Esercizi di comunione

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Esercizi di comunione
XIX numero 3 Marzo 2014
anno
Esercizi di
comunione
Viaggio in alcune realtà diocesane che incarnano
il messaggio quaresimale del vescovo Depalma
a cura di A. Lanzieri e M.Messinese
RnS: quattordici anni di statuto
a cura di di A. Caliendo e R. D’Avino
Il centenario della nascita di
Padre Arturo D’Onofrio
a cura di A. Lanzieri
Il dialogo ecumenico
a cura di Paolo di Palo
Speciale
San Camillo De Lellis
Seme di santità nella Chiesa di Nola
mensile della Chiesa di Nola
la logica del camminare insieme
di Alfonso Lanzieri
D
igiuno,
preghiera
ed
elemosina caratterizzano il
tempo liturgico della Quaresima,
nel quale ci troviamo. Queste
“pratiche” non servono certo a
soddisfare la fame di sofferenza
di una divinità lontana e
perennemente di cattivo umore,
che regna infliggendo dolore
all’uomo, tanto per ricordargli di
stare al posto suo, di non credersi
chissà che, o chissà chi. Il senso
è invece quello di convertirsi,
cambiare verso alla propria vita
(insieme a quello dell’Italia, come
vuole il nostro nuovo, ennesimo,
Primo Ministro) apprendendo lo
stile del vangelo, che anzitutto
invita a decentrarsi (anzi a
“rinnegare se stessi” dice Gesù),
a imparare a non dire sempre io,
io, io…ma a “fare spazio”, a ciò
che è essenziale (digiuno), a Dio
(preghiera) e al fratello che ha
più bisogno di me (elemosina),
tre dimensioni queste, è bene
dirlo,
fondamentalmente
connesse. Solo così, facendo
spazio, mettendomi un po’ “di
lato”, posso scoprire che io non
sono certo “tutto”, che c’è un
altro – il mio prossimo – e che in
fine (o al principio, se preferite)
c’è un Altro, nostro Padre che ci
fa fratelli.
Gli “esercizi di comunione”
proposti dal vescovo di Nola,
Padre Beniamino, nel suo
messaggio alla diocesi per la
Quaresima, vogliono portarci su
questo sentiero lungo il quale si
può scoprire che vivere e agire
in comunione – nella Chiesa e
nella società – non è solo una
mera strategia per essere più
efficienti (certo anche questo,
negarlo sarebbe ipocrita) ma
significa impostare l’esistenza
a partire dalla nostra reciproca
co-appartenenza. Che vuol dire?
In buona sostanza che il nostro
vivere associato non è come
dividere lo stesso condominio
– la medesima nazionalità, il
medesimo pianeta - per cui “è
bene
collaborare”:
pensarla
così vuol dire abitare nel mondo
principalmente e per lo più in
una reciproca indifferenza, come
più o meno stanno gli inquilini
di un grande edificio di città,
solo di tanto in tanto interrotta
perché un guasto, un guaio, un
problema è sia il tuo che il mio e
a quel punto “siamo sulla stessa
barca…è meglio se ci diamo una
mano”; al contrario la comunione
è prossimità e scambio costanti,
interesse gratuito e permanente,
collaborazione convinta, volontà
di non lasciare indietro nessuno,
uno stile che supera il modello
relazionale “economico” (io ti do
questo e tu dunque mi dai quello)
e “aziendale” (o sei dentro lo
standard produttivo o sei escluso)
e rende l’esistenza vivibile, fa
delle nostre città e delle nostre
parrocchie luoghi in cui val la
pena di stare, spazi in cui si
respira aria fresca. Attraverso
le storie raccontate in questo
numero di Indialogo, vogliamo
guardare ad alcuni “esercizi ci
comunione” incarnati, esempi
sui quali fermarsi per riflettere
sulla fecondità della logica del
“camminare insieme” talvolta
già attuata, tante altre data solo
in potenza, nella chiesa come nel
mondo.
in Dialogo mensile della Chiesa di Nola
Redazione: via San Felice n.29 - 80035 Nola (Na)
Autorizzazione del tribunale di Napoli n. 3393 del 7 marzo 1985
Direttore responsabile: Marco Iasevoli
Condirettore: Luigi Mucerino
In redazione:Alfonso Lanzieri [333 20 42 148 [email protected]],
Mariangela Parisi [333 38 57 085 [email protected]], Mariano Messinese, Antonio Averaimo, Vincenzo Formisano
Copertina: acquerello di don Carlo Tarantini
Stampa: Giannini Presservice via San Felice, 27 - 80035 Nola (Na)
Chiuso in redazione il 24 marzo 2014
02
marzo 2014
La Terza Pagina
Con il messaggio per la Quaresima il vescovo Depalma invita ad essere autentici comunicatori
Esercizi di comunicazione
di Mariangela Parisi
“
…ciascuno vive la propria fede
come un’impresa eroica e solitaria, una crociata individuale,
nessuno avverte l’esigenza di far
crescere la propria fede insieme
agli altri…”. Parole forti quelle
che Anna utilizza per raccontare
al vescovo di Nola, il suo Pastore, un disagio sperimentato nella
propria esperienza di fede. Parole poste da mons. Depalma ad
inizio del suo messaggio per la
quaresima, riportato in quarta
di copertina. Parole tremende,
soprattutto perché, come scrive
ancora il vescovo sono “parole
non isolate” pronunciate, in queste settimane di cammino sinodale dedicate alla visita nelle parrocchie, soprattutto da giovani.
Parole coraggiose che spingono
mons. Depalma ad invitare tutti
ad “una conversione autentica,
in cui la coscienza si rinnova nella verità e alimenta gesti nuovi e
concreti di amore per l’altro” dal
momento che “o i nostri talenti sono a servizio di un progetto
comune, che coinvolga tanti, o
sono sprecati, rovinati e deprezzati dalle lusinghe e dai successi
effimeri dell’individualismo”.
Facendo leva sul coraggio di
Anna, mons. Depalma invita a
rompere il silenzio dell’autoreferenzialità, il silenzio dell’ego per
essere costruttori di comunione,
per ritornare ad essere autentici
comunicatori, autentici portatori della Parola in tutte le strade
che, come scrive Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata
mondiale delle Comunicazioni Sociali 2014 “sono quelle del mondo
dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente” e tra le quali, aggiunge “ci sono anche quelle digitali,
affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano
una salvezza o una speranza”. Ma
“La testimonianza cristiana - sottolinea ancora Papa Francesco non si fa con il bombardamento
di messaggi religiosi, ma con la
volontà di donare se stessi agli
altri «attraverso la disponibilità a
coinvolgersi pazientemente e con
rispetto nelle loro domande e nei
loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana»1”. E gli esercizi
di comunione che il vescovo di
Nola ha invitato a fare in questa
Quaresima, sono, senza dubbio,
allo stesso tempo, esercizi di comunicazione: le relazioni autentiche che gli esercizi consentono
di raggiungere non posso prescindere infatti dalla comunicazione, dal desiderio cioè di vivere
una totale e reciproca apertura
all’altro che consenta di andare
oltre il mero scambio di “dati”
che caratterizza invece l’informazione: la comunicazione «si
basa, infatti, sul saper ascoltare
personale e su una libera apertura e porta ad una comunanza fra
colui che comunica e colui che
riceve, chiamata “comunione”»2.
L’invito del vescovo è in definitiva un invito al recupero della responsabilità del comunicare
che diviene particolarmente necessario in un contesto culturale
come quello contemporaneo che
«satura la nostra coscienza e ridefinisce continuamente cosa sia
la realtà»3: un conteso culturale impregnato di tecnologia che
continuamente modifica la nostra capacità di rapportarci con
gli altri ma anche con noi stessi
ovvero modifica la nostra capacità di comunicare.
Le cinque parole donate alla
Chiesa di Nola per la Quaresima
- accoglienza, corresponsabilità,
presenza umile, valorizzazione
degli altri, ascolto - infatti, rimandano ad impegni diversi ma
con un comune obiettivo: il mettersi coraggiosamente in gioco,
l’aprirsi coraggiosamente alla diversità, l’ingegnarsi coraggiosamente senza aspettare soluzioni
da altri, l’imparare coraggiosamente a lavorare dietro le quinte
per dare spazio ad altri, l’aprirsi
coraggiosamente all’ascolto quale altro risultato potrebbero produrre se non il divenire comunicatori autentici ovvero uomini
e donne al servizio della comunione?
1. Benedetto XVI, Messaggio
per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali,
2013
2. H. Vorgrimler, «Comunicazione», Nuovo dizionario teologico, EDB, Bologna 2004, p.140
3. M. O’Brien, Riscopriamo la
pazienza nell’era di Internet,
in «Avvenire», 18 dicembre
2011, p. 17
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03
mensile della Chiesa di Nola
Comunione in pratica: tre realtà che incarnan
Accogliere la diversità
di Antonio Romano
Accoglienza della diversità,
valorizzazione delle idee altrui,
ma anche partecipazione.
Questi alcuni degli esercizi
suggeriti dal nostro vescovo
nel suo messaggio per questa
Quaresima, esercizi decisamente
consigliabili a tutti, in particolare
a noi cristiani chiamati ad essere
modelli esemplari di uomini e
di donne, nonché di cittadini;
opportunità
per
favorire
realmente la crescita sociale
da continuare anche dopo la
Quaresima fino a farne diventare
uno stile.
Ma come calare nella realtà
quotidiana le proposte di impegno
che il vescovo ci ha indicato? Vi
sono già delle esperienze in tal
senso?
Per
quanto
riguarda
l’accoglienza della diversità, mi
piace ricordare che a Pomigliano
qualche anno fa abbiamo ospitato
cinquanta
ragazzi
scappati
04
marzo 2014
dalla guerra in Libia che una proprio da padre Beniamino, con
volta arrivati a Lampedusa sono le letture proclamate in inglese e
stati dislocati nelle strutture in francese, oltre che in italiano,
certificate come idonee dal alla quale hanno partecipato tutti
Ministero dell’Interno, tra cui vi i parroci del paese e tantissime
era un hotel di Pomigliano; fin da persone.
Ma accogliere non significa
subito si è costituito un gruppo
solo
essere
di
volontari
Dal
messaggio
del
Vescovo
ospitali
e
che, vista anche
Accogliere
la
diversità.
generosi, vuol
l’inerzia con cui
Impegniamoci a non circondardire anche far
le
istituzioni
ci
di
“simili”,
ad
abbandonare
sentire a casa,
locali,
hanno
la paura del diverso, ad acnei limiti del
risposto
alla
cettare
la
sfida
di
un
pensiero
possibile, dal
domanda
di
alternativo
al
nostro.
“Cantarpunto di vista
integrazione
sela e suonarsela” non serve a
culturale:
che quei ragazzi
nessuno,
ci
fa
solo
diventare
ecco perché
implicitamente
più piccoli e non più grandi.
con i ragazzi
portavano con
Questo
tempo
nuovo
non
vuoafricani furono
sè, che non si
le
ascoltare
abili
solisti
ma
un
organizzate
è limitato ad
coro intonato dalla ricerca del
delle serate in
assisterli, ma ha
bene
comune.
cui loro stessi
cercato di farli
cucinarono
inserire
nella
vita sociale della città, nonché di piatti tipici dei loro paesi per
quanti parteciparono all’evento.
quella religiosa.
Ma quando parliamo di “diversi”
Impressa ancora è nella mia
mente la bellissima veglia di ci viene facile pensare ai “molto
preghiera interreligiosa nella diversi”, come nel caso appunto
chiesa di San Francesco, presieduta degli immigrati, ma diverso è
Esercizi
di
Comunione
incarnano il messaggio quaresimale del vescovo
anche chi ha credenze religiose
e/o idee politiche diverse dalle
nostre, con i quali si viene in
contatto perché si condividono
delle battaglie.
È il caso del comitato del parco
pubblico di Pomigliano, nato in
contrapposizione a un progetto
di riqualificazione che prevedeva
una forte cementificazione del
verde, che con i loro sforzi e
la loro costanza nel pungolare
le istituzioni, ha proposto fino
a riuscire ad ottenere che
la riqualificazione del parco
passasse per un percorso di
progettazione partecipata: uno
dei rari casi in cui le istituzioni
hanno valorizzato idee e proposte
dei cittadini.
Altro
bell’esempio
di
accoglienza
della
diversità,
di
valorizzazione
di
idee
e di partecipazione è il
“coordinamento 18 gennaio” ,
gruppo di persone diverse che
più diverse non si può, ci sono
credenti, non credenti, studenti,
insegnanti, operai, simpatizzanti
di centro sinistra e di centro
destra, che hanno deciso di
convergere per mantenere alta
l’attenzione a livello locale sulla
questione ambientale.
Dopo
una
manifestazione
cittadina che ha visto la
partecipazione di 3000 persone,
è stato organizzato un convegno,
che si è tenuto il 22 febbraio
scorso a Pomigliano, in cui è
stata spiegata la legge “Terra
dei fuochi”, voluta dal governo
Letta, attraverso il punto di vista
di un medico (il dott. Marfella),
un magistrato (il pm Federico
Bisceglia) e un membro del Corpo
forestale dello Stato (il generale
Sergio Costa).
In conclusione, esempi concreti
di accoglienza del diverso e di
valorizzazione di idee esistono,
occorre che questi esercizi – come
li ha chiamati padre Beniamino
– si moltiplichino e diventino
capillari al territorio.
Un’associazione dalla
parte della famiglia
di Mariano Messinese
L
a torre d’avorio è bella. Le
sua mura offrono riparo e
conforto al suo ospite. Ed è
difficile resistere alla tentazione
di ritirarsi nel proprio angolo
di solitudine.
Ma i tempi
recenti impongono una scelta
all’individuo. La società chiama
a nuovi sfide che devono essere
raccolte da tutti. È giunto il
momento di assumersi le proprie
responsabilità e di non delegarle
agli altri.
Questo è in sintesi l’appello
del vescovo di Nola,
mons,
Beniamino Depalma, nel suo
messaggio
di
preparazione
alla Quaresima. Ovviamente
è un invito rivolto a tutta la
comunità dei fedeli. Non solo ai
sacerdoti e alle suore, ma anche
e soprattutto ai laici. Sia chiaro,
nessuno può pensare di risolvere
da solo i mali che affliggono
la nostra città. Per questo
l’intento del vescovo è quello
di stimolare la cooperazione tra
le varie anime della diocesi, per
spezzare insieme “il pane delle
responsabilità”.
C’è un’associazione che ha già
risposto in maniera positiva alla
chiamata del porporato. Si tratta
del Centro di solidarietà Giovanni
Dal messaggio del vescovo
Spezzare il pane
della responsabilità.
Impegniamoci a non assegnare più ad altri i compiti che
spettano a noi, in quella logica della “delega” e del “rinvio” che forse – e purtroppo
– abbiamo appreso dalle nostre classi dirigenti. Allo stesso tempo, però, proponiamo
uno stile nuovo di condivisione, solidarietà e fraternità:
come il Cireneo, proviamo a
prenderci un pezzetto delle
responsabilità altrui e, senza
deliri di onnipotenza, troviamo l’umiltà di affidare a chi ci
è vicino pezzetti dei pesi che
toccano a noi.
Merliano. È una associazione
creata da alcuni amici che in
nome della propria fede cercano
di andare incontro ai bisogni delle
persone più indigenti. Sono due
le grandi finalità di questa onlus:
affrontare i problemi legati al
disagio familiare come il bisogno
alimentare, la disoccupazione,
la precarietà esistenziale e al
tempo stesso offrire sostegno ai
ragazzi nello studio e durante il
tempo libero.
Su questo punto è chiaro
il presidente Vitaliano Sena:
“L’esperienza
associativa
di
marzo 2014
05
mensile della Chiesa di Nola
questi anni ci ha fatto constatare
che le famiglie, lasciate sole
nell’affrontare
il
disagio
quotidiano, finiscono a volte per
tralasciare l’aspetto educativo,
che viene fortemente penalizzato
per
cercare
di
soddisfare
altre
priorità.
Condizionate
negativamente
dalle
varie
situazioni di crisi, marginalizzano
la cultura relegando lo studio tra
le questioni secondarie. Mentre
l’educazione è un bene primario
e, nel tempo, costruisce una vera
personalità capace di affrontare
la vita”.
Anche per colmare questa
lacuna,
l’associazione
ha
portato avanti il progetto “Un
libro per tutti”, che affonda le
sue radici nell’esperienza del
doposcuola promossa dai soci e
che ha l’obiettivo di acquistare
libri di testo per i ragazzi
particolarmente
meritevoli.
Proprio per raccogliere fondi
a sostegno di quest’ultimo
progetto, lo scorso 18 marzo
all’Auditorium di Saviano, è
andata in scena la piece teatrale
“Quell’assordante
urlo
del
Silenzio”, scritta e diretta dal
regista e attore Thomas Mugnano
: il titolo è un ossimoro, ai limiti
del controsenso, proprio come il
protagonista, un bambino mai nato
che parla e soprattutto interroga
gli altri. Un interrogativo, quindi
una domanda, cioè il primo passo
per riconoscere l’esistenza di
Dal messaggio del vescovo
Esserci, ma senza presenzialismi. Impegniamoci a
occupare “l’ultimo banco”.
Abbandoniamo la tentazione
di voler essere sempre in vista, sempre al primo posto.
“Esserci” è un valore, ma il
presenzialismo ne è la negazione. Il protagonismo a
tutti i costi soffoca i talenti
altrui, educa le comunità alla
delega, non aiuta a formare
una coscienza critica, spinge
tutti a pensare che basta seguire il leader per risolvere
tutti i problemi.
06
marzo 2014
qualcuno diverso dal proprio sé e
per abbattere le mura di quella
torre d’avorio, prigione della
solidarietà.
Un lievito “nascosto”
per il bene del mondo
di Alfonso Lanzieri
Nel suo messaggio per questa
quaresima dal titolo “Esercizi di
comunione”, il vescovo di Nola,
mons. Beniamino Depalma, ha
invitato ad «esserci, ma senza
presenzialismi» spronando ad
abbandonare «la tentazione di
voler essere sempre in vista,
sempre al primo posto. “Esserci”
è un valore, ma il presenzialismo
ne è la negazione». È necessario
impegnarsi insomma, nella chiesa
e nel mondo, fare la propria
parte,
ma
preoccupandosi
anzitutto di promuovere ciò che
è bene e non colui che lo compie.
L’esperienza dei laici consacrati,
non sempre molto conosciuta
quando non ignorata, incarna alla
perfezione questo stile di servizio
sobrio, umile e nascosto, e per
questo ho voluto parlare con
una persona che ha scelto per sé
questo stato di vita per saperne
di più. Dopo qualche ricerca,
Esercizi
riesco ad incontrare Felice
Mocerino, dell’Istituto Secolare
dei Missionari della Regalità di
Cristo; un affabile uomo di mezza
età, che mi accoglie a casa sua
e accetta di rispondere a qualche
mia domanda.
Felice, chi è il laico consacrato?
È un laico come gli altri, senza
distintivi o divise, che s’impegna
nel mondo, come tutti, svolgendo
la sua professione e si sforza di
diffondere il Vangelo anzitutto
vivendolo. Il laico consacrato
è sempre teso a scorgere i
segni della presenza di Dio e a
comunicarlo agli altri. Rispetto
agli altri laici noi viviamo una
donazione
particolare
della
nostra vita al Signore attraverso
i voti di povertà, castità e
obbedienza. In poche parole
rinunciamo a tutto, anche ad una
famiglia nostra per poter essere
disponibili completamente a chi
ci è accanto, giorno per giorno.
E qual è la differenza tra te e,
ad esempio, un membro di un
ordine religioso?
Quel che ci distingue è
l’ambito di vita che per noi è il
mondo: siamo nei luoghi e nelle
situazioni più disparate. Viviamo
la nostra vocazione inseriti
di Comunione
nella
quotidianità,
ciascuno
svolgendo la propria professione
nei contesti più diversi: quello
educativo, culturale, aziendale,
della
fabbrica,
politico,
familiare, ecclesiale. È lì che la
nostra vocazione si realizza. Non
conduciamo una vita comune
all’interno di un convento, o
comunque di una nostra specifica
casa, ma esercitiamo il nostro
apostolato da laici, praticando i
consigli evangelici ma rimanendo
ciascuno nel proprio ambiente
familiare e sociale. Naturalmente
abbiamo dei momenti di incontro:
ci sono gli incontri regionali
una volta al mese, ad esempio,
le giornate studio, gli esercizi
spirituali annuali e così via.
Felice, per trovarti ho dovuto
cercare per alcune settimane.
I consacrati laici preferiscono
mantenere il riserbo sulla loro
scelta. Come mai?
Perché
noi
proviamo
a
testimoniare il vangelo anzitutto
con le nostre scelte e il nostro
stile di vita. La vocazione non
è come un titolo di studio da
esibire per avere una collocazione
sociale,
professionale
o
ecclesiale. Inoltre, il riserbo
aiuta a conservare la necessaria
libertà nel nostro operare. La
stessa scarsa conoscenza di
questa vocazione, e nella chiesa
e nella società, potrebbe dar
vita a strumentalizzazioni o
fraintendimenti.
Chi è stato il primo laico
consacrato della storia?
Facile rispondere: Gesù. Lui
è stato, in un certo qual modo,
il primo laico consacrato della
storia nel periodo nella sua vita
cosiddetta nascosta a Nazareth.
Lì ha vissuto svolgendo una
specifica professione pienamente
inserito nel contesto sociale
del tempo. I trent’anni vissuti
a Nazareth, nell’umiltà e nel
riserbo, rappresentano per così
dire la nostra bussola spirituale:
anche noi lavoriamo per l’avvento
del Regno di Dio nella ferialità
dell’impegno quotidiano, senza
alcuna ribalta pubblica. Questo è
il nostro specifico carisma.
marzo 2014
07
mensile della Chiesa di Nola
Dal 21 al 26 agosto 2014, la Chiesa di Nola vivrà l’esperienza del pellegrinaggio diocesano a Santiago de
Compostela e Fatima, presieduto dal vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma.
Queste le tappe del viaggio
21 agosto (giovedì): Napoli/Porto/Santiago
Al mattino ritrovo dei partecipanti direttamente all’aeroporto di Napoli-Capodichino. Partenza con volo
speciale diretto per Porto. All’arrivo, sistemazione in pullman e trasferimento per Santiago de Compostela.
Sistemazione nelle camere riservate. Cena e pernottamento.
22 agosto (venerdì): Santiago de Compostela
Pensione completa in albergo. In mattina visita guidata di Santiago: la Cattedrale, Plaza de Obradorio,
Hospital Real, Plaza de la Quintana. Partecipazione alla S.Messa del pellegrino. Nel pomeriggio possibilità
di fare a piedi il tratto che dal Monte Gozo arriva alla Cattedrale.
23 agosto (sabato): Santago/Braga/Coimbra/Fatima
Prima colazione in albergo. Sistemazione in pullman e partenza Braga. Celebrazione della S. Messa e visita
nel Santuario del Bom Jesus. Proseguimento per Coimbra. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita di
Coimbra. Sistemazione in pullman e Proseguimento per Fatima. All’arrivo in albergo, sistemazione nelle
camere riservate. Cena e pernottamento.
24 agosto (domenica): Fatima
Pensione completa in albergo. In mattinata via crucis e visita ad Aljustrel (paese natio dei tre pastorelli)
e Los Valinhos (luogo delle Apparizioni della S. Vergine e dell’Angelo). Nel pomeriggio celebrazione
penitenziale e S. Messa.
25 agosto (lunedì): Fatima/Lisbona
Prima colazione in albergo. Celebrazione della S. Messa nella Cappellina. Visita del museo “luce e pace”.
Pranzo in albergo. Nel pomeriggio sistemazione in pullman e partenza per Lisbona. Visita della città.
All’arrivo in albergo, sistemazione nelle camere riservate, cena e pernottamento.
26 agosto (martedì): Lisbona/Napoli
Prima colazione in albergo. Celebrazione della Santa Messa nella Casa Natale di Sant’Antonio.
Pranzo in ristorante. Subito dopo sistemazione in pullman e trasferimento per l’aeroporto.
Partenza con volo speciale LIVINGSTON per Napoli
Info: www.diocesinola.it
tel. 081 3114613 - Cell. 348 5184028
e-mail [email protected]
apertura ufficio: lunedì, mercoledì e venerdì, dalle 9.00 alle 12.00
08
marzo 2014
In
oc
Di
i
es
Meglio di una mimosa
Incontro fidanzati in cattedrale. Il vescovo: “Il matrimonio è fondato su Dio”
Dono per la comunità
Il RnS in festa per i 14 anni dall’approvazione del proprio statuto
Un unico orizzonte
L’ Ac riprende il cammino dopo il rinnovo del Consiglio e della Presidenza diocesani
L’apostolo dei giovani
Centenario della nascita del Servo di Dio Padre Arturo D’Onofrio
marzo 2014
09
mensile della Chiesa di Nola
Incontro fidanzati in cattedrale. Il vescovo: “Il matrimonio è fondato su Dio”
Meglio di una mimosa
di Mariano Messinese
L
’amore è più forte della
crisi. Sono tanti i giovani che
decidono di compiere il grande
passo per sposarsi. Soprattutto
nella diocesi di Nola. Almeno a
giudicare dalle tantissime coppie
di fidanzati che hanno gremito la
cattedrale di Nola sabato 8 marzo
in occasione dell’incontro con il
vescovo Beniamino Depalma,
promosso dalla Pastorale delle
Famiglie.
Tre coppie, molto diverse
fra loro, hanno preso la parola.
Hanno raccontato ai presenti la
loro testimonianza, intervallati
soltanto dalle note, ora gioiose
ora struggenti, del chitarrista
Espedito De Marino.
I primi a parlare sono Carmine
e Maria. Abitano a Baiano,
Carmine è un militare, Maria un
architetto. E sono entrambi molto
emozionati. Oltre che innamorati.
Si sposeranno a maggio dopo
15 anni di fidanzamento. Un
amore profondo li unisce fin
dall’adolescenza,
quando
Carmine aveva i capelli lunghi e
Maria sognava di diventare una
ballerina di danza classica. Poi
sono cresciuti e hanno dovuto
affrontare le prove che la vita
gli ha riservato. E che prove!
Per esempio Carmine, durante
una missione di pace in Libano,
è stato anche vittima di un
attentato,
fortunatamente
senza conseguenze. Maria gli
è stata vicina e insieme hanno
superato anche questo ciclone.
Ma per il loro rapporto è stato
fondamentale ispirarsi anche
ad alcuni modelli di riferimento
come i propri genitori.
Poi è la vota di Roberto e
Potenzia, vivono a San Paolo
Bel Sito. Sono già sposati da
17 anni, ma stanno insieme da
25. Questo non vuol dire però
che il loro rapporto sia stato
esente da problemi. Anzi, è
10
marzo 2014
proprio Potenzia, con il sorriso
sulle labbra, ad ammetterlo:
“I primi anni della nostra vita
coniugale sono stati difficili.
Avevamo frequentato un corso di
preparazione al matrimonio. Ma
è stato problematico tradurre
nella pratica quanto appreso per
via teorica. Abbiamo chiesto aiuto
al nostro parroco, perché da soli
non riuscivamo a venirne a capo.
Grazie al suo interessamento,
abbiamo conosciuto la Pastorale
delle famiglie. Abbiamo fatto
esperienze di convivenza con le
altre coppie e abbiamo trovato
in questo un valido sostegno”.
Infine Guseppe e Maria: non
sono di Nazareth, ma di San
Gennarello e qualche mese
fa hanno avuto il privilegio di
assistere all’incontro del Papa
con i promessi sposi a San Pietro:
durante l’intervento difendono
la loro scelta di legarsi per
l’eternità in controtendenza con
i modello di vita dominante in
questa società.
Poi il passaggio del testimone,
anzi del microfono. Perché tocca
al Vescovo parlare. Ormai è
noto, Mons. Depalma è un abile
oratore. Sa quando scherzare
e quando arringare i presenti:
“Non vi conosco a uno a uno, ma
so che voi avete sentito parlare
di me. Almeno durante un
preciso momento della liturgia
eucaristica”. Poi il discorso si fa
serio e allora il suo tono di voce si
alza fino a scuotere le coscienze
e le pareti della Cattedrale: “Non
vi sposate perché cosi ha deciso
il caso. E’ stata la mano di Dio
a guidare i vostri passi. È per
questo che il matrimonio nasce
da Dio, perché lui ha visto la
vostra solitudine”. Ma il discorso
prosegue: “Voi siete per il vostro
partner il dono più grande.
Come lo fu Eva per Adamo.
Voi sull’altare deciderete di
sacrificare la vostra
libertà,
il bene sommo dell’esistenza
umana, per il marito o la moglie.
E lo farete perché sarete sicuri di
aver trovato la persona che vale
più della vostra indipendenza”.
Prima di congedarsi il Vescovo
assegna i compiti a casa per i
fidanzati: “Leggete sempre il
capitolo secondo della Genesi. Lì
c’è il racconto della vostra storia.
Dio crea Adamo, ma si rende
conto della sua solitudine. Allora
da una costola dell’uomo crea
la donna, il regalo più grande.
Avete visto, uomini? Vi manca
una costola. Voi siete imperfetti.
Per questo avete bisogno della
donna e viceversa”.
Era la festa della donna e a
giudicare dai loro volti, le parole
del vescovo sono arrivate dritte
al cuore delle presenti. Meglio di
ogni mimosa.
in Diocesi
Il Rinnovamento nello Spirito Santo in festa per i 14 anni dall’approvazione del proprio statuto
Dono per la comunità
di Antonio Caliendo e Rafaella D’Avino
L
odiamo e ringraziamo il
Signore per averci fatto il dono
della comunione con il nostro
amato pastore, l’Arcivescovo
Vescovo di Nola padre Beniamino
Depalma, che con sollecitudine
e premura venerdi 14 marzo ha
risposto all’invito a presiedere
la Celebrazione Eucaristica per
la festa del Ringraziamento
dell’approvazione dello statuto
del RnS da parte della C.E.I.
avvenuta il 14 marzo del 2002.
A Piazzolla di Nola, nella
chiesa dell’Immacolata, ci siamo
ritrovati noi fratelli del RnS della
diocesi di Nola, unitamente ai
fratelli di altri gruppi carismatici,
di Azione Cattolica e di altri
Movimenti, con i quali abbiamo
voluto condividere la gioia di stare
insieme per partecipare alla Santa
Eucaristia. Hanno concelebrato
il parroco di Piazzolla don
Salvatore Luminelli, al quale va
il più sentito ringraziamento per
la disponibilità e l’accoglienza
che da anni riserva al movimento
del RnS, don Pasquale Capasso,
responsabile diocesano delle
Associazioni e Movimenti laicali,
don Franco Gallo, mons. Raffaele
Russo e mons. Luigi Mucerino. I
canti sono stati eseguiti dal coro
diocesano del RnS diretto dal
maestro Roberta Nava.
Nella sua omelia,p.Beniamino
ha sottolineato, con chiarezza
e
determinazione,
che
il
movimento del RnS è per la
Chiesa di Nola un grande dono al
servizio non solo delle Comunità
parrocchiali in cui sono presenti
i dieci gruppi ufficiali e i gruppi
in formazione ma per l’intera
comunità
Diocesana.
Tutta
l’opera di evangelizzazione e di
servizio deve essere spesa per
l’intera comunità dei credenti e
partendo da questo periodo di
Quaresima, attraverso “esercizi
di comunione”, bisogna uscire
da sé e piegare il proprio ego
nella preghiera dinanzi al Cristo
sofferente. Ogni componente
del Movimento deve lavorare per
tutta la vigna del Signore non per
il solo gruppo.
Grazie alla riflessione del
nostro pastore ognuno dei
fratelli presenti si è sentito
prezioso nell’opera missionaria
che lo Spirito Santo suscita
nei gruppi e si è fortificata la
volontà di mettersi al servizio
delle
Comunità
parrocchiali
in cui l’RnS è presente. Prima
della benedizione finale, la
responsabile diocesana del RnS,
Mariagrazia Giova, ha rivolto
un sentito e accorato grazie al
nostro pastore e ai sacerdoti
presenti per aver partecipato alla
festa del Ringraziamento voluta
dal Movimento Rns Italia per
ricordare come il 14 marzo 2002 lo
marzo 2014
11
mensile della Chiesa di Nola
Il movimento
Il Rinnovamento carismatico cattolico nasce nel gennaio 1967,
negli Stati Uniti d’America, grazie all’incontro di alcuni giovani
universitari cattolici con il mondo pentecostale. Da qui, come
un fuoco divampante, il Rinnovamento carismatico si è rapidamente diffuso nella Chiesa cattolica, incontrando il favore della
Conferenza episcopale americana. Nel 1971, a poca distanza da
quanto era accaduto in America, si sviluppa in Italia la grande
corrente spirituale nota con il nome di Rinnovamento carismatico cattolico. Quasi immediatamente, l’esperienza italiana venne denominata “Rinnovamento nello Spirito Santo”, come effetto della prima riflessione teologica e della mediazione culturale
che gli iniziatori del Movimento ebbero a compiere, in Italia, per
attestarne l’identità cattolica. Era l’aprile del 1977.
Il nome Rinnovamento nello Spirito Santo - che anche il cardinale Suenens auspicava fosse fatto proprio da tutto il movimento
carismatico - è tratto dalla lettera di San Paolo a Tito, nella quale l’apostolo afferma che siamo salvati «mediante un lavacro
di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo» (Tt 3,
5). La caratteristica inconfondibile dell’espressione adottata è
quella di polarizzare l’attenzione sullo Spirito Santo e non sui
carismi, sul donatore e non sui doni: in tal modo risulta evidente
che nessuno può convenientemente dirsi carismatico se non in
riferimento alla Chiesa, perché essa è carismatica. (http://www.
rns-italia.it)
12
marzo 2014
Spirito Santo concedeva di vivere
due momenti straordinari che
hanno segnato la storia ecclesiale
del RnS: il Consiglio Nazionale
ricevuto
negli
appartamenti
pontifici dell’allora papa Giovanni
Paolo II e l’approvazione definitiva
dello statuto dell’Associazione
Rinnovamento
nello
Spirito
Santo da parte del Consiglio
Permanente della Conferenza
Episcopale Italiana. Ha, inoltre,
posto
in
evidenza
come,
attraverso il nostro vescovo, ci
sentiamo confermati in quella
parte del tutto che è la Chiesa
di Nola che abbiamo scelto di
amare e servire, ricordando le
parole di Papa Francesco che ci
esorta a prendere l’iniziativa,
coinvolgersi,
accompagnare,
fruttificare e festeggiare, per
divenire missionari incarnati
nei limiti umani ,mai sterili
e sconfitti, ma sempre pronti
con braccia spalancate e porte
aperte verso gli ultimi, i lontani,
i poveri, i carcerati.
Il popolo del RnS ha poi
fatto dono al vescovo di una
ceramica raffigurante la Vergine
della tenerezza che accosta
il suo dolce viso al viso del
Divin Figlio. Nel ringraziare
del bel dono, p.Beniamino ha
espresso il desiderio di vedere
esposto quel dono nel Centro
Caritas diocesano di accoglienza
notturna per i senza fissa dimora
in S.Giuseppe Vesuviano che,
proprio nel pomeriggio, era stato
da lui inaugurato.
Al termine della celebrazione
eucaristica il popolo del RnS
salutava il nostro beneamato
pastore e tutti i convenuti
con uno sventolio di fazzoletti
rossi. A tutti è stato fatto dono
di un volantino dell’iniziativa
nazionale del RnS “10 piazze per
10 comandamenti”. A conclusione
della festa del ringraziamento
ci siamo ritrovati tutti nella
sala “Gillo” del complesso
socio-religioso della parrocchia
dell’Immacolata dove veniva
proiettato un filmato sulla storia
del RnS, cui faceva seguito
un’agape fraterna.
Anno Camilliano
14 Luglio 2013 – 14 Luglio 2014
San Camillo De Lellis
Camillo mostra le regole dei ministri degli infermi, Roma
Seme di santità nella Chiesa di Nola
mensile della Chiesa di Nola
Per l’ anno camilliano
di Salvatore Feola
D
urante l’angelus del 14 luglio 2013, a Castel Gandolfo, papa Francesco nella sua meditazione sulla parabola evangelica del buon Samaritano ha fatto riferimento alla indizione di un anno giubilare camilliano, in occasione dei
400 anni dalla morte di San Camillo de Lellis (avvenuta il 14 Luglio del 1614), augurando a tutti i medici e operatori sanitari di operare nello spirito del santo fondatore dei Ministri degli Infermi, patrono dei malati e di tutti
coloro che sono impegnati nel campo sanitario.
L’anno giubilare, indetto dal Papa, si è aperto proprio il 14 Luglio del 2013 per culminare il 14 luglio 2014, 400° anniversario
del dies natalis al cielo di san Camillo.
S. Camillo nell’anno 1600 fu Vicario generale della Diocesi di Nola, e, avendo dato grande testimonianza di coraggio e
carità cristiana, abbiamo ritenuto opportuno approfondire la conoscenza del suo pensiero e della sua opera.
San Camillo: un riformatore dell’ assistenza sanitaria
di Luigi Mucerino
L
’autorevole storico della medicina Giorgio Cosmacini,
nella recente biografia di San
Camillo, si interessa al carattere laico del ministero del santo fra i
malati, ne focalizza il ruolo storico in
ambito caritativo, curativo e sanitario,
facendone intravedere fondatamente
il profilo di riformatore dell’assistenza
sanitaria.
La Bolla di Benedetto XIV del 1800
inserisce il nome di Camillo tra i Santi
e lo riconosce come iniziatore di una
nuova scuola di carità in chiave infermieristica, relazionale e spirituale.
La distanza del tempo e del progresso proprio della scienza e della
tecnologia medica non consentono di
sottoscrivere in toto suggerimenti e
suggestioni, tesi al sostegno dei malati
di un tempo, ma restano attuali principi, intuizioni e sensibilità.
La sociologa americana Carol Gilligan attribuisce al nostro santo “ una
voce diversa” nel mondo della salute
in virtù della sintonia e della compassione piuttosto che della razionalità
astratta.
L’atteggiamento olistico che in
modo concorde oggi il mondo scientifico richiama in causa rinvia a delle
anticipazioni di San Camillo, per il
quale tutta la persona è colpita e risente della nostra cartella clinica e del
nostro modo di reagire, senza che nessuna delle dimensioni rimanga estra-
nea , sia fisica e intellettuale, che spirituale e socio- emotiva.
Alcuni criteri innovativi della sensibilità contemporanea già permeavano la filosofia del santo, con la differenza che allora
faceva da propulsore una visione cristiana della vita, mentre oggi l’immagine dell’uomo non trascende l’orizzonte mondano.
È merito di Maslow averci ricordato che alle nostre molteplici dimensioni corrispondono i relativi bisogni, se vogliamo raggiungere e conservare l’armonia vitale della persona in situazione di salute e di malattia.
Il genio del nostro santo sta nella completezza dello sguardo che in modo simultaneo include medicina e spiritualità ovvero l’anima incarnata e la carne animata in sede singolare e sociale. E con lo stesso sguardo S. Camillo vedeva non solo il
fratello nella sua totalità ma in lui il Signore. Il segreto è proprio qui.
II
San Camillo De Lellis
Una traccia di santità nella storia della Chiesa di Nola
di Pasquale d’Onofrio
C
’è una storia di santità che corre lungo i tempi e i luoghi e
che sempre assicura il chinarsi
concreto di Dio sugli uomini.
Così la storia, e quella di una Chiesa particolarmente, potrebbe essere ricostruita a
partire da queste presenze umane che significano nel segno degli uomini la fedeltà della promessa eterna: io sono con voi.
Così siamo quello che ci hanno donato, e
ciò che ci hanno lasciato come eredità spirituale. Nel nostro DNA si ritrova l’eredità
di Paolino il santo cui è legata la memoria
della nostra Chiesa di Nola, “Accorrerò
ovunque udrò risuonare per me il nome di
Cristo” (PAOLINO, Lettera a Severo, 23,
36) è l’espressione che più di ogni altra
dice la ricerca continua che muove i passi
di questa nostra Chiesa.
Questa ricerca di verità nella carità ha
segnato la nostra esperienza di fede ed ha
portato frutti nella continuità del tempo.
L’occasione dunque della memoria di San
Camillo de Lellis che, nell’agosto del 1600,
fu chiamato dall’allora vescovo di Nola
Fabrizio Gallo a soccorrere gli uomini e
le donne toccati dalla peste e creato suo
Vicario Generale perché curasse non solo
i corpi ma anche le anime di questa popolazione diventa una possibilità ulteriore
per cogliere la traccia di santità che ancora è presente nella nostra esperienza. La
sua azione parte non tanto da un’organizzazione perfetta, quanto da un sentimento
particolare. Come egli stesso scrive desidera “servire i malati come fa una madre amorosa con il suo unico figliolo infermo”, questo approccio nuovo, pieno di umanità
concreta fu il segno della sua santità. Si comprende che suo modello era il buon samaritano, sua regola il discorso del giudizio
finale, suo criterio il gesto di Cristo che lava i piedi ai discepoli. Una sensibilità non nuova nell’ampio panorama di testimonianza
della nostra Chiesa locale che nasce con questo spirito della prossimità e dell’accoglienza, della familiarità e della cura dell’altro.
Una sensibilità corroborata dalla presenza, negli anni a venire, di altri uomini santi che hanno lasciato un segno: Francesco Saverio
Maria Bianchi, Alfonso Maria de’ Liguori. Ambedue testimoni della cultura e della carità, della padronanza dello spirito e della
cordialità verso il popolo; capaci di entrare in estasi dinanzi al mistero dell’eucaristia e dell’incarnazione e di trovare le forme immediate della carità e della tradizione popolare per esprimere nella concretezza la fede. Un tempo “dei lumi”, segnato dalla luce di
queste vite in questa nostra esperienza di Chiesa. Una via di santità mai spenta che ci ha resi solleciti verso i più deboli e ha fatto
germogliare mille forme di carità sul nostro territorio. Esiste poi una specie di eredità di santità dove è bello porre delle coordinate
comuni, fra le tante possibili quella che stinge la figura di san Camillo con quella del servo di Dio padre Arturo D’Onofrio. Egli è
stato il presbitero che più di ogni altro ha saputo tradurre la carità in opera. Innamorato della vergine Maria e del suo Figlio, si sentì
quasi “obbligato” a corrispondere a tanto amore riproponendo della vergine il senso dell’accoglienza e di Cristo l’esperienza della
sollecita fraternità. Nell’accoglienza dei piccoli, e fra questi dei più diseredati e di coloro che avevano della famiglia un’esperienza
infelice, seppe diventare padre e fratello, assicurando non la semplice sopravvivenza, ma la dignità di un mestiere da spendere nel
futuro e la capacità di affetti saldi e maturi. Unisce Camillo ed Arturo un’esperienza: la misericordia. Fatti oggetto della misericordia di Dio, questi uomini se ne fanno strumento per gli altri. Così continua la nostra storia nell’oggi, eredi di un patrimonio che
silenziosamente cresce e si sviluppa, un seme che piantato, mai più muore.
Il seme della santità vive di quella stessa logica del seme evangelico: seppure agli altri può apparire inutilmente gettato sul
terreno perché gli uccelli lo predano perché diventi loro cibo, in verità in questo perdersi, in questo portare vita anche senza aver
portato frutto, è il mistero della permanenza della grazia che opera a vantaggio degli altri, anche se nessuno se ne accorge.Come per
San Camillo il 2 febbraio 1575 resta fissato nel calendario del suo cuore come il giorno della sua conversione perché una piaga alla
gamba lo riportò al S. Giacomo di Roma e da quel luogo iniziò il suo viaggio nel chiedersi come dare una risposta alla sua vita e un
senso a ciò che gli ardeva nel petto, così c’è un appuntamento possibile nella nostra storia rispondendo al quale potremo trovare la
strada per la nostra personale santità.
III
mensile della Chiesa di Nola
Una vita a servizio dei sofferenti
di Salvatore Feola
C
amillo nasce a Bucchianico
(Chieti), il 25 Maggio del 1550,
da Giovanni de Lellis, di nobile famiglia, e da Camilla de
Compellis.Manifesta, sin dall’infanzia, un
carattere vivace e forte e, educato dall’esempio della madre, dimostra bontà verso i poveri e i mendicanti. A soli 13 anni
muore la madre. Il padre lo conduce con
sé per qualche tempo, poi lo affida ad alcuni parenti e ad un precettore. Seguendo
l’esempio del padre, intraprende la carriera delle armi quale soldato di ventura,
menando per lo più una vita spensierata e
quasi dissoluta.
Nel 1567 il padre si aggrava improvvisamente e muore. A Camillo compare
sulla gamba destra una fastidiosa piaga,
che tende ad aggravarsi. Perciò si reca per
le cure adeguate all’ospedale di S. Giacomo degli Incurabili a Roma.
Nel 1575 viene inviato per una commissione nel convento di san Giovanni
Rotondo. Qui le parole di un certo Fra’
Angelo scuotono il giovane che si pente
della sua vita passata e si converte a Dio. È
il giorno 2 Febbraio. Ripensa alla sua fede
e alla sua vita spirituale.
Nell’anno 1582 una notte, verso la festa dell’Assunta, egli sempre più angustiato dall’abbandono in cui versano i malati
negli ospedali, è come folgorato da una
ispirazione celeste: si sente chiamato a
dare vita ad una compagnia di persone
che si impegnino ad assistere gli infermi,
con cuore generoso e senza ricompensa.
E’ il primo abbozzo della futura fondazione religiosa.
Il 26 Maggio del 1584 Camillo è ordinato sacerdote. Scrive intanto la Regola
della Compagnia delli Servi delli Infermi,
che sarà approvata il 18 marzo del 1586 da Papa Sisto V col nome di “Congregazione dei Ministri degli Infermi”. Il Pontefice autorizza p. Camillo e i suoi compagni a portare sull’abito, quale segno distintivo, la croce rossa. Intanto si trasferisce alla chiesa della
Maddalena (che diventerà la casa madre dell’Ordine) e viene eletto primo superiore della comunità. Due anni dopo nel 1588 P. Camillo apre a Napoli la prima fondazione fuori Roma. Negli anni che seguono ci sono varie fondazioni, a Milano, a Genova, più tardi
a Bologna. Poi ancora a Ferrara, a Messina e a Palermo. Nell’Agosto del 1600 corre a Nola dove è scoppiata una violenta epidemia
di peste bubbonica. Il vescovo, mons. Fabrizio Gallo, lo elegge vicario della diocesi per tutto il tempo dell’epidemia. Grande sarà la
carità manifestata da San Camillo e dai suoi Religiosi. Nel 1612, dopo gli ultimi viaggi e un periodo trascorso a Napoli fissa la sua
dimora a Roma, nell’ospedale di santo Spirito. Nella Primavera del 1614 lo troviamo degente nell’Infermeria della casa religiosa. Il
13 giugno scrive a tutti i suoi religiosi la Lettera Testamento, documento di fondamentale importanza per la spiritualità e il carisma
dell’Ordine. Dopo un mese, il 14 luglio P. Camillo, ormai quasi agonizzante, ascolta devotamente l’ultima Santa Messa. Alle ore 21,
45, dopo aver benedetto i suoi religiosi, rende la sua anima a Dio.
Viene beatificato il 7 aprile 1742 da Benedetto XIV e canonizzato il 29 giugno 1746. Nel 1886 papa Leone XIII lo dichiara,
insieme a san Giovanni di Dio, “Patrono degli ospedali e dei malati”; Pio XI, il 28 agosto 1930, lo proclama, sempre insieme col
fondatore dei Fatebenefratelli, “Patrono degli infermieri”. Paolo VI, infine, nel 1964, lo proclamerà Patrono della Regione Abruzzo
e, nel 1974 “Protettore particolare della sanità militare italiana”. La sua memoria viene celebrata il 14 luglio, come solennità nelle
chiese dell’Ordine e come memoria nelle altre chiese. Il corpo del Santo è venerato nella Chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma;
la reliquia del suo cuore è custodita nel Santuario a lui dedicato a Bucchianico, suo paese natale. Il 16 giugno 2012, per la prima
volta dopo quattro secoli, le spoglie mortali di San Camillo hanno fatto il loro ritorno a Bucchianico, per rimanervi fino al 27 luglio
prossimo, in occasione della celebrazione dell’anno camilliano.
IV
San Camillo De Lellis
San Camillo vicario generale della Diocesi di Nola
di Salvatore Feola
Camillo vicario generale della Diocesi di Nola
Dalla lettera del vescovo Gallo del 19 agosto 1600
Reverendissimo Padre, e Signor mio Osservandissimo, Non
ho potuto senza abbondantissime lagrime leggere la lettera
di Vostra Paternità Reverendissima, nella quale mi scrive le
afflizioni, e miserie della Città mia di Nola, e suoi distretti;
[…] Ho inteso ancora, che l’Abbate Melchiorre (qual fu lasciato dal mio Vicario in suo luogo) stia male, ne credo potrà
provvedere ai bisogni correnti. Però con la presente dò tutta la
mia autorità a V. P. Rma tanto di tutti i casi Vescovili, quanto
in ogni altra cosa pertinente al Vostro ufficio di Vicario, e che
possa comandare, approvar Confessori, e costringere i Preti,
ed ogn’altro mio suddito, e castigare i contravenienti ai suoi
ordini, come fosse la persona mia propria. Dicendogli in oltre,
che dalla casa mia si pigli tutte quelle comodità, che ci sono
per servigio di V. P. Rma, e de’ suoi Padri e quando non vi fosse comodità tale, si faccia dar danari dal mio agente, e provvedersi a suo gusto. E raccomandandogli con ogni caldezza, e
lagrime quelle anime, gli prego dal Signore salute, e contento.
L
a straordinarietà della vita di San Camillo de Lellis, illuminata e accesa da un carisma singolare, veramente fuori del
normale, ha avuto modo di manifestarsi nella nostra Chiesa
di Nola, in occasione di un’epidemia che fece tante vittime
nel nostro territorio. Quanto qui di seguito riportiamo lo abbiamo
attinto da una biografia su San Camillo scritta dal camilliano P. Sanzio Cicatelli, autore della Vita del P. Camillo de Lellis Fondatore della
Religione de Chierici Regolari Ministri dell’Infermi, opera pubblicata
subito dopo la sua morte, nel 1615: ad essa ha attinto lo stesso Remondini nel trattare un profilo biografico su San Camillo nel terzo
tomo della sua opera Della Nolana Ecclesiastica Storia.
Gli ultimi anni del sec. XVI furono per la città di Nola davvero
terribili, per il dilagare di una peste disseminatrice di morte. Nell’estate del 1600 molti abitanti della nostra città e dintorni persero la
vita tra indicibili tormenti. Molte persone morirono private di ogni
conforto umano, morale e religioso, soprattutto per la mancanza di
sacerdoti e religiosi, alcuni colpiti dal morbo, altri allontanatisi per
paura di essere contagiati. Era il mese di agosto dell’anno 1600, quando il Vicerè di Napoli mosso da pietà per la strage dilagante chiese il
soccorso dei ministri degli infermi di San Camillo, i quali immediatamente si resero disponibili per l’ardua impresa. Furono ben presto
inviati a Nola sette Sacerdoti, che si impegnarono con tutte le loro
energie sacrificando persino la loro vita. Ai loro occhi la città di Nola
si presentò come l’antica Gerusalemme amaramente pianta dal Profeta Geremia. La città appariva deserta e priva di vita, porte e finestre sbarrate, strade solitarie, chiese sempre vuote, campane non più
suonanti a festa ma solo a morto. I pochi abitanti che apparivano in
pubblico erano pallidi, tristi e privi di forza, consumati dalla disperazione, tanto da sembrare più morti che vivi. Gli zelanti ministri
si diedero subito all’opera, sostenendoli fisicamente e spiritualmente.
In alcune circostanze furono addirittura costretti ad accompagnare i
defunti alla tomba. Durante la loro permanenza a Nola, battezzarono molti bambini, unirono in matrimonio alcune coppie conviventi
in modo illegittimo, ascoltarono confessioni e distribuirono il sacro
Viatico ai moribondi. Diverse volte si trovarono di fronte a scene tristissime: vedere accanto a malati, ancora in vita, impossibilitati ad alzarsi, morti spirati da diversi giorni che giacevano nello stesso letto e
che emanavano un fetore terribile. Ovunque si adoperarono con sollecitudine per la salvezza delle anime, ma cercando in ogni modo di
dare sollievo anche ai corpi affranti. San Camillo era da poco tornato
da Genova a Napoli e, ancor non ripreso del tutto dalla stanchezza del
viaggio, pur contro il volere dei medici volle correre a Nola, accompagnato da alcuni confratelli. Giunto nella Città, indescrivibile fu il suo
cordoglio nello sperimentare il doloroso stato in cui versava il nostro
territorio, ma fu confortato dal vedere i suoi Religiosi lieti per la missione compiuta, anche se oppressi dalle continue fatiche e contaminati dall’aria pestilenziale. Alcuni di loro colpiti dal morbo morirono
dopo pochi giorni. Il tempo trascorso a Nola fu per San Camillo e
per tutti i suoi confratelli tempo di prova, di grazia e di testimonianza. In tale periodo il Vescovo di Nola, Fabrizio Gallo, soggiornava in
Roma in occasione dell’Anno Santo e non potendovi ritornare, vista
la grande carità espressa dai Camilliani nei confronti del suo gregge e
informato circa la grave situazione in cui Nola versava, inviò una lettera a San Camillo (vedi box), con la quale gli conferiva ogni facoltà
e autorità durante la sua assenza, rimettendo nelle sue mani i poteri
di un vicario generale.
Della magnanimità dei Camilliani e del loro fondatore fu informato lo stesso papa allora regnante Clemente VIII, il quale, a riconoscenza di sì gran meriti, inviò da Roma una sua benedizione concedendo una speciale indulgenza plenaria.
V
mensile della Chiesa di Nola
S. Camillo e gli aspetti medico-assistenziali del Seicento
di Eduardo Verrillo
L
’Agro nolano ha subito nel corso dei secoli diverse epidemie pestilenziali che hanno mietuto migliaia di vite umane. Soltanto quella del 1600, quella in cui San Camillo intervenne direttamente ad assistere la popolazione, si contarono circa 60.000
vittime. Ogni pioggia più abbondante del solito provocava lo straripamento dei corsi d’acqua che attraversavano la Campania Felix, poi il calore e l’umidità della zona favorivano il processo putrefattivo dell’acqua stagnante. Questo ambiente
malsano aggravava le cattive condizioni igieniche già esistenti ed era causa di alcune malattie epidemiche (malaria, tifo, peste, ecc.)
che, all’epoca di cui parliamo, erano indistintamente etichettate come “morbi pestilenziali epidemici” e curabili esclusivamente con
metodi empirici. Nel Seicento non ancora doveva essere utilizzato il metodo sperimentale nelle discipline scientifiche, per cui le
conoscenze mediche erano basate su una preparazione filosofico-astrologica, sulla teoria degli umori di Ippocrate e di Galeno. La
cura delle malattie si basava essenzialmente su tre fondamenti: norme di comportamento, rimedi naturali e metodi evacuativi. Tra
le prime prevaleva il consiglio di fuggire e di stare lontano dagli “appestati” e dagli “incurabili”. I rimedi naturali erano costituiti da
sostanze “semplici”, derivate da piante, o da misture di prodotti animali, vegetali e minerali. Tra queste era considerata una panacea la teriaca, un intruglio a base di carne di vipera e di altre decine di componenti. Tra i metodi evacuativi primeggiava il salasso,
ritenuto il metodo di eccellenza per allontanare la materia peccans dall’organismo, ma che spesso procurava la morte nelle persone
già indebolite dalla malattia. Predominava tra la popolazione anche un senso di rassegnazione e di ineluttabilità ai mali che periodicamente la angustiavano perché questi erano considerati come la giusta punizione di un Dio castigatore che si vendicava dei
peccati commessi. Quei pochi ospedali che esistevano costituivano dei luoghi pii in cui erano accolti in modo promiscuo infirmi,
expositi, pueri et virgines (malati, trovatelli, orfani e giovani nubili), una condizione che favoriva ineluttabilmente il contagio e l’aumento del numero dei morti. L’assistenza era prevalentemente religiosa, per tutte le altre esigenze ci si affidava a personale stipendiato, quindi non qualificato né motivato. Quando sul finire del ‘500 incominciò la sua opera caritatevole, San Camillo assistette e
contribuì in maniera decisa all’importante trasformazione dell’“Ospedale” così classicamente concepito. Questo luogo cominciò
ad essere considerato non più un ospizio per i poveri infermi, ma si trasformava sempre più in un luogo dove i malati trovavano
i medici e i chirurghi per curarli e dove gli infirmarii diventavano validi collaboratori per completare la cura. L’idea che il nostro
santo mise in pratica fu quella di un’assistenza globale che non facesse differenza tra una sublime cura dell’anima ed un’infima cura
del corpo, ma che considerasse entrambe come strumenti necessari per conseguire il fine principale di servire gli infermi in modo
totale e completo. Fu questo spirito che animò i suoi Crociferi, i portatori della croce rossa sul petto, anche quando intervennero
per assistere la popolazione dell’Agro nolano durante le pestilenze del 1594 e del 1600. Essi servirono i bisognosi con quella carità
e amore “che sogliono fare le madri verso i loro figliuoli infermi”.
L’ager nolanus e il progetto dei Regi Lagni
di Maria Carolina Campone
L
a situazione artistica e culturale di Nola tra la fine del XVI secolo e i primi anni
del secolo successivo è stata ampiamente chiarita e illustrata da una serie di indagini connesse a Progetti di Ricerca di rilevante Interesse Nazionale (PRIN)
condotti dalla Seconda Università di Napoli.
Le risultanze emerse, oltre a proporre una chiave di lettura inedita per i processi architettonici e artistici in atto nell’ager nolanus, hanno rilevato la straordinaria fioritura
artistica della città, pur in un periodo segnato da una grave emergenza igienico-ambientale, legata al dissesto idrogeologico del territorio. Nel tentativo di far fronte a tale
situazione, già a partire dalla seconda metà del XV secolo, i sovrani aragonesi avevano
ideato un articolato programma di bonifiche, servendosi di ingegneri e tecnici rinomati
presso le maggiori corti italiane, con un impegno destinato a culminare nella costruzione
dei Regi Lagni, grandiosa opera idraulica, cui partecipò, fra gli altri, anche Domenico
Antonio Fontana.
All’interesse per la soluzione del problema si deve, fra l’altro, la produzione di una
G.B. Cavallari, De morbo epide- serie di pergamene, con la raffigurazione di Napoli e del suo entroterra, in cui l’immagimiali nolano (1602). Rappresen- ne di Nola è affidata alla presenza dell’anfiteatro romano e contrassegnata da un ampio
tazione dell’ager nolanus, parti- nucleo urbano cinto da mura. Un testo -edito di recente in versione italiana- il De morbo
colare della città di Nola.
epidemiali nolano, scritto da Giovan Battista Cavallari in occasione dell’epidemia verificatasi nell’anno 1600 a causa del ristagnare delle acque piovane, costituisce, con la pianta
allegata, un documento importante per la storia dell’architettura e del paesaggio, restituendo il quadro della città, com’era nel
momento in cui vi giungeva, proprio per far fronte all’epidemia, Camillo de Lellis.
Il confronto con superstiti atti d’archivio rende il quadro di un periodo drammatico, segnato da ricorrenti epidemie, nel
far fronte alle quali si distinsero, stando alla testimonianza del Cavallari, i Gesuiti e i Camilliani. Proprio fra il 1600 e il 1601,
stando alla documentazione in nostro possesso, i lavori dei lagni subirono una battuta d’arresto, a causa della mortalità, che
raggiunse un’incidenza altissima fra gli addetti ai lavori.
Il De morbo epidemiali rappresenta una testimonianza di grande valore per ricostruire l’assetto urbano agli inizi del XVII
secolo e, nel contempo, per riflettere sul degrado attuale, che ha ridotto un’opera di alta ingegneria a discarica a cielo aperto,
con conseguenze nefaste sull’attuale assetto della Campania felix.
VI
San Camillo De Lellis
Fede e sofferenza quattrocento anni dopo Camillo
Un medico e la malattia di Antonio Falcone
Secondo una illuminata tradizione scientifica il nome della stessa malattia include una indefinita molteplicità di espressioni secondo le persone che sono colpite. E rientra innanzitutto nel potere della persona fare della malattia un luogo di esperienza passiva oppure un percorso di umanità e di Grazia, prendendo in mano il timone di se stessi con l’aiuto dell’Alto. Intorno a noi girano spesso
parole e citazioni che vengono riportate, senza minimo riscontro nella realtà vissuta. Il periodo della malattia che mi ha interessato,
dal 6 novembre 2013, quando mi fu asportata una apparente banale cisti, rivelatasi un raro tumore maligno, è stato un processo di
coscientizzazione di me stesso in senso integrale. Il mio vocabolario di vita è rinato come daccapo.
Avevo sempre contato tra gli anni di Grazia soltanto quelli felici della laurea, delle nozze, della nascita dei miei figli, scartando
inconsciamente quelli meno appaganti o addirittura contrari alla sensibilità quotidiana. Mi è venuto spontaneo considerare come
anno di Grazia quello scorcio del 2013 in avanti, perché ho avvertito che il Signore Crocifisso e Risorto facesse singolarmente presa
su di me in un momento serale di colloquio con Lui. Anche i percorsi accidentati sono Grazia, se vissuti con Lui.
La mole di volumi che sono in casa mia e di cui sento il gusto ed il peso insieme, mi hanno sempre parlato di chissà quante civiltà
e culture, quando in una mattinata lunga e solitaria ho visto sporgersi da uno scaffale il testo del Concilio e mi venne l’intuizione
che della cultura è parte autentica la storia personale del nostro soffrire visibile o segreto. Così parla la Gaudium et Spes. Secondo
alcune insistenze della spiritualità dell’Azione Cattolica da cui provengo ed in cui tuttora mi ritrovo, non significa altro essere contemplativi itineranti o coltivare la clausura del cuore se non comunicare con il nostro Dio nei tempi facili e nei momenti cruciali.
E la malattia è sempre un tempo cruciale, quando soltanto i Salmi hanno la capacità di fornirci le parole giuste. Ma non solo il mio
linguaggio di vita è rinato, soprattutto i miei rapporti sono stati investiti da altro significato in questo periodo.
La nostra vita è un tessuto di dipendenze e di iniziative libere che dobbiamo sviluppare con umiltà e responsabilità nello stesso
tempo.
Con verismo inaudito ho capito il senso di quella frase talora insignificante “essere nelle mani degli altri”. Ho capito plasticamente cosa volesse dire, quando “hanno messo su di me le loro mani” amiche e competenti il dott. Lino Raimo, nonché il prof.
Nicola Mozzillo con la sua equipe del “Pascale” di Napoli. Ho lentamente smesso la veste, qualche volta altera, del guaritore e mi
sono ritrovato con la tuta del ferito, distinto e confuso con tante persone che incontro ogni giorno. Per la verità in quella stessa
circostanza ho sperimentato soprattutto il peso dell’espressione di essere “nelle mani di Dio”, come tante volte siamo soliti dire. E
sono davvero ottime mani.
In questo intreccio positivo di esperienze, unitamente a tanti altri momenti di incertezza, ho attraversato questo tempo particolare di me stesso. Ma sono state soprattutto alcune persone che mi hanno fatto dono di gratuità e di speranza ed attraverso di loro
ho intravisto segni visibili del Padre. Sono stati più gli altri a cercare me che io a cercare gli altri, sentendomi libero dall’isolamento
in cui è facile slittare in situazioni consimili. Parole francescane di serenità mi arrivano da Assisi da parte di Padre Alfredo M.
Avallone. Accenti mariani di speranza mi raggiungono da Lourdes con il mio amico dott. Alessandro de Franciscis, Presidente del
Bureau des Constatations Médicales de Lourdes. Una fitta rete di pazienti augura al suo medico di… indovinare
Essere medico per prendersi cura
la ricetta. Una fila di sacerdoti, amici e pazienti fanno il
di Luigi De Simone
mio nome al Signore. La mia consorte Teresa si ritrova,
senza sapere come, carica di inesauribile premura.
I trattati dell’arte medica sono abbastanza precisi nell’elencare
Ragioni di misura e di opportunità mi spingono a
le procedure standardizzate per potere correttamente visitare
chiudere l’elenco, nonché la storia illuminata e condivisa
un ammalato: anamnesi (cioè storia) familiare e personale,
di questo mio tempo particolare. Scatta in modo spontaremota e prossima; osservazione, ispezione ed anche palpaneo la constatazione di San Paolo di sentirsi forte proprio
zione; quindi si formula una diagnosi, si è in grado di fare una
nei momenti della prova, ma la forza non viene garantiprognosi, di prescrivere una terapia. Tutto questo, si sa ,costa
ta tanto dagli altri quanto da Colui che noi riusciamo a
tempo e, ahimé il tempo è avaro, passa veloce, bisogna far
completare nella sofferenza.
presto, essere frettolosi. Oggi poi, con lo sviluppo tecnologico
e con la necessità di ridurre al minimo l’assunzione di responI bambini di fronte al dolore
sabilità posso ottenere un qualche risultato prescrivendo una
serie di esami e di indagini strumentali. Eppure, io medico,
di Francesco Capasso
ho il dovere di curare imparando anche a prendermi cura del
Quando si parla di Pastorale della Salute si pensa alle
grandi tematiche della Sanità, dalle malattie, agli ospepaziente che mi ha scelto. Dove prendersi cura di una persona
dali, agli anziani. Si pensa poco ai bambini,ma spesso
significa pure poter ricorrere a sofisticate e complesse tecnosono proprio loro, i più piccoli, a restare soli di fronte
logie.
ad eventi di cui non comprendono il senso. La chiesa di
Oggi, diciamocelo in confidenza, urge un supplemento d’anioggi è chiamata a raccogliere questa sfida: illuminare delma come ci hanno ricordato figure che oggi definiamo li icone
la luce di Cristo tutte la situazioni di fragilità dell’uomo,
di “carità” verso i malati. Tali persone con molta semplicispesso troppo solo di fronte al ministero della sofferenza.
tà hanno saputo predersi cura dell’altro. L’hanno fatto con l’
Un uomo che muore, la malattia di un amico di scuoesempio della loro vita (Elisabetta d’Ungheria) e magari racla, un dolore che bussa alla porta di casa, spesso travolge
cogliendo intorno a sé persone dotate della stessa sensibilità
e sconvolge sopratutto i più fragili, i bambini, e li lascia
(san Camillo de Lellis, Madre Teresa di Calcutta); qualcusoli con domande a cui non ci sono, sul piano umano,
no, inoltre, è stato anche in grado di dare notevoli contributi
risposte. Da credenti sappiamo che si può andare oltre il
scientifici nel campo della medicina nella sua epoca (Giusepdolore, imparando a leggerlo, coinvolgendo la speranza
pe Moscati), senza sentirsi “minimizzato” nella sua professioche ci viene dalla nostra fede, per cogliere la prospettiva
ne quando, ogni giorno si chinava sull’ammalato, fermandosi,
di salvezza, e di pienezza di vita, presente anche quando
ascoltandolo, guardandolo, toccandolo, guarendolo.
la salute manca. Beati noi se riusciamo a trasmettere la
nostra fede anche ai nostri bambini.
VII
mensile della Chiesa di Nola
Diocesi di Nola
Biblioteca Diocesana San Paolino
Convegno
S. Camillo de Lellis e Nola
7 Aprile 2014 ore 19:00
Chiesa dei SS. Apostoli
Nola
San Camillo de Lellis
VIII
Patrono dei malati, dei medici e degli operatori sanitari
L’Ager Nolanus
ai tempi di San Camillo
Prof.ssa Maria Carolina Campone
Gli aspetti medico-assistenziali
nel sec. XVII
Dott. Eduardo Verrillo
La spiritualità di San Camillo
tra carità e servizio
Padre Antonio Puca
in
Diocesi
L’ Azione cattolica riprende il cammino dopo il rinnovo del Consiglio e della Presidenza diocesani
Un unico orizzonte
di Marco Iasevoli
L
a conversione missionaria cui
Papa Francesco ci sta “costringendo” non può escludere l’Azione cattolica e, in generale, il laicato organizzato. Anzi.
Guai a pensare che il Papa parli
“solo” alle gerarchie ecclesiastiche, “solo” ai sacerdoti e ai religiosi. I laici credenti sono dentro
a tutte le sfide indicate dal Santo Padre: ritrovare le motivazioni
spirituali del servizio alla Chiesa;
restituire ai poveri il posto d’onore nelle nostre comunità; andare
in cerca degli altri, e non aspettarli (invano) in sacrestia; leggere
i tempi ed essere creativi (e flessibili) nelle proposte formative;
dare al nostro agire il respiro del
“bene comune”, e non dell’”interesse particolare”; restituire dignità al tempo dello studio, della
famiglia e del lavoro; liberarsi dagli orpelli delle forme e dai pesi
falsificatori del potere (di ogni
tipo di potere).
L’Ac diocesana inizia il nuovo
triennio consapevole che in questo tempo “o si è coraggiosi, o si è
inutilmente tiepidi”. Negli ultimi
anni l’associazione ha registrato
un ampio consenso presso le comunità parrocchiali, tanti laici
hanno deciso di darsi una forma
associata per sostenere meglio la
pastorale locale. La presidenza
diocesana uscente ha dedicato a
questo lavoro di “promozione e
sostegno” le sue migliori energie,
coniugando questo sforzo con iniziative formative di alta qualità e
di forte rilievo pubblico.
La nuova presidenza si inserisce
in questo solco mettendo a fuoco
cinque priorità.
La prima: ciascuna associazione
parrocchiale, in particolare nuova
o fragile, deve ricevere dal centro
diocesano un sostegno ordinario,
costante, qualificato, attraverso
una rete di “tutor” esperti nella
formazione e capaci di relazioni
umane significative. Una particolare dedizione è necessaria per i
giovani, affinché non vengano assorbiti dal “servizio” e ricevano,
nelle forme possibili, la proposta
di un cammino di fede personale
e di gruppo significativo.
La seconda: il desiderio della
presidenza diocesana è che l’Ac
“serva” anche le comunità parrocchiali in cui l’associazione non
esiste, mettendo a disposizione la
sua tradizione formativa e la sua
esperienza educativa.
La terza: recuperare nella vita
delle comunità un’ampia fascia di
giovani coppie e adulti under 40
che hanno bisogno, per le specificità delle loro condizioni di vita,
di proposte agili e significative.
La quarta: promuovere una nuova presenza dei laici nella vita dei
quartieri e delle città, valorizzare
l’altissima dignità della vocazione
alla politica.
La quinta: la disponibilità
dell’associazione a collaborare
nell’ambito della pastorale diocesana e con le altre aggregazioni
laicali non solo per sentirci emotivamente “più famiglia”, ma anche
per agire insieme, concretamente, sui fronti che ci vedono, come
Chiesa, in ritardo o in affanno.
Il grande entusiasmo registrato
durante l’Assemblea diocesana ha
avuto un’eco fortissima nei primi incontri del Consiglio e della
Presidenza diocesana. L’esercizio
democratico, come al solito, ha
fatto bene all’associazione, l’ha
fatta crescere in maturità e unità.
L’esito più importante è l’assoluta convergenza di tutte le persone chiamate al servizio diocesano
sulla direzione di marcia da assumere: c’è un unico verso, un’unica
strada da percorrere, quella che
accorcia le distanze tra vita della
diocesi e vita delle parrocchie. In
questo senso, ci sentiamo dunque
pienamente corresponsabili del
cammino sinodale (comunionale)
intrapreso dalla Chiesa di Nola.
Forti del sostegno di padre Beniamino, sostegno che il vescovo assicura con stile paterno all’intero
laicato organizzato della diocesi,
intendiamo contribuire con entusiasmo, passione e volontà ad una
pastorale più legata alle esigenze
concrete delle persone, più snella, più creativa, più ordinaria. Il
terreno e il tempo sono fertili, ne
siamo certi.
marzo 2014
13
mensile della Chiesa di Nola
Centenario della nascita del Servo di Dio Padre Arturo D’Onofrio
L’apostolo dei giovani
di Alfonso Lanzieri
C
ento anni fa, l’8 agosto 1914,
nasceva a Visciano, nei pressi di Nola, il Servo di Dio Padre
Arturo D’Onofrio, fondatore della “Piccola Opera della Divina
Redenzione”, congregazione che
svolge la propria attività principalmente in favore dei bambini
bisognosi, oggi diffusa nel mondo
con circa quaranta istituti.
Tanti gli appuntamenti previsti
in occasione di questa importante ricorrenza: tra questi spicca
sicuramente la solenne concelebrazione eucaristica che si è
svolta presso il duomo di Nola,
lo scorso sabato 15 marzo, presieduta dal Cardinale Crescenzio
Sepe, arcivescovo metropolita
di Napoli, nella quale la diocesi
dei santi Felice e Paolino ha voluto ricordare e onorare il suo
illustre figlio. Accanto al Cardinal Sepe, naturalmente mons.
Beniamino Depalma, vescovo di
Nola, che all’inizio della celebrazione ha voluto ringraziare il
Signore per l’immenso dono di
grazia che in Padre Arturo ha voluto dare alla chiesa nolana. Con
loro, per la concelebrazione, anche mons. Domenico Sorrentino,
arcivescovo d’Assisi, mons. Luigi Travaglino, nunzio apostolico
nel Principato di Monaco, mons.
Felice Cece, arcivescovo emerito di Sorrento-Castellamare,
mons. Giovanni Rinaldi, vescovo
emerito di Acerra, mons. Gerardo Pierro, arcivescovo emerito
di
Salerno-Campagna-Acerno,
mons. Arturo Aiello, vescovo di
Teano Calvi, mons. Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa
Aurunca e mons. Oscar Rizzato,
arcivescovo elemosiniere emerito di Sua Santità. La cattedrale,
gremita dei fedeli della comunità
di Visciano e della Piccola Opera
della Redenzione, ospitava l’immagine della Madonna del Carpi-
14
marzo 2014
nello - per la quale Padre Arturo
nutriva una speciale devozione
- venerata nel Santuario Basilica
di Visciano, accanto al quale sorge tra l’altro la casa generalizia
della Piccola Opera. Presenti erano anche l’ Ordine Equestre del
Sacro Sepolcro di Gerusalemme
e l’Ordine dei Costantiniani. Tra
le numerose autorità convenute,
non poteva mancare il sindaco di
Visciano, dott. Pellegrino Gambardella, che al termine della
messa ha rivolto il suo doveroso
indirizzo di saluto ai presenti.
Nella sua omelia il Cardinale
Sepe ha anzitutto ricordato «la
gioia personale di aver conosciuto Padre Arturo, presso il seminario regionale di Salerno, quando
egli veniva a salutare i seminaristi». Poi, commentando il vangelo della Trasfigurazione, l’arcivescovo di Napoli ha rimarcato
«l’importanza anche oggi dell’annuncio instancabile del Vangelo
con animo missionario, annuncio
che passa per forza di cose dalla
testimonianza di Cristo nella propria vita, anche a costo del sacrificio personale. Occorre lasciarsi guidare e condurre da Dio in
questo cammino – ha proseguito
l’arcivescovo di Napoli – proprio
come ha fatto Padre Arturo. Dobbiamo mettere al primo posto la
volontà di Dio, che spesso, come
accaduto a Padre Arturo, ci guida per sentieri inaspettati. A noi
tocca sempre rispondere a Dio:
non come voglio io, ma come vuoi
Tu!».
Il Cardinale ha inoltre richiamato l’importanza della preghiera, del continuo colloquio col
Signore, unico mezzo per poter
testimoniare efficacemente il
Vangelo pur in mezzo alle difficoltà: «Padre Arturo parlava con
il Cristo e faceva parlare Cristo a
lui, sempre. Certe volte, leggendo le pagine dei diari che ci ha
lasciato, scorgiamo tanti passaggi
della sua vita toccati dalla sofferenza. Come mai? Perché senza
non c’è la resurrezione».
Prima della conclusione del
rito, poi, Padre Vito Terrin, superiore generale dei missionari di
Padre Arturo, ha ringraziato commosso il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, il cardinale Sepe,
gli altri vescovi presenti e i fedeli
convenuti per la celebrazione.
In
ch
oc
rr
Pa
ia
Una vita per gli altri
Don Salvatore Di Giuseppe: 50° anniversario di sacerdozio
Un grande gioco
A San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano la giornata speciale promossa dalla FISM
Fatti per essere felici
La promessa dei Cavalieri
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mensile della Chiesa di Nola
Don Salvatore Di Giuseppe: 50° anniversario di sacerdozio
Una vita per gli altri
Il profilo
di Umberto Guerriero
I
l 28 febbraio scorso don Salvatore Di Giuseppe ha celebrato
il 50° anniversario della sua ordinazione presbiterale avvenuta
a Roma nel 1964. Tale ricorrenza rappresenta non solo per don
Salvatore, ma per tutti coloro
che hanno avuto la grazia di incontrarlo nel proprio cammino
un motivo per rendere lode a
Dio. Il ministero presbiterale di
don Salvatore, caratterizzato da
esperienze tanto entusiasmanti
quanto differenti tra loro, è stato
certamente segnato in modo tutto peculiare dagli oltre 40 anni
trascorsi come pastore della parrocchia “S. Antonio di Padova” in
Terzigno. Nel giorno del suo in-
16
marzo 2014
gresso, risalente all’ottobre del
1973, all’allora vescovo di Nola,
mons. Guerino Grimaldi, che gli
chiedeva di esporre un breve programma per il suo parrocato, don
Salvatore non presentò una serie
di iniziative ma un progetto tanto entusiasmante quanto arduo:
rendere la comunità parrocchiale
a lui affidata un’autentica famiglia, in cui la tenerezza e la misericordia di Dio Padre potessero
essere incarnate attraverso gli
sguardi, i gesti e le parole di ciascun fedele. E il suo non è rimasto un mero auspicio. Don Salvatore ha saputo essere immagine
autentica del Padre Misericordioso, di colui cioè che è capace di
generare la vita autentica, senza che alcuno ne rimanga imbrigliato. Consentendo anche che i
propri figli percorressero sentieri
tortuosi che talvolta li allontanavano da lui, si è mostrato capace
di attendere trepidante, a braccia
aperte, il ritorno di ciascuno. Ha
scelto di essere un uomo umile,
in grado di declinare il ministero affidatogli come un autentico
servizio, un uomo capace di fare
spazio dentro e fuori di sé, tra le
convinzioni e i progetti personali, per lasciare che ognuno scoprisse il proprio posto, si sentisse
accolto, trovando il coraggio di
impegnarsi responsabilmente al
servizio del bene. Don Salvatore ha fatto proprio questo per le
persone che sono state affidate
alla sua cura pastorale: ha aiutato tutti a riconoscere i talenti che
il Signore ha affidato ai suoi figli
e ha insegnato a condividerli per-
Il racconto
di Francesco Stanzione
“Non voglio nessuna festa perché non voglio stare al centro
dell’attenzione”, sono state le sue prime parole sull’argomento cinquantesimo di sacerdozio. “Ma Don Salvatore la gente vi
vuole ringraziare per tutto ciò che gli avete fatto”. “Capisco e
li ringrazio ma non voglio nessuna esaltazione della mia persona”. Però poi una concessione, come è nel suo stile: “l’unica
cosa che desidero è ringraziare il Signore della vocazione che
mi ha donato e che si potesse dare una mano ad altri giovani
nel fare discernimento sulla vocazione, in particolare quella
al sacerdozio”. Da queste parole allora è stata organizzata, a
sua insaputa, con sentimenti di festa e di gratitudine e tra la
stima di tutti, una quattro giorni per il suo cinquantesimo di
sacerdozio di cui quaranta vissuti nella famiglia parrocchiale di
Sant’Antonio di Padova a Terzigno. Sono molti infatti a Terzigno
che tengono a precisare con riconoscenza: “mi ha battezzato
ed ha battezzato i miei figli”. Per tutti questi motivi la festa era
obbligatoria, celebrando e predicando intorno al tema di fondo
sulla figura del sacerdote. Il primo giorno, allora, c’è stata la
messa che ha aperto i festeggiamenti con il Vicario generale
Don Lino D’Onofrio, il secondo giorno i solenni Vespri presieduti da Don Franco Iannone, il terzo giorno, il 28 Febbraio la
data dell’ordinazione, la Santa Messa presieduta dal Vescovo
con la presenza di numerosissimi confratelli tra cui il Rettore
del Seminario e i seminaristi. Il quarto giorno, infine, la Messa
presieduta da Don Salvatore che ha ringraziato tutti, seguita da
una gioiosa festa con tutti i fedeli. Forse dire “Grazie Don Salvatore di tutto” sembra poco ma è la migliore sintesi possibile
di una bella vita vissuta alla sequela del Maestro.
ché, nella diversità dei carismi,
ciascuno potesse contribuire alla
costruzione del Regno di Dio nella
concretezza della realtà parrocchiale. Per farlo ha spesso scelto di rimanere dietro le quinte,
di non cedere in alcun modo alle
tentazioni del protagonismo, fuggendo le luci della ribalta. Lo ha
fatto nei confronti dei superiori,
dei confratelli presbiteri, ma anche dei fedeli che hanno condiviso con lui gioie, ansie, difficoltà,
sconfitte e vittorie della vita personale e parrocchiale. Ad essi don
Salvatore ha sempre concesso
grande fiducia, educando ciascuno alla responsabilità e all’impegno, senza nessuna preclusione,
senza chiusure, senza timore.
Nella seconda lettera a Timoteo
è contenuta un’esortazione fondamentale: «annuncia la Parola,
insisti al momento opportuno e
non opportuno» (2Tm 4,2). Don
Salvatore ha saputo fare proprio
questo impegno, con coerenza,
decisione, ironia e dolcezza; senza mai stancarsi di mostrare a
tutti la gioia di aver incontrato il
Cristo Risorto. Lo possono testimoniare i tanti alunni della scuola secondaria in cui ha insegnato con passione per tanti anni; i
cristiani in ricerca che ha guidato
attraverso una paziente e attenta
direzione spirituale; le famiglie e
gli anziani che ha accompagnato
nei momenti di gioia, ma anche
di crisi, di prova e di malattia; i
giovani in cui ha visto crescere e
maturare il desiderio di servire il
Signore percorrendo con coraggio
ed entusiasmo il cammino di sequela. Tra questi ci sono anch’io,
che oggi sono sacerdote per vocazione e per grazia di Dio. Don Salvatore ha ripetuto per me i gesti
del Maestro, chiamandomi a collaborare ad un grande progetto
d’amore e aiutandomi ad imparare il servizio ai fratelli vissuto
nell’impegno assiduo, nella gratuità e nel nascondimento. Oggi
anch’io voglio unire la mia voce
all’inno di lode che si innalza al
Signore per aver donato alla sua
Chiesa un pastore secondo il suo
cuore.
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mensile della Chiesa di Nola
A San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano la giornata speciale promossa dalla FISM
Un grande gioco
di Pasquale Prisco
L
e scuole della Federazione Italiana Scuole Materne da sempre, sia per quanto le riguarda
in quanto scuole, sia nell’attuale contesto culturale e sociale,
sono chiamate a svolgere il loro
irrinunciabile compito educativo
verso i bambini e di accompagnamento delle famiglie per quanto
loro compete.Più che mai oggi si
evidenzia un troppo di “confusione” intorno al mondo dell’educazione e della scuola: le famiglie,
nel momento della scelta della
scuola dell’infanzia per i propri figli, chiedono di essere sempre più
informate sulla scuola, sul progetto educativo che persegue, sui
servizi che offre.
Da qui la necessità di potenziare azioni e percorsi per sensibilizzare e informare le comunità,
proponendo “il mondo FISM”, l’identità valoriale, la competenza
pedagogica, la capacità di fare
scuola oggi, così che i genitori
scelgano in modo più consapevole
le “nostre scuole nella convinzione di compiere la migliore opzione” per i propri figli.
E così, insieme alla ricorrenza
dei 40 anni di attività della FISM,
le scuole della federazione hanno
pensato di coinvolgere tutte le
scuole FISM d’Italia in un “grande
gioco” nel quale bambini, educatrici e famiglie riscoprono e valorizzano alcuni ambiti importanti,
propri dell’essere scuola FISM:
venerdì 21 Marzo 2014 i bambini della grande famiglia FISM di
ogni parte d’Italia hanno giocato,
insieme ai proprio genitori, contemporaneamente e idealmente tutti insieme. Anche la Scuola
dell’Infanzia Paritaria “S. Maria
La Scala” – Scuola Cattolica – di S.
Giuseppe Vesuviano, che accoglie
circa 130.00 bambini e la scuola
dell’Infanzia Paritaria “S. Francesco di Assisi” di Ottaviano, che
accoglie circa 100 bambini hanno
preso parte all’iniziativa intitolata “TESORI. Un grande gioco per
dire che, tutti insieme, siamo una
scuola grande”: una scuola grande
e anche una grande scuola perché
ogni bambino è un tesoro da valorizzare ed è il vero tesoro delle
nostre comunità.
La F.I.S.M. nasce, a livello nazionale, nel 1973 quando la
Conferenza Episcopale Italiana ne promuove la costituzione
sulla base di esperienze associative provinciali già operanti;
nell’ottobre del 1974 si tenne il Congresso di fondazione. Oggi
è Associazione di categoria di importanza nazionale, riconosciuta dall’Agenzia delle Entrate il 17 luglio 2004. Le scuole
F.I.S.M. accolgono circa 660.000 bambini, (cioè il 43% di tutto
il servizio nazionale) e svolgono un prezioso servizio educativo pubblico: scuole pubbliche a gestione privata, dove sono
presenti rappresentano un’importante e consolidata risposta
alle esigenze delle famiglie e sono punto di riferimento per la
crescita e la socializzazione.
La promessa dei Cavalieri
fatti per esere felici
di Rosamaria De Rosa
L
a Promessa del Cavaliere di
Santa Giovanna d’Arco è un
gesto che viene richiesto liberamente ai ragazzi dalla prima alla
terza media inferiore, un momento per ripensare al percorso
fatto e dire un forte “sì” attraverso il carisma scelto. Le città
di Andria e Trani hanno fatto da
sfondo a questo momento vissuto
con trepidante attesa dai bambini, “un’emozione – ha detto
Daniela che frequenta i Cavalieri
dalla terza - da far battere forte
il cuore. Mi sono resa conto che il
Signore resta fedele anche quan-
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marzo 2014
do io non lo sono. È stato uno dei
momenti più bello della mia vita”.
Le giornate pur essendo solo due
sono sembrate mille ad Alessandro, che frequenta la III media,
per il quale “la promessa è stata un bellissimo ritorno dopo un
periodo di assenza: un momento
per riscoprire più vera un’amicizia”. Raffaele, invece, ha vissuto
la sua ultima promessa: “la gioia più grande è stato ricordare di
aver vissuto tre promesse ognuna con un amico diverso e in un
luogo diverso: volti e luoghi che
porterò sempre con me”.
In
a
ric
b
Ru
Il dialogo ecumenico
La mancata o scorretta comunicazione è spesso causa e conseguenza delle separazioni e divisioni
Lacrime per la speranza
A Pomigliano vescovo di Nola ha presieduto la messa per i funerali del panettiere morto suicida lo scorso febbraio
Rieducare con fiducia
“Pictur of life”: il progetto promosso dalla Comunità Jonathan di Scisciano
Un uomo scomodo
Pomigliano: una serata a Mimmo Beneventano, giovane medico, ucciso nel 1980 da sicari di Cutolo
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mensile della Chiesa di Nola
La mancata o scorretta comunicazione è spesso causa e conseguenza delle separazioni e divisioni
Il dialogo ecumenico
di Paolo Di Palo
L
’ecumenismo è uno stile di
presenza e di comportamento.
Comporta il dialogo come realtà
composita, il cui fine è quello
di ristabilire la comunione
ecclesiale,
la
ricostruzione
dell’«edificio spirituale» (1 Pt
2,4) che è la Chiesa, Corpo del
Risorto. La reciproca conoscenza
tra le varie confessioni cristiane
è il passo primo e necessario,
così come la condivisone è
percepire in maniera corretta
le somiglianze e le diversità. Il
percorso deve avere come logica
conclusione il ristabilimento
dell’unità di tutti i battezzati (Ut
unum sint, 77).Nel nostro tempo,
la comunicazione è una realtà che
investe, definisce e dirige cultura
e società, persone e istituzioni.
La comunità ecclesiale non può
prescindere dal rapportarsi ad
essa, realtà omnicomprensiva,
chiamando in causa anche la
dimensione religiosa e spirituale
della persona. Nella prospettiva
ecumenica, la mancata o la
scorretta
comunicazione
è
spesso causa e conseguenza delle
separazioni e divisioni. Spesso
si ha una conoscenza delle altre
confessioni cristiane superficiale,
parziale,
condizionata
da
pregiudizi e stereotipi, cioè
segnata
da
difetti
nella
comunicazione. La divisione,
ancor più quando si verifica
in un clima di polemiche e di
vibrati contrasti – come spesso
si è verificato negli scismi e
nelle separazioni confessionali –
crea un imbarazzo, una barriera
difficile da filtrare, quando non
ardua nel riconoscimento.
Il dialogo ecumenico predispone
all’ascolto
dell’altro,
senza
presupporre di già conoscere,
di già aver compreso, valutato,
giudicato, risolto. L’ascolto è
una dimensione profonda che
è suggerita e insegnata dalla
Scrittura, è una categoria che
caratterizza la vita dell’uomo
biblico: da Abele a Maria, alle
donne e uomini giusti che sono
persone in ascolto della parola
20
marzo 2014
del Signore su se stessi. Il
Regno di Dio si diffonde per la
proclamazione e l’ascolto del
messaggio del Signore Gesù. La
fede nasce ex auditu. Così anche
il dialogo per l’unità.
Dialogare significa ascoltare,
lasciarsi raggiungere dalla lieta
notizia sull’altro, lasciare che
l’altro si narri, si racconti,
comunichi la sua storia, la sua
identità.
Dialogare
significa
sapersi
raccontare,
narrare
se stessi in modo nuovo, tale
da portare uno svelamento
su ciò che non è conosciuto o
incompreso, senza alcuna falsità
o compromesso. Il dialogo è
presentare un modo diverso e
sincero la propria appartenenza,
ossia il proprio credo e la
propria esperienza di vita.
Narrazione, identità, tradizione
sono legate intrinsecamente.
Esse costituiscono una “identità
narrativa” (A. MacIntyre): la vita
è una «storia», un «dramma» da
rappresentare, in cui gli «attori»,
cioè le persone, devono raccontare
e spiegare le proprie esperienze,
le azioni e le emozioni, in modo
che ciascuno possa conoscere
il proprio ruolo e dirigere il
proprio agire. Questa visione
narrativa, nel mondo ecumenico,
ha una valenza antropologica
ed ecclesiale, costituisce la
narrazione di sé e della propria
storia, costituisce, definisce,
interpreta l’identità stessa del
soggetto, così come la narrazione
dell’esperienza religiosa, del
proprio profilo confessionale
porta alla comunicazione della
propria identità comunitaria.
È il valore della «tradizione»,
la quale è la narrazione
dell’esperienza
comunitaria,
l’insieme delle esperienze e
dei racconti che costituiscono il
contesto di ciascuna narrazione
singola e che ne determinano
coerenza e permanenza. Anche
questa prospettiva è di rilevanza
chiara per il dialogo ecumenico,
in quanto offre la capacità di
comprendere le relazioni tra
le diverse tradizioni. Poiché ci
si può narrare in molti modi, il
percorso ecumenico può essere
offerta di una strategia concreta
per crescere verso la comunione.
Attraverso il dialogo ecumenico
si delinea una antropologia del
dialogo, in cui ogni persona è
chiamata ad essere pienamente
tale, a prendere in mano il
senso profondo della propria
storia personale e comunitaria,
così da farsi dono per l’altro.
Questa verità sull’essere umano
come persona e come dono
è intrinsecamente legata al
messaggio di Cristo Signore: la
persona è creata gratuitamente,
è immagine e somiglianza del Dio
personale, perciò porta in sé il
carattere indelebile dell’essere
“mistero”. In questo c’è la
profonda dignità e bellezza della
persona: «la sola creatura che
Dio abbia voluto per se stessa
non può ritrovarsi pienamente se
non attraverso un dono sincero
di sé» (GS 24). L’essere creato
a immagine e somiglianza di Dio
porta in sé anche la dimensione
trinitaria; la persona porta,
dunque, in sé anche il carattere
indelebile della relazionalità.
L’atteggiamento di “dialogo” si
situa al livello della natura della
persona e della sua dignità (Ut
unum sint, 28) e ciò significa e
comporta che la persona non
solo intraprende un dialogo, ma
è dialogo essa stessa, in quanto
la relazionalità è intrinseca alla
natura creaturale e all’essere
a immagine di Dio Amore. Una
formazione ecumenica è chiamata
a sottolineare l’importanza di
sviluppare gli aspetti relazionali
e comunionali degli individui
e delle comunità coinvolte nel
dialogo. Il presupposto al dialogo
è la relazione interpersonale. Ciò
è fondamentale perché ciò che
si prefigge il dialogo ecumenico
riguarda tutta intera la comunità
ecclesiale, il suo essere popolo di
Dio, nella sua struttura visibile
come comunità confessante. Essa
è il sì all’ecumenismo.
in
Rubrica
A Pomigliano vescovo di Nola ha presieduto la messa per i funerali del panettiere morto suicida lo scorso febbraio
Lacrime per la speranza
di Daniele De Somma
«
Noi tutti affidiamo Eddy nelle
mani di Dio al quale chiediamo
di dare coraggio alla moglie, ai figli, ai genitori, ai fratelli e a tutti
i suoi amici, perché la vita deve
continuare». Sono le parole del
Vescovo di Nola Beniamino Depalma durante la tradizionale messa,
ad un mese dalle esequie, dedicata ad Eduardo De Falco, per tutti
Eddy, il panettiere morto suicida a
fine febbraio dopo che due ispettori del lavoro di Napoli gli avevano ratificato una multa da 2mila
euro e una serie di difformità, tra
cui due lavoratori in nero, durante un controllo al suo panificio di
corso Umberto I a Casalnuovo.
Insieme al Vescovo Depalma alla
chiesa Santa Maria del Suffraggio,
all’interno del quartiere ex 219 di
Pomigliano, c’erano i parroci di
tutte le parrocchie della città, tra
cui il responsabile della pastorale del lavoro don Aniello Tortora,
parroco della chiesa dedicata alla
Madonna del Rosario e don Peppino Gambardella di San Felice
in Pincis, definito dai cronisti “il
prete degli operai”, per via delle
sue partecipazioni in prima linea
alle battaglie in favore dei diritti
dei lavoratori.
Tutti si sono stretti attorno alla
famiglia di Eddy, molto conosciuta in questo quartiere di periferia, distante in egual misura dal
centro di Pomigliano e da quello
di Casalnuovo. L’uomo si è tolto
la vita inalando i gas del tubo di
scappamento della sua auto con
un tubo di gomma. Ha lasciato
una moglie e tre figli, una ragazza 14enne e due gemelli di appena 5 anni.
«Dobbiamo aiutarci gli uni gli
altri, – ha precisato il Vescovo durante l’omelia – non voglio lacrime di disperazione ma di grande
speranza. Mi auguro che il sacrificio di Eddy, e di tanti altri come
lui, ci aiuti a farci forza e a capire
che ce la possiamo fare. Tutti insieme, nessuno escluso. Ma dobbiamo indirizzare la bussola della nostra vita su ciò che vale sul
serio, mettendo da parte tutte le
cose inutili a cui la nostra società ci ha abituato. La nostra vita
deve continuare, ma non in maniera egoistica, perché il sacrificio di Eddy deve servire a qualcosa, altrimenti la sua morte sarà
vana. Dobbiamo fare in modo che
una tragedia come questa non avvenga a Pomigliano, non avvenga
a Nola e non avvenga in nessun
altro luogo, mai più».
Alla messa erano presenti, per
dimostrare solidarietà alla famiglia, tanti componenti dell’amministrazione comunale tra cui il
sindaco Lello Russo, l’assessore
alla politiche sociali Leonilde Co-
lombrino e quello allo sport e alla
viabilità Gianfranco Mazia.
«Faccio mie le parole del vescovo, – ha commentato il consigliere comunale Mattia De Cicco, neo
coordinatore del circolo di Forza
Italia e responsabile della commissione politiche sociali, anche
lui presente alla messa – la politica può solo piangere di fronte a
questa tragedia. E rimboccarsi le
maniche per far sì che fatti come
questo non si ripetano».
La storia di Eddy è rimbalzata
su tutti i giornali e le tv italiane,
fino ad arrivare anche al blog di
Beppe Grillo, attraverso le parole
del vicepresidente della Camera
Luigi Di Maio, che ha aderito alla
campagna di donazioni, organizzata dall’Ape, Associazione per
Esercenti a favore della famiglia
di Eddy per poter riuscire a riaprire il panificio, che è rimasto
chiuso dalla morte del suo titolare.
«Eddy, – scrive Di Maio – lo avevo conosciuto qualche anno fa.
Venne a proporre al Movimento
5 Stelle di Pomigliano un progetto sul latte e pane a “km 0”. Mi
disse: “lanciatelo voi, io lavoro
come un somaro”. Davanti all’umiliazione di quella multa non ha
retto e si è tolto la vita. Eddy era
uno tosto. Se non ha retto lui, allora c’è da preoccuparsi».
marzo 2014
21
mensile della Chiesa di Nola
“Pictur of life”: il progetto promosso dalla Comunità Jonathan di Scisciano
Rieducare con fiducia
di Luigi Mucerino
S
uperando attese scontate di
tipo legale, la voce autorevole
del Dipartimento per la giustizia
minorile, dottoressa Serenella
Pesarin, ha trasmesso ai ragazzi
della Comunità Jonathan di
Scisciano l’invito ad avere
fiducia e assecondare l’energia di
promuovere se stessi. Costretta
tra le carte di procedure
quotidiane, la stessa Pesarin ha
ancora puntato un tiro di natura
utopica, quando ha espresso
l’auspicio di cancellare le
carceri. Non demagogia spuria,
ma invocazione ideale che sorge
dal cuore della cruda realtà.
I due accenni testimoniano
l’atmosfera che ha caratterizzato
la presentazione, lo scorso 11
marzo, di “Picture of life”,
progetto promosso dall’ promosso
dal Ministero di Giustizia Dipartimento Giustizia Minorile,
con la società Manfrotto (a Vitec
Group brand) e l’associazione
Jonathan con l’obiettivo di dare
una possibilità di qualificazione
professionale ai giovani inseriti
nella Comunità dell’Associazione
Jonathan,supportandoli
nel diventare dei fotografi
professionisti.
Presenti autorità di vario
ordine, giornalisti, numerose
persone di ordinario interresse.
Con la sua divisa spiccava
il
comandante
Giovanni
Marchitelli, simbolo e vindice
concreto “dell’ordine pubblico”.
Il direttore del Centro di giustizia
minorile della Campania, dottor
Giuseppe Centomani, ha scavato
in profondità nell’area della
psico-pedagogia, quando ha
osservato che i ragazzi vanno
progressivamente accompagnati
ogni giorno nel porsi e nel
costruire
alcune
domande
essenziali intorno a se stessi, gli
altri e il mondo. Non è mancata
all’appuntamento con il suo
contributo la presidente del
Tribunale di Sorveglianza del
servizio minorile, dottoressa
22
marzo 2014
L’Associazione JONATHAN onlus nasce agli inizi degli anni ‘90
per iniziativa di un gruppo di operatori sociali di orientamento
multidisciplinare in risposta ad una forte richiesta di nuove risorse da impegnare nel difficile e complesso universo del disagio e della devianza adolescenziale.
Il progetto operativo si sviluppa nelle attività di recupero, formazione, ricerca e documentazione con interventi di sostegno
e integrazione alle Istituzioni, Enti Locali e del privato sociale.
Il progetto dell’Associazione nelle sue varie articolazioni prevede tra gli obiettivi programmatici la centralità del suo impegno
nelle quattro unità residenziali attualmente esistenti: Comunità “Jonathan” di Scisciano (Na) ; Comunità “Colmena” di Marigliano (Na); Comunità “La casa di Luca” di San Vitaliano (Na);
Comunità “Oliver” di Scisciano (Na).
Ornella Ricci. È toccato al
direttore delle Risorse Umane
Manfrotto, dott. Marco Scippa,
illustrare il senso e la portata del
progetto che non tende a fornire
istruzioni empiriche per l’uso,
ma a prospettare la professione
del fotografo come itinerario
di conoscenza “dell’oggetto” e
di coscientizzazione personale.
La fotografia non è un risultato
strumentale,
ma
coinvolge
gli aspetti molteplici della
persona, perché chiama in
causa il senso di individuazione
e
di
contestualizzazione
dell’operatore, la sua capacità
interpretativa,
nonché
la
prefigurazione dell’effetto in
ambito personale e sociale.
L’immagine si colloca oggi
al centro delle scienze della
comunicazione,
dopo
aver
interessato già altri ambiti di
ricerca, perché essa si pone come
amplificazione della conoscenza
e come prolungamento della
realtà. Rimanendo pertanto
ancorati ai soggetti della
comunità Jonathan, è evidente
l’aderenza rieducativa di siffatta
proposta formativa per i nostri
adolescenti
provenienti
da
esperienze in cui si sono visti
incastrati a causa di furti, scippi,
droga nell’area di Avellino e di
Napoli, come Secondigliano,
Soccavo, Ponticelli.
Le voci che compongono il
laboratorio fotografico sono state
puntualmente presentate dalla
signora Loredana per conto della
Manfrotto, che detiene il primato
nel settore degli accessori della
fotografia e che ha sponsorizzato
il progetto.
Il profilo e la storia della
comunità Jonathan sono stati
presentati dalla dr.ssa Silvia
Ricciardi, che ha il merito, in
tandem con il dottor Vincenzo
Morgera, di aver iniziato e
proseguito
con
intelligente
tenacia l’esperienza di Scisciano.
Dell’ospitalità che data da
oltre venti anni si è detto
fiero
il
sindaco
professor
Edoardo Serpico. Come luogo di
accoglienza è stato inquadrato il
centro Jonathan secondo molte
direzioni. E accogliere non è un
verbo morbido, come potrebbe
sembrare, perché è un processo
sereno e forte. Sono interessati
a coniugarlo i soggetti della
devianza, vincendo gli opposti
sentimenti della rabbia e
dell’indifferenza, attingendo e
sviluppando in modo alternativo
le loro risorse personali. Senso
di accoglienza va espresso da
parte di tutti gli interlocutori,
che a vario titolo interagiscono
con gli adolescenti attraverso
una relazione di aiuto intessuto
di fiducia e di corresponsabilità.
in
Rubrica
Pomigliano: una serata a Mimmo Beneventano, giovane medico, ucciso nel 1980 da sicari di Cutolo
Un uomo scomodo
di Biagio Palmese
7
Novembre 1980: un mattino
come tanti per molta gente,
non per Mimmo Beneventano e
la sua famiglia. No, per loro no!
Per Mimmo, medico e chirurgo
32enne, amante della vita e
impegnato nella politica, fu
quello l’ultimo giorno in cui vide
la luce del sole.
Era nella sua macchina, una
Sinca 1000, pronto come tutte le
mattine per andare ad esercitare,
con entusiasmo e il sorriso
sul volto, la sua professione
all’ospedale San Gennaro di
Napoli. Ad un tratto sette colpi
di pistola: Pam, pam, pam…..
pam, pam….pam, pam! I sicari
della nuova camorra organizzata
capitanata da Raffaele Cutolo:
anche loro quel giorno avevano
compiuto il loro dovere.
Due missioni, due professioni:
Mimmo salvava la gente, Cutolo
e i sicari la uccidevano. Mimmo
ridava la vita, risanava le ferite,
donava un sorriso; Raffaele
e la camorra la toglievano,
procuravano
sofferenze,
la
morte. Una violenza senza
precedenti, quella imposta da
Cutolo: a Mimmo questo non
andava bene e voleva essere
testimone di una vita “legale”.
E così è stato.
Giovane di Azione Cattolica,
che come tanti altri, amava
cantare,
suonare,
scrivere
poesie, amava la cultura. La
sua missione: dare aiuto ai più
deboli. Il suo sì, incondizionato,
incessante, generoso e umile,
non mancava mai. In parrocchia,
in diocesi, in Italia, Mimmo c’era
con la mente e con il cuore.
Amava la vita fino a dedicarsi
anima e corpo all’impegno civile
che impegnato politicamente in
prima persona con il PCI (Partito
comunista italiano) fino a
diventare consigliere comunale,
proprio di Ottaviano, comune
dove Cutolo “regnava”: la politica
per lui era il prolungamento di
un impegno civile accanto alle
persone che hanno più bisogno
degli altri: i poveri.
Una storia, una vita, una
testimonianza
che
sarebbe
rimasta nascosta, dimenticata,
tralasciata se qualcuno non
avesse pensato di “darle vita….
darle cuore”: RI-COR-DARE,
come dare cuore. È questo il filo
rosso che ha guidato la serata del
22 marzo promossa dal Centro la
Pira di Pomigliano d’Arco e dal
Movimento Educativo d’Impegno
Ecclesiale.
Pezzi di ricordi, scritti su fogli
diversi, ma che insieme hanno
dato corpo ad una storia armonica
di un giovane che, come tante
persone presenti nella sala, era
di Azione Cattolica, ma più di
tutti i presenti aveva capito fino
in fondo che il suo compito nella
vita era quello di “conformarsi
a Cristo”; amare la vita fino al
punto di perderla per gli altri.
Amici di Mimmo, conoscenti,
uditori: il tempo trascorso al
centro ha lasciato certamente un
segno in tutti i presenti. Grazie
all’interpretazione magistrale di
Edoardo Ammendola, si è potuto
dare vita ai tratti più “umani”
della persona di Mimmo. Tanti
volti, per una sola storia, che
non può essere dimenticata e
dovrebbe vedere il suo prosieguo
nell’impegno civile di ogni
persona politica contemporanea.
Concludendo,
lascio
una
domanda: e tu, sei pronto ad
impegnarti per la vita? Ad essere
UOMO SCOMODO?
marzo 2014
23
Messaggio per la Quaresima.
Esercizi di comunione
“Padre, qui ciascuno vive la propria fede come un’impresa eroica e solitaria, una crociata individuale,
nessuno avverte l’esigenza di far crescere la propria fede insieme agli altri, nella gioia, nella semplicità
dello stare insieme, nella condivisione. Ciascuno preferisce restare nel chiuso della propria stanza e
delle proprie convinzioni, cercando sostegno alle proprie idee tra coloro che la pensano nello stesso
identico modo…”.
Ricordo la sera in cui Anna, rompendo ogni formalismo e ingessatura, ha pronunciato queste parole
dinanzi a me, al suo parroco e all’intera comunità. Era un giovedì freddissimo e piovoso, e mi ha
rivelato in pieno il senso di questo nuovo viaggio che sto compiendo nelle parrocchie della nostra
diocesi. Parole non isolate. In queste settimane tanti altri, specie giovani, mi hanno fatto capire
che dinanzi a noi una sola è la sfida fondamentale: quella della comunione, della fraternità, del
“camminare insieme”.
Il tempo della Quaresima è più che mai proficuo per raccogliere questa sfida. Un tempo di silenzio,
in cui ciascuno può uscire da sé e piegare il proprio ego nella preghiera dinanzi al Cristo sofferente.
Tempo proficuo per una conversione autentica, in cui la coscienza si rinnova nella verità e alimenta
gesti nuovi e concreti di amore per l’altro.
D’altra parte non abbiamo comode vie d’uscita: o i nostri talenti sono a servizio di un progetto
comune, che coinvolga tanti, o sono sprecati, rovinati e deprezzati dalle lusinghe e dai successi
effimeri dell’individualismo. Propongo perciò a tutti , laici impegnati e sacerdoti, religiosi e diaconi,
seminaristi, credenti e non, uomini e donne di buona volontà, di vivere questi giorni uscendo da se
stessi e impegnandosi in piccoli grandi “esercizi di comunione”.
Accogliere la diversità. Impegniamoci a non circondarci di “simili”, ad abbandonare la paura del
diverso, ad accettare la sfida di un pensiero alternativo al nostro. “Cantarsela e suonarsela” non
serve a nessuno, ci fa solo diventare più piccoli e non più grandi. Questo tempo nuovo non vuole
ascoltare abili solisti ma un coro intonato dalla ricerca del bene comune.
Spezzare il pane della responsabilità. Impegniamoci a non assegnare più ad altri i compiti che
spettano a noi, in quella logica della “delega” e del “rinvio” che forse – e purtroppo – abbiamo
appreso dalle nostre
classi dirigenti. Allo stesso tempo, però, proponiamo uno stile nuovo di condivisione, solidarietà e
fraternità: come il Cireneo, proviamo a prenderci un pezzetto delle responsabilità altrui e, senza
deliri di
onnipotenza, troviamo l’umiltà di affidare a chi ci è vicino pezzetti dei pesi che toccano a noi.
Esserci, ma senza presenzialismi. Impegniamoci a occupare “l’ultimo banco”. Abbandoniamo la
tentazione di voler essere sempre in vista, sempre al primo posto. “Esserci” è un valore, ma il
presenzialismo ne è la negazione. Il protagonismo a tutti i costi soffoca i talenti altrui, educa le
comunità alla delega, non aiuta a formare una coscienza critica, spinge tutti a pensare che basta
seguire il leader per risolvere tutti i problemi.
Lasciare le medaglie a chi è sempre nelle retrovie. Impegniamoci a fare gioco di squadra. E a
mandare sul podio, quando c’è da raccogliere una medaglia, le persone più umili, quelle che fanno
il “lavoro sporco”. Il mediano che recupera i palloni a centrocampo, il difensore che permette e allo
schiacciatore di fare punto.
Ascoltare e valorizzare le idee altrui. Impegniamoci a porci in un atteggiamento di “ascolto
permanente” del mondo che ci sta intorno. Non esistono persone interessanti e persone meno
interessanti. Interiorizzare e condividere le esperienze di vita altrui, e le idee e visioni del mondo
che da esse derivano, significa aumentare esponenzialmente la consapevolezza del proprio compito
nel mondo.
Accoglienza, corresponsabilità, presenza umile, valorizzazione degli altri, ascolto. Cinque esercizi
per una Quaresima che ci prepari davvero al senso più profondo della Pasqua: la comunione tra gli
uomini nella gloria del Cristo risorto.
+ Beniamino Depalma
Arcivescovo, Vescovo di Nola

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