). Anche attraverso quasi un migliaio di voci
nelle diverse vendite, il dotto Strange si conferma appassionato
collezionista e mecenate; così come rimane unica e singolare la
sua raccolta di antichi maestri e pittori moderni, che «incantava l’occhio» e componeva una «storia visibile della pittura veneziana».
documenti
novità su guardi e antichi maestri della collezione strange
142
cose Zanetti… che la vecchia tiene. Sotto li disegni troverà il piccolo San Girolamo in rame Paolo Veronese modello del grande», in visione in cambio di una cauzione. Sasso conclude:
«Quella vecchia deve già aver altri disegni ed in particolare di
Marco Ricci paesi per ora non ho potuto cavar altro che questi,
ma tornerò a cercarla…».
Y Fra i Supplementary Strange Papers sono inoltre conservati elenchi
di opere dalla collezione di Faustino Lechi a Brescia (incluse
provenienze Smith; in calce è riportata una glossa del 1777), oltre a un’interessante «Note of Mr. Musters’s Pictures» (nome
che evoca la casata del Nottinghamshire, cui si unì Mary Chaworth, rienuta il primo grande amore di Lord Byron, il quale
dovette rinunciare alla fanciulla, promessa a John [Jack] Musters, futuro marito; Byron dichiarò poi che se avesse potuto
sposarla forse l’intero corso della sua vita sarebbe stato differente). Nell’elenco riferito a «Mr. Musters», si scoprono casse ricolme di quadri veneziani, alcuni già della «celebrated collection of Mr. consul Smith», altri in visione, e una cassa spedita
da Livorno. Si riscontra anche una serie di Guardi: una veduta
di Venezia con San Giorgio e parte della Giudecca, «its companion» con la Regata al Ponte di Rialto, una dell’Arsenale, un interno di chiesa e «its companion». Si aggiunge come Guardi,
ancora vivente a Venezia (al pari di Zais, che segue nella carta: il
documento è quindi databile ante 1784), ne rappresenti il migliore autore («the best hand here») e le sue vedute siano molto apprezzate, anche per l’originalità di stile «and a spiritual
touch» (parole che sembrano anticipare quelle della vendita
Strange del 1789).
Y Quando Strange torna in Inghilterra, continua a scrivere a
Sasso, anche con indicazioni per farsi recapitare i quadri; lamenta mutamenti nel costume e nelle preferenze artistiche: «È
incredibile come sia decaduto qui il gusto de’ quadri antichi italiani», scrive nel 1789; due anni dopo, conferma: «Vogliono
cose moderne, sprezzando le antiche». Tuttavia, il 19 ottobre
1790, Giovanni Antonio Armano, pittore e mercante, scrive a
Sasso: «Mi fa piacere la notizia che Mr. Strange si sia disfatto
con utile della maggior parte delle cose sue, segno evidente che
gl’inglesi sono nel maggior fermento per le belle arti» (citava
Haskell). Nel gennaio 1791, il capitano William Baillie riporta
invece a Lord Bute l’infelice esito di una vendita londinese, nell’Auction Room King’s Street, St. James’s Square, con centinaia
143
gli autori
hanno scritto
guido beltramini, dal 1991 dirige il Centro Internazionale di Studi
di architettura Andrea Palladio. Ha insegnato all’università di Ferrara
e Milano, è stato borsista a Harvard e alla Columbia University. Ha curato mostre palladiane a Vicenza, Londra, Madrid, New York.
sandro cappelletto, veneziano, vive a Roma; è storico della musica
e scrittore, e critico del quotidiano La Stampa di Torino.
abbiamo pubblicato
1/2002
L’editoriale/ Perché questo Almanacco
Una diaspora senza rimpianti
(quando la città era un centro di produzione)
Giuseppe De Rita
Il “caso”/ Un “altrove” che si cela a Palazzo Ducale
L’ultimo deposito: 350 quadri “proibiti”
da due secoli, c’era anche un Tintoretto
Fabio Isman
isabella cecchini, storica dell’economia, partecipa a numerosi progetti di ricerca in Italia e all’estero, collaborando con varie università
e istituzioni. E’ stata docente a Ca’ Foscari; le sue ricerche spesso riguardano la storia finanziaria e i mercati artistici di età moderna.
La collezione da riscoprire/ Cristoforo Orsetti
e i suoi 92 capolavori
Come sono andati dispersi (un Bassano è in Texas)
i rari dipinti di un mercante
Stefania Mason
giuseppe de rita, romano, è segretario generale del Censis, ed ha
presieduto, tra l’altro, il Cnel, e la Fondazione Venezia 2000.
L’ “altrove”/ Tiepolo dal Brenta alla Tour Eiffel
Venezia è anche sulla Senna:
la singolare storia del museo Jacquemart-André
Francesca Pitacco
fabio isman, giornalista e scrittore, vive a Roma, è stato inviato speciale del quotidiano Il Messaggero, cui collabora, come a varie altre testate del mondo dell’arte; è il curatore di VeneziAltrove.
rosella lauber, storica dell’arte, insegna e svolge ricerche allo Iuav,
Istituto Universitario di Architettura di Venezia, e all’Università di
Udine, dove vive.
La musica/ Vivaldi perduto e ritrovato
Due secoli di assoluto oblio (dal 1761, al 1928)
poi il ritorno. Ma a Torino
Sandro Cappelletto
L’opera sparita/ I tanti misteri di un “Ecce Homo”
Augusto Gentili dà la caccia a un famoso Tiziano:
era partito per la Russia
Fabio Isman
Il documento inedito/ 4.800 biglietti, un tesoro in fumo
Nel ‘700, una doppia lotteria polverizza
una collezione: e ora un Raffaello è New York
Linda Borean
L’asta/ Il grande “cosmografo” Coronelli
A uno sceicco (370 mila euro) un celebre
mappamondo: l’incredibile vita di chi lo fece
Fabio Isman
La mostra/ Palazzi e collezioni, ora ricomposte
Ganimede vola, ma a Bonn; ovvero:
come si può ricostruire quanto esisteva a Venezia
Fabio Isman
144
2/2003
L’editoriale/ Una vitalità così esplosiva che doveva tracimare altrove
Il vero rimedio alla diaspora:
riannodarne i fili per ridare radici ai capolavori
Giuseppe De Rita
Il documento/ A inizio ‘800, un diplomatico racconta
Monsignore, il catalogo delle vendite è questo
(cronaca di una grande razzia)
Fabio Isman
L’indagine/ Restano in citta’ solo 22 opere, su 260, segnalate nel
‘500
Breviario per una diaspora: in quali musei sono finiti
i dipinti descritti da Michiel
Rosella Lauber
Il “caso”/ Un regesto delle biblioteche di nobili e cittadini
Come è nato e dove s’è disperso il più grande
patrimonio di codici e di libri al mondo
Marino Zorzi
La musica/ Un celebre solista e uno strumento unico al mondo
Dal 1743, ad oggi: le peripezie del più famoso violino
costruito da Guarneri in laguna
Sandro Cappelletto
Il dipinto/ Un capolavoro di Vittore Carpaccio e i suoi infiniti
misteri
Forse, si può dare un nome al “Cavaliere Thyssen”;
e questo è il suo contesto
Intervista ad Augusto Gentili
Il “mistero”/Il Merisi è tra i pochi artisti assenti in laguna
Come e perché la Serenissima
non ha conosciuto la grande arte di Caravaggio
Stefania Mason
Il museo/A Boston, l’Isabella Stewart Gardner
Per soddisfare il suo “plaisir”
l’eccentrica mi stress ruba al canale anche i balconi
Ketty Gottardo
145
3/2004
L’editoriale/ Dalla Laguna al mondo intero
Continuando a vagabondare
Giuseppe De Rita
Il “caso”/ L’interno di un palazzo e tanti celebri dipinti finiti negli
USA
Cosí un intero angolo di città ha traslocato:
è andato in Pennsylvania, a Filadelfia
Fabio Isman
La musica/ Un Grimani fa emendare il libretto scomodo
Eliogabalo, prima censura:
un’opera del ‘600 in scena nel 2004; ma in Belgio
Sandro Cappelletto
L’inedito/ In un carteggio del ‘700, tanti segreti delle vendite veneziane
«Voglio dei dipinti vergini e senza macola»
scrive l’inglese al mercante
Linda Borean
Il dipinto/ Alla Frick Collection di New York,
un mondo intero in una tela
Cosa racconta Giovanni Bellini
in quel “San Francesco” che è uno dei suoi capolavori
Intervista ad Augusto Gentili
La scoperta/ Da Venezia a New York,
l’epopea del “San Francesco” di Bellini
Dal 1525, quando lo vide Michiel,
ricostruite tutte le tappe (o quasi) della preziosa tavola
Rosella Lauber
La storia/ Le collezioni dall’800 in poi:
normali vicende di dare ed avere
Quelli che non hanno venduto
(e Correr in fin di vita lascia alla città il suo museo)
Giandomenico Romanelli
Il “giallo”/ Una collezione di capolavori ormai alquanto mutilata
Ma quei disegni di Quarenghi come sono finiti
(e quando) a San Pietroburgo?
Giovanna Nepi Sciré
Il museo/ La Wallace Collection di Hertford House, Londra
Per oltre la metà d’un secolo
un capolavoro di Tiziano è stato dimenticato in bagno
Francesca Pitacco
146
4/2005
L’editoriale/ C’è stata una diaspora:
ma come s’è formata tanta fortuna?
Le molte luci ed ombre in cinque secoli
di un collezionismo assai colto e fastoso
Giuseppe De Rita
L’inedito/ Un manoscritto di fine ‘800
C’erano 300 raccolte private (molte assai singolari):
e 70 sono state svendute così
Fabio Isman
La scoperta/ L’artista di Messina vive in laguna
Pochi ma fondamentali mesi
A Venezia ne dipinge almeno 20; però di Antonello
un solo quadro rimane oggi in città
Rosella Lauber
Il personaggio/ Il “sacco” del patrimonio pubblico:
anche un’asta di 5.000 tele
I registri della dispersione. E Pietro Edwards decide:
«A Vienna, Milano, da cedere»
Intervista con Giovanna Nepi Sciré, di Fabio Isman
La musica/ Dalla Spagna alla Marciana, tramite Farinelli,
il “re dei castrati”
Tutte le sonate di Scarlatti sono a Venezia:
ecco il loro tortuoso percorso
Sandro Cappelletto
Il mistero/ Dispute e tante scoperte
attorno a tre importanti ritratti del ‘500
L’Ariosto di Tiziano (Londra) non è Ariosto;
e il Barbarigo non si sa chi sia
Giorgio Tagliaferro
Il museo/ La National Gallery di Edimburgo,
ma anche tante ville e residenze
Tiziano, Giorgione & Company:
quando gli scozzesi facevano man bassa in laguna
Francesca Pitacco
5/2006
6/2007
L’editoriale/ Non una dispersione insensata,
ma un fenomeno da studiare
«Si rigenera l’attesa …».
I mille vortici di una diaspora che sempre stupisce
Giuseppe De Rita
L’editoriale/ Un modello che vuole ricrearsi
Verso una nuova forma
Giuseppe De Rita
L’archeologia/ Tante razzie, poi infinite fughe: ecco dove
Sono emigrate nove statue su 10,
di quelle raccolte nella città che fu dei Dogi
Irene Favaretto
La sorpresa/ Due mostre a Washington e Vienna,
specchio della diaspora
Come spiegare la grande arte di Venezia
del Cinquecento, senza dipinti rimasti in laguna
Fabio Isman
La sorpresa/ L’Ecce Homo di Tiziano ritrovato al Puskin:
l’avevano rubato
Dei 106 dipinti già dei Barbarigo finiti in Russia,
tre quarti sono ormai dispersi
Irina Artemieva
Il racconto/ Le curiosità di 10 secoli di rapporti,
spesso fecondi ma anche difficili
Quando a Costantinopoli Venezia era di casa
(arte, in cambio di caffè)
Fabio Isman
L’indagine/ Tante odissee: il Patriarca fugge sui tetti,
lo salva il vessillo turco
Smembrati ed emigrati così dieci immensi Tiepolo
già dei Querini-Stampalia
Tiziana Bottecchia
L’artista/ Le mille peripezie dei dipinti nati per la città,
dove di suo resta il 7 %
Itinerario di una diaspora: giro del mondo
in cerca dei Tiziano non più a Venezia
Rosella Lauber
Il dipinto/ Un Giovane e tanti indizi, anche una data fasulla
Venezia-New York, e ritorno: la storia assai singolare
d’un ritratto, forse di Giorgione
Augusto Gentili
La musica/ La breve vita di un autore
a suo tempo assai stimato, poi dimenticato
Emerge da secoli d’oblio il genio di Rigatti:
rinasce, ma non in laguna
Sandro Cappelletto
L’inedito/ Nuovi documenti su una delle prime opere dell’artista
Ecco perché il Culto di Cibele, un capolavoro
di Mantegna, sfugge a Venezia, e va a Londra
Rosella Lauber
La storia/ Venduti in gran segreto 90 dipinti e 200 sculture
Come passa per la laguna (e poi finisce a Londra)
la raccolta dei Gonzaga
Leandro Ventura
Il progetto/ Decolla un’iniziativa di catalogazione
senza uguali in Italia
Un “indice delle provenienze” per conoscere tutto
del collezionismo veneziano
Stefania Mason
La musica/ Importanti recuperi di opere che erano sparite
Le sue note finite nell’oblio, a Torino e in altre città:
Galuppi ritorna dopo 300 anni
Sandro Cappelletto
147
7/2008
8/2009
9/2010
L’editoriale/ Neva e laguna:
arte, edifici, e il rapporto tra la vita e la morte
Due città legate da un mistero
Giuseppe De Rita
L’editoriale/ La città dell’imperatore e quella del doge
Dalla rimozione e il rancore, alla riscoperta
del grande patrimonio comune
Giuseppe De Rita
L’editoriale/ Che cosa trova Venezia, da Danzica al Mar Nero
Un vero policentrismo,
con tanti nobili ma anche grandi ciarlatani
Giuseppe De Rita
La rivelazione/ Due notti in incognito;
analoghe le piante delle due città
Anche con un viaggio segreto lo zar Pietro
prende la Serenissima come modello
Sergej Androsov
La storia/ Quattro secoli di rapporti, tra confronti, rivalità, sospiri
Da Venezia fino a Vienna, andata e ritorno:
per chi suona la campana?
Gino Benzoni
Il regesto/ A Praga, Varsavia, Bucarest e Sofia, infiniti artisti e
curiosità
Tra spie, dipinti e sinfonie,
Venezia è vicinissima all’Europa dell’Oriente
Fabio Isman
Un regesto/ Due secoli di rapporti con la Serenissima
e infinite curiosità
Come gli artisti della Laguna
riempiono di opere le residenze della nuova città
Fabio Isman
La storia/ Due zarine creano la maggiore
raccolta veneziana all’estero
E il violinista fa la spola con San Marco,
per arredare tanti palazzi
Irina Artemieva
La musica/ La traiettoria di uno sviluppo,
da Galuppi a Cimarosa & Company
Caterina II, con il “Buranello”
dà alla città stile e perizia artistica
Sandro Cappelletto
La cronaca/ Che cosa celano i Giorgione, Tiziano
e Veronese della zarina
La vendita sconvolge il mondo: da Parigi all’Ermitage
i capolavori veneti di Crozat
Rosella Lauber
Il contesto/ Uno storico nemico
che priva la Serenissima della libertà
Tra ambasciatori e spie, artisti e musicisti,
secoli di rapporti in cagnesco
Fabio Isman
I documenti/ Come mutano i paesi negli atti della «metropoli
dell’universo»
A est di Vienna diplomatici
e tanti intrighi, mercati e carne bovina
Gino Benzoni
I libri, i poeti/ Dal Settecento fin quasi al 2000:
l’attrazione e la ripulsa
La laguna come un’alterità a portata di mano.
E poi, il mito della “città morta”
Andrea Landolfi
Il racconto/ La diaspora dalla Serenissima e “l’autunno” di Praga
L’arte alla corte di Rodolfo II: collezionismo magico
e passione per la pittura veneta
Rosella Lauber
Il racconto/ Una predilezione che inizia forse nel 1533, con Tiziano
Un acquisto dietro l’altro, nasce la più ricca
e documentata raccolta veneziana all’estero
Sylvia Ferino Pagden
I viaggiatori/ Quando ai cechi rii e calli (sporche) piacevano soltanto di notte
Gli alberghi nel centro storico? Erano cari
già nel Seicento, assai meglio dormire a Padova
Annalisa Cosentino
La curiosità/ Compravendite e trasferimenti dei «Mesi»,
capolavoro di Leandro
Dalla laguna fino agli Asburgo: i tanti viaggi di un ciclo
di 12 Bassano (ma uno è sparito)
Francesca Del Torre Scheuch
La musica/ L’estrema commissione 30 anni fa, su parole di Cacciari
Un «Diario polacco» di Nono rifiutato a Varsavia
a causa del “golpe” del 1981
Sandro Cappelletto
La musica/ Vicende di note (e di gonnelle) tra le due capitali
Nello stesso anno, il 1787, due “Don Giovanni”:
ma quanto diversi tra loro
Sandro Cappelletto
L’indagine/ Sotto la dominazione austriaca
Esiste già una “banda del buco”
«Vendere a ogni costo»: spariscono 5.000 dipinti
ma tornano cavalli e leone
Rosella Lauber
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