113/114 - Centro Studi Cinematografici

Comentarios

Transcripción

113/114 - Centro Studi Cinematografici
SOMMARIO
n. 113-114
Anno XVII (nuova serie)
n. 113-114 settembre-dicembre 2011
Abduction – Riprenditi la vita ................................................................
46
Bimestrale di cultura cinematografica
Alba del Pianeta delle scimmie .............................................................
29
Edito
dal Centro Studi Cinematografici
Avventure di Tin Tin e i segreti dell’unicorno .........................................
28
Baciato dalla fortuna .............................................................................
55
00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6
tel. (06) 63.82.605
Sito Internet: www.cscinema.org
E-mail: [email protected]
Aut. Tribunale di Roma n. 271/93
Bad Teacher: una cattiva maestra .........................................................
20
Benvenuti a Cedar Rapids ....................................................................
38
Box Office 3D ........................................................................................
50
Captain America – Il primo vendicatore ................................................
26
Abbonamento annuale:
euro 26,00 (estero $50)
Versamenti sul c.c.p. n. 26862003
intestato a Centro Studi Cinematografici
Spedizione in abb. post.
(comma 20, lettera C,
Legge 23 dicembre 96, N. 662
Filiale di Roma)
Si collabora solo dietro
invito della redazione
Direttore Responsabile: Flavio Vergerio
Direttore Editoriale: Baldo Vallero
Cast e credit a cura di: Simone Emiliani
Segreteria: Cesare Frioni
Carnage ................................................................................................
2
Come ammazzare il capo….e vivere felice ...........................................
51
Conspirator (The) ..................................................................................
36
Contagion ..............................................................................................
14
Dangerous Method (A) ..........................................................................
18
Debito (Il) ..............................................................................................
21
Drive ......................................................................................................
41
Faccio un salto all’Avana .......................................................................
17
Four Lions .............................................................................................
10
Giallo/Argento .......................................................................................
43
Harry Potter e I doni della morte – Seconda parte ...............................
7
Horror Movie .........................................................................................
54
Io sono Li ..............................................................................................
53
Redazione:
Marco Lombardi
Alessandro Paesano
Carlo Tagliabue
Giancarlo Zappoli
Jane Eyre ..............................................................................................
11
Johnny English – La rinascita ...............................................................
23
Melancholia ...........................................................................................
39
Misura del confine (La) .........................................................................
48
Hanno collaborato a questo numero:
Veronica Barteri
Elena Bartoni
Maria Cristina Caponi
Luca Caruso
Tiziano Costantini
Marianna Dell’Aquila
Simone Emiliani
Diego Mondella
Fabrizio Moresco
Danila Petacco
Francesca Piano
Silvia Preziosi
Tiziana Vox
Next Three Days (The) ..........................................................................
9
Pelle che abito (La) ...............................................................................
24
Pinguini di Mr. Popper (I) .......................................................................
52
Stampa: Tipostampa s.r.l.
Via dei Tipografi, n. 6
Sangiustino (PG)
Nella seguente filmografia vengono
considerati tutti i film usciti a Roma e
Milano, ad eccezione delle riedizioni.
Le date tra parentesi si riferiscono alle
“prime” nelle città considerate.
Priest .....................................................................................................
4
Puffi 3D (I) .............................................................................................
16
Senza arte né parte ..............................................................................
30
Separazione (Una) ................................................................................
44
Student Services ...................................................................................
12
Terraferma .............................................................................................
42
This Must Be the Place .........................................................................
34
Tomboy .................................................................................................
31
Tourneè .................................................................................................
13
Transformes 3 .......................................................................................
3
Tutta colpa della musica ........................................................................
57
Ultimo terrestre (L’) ................................................................................
56
Venere nera ..........................................................................................
33
Villaggio di cartone (Il) ..........................................................................
47
World Invasion ......................................................................................
6
Tutto Festival – Pesaro Film Festival 2011 .......................................
59
Tutto Festival – Venezia Film Festival 2011 ......................................
61
Film
Tutti i film della stagione
CARNAGE
(Carnage)
Francia/Germania/Polonia, 2011
Regia: Roman Polanski
Produzione: Saïd Ben Saïd per SBS Productions/Constantin
Film Produktion/SPI Poland
Distribuzione: Medusa
Prima:(Roma 16-9-2011; Milano 16-9-2011)
Soggetto: tratto dall’ omonima pièce teatrale di Yasmina Reza
Sceneggiatura: Roman Polanski, Yasmina Reza
Direttore della fotografia: Pawel Edelman
Montaggio: Hervé de Luze
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Dean Tavoularis
Costumi: Milena Canonero
Co-produttori: Oliver Berben, Martin Moszkowicz
n un parco di New York due ragazzini si azzuffano: uno dei due
sferra all’altro una bastonata in
faccia che gli spacca due denti e gli ferisce un labbro.
Qualche giorno dopo, Nancy e Alan
Cowan, genitori del feritore, coppia altolocata appartenente all’establishment della
città (lui è un grosso avvocato delle multinazionali farmaceutiche), fanno visita a
Penelope e Michael Longstreet, genitori
del ferito: lo scopo è quello di rasserenare
gli animi di adulti e ragazzi per ripristinare un rapporto civile tra tutti e di preparare un incontro tra i due figli affinchè “depongano le armi” e riprendano, senza revanscismi, la loro amicizia.
I Longstreet sono una coppia ben diversa: lui venditore di articoli per la casa
I
Direttori di produzione: Frédéric Blum, Vincent Lefeuvre
Casting: Fiona Weir
Aiuti regista: Mareike Engelhardt, Sophie Le Guénédal, Ralph Remstedt, Caroline Veyssière
Arredatore: Franckie Diago
Effetti speciali trucco: Alexis Kinebanyan
Acconciature: Laurent Bozzi
Supervisore effetti visivi: Mikael Tanguy
Interpreti: Jodie Foster (Penelope Longstreet), Kate Winslet
(Nancy Cowan), Christoph Waltz (Alan Cowan), John C. Reilly (Michael Longstreet), Eliot Berger (Ethan), Elvis Polanski
Durata: 79’
Metri:2200
e attrezzi vari, lei insegnante, scrittrice impegnata nelle associazioni di sostegno per
i profughi del Darfour e in varie altre iniziative del genere, hanno per primi sollecitato l’incontro con l’altra coppia.
In realtà nulla va per come era stato
preparato e auspicato: la rissa tra i due
ragazzini passa presto in secondo piano o,
quantomeno, serve unicamente a far risaltare la terribile diversità non solo tra le
coppie ma anche tra i singoli quattro; si
incendia presto un carosello di accuse, disprezzo, offese, derisioni, isterie e rivendicazioni che portano tutti a mostrarsi per
quello che sono, chiusi nel loro egoismo,
incuranti e sordi alle parole dell’altro.
L’avvocato Cowan dedica tutto il tempo al suo cellulare attraverso cui sta risolvendo un guaio in cui si è messa una so-
cietà farmaceutica da lui assistita; Nancy,
sempre più indispettita per l’indifferenza
del marito sgretola il suo perbenismo a
montare nei confronti di lui e dell’altra
coppia una rabbia senza fine; per Penelope, l’ottusa convinzione della superiorità
dei propri interessi sociali e culturali si
manifesta presto in un disprezzo violento
per i Cowan e per il marito, per il quale
esprime una disistima senza precedenti;
questi, in parte complessato dalla semplicità della propria vita senza ambizioni e
senza profonde letture, fa la sua parte nello schernire e oltraggiare gli altri, mostrandosi superiore al buonismo imperante (non
ha pensato due volte a liberarsi giù per le
fogne del criceto amatissimo dalla figlia).
Il diapason è raggiunto soprattutto in
due momenti: Nancy, al culmine del malore vomita il vomitabile sui rari libri d’arte
di Penelope e successivamente getta il telefonino del marito nell’acqua di un vaso
di fiori che distruggerà poi alla fine sbattendoli violentemente sul tavolo.
Tutto finisce senza una risoluzione,
come era cominciato.
olanski era nel suo esilio parigino da cui praticamente non poteva muoversi a causa delle sue
vicende giudiziarie ancora in bilico; ha voluto mettere mano all’opera teatrale di
Yasmina Reza che l’aveva molto intrigato
e che gli ha così permesso di girare “da
fermo”. Ha, cioè, diretto nel chiuso di una
stanza (cosa che aveva già fatto in passato e più di una volta) ciò che lui di solito
gira in esterni e interni di maggiore respiro, usando la macchina da presa con la
maestria di inquadrature e sequenze che
conosciamo da sempre. Abbiamo, così,
ancora una volta un prodigio che solo il
P
2
Film
cinema, il buon cinema, il cinema ben fatto sa fare: la storia non si immiserisce ma
si esalta, si dilata nel salotto dei Longstreet, peraltro piuttosto ingombro di oggetti
(come se Polanski l’avesse fatto apposta
a rendere la cosa più complicata), enfatizza ed esaspera i fendenti che i quattro protagonisti si appioppano senza pietà utilizzando la leggerezza dell’ironia, la violenza della provocazione, il peso del dramma. E se girare in un ambiente chiuso ha
sempre costituito una speciale forza seduttiva per ogni regista che vi si è applicato, che ha visto così elevati a potenza incubi e frenesie, fallimenti, ansie e passio-
Tutti i film della stagione
ni (Hitchcock e Lumet insegnano) non
sempre i lavori realizzati sono risultati di
prima grandezza.
Polanski va oltre, dà lezione di alta
scuola, diverte e si diverte, tiene avvinti con
le sue virate in grottesco che lacerano e
svergognano la convenzionalità borghese
in una soluzione che comprende la tragedia, la commedia, la crudeltà e la parodia.
Asseconda il regista un quartetto di
attori sublimi che si starebbe a guardare
per ore nel continuo e inesauribile svelarsi della loro violenza e intolleranza, del loro
vuoto morale e intellettuale: un gioco al
massacro che non mette in ludibrio solo i
loro personaggi ma una società intera, ormai sfatta e priva di futuro perchè da tempo in preda a pulsioni, avidità e obiettivi
completamente avulsi e lontani dalla vita
di esseri umani. Emblematiche le due inquadrature finali: nella prima vediamo il
famoso criceto che tranquillo e sereno
mangiucchia in un prato, forse lo stesso
teatro della rissa; nella seconda i due ragazzi, incuranti e indifferenti ai piani degli
adulti, hanno già ricucito la loro amicizia e
sono intenti ai loro giochi come se nulla
fosse accaduto.
Fabrizio Moresco
TRANSFORMERS 3
(Transformers: Dark of the Moon)
Stati Uniti, 2011
Trucco: Jacenda Burkett, Vivian Guzman, Elizabeth Hoel, AnnMaree Hurley, Kathy Jeung, Vicki Vacca, Jonah Levy
Acconciature: Matthew Petty, Emilie Cockels
Supervisore effetti speciali: John Frazier
Supervisori effetti visivi: Scott Farrar (ILM), Samir Hoon
(Prana Studio), Scott Squires (Legend 3D)
Coordinatori effetti visivi: Ryan Delaney (Prime Focus
Film), Evan Fulton (Method Studios), Michelle Ledesma (Digital Domain), Lee Briggs, Rachel Galbraith, Bhavini Ashwinkumar Shah, K. Marie Walters, Jeff Winkle
Supervisore costumi: Lisa Lovaas
Supervisore animazione: Cedric Lo
Interpreti: Shia LaBeouf (Sam Witwicky), Josh Duhamel (Lennox), John Turturro (Simmons), Tyrese Gibson (Epps), Rosie
Huntington-Whiteley (Carly Spencer), Patrick Dempsey (Dylan), Rich Hutchman (ingengnere), Frances McDormand
(Marissa Faireborn), Kevin Dunn (Ron Witwicky), John Malkovich (Bruce Brazos), Julie White (Judy Witwicky), Ken Jeong
(Jerry Wang), Glenn Morshower (generale Morshower), Lester Speight (Eddie), Buzz Aldrin (Buzz Aldrin), Bill O’Reilly
(Bill O’Reilly), Ravil Isyanov (Voshkod), Dustin Dennard (tenente), Markiss McFadden (‘Baby Face’), Nick Bickle (Chapman), Ajay James (Atroui), Brett Lynch (Phelps), Chris a. Robinson (Bruno), Scott C. Roe (Nelson), James D. Weston II
(Tuens), Brian Call (Taggart), Aaron Garrido (Mongo), Mikal
Vega (Hooch), Kenny Sheard (Marc L), Alan Tudyk
Durata: 157’
Metri: 4300
Regia: Michael Bay
Produzione: Ian Bryce, Tom DeSanto, Lorenzo di Bonaventura, Michelle McGonagle, Don Murphy per Paramount Pictures/Hasbro/Di Bonaventura Pictures
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 8-6-2011; Milano 8-6-2011)
Soggetto: basato sui Transformers Action Figures della Hasbro
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Direttore della fotografia: Amir M. Mokri
Montaggio: William Goldenberg, Joel Negron, Roger Barton
Musiche: Steve Jablonsky
Scenografia: Nigel Phelps
Costumi: Deborah Lynn Scott
Produttori esecutivi: Michael Bay, Brian Goldner, Steven
Spielberg, Mark Vahradian
Produttori associati: Matthew Cohan, Michael Kase, Linda
Pianigiani
Co-produttori: Kenny Bates, Allegra Clegg
Direttore di produzione: Allegra Clegg
Casting: Denise Chamian
Aiuti regista: Steve Battaglia, Kevin Berlandi, Randin Brown,
Eugene Davis, K.C. Hodenfield, Brian Relyea, Andy Spellman,
Simon Warnock
Operatori: Lucas Bielan, Brooks P. Guyer, Jacques Jouffret
Operatore Steadicam: Jacques Jouffret
Art directors: Benjamin Edelberg, Kevin Ishioka
Supervisore art director: Richard L. Johnson
Arredatore: Jennifer Williams
ravamo una razza pacifica di
esseri meccanici intelligenti.
Ma poi venne la guerra, tra gli
Autobot, che combattevano per la libertà, e
i Decepticon, che sognavano la tirannia. Inferiori per numero e mezzi, la nostra sconfitta era pressoché certa. Ma nei giorni finali della guerra, una nave Autobot lasciò
la battaglia. Trasportava un carico segreto, che avrebbe cambiato il destino del nostro pianeta. Una missione disperata,
un’estrema speranza, che svanì...”. La nave
si schiantò infatti sulla luna, e partì la cor-
“E
sa americana alla conquista del satellite.
Su di esso gli astronauti americani ritrovarono quei reperti, ma li tennero segreti. Negli anni seguenti, gli Autobot hanno aiutato
gli umani a impedire che si facessero del
male tra di loro, lavorando in squadre segrete a varie missioni intorno al globo, cercando tracce del ritorno del loro nemico, i
Decepticon. Optimus parla con il direttore
dell’intelligence nazionale: nel vano di salvataggio dei reperti secretati v’era una tecnologia che avrebbe fatto vincere la guerra
agli Autobot. È indispensabile trovarla pri3
ma che i Decepticon ne scoprano la posizione. Gli Autobot vanno sulla luna, trovano quel che cercano e tornano sulla terra,
riportando in vita Sentinel. Sam vive nella
casa della bellissima fidanzata Carly e trova lavoro grazie al capo di lei, Dylan. In
ufficio viene riconosciuto da un collega,
Jerry, che gli passa del materiale segreto
per salvare gli alieni buoni. Jerry viene quindi ucciso da un mostro Decepticon, che ha
il compito di eliminare tutti gli uomini informati delle missioni, e che poi distrugge
l’ufficio. Ma perché adesso i Decepticon uc-
Film
cidono gli uomini? Gli Autobot informano
l’intelligence che se i nemici entrano in
possesso del ponte spaziale da loro progettato, sarà la fine del mondo. I Decepticon nascondono intanto qualcosa sul lato
oscuro della luna. Sentinel tradisce e distrugge Autobot, uomini e mezzi, poi ruba
i 5 pilastri che si trovano sulla terra. Li
attiva e così inizia il trasporto spazio temporale dalla luna alla terra di una moltitudine di Decepticon. Sentinel lotta con
Optimus, che sostiene che ormai i loro alleati sono gli umani. Sentinel vuole invece
allearsi coi Decepticon, l’unico modo per
ricostruire il loro pianeta, accusando che
prima erano ‘dei’, ora sono solo ‘macchine’. Carly viene presa in ostaggio da Dylan, che impone a Sam di fare la spia degli
Autobot, affibbiandogli un bracciale trasmittente. Solo così Carly si salverà. Deve
rintracciare Optimus, essendo l’unico umano di cui si fida, per carpirgli tattiche e
strategie. I Decepticon pongono agli uomini una condizione non negoziabile: l’esilio degli Autobot ribelli. “Tu sei mio amico, Sam e lo sarai sempre. Ma d’ora in poi
combatterete da soli”, dice Optimus, quando vengono esiliati. Dylan è il capo delle
operazioni umane, il mondo adesso è in
Tutti i film della stagione
mano ai Decepticon, che vogliono spostare sulla terra il loro pianeta Cybertron.
Iniziano a uccidere gli uomini. Gli Autobot in realtà non se ne sono andati, ma sono
rimasti sulla terra e aiuteranno gli umani
a sconfiggere i Decepticon. Sam riesce a
liberare Carly. Parte la controffensiva degli uomini, aiutati dagli Autobot. La battaglia che infuria tra le due parti avverse è
violentissima. Dapprima i Decepticon sembrano prevalere, ma poi umani e Autobot si
organizzano e riescono a fronteggiarli e a
sopraffarli con l’astuzia. Sentinel ottiene la
supremazia, ma viene infine ucciso da Optimus. Sam può finalmente baciare Carly e
i due si giurano amore eterno.
una guerra civile aliena che si
combatte sulla terra. Gli astronauti americani indagavano su
una nave aliena caduta sulla luna, ma non
vi tornarono più perché il padre di Dylan e
altri traditori avevano manipolato i bilanci
per far apparire le missioni troppo costose, così i programmi spaziali americani e
russi erano stati interrotti. Dylan non ha
avuto scelta: s’è dovuto alleare coi malvagi Decepticon e come lui altri uomini. Ma a
fianco degli umani sono rimasti gli Auto-
È
bot e accanto a loro il giovane Sam, ardimentoso anti-eroe, lavoratore precario
mantenuto dalla fidanzata (la crisi si avverte anche in America), benché abbia ottenuto una medaglia dal presidente degli
States per aver salvato il mondo, ma che
nessuno prende in realtà molto sul serio. Il
ragazzo riuscirà però in corso d’opera a
svelare le sue doti. Il cast umano rimane
tuttavia piuttosto in secondo piano rispetto alle scintillanti automobili pronte a trasformarsi in robot ipertecnologici e alle loro
avvincenti battaglie. Anche se durante queste, in verità, non è semplice distinguere
Autobot da Decepticon. Film spettacolare
e altamente complottistico (sfida tra americani e russi negli anni ’60, robot ‘buoni’
contro robot ‘cattivi’, umani coraggiosi e
altri traditori), assicura un’immersione
completa grazie al 3D “totale”, anche se
l’effetto visivo è spesso preponderante rispetto alla trama del film. S’indaga il lato
oscuro della luna: il mistero, ciò che non si
vede, i numerosi tradimenti degli uomini e
dei robot, i segreti della storia e dei governi, in un’opera alquanto movimentata e
piuttosto lunga ma che non annoia.
Luca Caruso
PRIEST
(Priest)
Stati Uniti, 2011
Regia: Scott Stewart
Produzione: Shareena Carlson, Michael De Luca, Joshua Donen,
Mitchell Peck per Buckaroo Entertainment/Michael De Luca Productions/Screen Gems/Stars Road Entertainment/TOKYOPOP
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 15-6-2011; Milano 15-6-2011)- V.M.: 14
Soggetto: tratto dalla graphic novel seriale Priest di Hyung MinWoo
Sceneggiatura: Cory Goodman
Direttore della fotografia: Don Burgess
Montaggio: Lisa Zeno Churgin
Musiche: Christopher Young
Scenografia: Richard Bridgland
Costumi: Ha Nguyen
Produttori esecutivi: Josh Bratman, Glenn S. Gainor, Steve
Galloway, Stuart J. Levy
Co-produttore: Nicolas Stern
Direttori di produzione: Dawn Turner, Glenn S. Gainor
Casting: Rick Montgomery
Aiuti regista: Aaron Critchlow, Steve Danton, Ivan Kraljevic,
Milos Milicevic, Janell M. Sammelman, Tessa Lyn Stephenson
Operatori: Matthew Moriarty, Patrick B. O’Brien
Operatore Steadicam: Matthew Moriarty
Art directors: Andrew Max Cahn, A. Todd Holland, Christa Munro
Arredatore: Robert Greenfield
Effetti speciali trucco: Mark Garbarino, Jake Garber, Garrett Immel, Jamie Kelman, Andy Schoneberg
Trucco: Steven E. Anderson, Jed Dornoff, Corinna Liebel, James MacKinnon, Bart Mixon, Ve Neill, Lufeng Qu
Acconciature: Michael Moore, Gary J. Perticone, Terrie Velasquez
Supervisori effetti speciali: John Frazier, Tommy Frazier
Coordinatori effetti speciali: J.D. Schwalm, Jeffrey A.
Wischnack
Supervisori effetti visivi: Richard Higham (The Senate
VFX),Jim Hillin (Gradient Effects), Jeff Campbell (SPIN VFX),
Robert Nederhorst (Svengali FX), Marco Recuay (Scoundrel),
Blair Clark, Michael Janov, Glenn Melenhorst, Rocco Passionino, Jonathan Rothbart
Coordinatori effetti visivi: Kyle Ware (Svengali FX), Joey
Bonander, Noelle P. Case, Sheila Giroux, Samantha Liss,
Michael C. May, Georgia Smith
Supervisore costumi:Dan Moore
Supervisore animazione: James W. Brown
Suono: Christopher T. Silverman
Interpreti: Paul Bettany (prete), Karl Urban (‘Black Hat’), Cam
Gigandet (Hicks), Maggie Q (sacerdotessa), Lily Collins (Lucy
Pace), Brad Dourif (commerciante), Stephen Moyer (Owen Pace),
Christopher Plummer (Monsignor Orelas), Alan Dale (Monsignor
Chamberlain), Mädchen Amick (Shannon Pace), Jacob Hopkins
(ragazzo), Dave Florek (Crocker), Joel Polinsky (dottor Tomlin),
Josh Wingate, Jon Braver, Casey Pieretti, Theo Kypri, John Griffin, David Backus, Roger Stoneburner, David Bianchi (familiari),
Tanoai Reed, Arnold Chon, Henry Kingi Jr., Austin Priester (sacerdoti), Kanin Howell (il marito), Julie Mond (la moglie), Michael
D. Nye (capostazione), Reiner Schöne (ministro), Marilyn Brett
Durata: 88’
Metri: 2400
4
Film
è sempre stato l’uomo e ci
sono sempre stati i vampiri
– recita la voce narrante.
Fin dall’inizio sono stati in conflitto. I
vampiri erano più veloci, più forti, ma
l’uomo aveva il sole. Non bastò. Le due
razze si distruggevano a vicenda e distruggevano il mondo. Davanti all’incubo dell’estinzione, l’umanità si ritirò
dentro città fortificate, sotto la protezione della Chiesa. Poi fu trovata l’arma definitiva: i sacerdoti. Guerrieri
dalle capacità straordinarie, addestrati dalla Chiesa nell’arte di combattere i
vampiri. Da soli, diedero la vittoria all’uomo. I vampiri rimasti vennero chiusi in riserve e, temendo l’arma che esso
stesso aveva creato, il clero al potere
ordinò che il gruppo dei sacerdoti fosse
sciolto e che gli ex guerrieri fossero
reintegrati in una società che non aveva più bisogno di loro. Col passare degli anni, i pochi sacerdoti superstiti svanirono nell’oscurità, come la minaccia
dei vampiri prima di loro”. Alla 18enne
Lucy la vita casalinga va stretta, ma il
pericolo è reale. Durante la cena, infatti, arrivano i vampiri e la rapiscono.
In una città buia e militarizzata, gli altoparlanti ripetono slogan catechistici:
“Andare contro la Chiesa è andare contro Dio”. Un sacerdote, Ivan, va a confessarsi tramite schermo, denunciando
il suo incubo: essere in un alveare e non
riuscire a salvare un amico dai vampiri. Poco dopo, viene raggiunto dallo
sceriffo Hicks, che chiede il suo aiuto:
sua nipote Lucy è stata rapita e suo fratello Owen è gravemente ferito. I monsignori però non credono al pericolo dei
vampiri e non autorizzano la missione,
ritenendo piuttosto che si tratti di un attacco di delinquenti comuni. La loro autorità è indubbia, il rischio per Ivan è
la scomunica. Lui però si ribella e parte. Raggiunge in moto la casa di Owen
e si ritrova con lo sceriffo che lo conduce al capezzale, ove il fratello gli lascia il mandato di ritrovare Lucy, gli
confida che la moglie Shannon non lo
aveva mai dimenticato e poi muore. Altri quattro sacerdoti sono inviati dal clero sulle orme del prete dissidente, con
l’ordine di riportarlo indietro vivo o
morto. Ivan e lo sceriffo si recano in una
riserva di vampiri e fanno una perlustrazione, parlando con dei famigli:
umani che han deciso di farsi infettare
dai vampiri, diventandone schiavi. Lot-
“C’
Tutti i film della stagione
tano coi famigli, poi il sole tramonta e
riaffiorano i vampiri, ma Ivan li massacra. Mentre è con Hicks in mezzo a
delle grandiose rovine, il prete scopre
che lo sceriffo ha una relazione con
Lucy. Gli assicura però che se è infetta
la ucciderà, e lui se ne risente. Scalano
un monte costellato di crani e si addentrano per dei cunicoli. Lì, Ivan incontra una collega sacerdote, che è sulle
sue tracce e lo aiuta nella lotta. Poi i
due parlano degli incubi che li tormentano, del confino cui sono stati relegati
dopo la guerra, di come non abbiano
più trovato lavoro. I vampiri scatenano
frattanto il loro attacco mortale agli
umani nella città di Gerico, al comando di Black Hat, un ex prete ora vampiro. Gli altri tre sacerdoti provano a fermarlo, ma inutilmente: Ivan e i suoi li
trovano la mattina dopo morti crocifissi. Black Hat sta viaggiando con un
esercito di vampiri su di un treno verso
le città ove non sorge più il sole. Lucy è
insieme a lui, il cui intento è attirare i
sacerdoti. Lo sceriffo scopre dalla sacerdotessa che Lucy è figlia di Ivan. I
tre si lanciano quindi all’assalto del
treno. Ivan si trova di fronte a Black
Hat, l’amico che non riuscì a salvare
dai vampiri. Lui ha attraversato il confine tra la vita e la morte, venendo infine trasformato in un vampiro-umano.
I due si affrontano con violenza, ma
Ivan non lo può battere, è troppo forte.
Black Hat lo invita a unirsi a lui, ma
Ivan rifiuta. Prete e sceriffo ritrovano
infine Lucy, ma interviene Black Hat,
che li annienta e porta la ragazza con
sé. Sta per morderla, ma Ivan lo ferisce e salva Lucy. Arriva la sacerdotessa in moto, ad altissima velocità, carica di esplosivo e fa saltare in aria il
treno. Ivan e Lucy saltano giù un istante prima dell’esplosione e lei può ricongiungersi con Hicks. Anche la sacerdotessa è salva. Il vampiro invece è
morto. Ivan si ripresenta al cospetto
del clero, con in mano il suo cappello
nero e la testa di un vampiro. Viene rimproverato di aver sfidato la Chiesa per
la sua “egoistica crociata”, ma lui denuncia che ci sono centinaia di vampiri
in giro. Viene accusato di essere un ciarlatano, un rischio per la sicurezza delle
città. “I vampiri non rappresentano una
minaccia: la guerra è finita, sacerdote!” gli urla un monsignore. “No – replica lui – è appena cominciata”, cor-
5
rendo poi a ricongiungersi in moto alla
sacerdotessa e agli altri.
n un mondo fuori dalla storia e
dal tempo, gli uomini vivono chiusi in delle roccaforti, sotto l’opprimente dominio di una Chiesa miope. È
stata lei a debellare la minaccia dei vampiri e adesso non può credere che essi
riaffiorino dalle tenebre. I valorosi sacerdoti-combattenti che eliminarono i vampiri vivono ai margini della società, riconoscibili per via di una croce tatuata sulla
fronte: espletata la loro missione, sono
stati segregati, così come i pochi vampiri
sopravissuti, rinchiusi in delle riserve. Tuttavia gli incubi ritornano: al comando dell’unico vampiro-umano, il feroce Black
Hat, i vampiri rapiscono la giovane Lucy,
figlia di Ivan, uno dei preti guerrieri, avuta prima di scoprire la sua vocazione. La
ragazza diviene allora un’esca per attirare i sacerdoti nella trappola. Ivan disobbedisce agli ordini dei superiori e si precipita alla ricerca della figlia. Altri quattro
preti sono sguinzagliati sulle sue tracce.
La loro ferrea morale è contrapposta al
comportamento di una Chiesa verticistica e vigliacca, che si ostina a negare la
minaccia, così come l’ambientazione
cupa e notturna, nella quale si agitano i
vampiri, è in forte opposizione con la luce
accecante dei deserti ove sono disseminate le rovine delle precedenti città, tra le
quali i preti e lo sceriffo sfrecciano colle
loro moto. Il film è basato su un impianto
fragile: i reduci tormentati dagli incubi, per
i quali il nuovo assalto dei nemici appare
come una liberazione; l’ex amico, Black
Hat, che si è sentito tradito dai colleghi
sacerdoti che non sono riusciti a salvarlo
(è questa la prima scena del film, nonché
l’incubo ricorrente di Ivan). Segue l’espediente della nipote rapita, Lucy, che si rivela essere figlia di Ivan, a sua volta fidanzata dello sceriffo Hicks. Un groviglio
di legami senza profondità, in una pellicola tuttavia piena di simboli: un crocifisso cade e s’infrange all’arrivo dei vampiri, Ivan spezza il suo rosario allorquando
decide di andare contro i dettami della
Chiesa, frasi bibliche a effetto sostengono i sacerdoti nei momenti più difficili. Il
film, in fondo, regge, perché non ha grandi ambizioni e si risolve nel giro di un’ora
e un quarto senza però avvincere, né convincere.
I
Luca Caruso
Film
Tutti i film della stagione
WORLD INVASION
(Battle: Los Angeles)
Stati Uniti, 2011
Regia: Jonathan Liebesman
Produzione: Jeffrey Chernov, Ori Marmur, Neal H. Moritz per
Columbia Pictures/Relativity Media/Original Film/Legion Entertainment
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 22-4-2011; Milano 22-4-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Chris Bertolini
Direttore della fotografia: Lukas Ettlin
Montaggio: Christian Wagner
Musiche: Brian Tyler
Scenografia: Peter Wenham
Costumi: Sanja Milkovic Hays
Produttore esecutivo: David Greenblatt
Produttore associato: Lisa Rodgers
Direttori di produzione: Tommy Harper, Scott Thaler
Casting: Debra Zane
Aiuti regista: J. Michael Haynie, Kevin O’Neil, Richard Oswald,
Scott Thaler
Operatori: Michael Applebaum, Lucas Bielan, Joe Chess,
Brown Cooper, Nicholas Davidoff, BJ McDonnell
Operatore Steadicam: BJ McDonnell
Art directors: Andrew Neskoromny, Chris L. Spellman
Supervisore art director: Thomas Valentine
Arredatore: Bob Kensinger
Effetti speciali trucco: Brian Demski
Trucco: Cary Ayers, Kim Ayers, Gloria Belz, Steve Buscaino,
Joel Harlow, Krystal Kershaw, Courtney Lether, Adrienne Lynn,
Chrissy Morris, Jed Dornoff
Acconciature: Pierce Austin, Gloria Pasqua Casny, Jules Holdren, Kent Richard, Tony Ward
Coordinatore effetti speciali: Stan Parks
Supervisori effetti visivi: Craig Barron (Matte World Digital), Jeff Campbell (SPIN VFX), Vincent Cirelli (Luma Pictu-
l sergente Nantz è deciso a lasciare i marines dopo aver perso quattro uomini nella sua ultima missione, ma viene coinvolto in un
nuovo incarico ufficiale. È previsto infatti
– nell’arco di qualche ora – un attacco di
meteoriti sulla Terra, in particolare sulla
città di Los Angeles. Il sergente Nantz viene mandato alla nuova squadra, nonostante non circolino voci brillanti sul suo conto; il tenente Martinez e i suoi uomini sono
costretti ad accettarlo. Intanto, però, le
immagini dei telegiornali mostrano come
queste meteoriti siano in realtà attacchi di
altro genere, non ancora identificati. Martinez e i suoi uomini vengono mandati sulla costa di Santa Monica con il compito di
mettere in salvo tutti i civili rimasti e di
cercare, allo stesso tempo, di capire l’origine di questi attacchi che stanno colpendo il mondo intero. Hanno soltanto quattro ore a loro disposizione, poi la costa
dovrà essere bombardata dall’alto per distruggere qualsiasi cosa provochi gli attacchi. La squadra parte all’attacco e –
“I
res), Bryan Godwin (Shade VFX), Winston Helgason (The
Embassy), Keith Sellers (Soho VFX), Ben Shepherd (Cinesite), Everett Burrell, Geoff D.E. Scott
Coordinatori effetti visivi: Nicholas Elwell (Hydraulx), Katie
Godwin, Catherine Hughes (Luma Pictures), Louise Hutchinson (Cinesite), Adam Jewett (SPIN VFX), Shane Strickman
(Shade VFX), Daniel Chavez, Catherine Liu
Supervisore effetti digitali: Justin Johnson
Supervisore costumi: Camille Argus
Supervisore musiche:Kier Lehman
Supervisori animazione: Jeremy F. Butler, Pimentel A.
Raphael
Suono: Paul Ledford
Interpreti: Aaron Eckhart (Sgt. Michael Nantz), Michelle Rodriguez (sergente Elena Santos), Ramon Rodriguez (tenente
in seconda William Martinez), Bridget Moynahan (Michele),
Ne-Yo (caporale Kevin Harris), Michael Peña (Joe Rincon),
Cory Hardrict (caporale Jason Lockett), Noel Fisher (soldato
Shaun Lenihan), Will Rothhaar (caporale Lee Imlay), Jim Parrack (caporale Peter Kerns), Gino Anthony Pesi (caporlare Nick
Stavrou), James Hiroyuki Liao (caporale Steven Mottola),
Adetokumboh M’Cormack (Jibril Adukwu), Bryce Cass (Hector
Rincon), Joey King (Kirsten), Neil Brown Jr. (caporale Richard
Guerrero), Taylor Handley (caporlare Corey Simmons), Lucas
Till (caporlare Scott Grayston), Kenneth Brown Jr. (caporale
Richard Oswald), Jadin Gould (Amy), Joe Chrest (John Roy),
E. Roger Mitchell (capitano), Rus Blackwell (K.N. Ritchie),
Susie Abromeit (Amanda), Brandi Coleman (Cherise), Elizabeth Keener (Kathy Martinez), Jessica Heap (Jessy), David
Jensen (psichiatra), Stacey Turner, Tom Hillmann (giornalisti
televisivi), Taryn Southern (reporter)
Durata: 120’
Metri: 3300
arrivata a Santa Monica –, si accorge che
la città, avvolta nel silenzio, sembra completamente deserta. Mentre gli uomini si
aggirano per le strade, vengono colpiti da
un attacco dall’alto e finalmente riescono
a individuare delle figure che sparano verso di loro: sono alieni.
Intanto alcuni civili vengono ritrovati
per le strade e nei locali ormai abbandonati di Santa Monica. Nantz, Martinez e la
loro squadra sono pronti a combattere contro gli alieni, ma prima devono mettere in
salvo i civili (una donna con due bambini
e un uomo con il figlio) e cercare di capire
come uccidere il nemico. Una donna dell’aeronautica si unisce a loro. Intanto, uno
dei soldati riesce a colpire un alieno e così
Nantz suggerisce di portarlo nel loro rifugio per riuscire a capire più velocemente
quale sia il punto da colpire per ucciderli.
Durante i vari combattimenti tra gli alieni
e i marines, restano uccisi alcuni uomini
(tra cui il tenente Martinez) e un civile; ed
è proprio con la morte del padre del bambino che Nantz riesce finalmente a spiega6
re agli altri cosa era accaduto durante la
sua ultima missione e quanto fosse ancora
sconvolto per la morte dei suoi ragazzi.
Il bombardamento previsto dopo le
quattro ore sembra essere saltato e, quando i marines arrivano alla stazione centrale, si accorgono che anche lì è tutto distrutto e che non c’è più nessuno che possa bombardare dall’alto per distruggere
definitivamente gli alieni e il loro punto di
coordinamento che si trova sottoterra.
L’unica soluzione è di cercare questo centro da cui partono gli alieni e distruggerlo
con le armi, ma intanto gli uomini vengono avvistati da un elicottero che li porta in
salvo. Una volta sull’elicottero il sergente
Nantz senza avvisare il resto della squadra si lancia per tornare a terra e cercare
di distruggere definitivamente gli alieni. Un
attimo dopo, sono di nuovo tutti con lui,
mentre restano sull’elicottero i civili.
Finalmente riescono a trovare il centro di coordinamento degli alieni e sebbene -per due volte- quando sembrava che lo
avessero distrutto, ne nasceva un altro, alla
Film
fine Nantz e i suoi uomini riescono a distruggerlo definitivamente e a salvare quel
che resta di Santa Monica.
La squadra di Nantz è in salvo, si ritrovano tutti insieme nel campo dei marines, tra i festeggiamenti degli altri che
hanno saputo della loro impresa. Il riposo
dura poco però: il sergente e poi uno a uno
tutti gli altri uomini decidono di ripartire
per continuare a distruggere gli alieni nel
resto del mondo.
G
li alieni che invadono la Terra, i
marines che salvano il mondo. Un
film visto e rivisto, scontato dal-
Tutti i film della stagione
l’inizio alla fine, con qualche finto colpo di
scena che risulta soltanto fastidioso. Gli
improvvisi attacchi che colpiscono gli Stati Uniti prima e il resto del mondo poi, sono
stati raccontati così tante volte che già dalle
prime sequenze del film si può immaginare come andrà a finire. La sceneggiatura
non regge, non viene mai spiegato il motivo dell’attacco alieno, si accenna a una
“questione dell’acqua”, ma non si capisce
altro. Lo stesso vale per il sergente Nantz,
non è molto gradito ai suoi uomini, ma sembra che neanche loro sappiano bene il perchè. L’unica donna tra i protagonisti è Michelle Rodriguez, che a quanto pare, non
riesce a interpretare altri ruoli oltre quello
della donna soldato e simili. Inutili e anche
un po’ fastidiosi quei finti colpi di scena in
cui, per almeno tre volte, gli alieni sembrano sconfitti (e il film finito) e invece tutto ricomincia. Cosa che accade anche alla
fine, quando Nantz e i suoi uomini dopo
essere tornati al campo sani, salvi e vittoriosi, decidono di ripartire per continuare
a sconfiggere gli alieni e liberare il mondo.
Il film -diretto da Jonathan Liebesmanè davvero noioso, ripetitivo e per niente
interessante.
Silvia Preziosi
HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE – PARTE 2
(Harry Potter and the Deathly Hallows: Part II)
Stati Uniti/Gran Bretagna, 2011
Regia: David Yates
Produzione: David Barron, David Heyman, J.K. Rowling per
Heyday Films/Moving Picture Company (MPC)/Warner Bros.
Pictures/Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 13-7-2011; Milano 13-7-2011)
Soggetto:tratto dall’ omonimo romanzo di J.K. Rowling
Sceneggiatura: Steve Kloves
Direttore della fotografia: Eduardo Serra
Montaggio: Mark Day
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Stuart Craig
Costumi: Jany Temime
Produttori esecutivi: David Heyman, Lionel Wigram
Co-produttori: Tim Lewis, John Trehy
Direttore di produzione: Simon Emanuel
Casting: Fiona Weir
Aiuti regista: Jamie Christopher, Arabella Constance-Churcher, Ben Dixon, Stewart Hamilton, Nick Heckstall-Smith, Ray
Kenny, James Parry, Jane Ryan, Matthew Sharp, Vaughn Stein,
Eileen Yip
Operatori: Adam Dale, David Morgan, Stefan Stankowski, Alf
Tramontin, David Worley
Operatore Steadicam: Alf Tramontin
Art directors: Andrew Ackland-Snow, Alastair Bullock, Martin
Foley, Christian Huband, Molly Hughes, Hattie Storey, Gary
Tomkins
Arredatore: Stephenie McMillan
Effetti speciali trucco: Barrie Gower, Claire Green, Göran
Lundström, Waldo Mason, Barney Nikolic, Lauge Voigt, Josh
Weston
Trucco: Brian Best, Amanda Burns, Amy Byrne, Tilly Calder,
Sarah Downes, Charmaine Fuller, Faye Garland, Charlotte
Hayward, Belinda Hodson, Agnes Legere, Claire Matthews,
Jessica Needham, Sharon Nicholas, Charlotte Rogers, Wakana Yoshihara, Nikita Rae
Acconciature: Francesca Crowder, Hannah Edwards, Charlotte Hayward, Sophia Knight, Stephen Rose, Sophie Slotover, Luca Vannella
H
arry, Ron e Hermione, dopo la
morte di Dobby, continuano la
ricerca degli horcrux. Harry è
Supervisore effetti speciali: Steve Hamilton
Coordinatore effetti speciali: Lucile Abiven
Supervisori effetti visivi: Olcun Tan (Gradient Effects), David Vickery (Double Negative), Clark Parkhurst (Lola VFX), Greg
Butler (MPC), Dadi Einarsson (Framestore), Rudi Holzapfel
(Baseblock), Sean Mathiesen (Rising Sun Pictures), Adam
Gascoyne, Tim Burke, Matt Jacobs, John Moffatt,Chris Shaw
Coordinatori effetti visivi: Sarah Smith (I.E. Effects), Marlene Nehls (MPC), Katy Mummery (Double Negative), Duncan Holland (Baseblack), Miles Friedman (Lola VFX), Anna
Creasy (RSP), Kingsley Cook (Warner Bros.), Lucy Drewett,
Daniel Booty (Framestore), Laia Alomar, Julian Bloomfield,
Edward L. Dark, Jane Ellis, Sofus Graae, Gavin Gregory, Ross
Johnson, Erin Eunsung Kim, Mel Martin, Abigail Mendoza,
Sarah Middleton, Blaise Panfalone, Noga Alon Stein, Michelle Teefey-Lee
Supervisori effetti digitali: Andy Robinson (Cinesite), Cam
Langs (Rising Sun Pictures), Ed Hawkins
Supervisori animazione: Ferran Domenech (MPC), Chris
Lentz
Interpreti: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Emma Watson (Hermione Granger), Rupert Grint (Ron Weasley), Ralph Fiennes
(Lord Voldemort/Tom Riddle), Helena Bonham Carter (Bellatrix Lestrange), David Bradley (Argus Gazza), Jim Broadbent
(Horace Lumacorno), Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid), Michael Gambon (prof. Silente), Guy Henry (Pius O’Tusoe), John
Hurt (Olivander), Kelly Macdonald (Dama Grigia), Rade Serbedzija (Gregorovitch), Alan Rickman (prof. Severus Piton),
Miranda Richardson (Rita Skeeter), Adrian Rawlins (James
Potter), Gary Oldman (Sirius Black), Bill Nighy (Rufus Scrimgeour), Peter Mullan (Yaxley), Miriam Margolyes (Pomona
Sprite), Luke Newberry (Teddy Lupin), Helen McCrory (Narcissa Black in Malfoy), Devon Murray (Seamus Finnigan), Tom
Felton (Draco Malfoy), Clémence Poésy (Fleur Delacour),
Shefali Chowdhury (Parvati Patil), Afshan Azad (Padma Patil), Natalia Tena (Ninfadora Tonks), Andy Linden (Mundungus
Fletcher), Ninette Finch (Augusta Paciock)
Durata: 130’
Metri: 3600
convinto che uno di questi sia nascosto
nella camera blindata di Bellatrix alla
Gringott. Per poterci entrare chiede aiuto
7
a Unci Unci che, in cambio, pretende di
avere la spada di Grifondoro.
Il mago accetta e insieme ai due amici
Film
riesce a entrare nella banca magica e recuperare l’horcux: la coppa di Tosca Tassorosso. Unci Unci, però, non mantiene la
promessa e dà l’allarme ciononostante i
tre ragazzi riescono a scappare.
Harry ha una visione e intuisce che un
altro horcrux possa essere legato a Priscilla Corvonero; per questo chiede ai suoi
compagni di viaggio di ritornare a Hogwards.
Nella vecchia scuola, i tre maghi vengono accolti come degli eroi e, grazie al
suggerimento di Luna, iniziano a esplorare ogni luogo dove possa nascondersi il
diadema di Corvonero. Harry lo trova nella
stanza delle necessità e, dopo averlo distrutto, ha una visione del serpente Nagini, probabilmente l’ultimo posto in cui il
suo nemico ha messo un pezzo dell’anima.
Immediatamente corre a cercare Nagini,
ma assiste a una macabra scena: Lord Voldemort per ottenere l’invincibile bacchetta di sambuco appartenuta a Silente, uccide Piton e con la nuova arma sferra un
attacco ad Hogwards. Harry, impietosito,
si avvicina al suo odiato professore che,
prima esalare l’ultimo respiro, gli chiede
di conservare la sua lacrima e di metterla
nel Pensatoio.
Il ragazzo esegue le istruzioni e, mentre nella scuola si combatte una feroce
battaglia, riesce a raggiungere la stanza
di Silente e a mettere nel pensatoio la lacrima.
Harry si ritrova ad essere spettatore
della vita di Piton e realizza che ogni sua
azione era finalizzata a proteggerlo, che
non è mai stato dalla parte di Voldemort e
che lo ha sempre aiutato per l’immenso
amore che aveva per sua madre. Oltre a
questo, però, scopre anche di essere lui
Tutti i film della stagione
stesso un horcrux a causa della maledizione che gli è rimbalzata addosso quando
morirono i suoi genitori.
Voldemort, intanto, annuncia alla scuola di voler ritirare le sue truppe per attendere Harry nella Foresta Proibita per lo
scontro finale. Professori e alunni vogliono proteggere il loro compagno, ma il
mago è consapevole che un suo rifiuto
metterà a repentaglio la vita di troppe persone; per questo, senza esitare, si dirige
dal suo nemico. Arrivato a destinazione
viene prontamente colpito dall’anatema
che uccide e si ritrova in una sorta di limbo dove incontra Silente che lo esorta a
tornare alla vita. Voldemort convinto di
aver ucciso Harry (in realtà aveva ucciso
il suo horcrux) ritorna con il presunto cadavere ad Hogward e chiede a tutti di seguirlo. Gli studenti, capeggiati da Neville,
si rifiutano e iniziano a combattere. Harry, allora, riapre gli occhi e sfida il suo
nemico. Voldemort sembra avere la meglio
fino a quando non viene indebolito dalla
morte di Nagini. Il mago oscuro, disperato, raccoglie tutte le sue forze e scaglia
l’Avada Kedavra su Harry, ma la maledizione, come in passato, si ritorce contro di
lui uccidendolo. Il mondo magico è salvo.
Passano 19 anni. Harry e Ginny sono
al binario 9 e tre quarti insieme ai figli e
tanti bagagli. Qui incontrano Ron e Hermione, anche loro sposati e in procinto di
salutare la loro bambina in partenza per
Hogwards.
ono passati dieci anni da quando il treno rosso di Hogwards ha
accompagnato per per la prima
volta milioni di spettatori nel mondo di Harry Potter. Qualcuno era trepidante, qual-
S
8
cun’altro scettico, ma nessuno all’epoca,
forse, era consapevole di essere di fronte
a un fenomeno culturale che avrebbe investito il nuovo millennio. Inclusa la sottoscritta, fermamente convinta che nessun
nuovo autore avrebbe potuto competere,
per genialità e scrittura, con i mostri sacri
della letteratura per l’infanzia.
Mi sbagliavo e mi resi conto dell’errore quando, alla fine della proiezione di
Harry Potter e la pietra filosofale (il primo
film), il commento unanime dei più piccoli
fu “Il libro è più emozionante”. Questa osservazione, così inusuale per dei bambini, mi incuriosì talmente tanto da convincermi a leggere il libro. Avevano ragione
loro, decisamente. La Rowlings, oltre ad
essere un’ottima scrittrice, ha il raro talento di coinvolgere il lettore in storie sì fantastiche, ma allo stesso tempo intrise di quotidianità, specialmente emotiva. Non racconta di eroi senza macchia, di buoni assoluti o di modelli inarrivabili, ma di esistenze normali, sentimenti comuni in un
contesto decisamente fuori dalle righe. Lo
stesso Harry Potter non è perfetto, ma riesce a cavarsela grazie all’appoggio degli
amici con cui condivide, e non senza screzi, una missione.
Ma forse il segreto del successo di
questa saga va ricercato altrove; a quella
voglia di evadere che caratterizza i tempi
“oscuri”, per usare le parole della stessa
Rowling, e questi, purtroppo, lo sono parecchio.
Dopo la lunga e doverosa premessa
ritorniamo a parlare di cinema e più precisamente della seconda parte di Harry Potter e i doni della morte.
È evidente, non lo si può analizzare
come un semplice film, è la fine di un percorso, la chiusura di un cerchio che porta
con sé anche un considerevole pathos,
come tutti gli addii d’altronde.
David Yates, forse il più bistrattato fra tutti
i registi potteriani, in questa seconda parte
riesce egregiamente a creare proprio questo senso di distacco, di conclusione utilizzando una grammatica epica che trasforma
la battaglia finale in un evento solenne. Anche i numerosi tasselli della trama, che in
passato gli hanno creato più di un grattacapo, questa volta, si inseriscono senza fatica
nell’intreccio. Ma la vera “firma” di Yates, le
scene in cui il regista dà il meglio si sé, sono
quelle intimistiche, dove il silenzio e le emozioni catturano lo spettatore più di qualsiasi
roboante effetto speciale. Il flashback onirico sul passato di Piton, ad esempio, dove
un intenso Alan Rickman, grazie ad una interpretazione “di peso” riesce a mettere a
nudo l’umanità di uno dei personaggi più
controversi di tutta la saga e a trasformare
Film
un breve frammento in un vero e proprio film
nel film. Bellissimo.
Eppure non bisogna lasciarsi fuorviare dalla critica (fin troppo) osannante. Nonostante i livelli altissimi del cast tecnico e
attoriale, è doveroso ribadire che siamo di
Tutti i film della stagione
fronte a uno spettacolo che non è cinema,
ma utilizza magnificamente il cinema come
mezzo di espressione. Una felice unione
fra due arti giunta ormai al termine.
E per il saluto finale Yates non poteva
scegliere posto migliore, il binario 9 e tre
quarti, il luogo che ha cambiato la vita a
un bambino orfano d’amore e soprattutto
a una giovane scrittrice con tanta, tanta
fantasia.
Francesca Piano
THE NEXT THREE DAYS
(The Next Three Days)
Stati Uniti, 2010
Effetti speciali; Stephane Finocchio, Drew Jiritano, Andrew
Mortelliti
Interpreti: Russell Crowe (John Brennan), Elizabeth Banks (Lara
Brennan), Brian Dennety (George Brennan), Lennie James (tenente Nabulsi), Olivia Wide (Nicole), Ty Simpkins (Luke), Helen
Carey (Grace Brennan), Liam Neeson (Damon Pennington),
Michael Bule (Mick Brennan), Moran Atlas (Erit), Remy Nozik
(Jenna), Jonathan Tucker (David), Jason Beghe (Quinn), Tyron
Giordano (Mike), Sean Huze (Barney), Nazarin Bonladu (Elaine), Kevin Corrigan (Alex), Lauren Haggis (Lyla), Leslie Merrill
(Elizabeth Gesas), Rachel Deaon (Cherie), Denise Dal Vera
(Eugenie), Katlyn Wilde (Julie), Allan Steele (Harris), Peyton
Grace Allen (Carrie), Derek Cecil (Becsey), Aisha Hinds (Collero), Brenna Mc Donough (Brenda), James Ransone (Harv),
Daniel Stern (Fisk), Trudie Styler (Byrdie Lifson)
Durata: 122’
Metri: 3360
Regia: Paul Haggis
Produzione: Oliver Delbosc, Paul Haggis, Marc Missionier, Michael Nozik, Eugene Grandval per Fidelite Films, HWY61, Liongate
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 8-4-2011; Milano8-4-2011)
Soggetto: Fred Cavaye, Guillaume Lemans
Sceneggiatura: Paul Higgis
Direttore della fotografia: Stephanie Fontaine
Montaggio: Jo Francis
Musiche: Danny Elfman
Scenografia: Laurence Bennett
Arredamento: Linda lee Sutton
Casting: Randi Hiller
Costumi: Abigail Murray
Operatore: Mahdi Lepart
Pittsburgh, la polizia irrompe in
casa Brennan per arrestare Lara,
accusata dell’assassinio della cognata, che era anche il suo capo al lavoro; ma la cosa non è vera. Le sue impronte
sono trovate sulla giacca della morta, ma
solo perché lei è arrivata in quel luogo, un
punto dove c’è un bancomat, un istante
dopo la conclusione del fatto: questo è
quanto Lara ripete. Per il marito John, professore di lettere e il figlio Luke, bambino,
inizia una vita di tensione costante poiché
l’uomo, convinto dell’innocenza della moglie, non si ferma alla prima sentenza di
condanna; nelle visite a Lara in carcere,
la donna perde sempre più la speranza della liberazione, ma quando lo stesso avvocato difensore dice chiaro a John che neppure la Corte Suprema riconoscerà l’innocenza di lei e, soprattutto, quando Lara
tenta il suicidio in carcere, John decide di
fare da sé.
Affida Luke ai propri genitori e come
primo passo riesce a trovare un plurievaso e da lui si fa spiegare tutti i passi necessari per realizzare una fuga dal carcere;
oltre a elencargli cosa occorre fare e come
farlo, quell’uomo gli dice che dovrà indurire moltissimo il suo cuore, altrimenti non
deve neppure iniziare il piano. Così, John
percorre le strade cittadine studiando la
A
via di fuga, prende immagini di vari punti,
valuta tempi e costruisce nel suo studio una
grande mappa della città, cui allega ogni
informazione. La necessità di avere passaporti falsi lo porta a bazzicare ambienti
loschi; ma intanto deve procedere con il
suo lavoro e mantenersi tranquillo quando è con il figlio. I due delinquenti e spacciatori di droga che gli hanno procurato i
passaporti lo derubano di tutto il denaro
che gli serve per vivere in fuga, ma lui riesce a introdursi nel loro covo, stracolmo
di metadone, e gli spara, recuperando il
denaro.
Appicca il fuoco a quel luogo, ma si
lascia commuovere da uno dei due, ancora vivo, che lo supplica di non lasciarlo lì.
Lo carica dunque in auto ma, quando quell’uomo muore, non può che abbandonarlo
lungo una strada, in città. Lara è stata
portata in ospedale perché lui ha alterato
la sua cartella clinica, John è pronto per
la fuga e, per prima cosa, passa a prendere Luke dai nonni, come per portarlo in
una gita.. Intanto, la polizia indaga sull’incendio e sull’uomo trovato morto in
strada e proprio questo ritrovamento fa
scattare la ricerca di un’auto precisa. John
affida il figlio a una giovane donna che ha
una figlia, nella scuola di Luke: porterà i
bambini a una festa; entra di nascosto nella
9
camera di Lara in ospedale e fa scattare
la fuga travestiti da infermieri; ma la polizia entra in ospedale, avendo riconosciuto
l’auto di John e avendo intuito il suo piano. Ed egli riesce ad attuarlo comunque,
anche se la fuga diventa un rocambolesco
inseguimento che coinvolge tutta la città.
Pur correndo, la coppia riesce a recuperare il figlio e a superare il confine dello
Stato, nell’auto di una famiglia che li aiuta, cosa che li salva perché la polizia sta
cercando un uomo, una donna e un bambino, da soli.
aul Haggis ha realizzato un film
dalla doppia anima: tutta la prima parte, in cui John costruisce il suo piano, fino quando incendia il
covo dei due spacciatori è senza dubbio
un thriller psicologico; da quella scena sino
alla fine è un vero film d’azione. Le scene
della prima parte sono costruite con una
grande abbondanza di primi piani e molte
sono in interni (non solo quelle in parlatorio tra John e Lara); i dialoghi sono tutti
condotti con un volume di voce basso, sia
quelli tranquilli sia quelli ansiosi, sino ad
arrivare più volte al mormorio. Nella costruzione del suo piano, John inizia a cambiare, le sue riflessioni sono più fredde, quando entra in contatto con i malavitosi sa te-
P
Film
nere atteggiamenti duri e parlare allo stesso modo loro. Mette molto bene in pratica
i suggerimenti del suo maestro. E tanto più
è ammirevole la forza della sua determinazione a tentare qualunque cosa per salvare Lara, quanto più lei stessa perde la
speranza. L’andamento della vicenda si
concentra sempre più su di lui e non c’è
un momento in cui lo spettatore non resti
soggiogato dalla somma di sentimenti e
razionalità che riesce a sorreggere John.
Non si avvertono dettagli non realistici in
questo puzzle, perché ci affascina il fatto
che John lo costruisca e lo viva.
Il professore parla in classe del Don
Chisciotte e osserva che passiamo tanto
tempo a organizzare razionalmente il mondo, ma quale parte della nostra vita è davvero sotto il nostro controllo? Razionalità
e irrazionalità hanno entrambe elementi
positivi e negativi e quel che conta è essere liberi, non importa come. Dopo questa riflessione, il professore inizia a elaborare il suo piano. Quella che poteva essere solo una simpatica e originale variazione all’uomo comune costretto ad azioni del
Tutti i film della stagione
tutto lontane dal suo quotidiano, e che
quest’uomo sia un professore di lettere,
diventa invece un particolare forte tanto
che la polizia non potrebbe aspettarsi niente di simile da lui. Ma John non si è indurito tanto da non commettere un errore: portare sulla sua auto il malvivente che gli
chiede di non lasciarlo nell’incendio. Da qui
scatta la seconda parte della storia. E ci
accorgiamo che l’inquadratura di spalle su
John al posto guida, che volta un po’ la
testa verso qualcuno che, dietro, si lamenta
è la stessa con cui si apre il film; tutta la
prima parte, quindi, può essere un suo
flash-back, che, a questo punto, motiviamo solo perché John sta facendo la prima
e unica disobbedienza all’ordine preciso
di non lasciarsi commuovere da nulla. È
inevitabile che ricordi tutto ciò che l’ha portato lì.
Nella dimensione di ricordo, e quindi
non chiare, ritornano fugacemente immagini veloci dell’assassinio, che forse sono
il vero forse sono cose che Lara vuol far
credere; non sapremo mai da cosa è stata
provocata davvero quell’aggressione, ma
in fondo, come afferma John, non abbiamo un vero controllo sulle parti della nostra vita. Certamente, da una premessa di
questo genere poteva svilupparsi un film
completamente psicologico e riflessivo,
che lo sceneggiatore di A Million Dollar
BaBy e Nella valle di Elah poteva permettersi, ma l’autore ha poi scelto un’altra via,
da cui è ugualmente attratto.
Senza dubbio, la polizia sarebbe intervenuta comunque contro la coppa fuggiasca, dopo l’uscita d’ospedale, ma le cose
sarebbero state meno angoscianti. E quindi meno avventurose: la seconda parte del
film infatti non è sbagliata, rispetto alla premessa, è solo troppo incline allo standard
degli inseguiimenti polizieschi dei film
d’azione di questo genere, con tutti gli eccessi del caso. Solo la necessità di recuperare e portare via il figlio garantisce alla
fuga della coppia momenti di tensione psicologica e non di movimento.Ridurre gli
elementi di spettacolarità impossibile
avrebbe giovato alla compattezza del film.
Danila Petacco
FOUR LIONS
(Four Lions)
Gran Bretagna, 2010
Aiuti regista: Paul Cathie, Louisa Dance, Samuel Donovan,
Joe Geary, Richard Harris, Simon Hedges, Ian Hughes, Ainara Trigueros
Operatori: Ole Bratt Birkeland, Simon Tindall
Operatori Steadicam: James Little-Hales, John Taylor
Art director: Julie Ann Horan
Arredatore: Duncan Wheeler
Trucco: Hannah Booth, Fiona Lobo-Cranston, Magi Vaughan
Acconciature: Hannah Booth, Fiona Lobo-Cranston, Magi
Vaughan
Supervisore effetti speciali: Paul Gorrie
Supervisore costumi: Hannah Walter
Supervisore musiche: Phil Canning
Interpreti: Riz Ahmed (Omar), Arsher Ali (Hassan), Nigel Lindsay (Barry), Kayvan Novak (Waj), Adeel Akhtar (Faisal), Benedict Cumberbatch (negoziatore), Julia Davis (Alice), Craig
Parkinson (Matt), Preeya Kalidas (Sofia), Wasim Zakir (Ahmed), Mohammad Aqil (Mahmood)
Durata: 94’
Metri: 2600
Regia: Chris Morris II
Produzione: Mark Herbert, Derrin Schlesinger per Film4/Wild
Bunch/Optimum Releasing/Warp Films
Distribuzione: Videa-CDE
Prima: (Roma 1.6.2011; Milano 1.6.2011)
Soggetto e sceneggiatura: Chris Morris (II), Jesse Armstrong, Sam Bain, Simon Blackwell
Direttore della fotografia: Lol Crawley
Montaggio: Billy Sneddon
Scenografia: Dick Lunn
Costumi: Charlotte Walter
Produttori esecutivi: Angus Aynsley, Carole Baraton, Peter
Carlton, Will Clarke, Rita Dagher, Mark Findlay, Caroline Leddy, Alex Marshall, Tessa Ross
Produttori associati: Afi Khan, Faisal A. Qureshi
Line producer: Rebekah Wray Rogers
Direttori di produzione: Fiona Lamptey, Rebekah Wray
Rogers, Alex Sutherland
Casting: Des Hamilton
mar, Waj, Barry e Faisal sono
quattro ragazzi musulmani dello
Sheffield, in Inghilterra, che sognano di entrare a far parte della Jiad e di
compiere un atto terroristico in favore della
loro causa. Omar e Waj in effetti riescono
a entrare in un campo di addestramento
per terroristi in Pakistan, mentre Barry
recluta un quinto elemento, Hassan. L’addestramento di Omar e Waj finisce però
O
molto male, perché Omar per sbaglio spara un missile e uccide i suoi compagni. Al
loro ritorno in Inghilterra, i due ragazzi
mentono a Barry e a gli altri convincendoli di essere ormai pronti a progettare un
attentato. Se, da un lato, sembra facile produrre l’esplosivo in casa, dall’altro, però,
nessuno riesce a decidere quale possa essere un obiettivo valido. Barry vorrebbe far
esplodere la moschea, convinto che un si10
mile atto possa far rigirare la colpa sugli
infedeli e a far reagire i musulmani moderati. Intanto Faisal muore improvvisamente
per un incidente mente cerca di spostare
dell’esplosivo. Questo fa allontanare Omar
dal gruppo, ritenendoli troppo stupidi per
una simile missione. Si riuniscono poco
dopo, decidendo come bersaglio di farsi
esplodere durante la maratona di Londra.
Intanto, la polizia che indaga sulle strate-
Film
gie terroristiche degli islamici in Inghilterra, accusa e arresta ingiustamente il fratello di Omar e i suoi compagni. Sfruttando la situazione e convinti che ormai nulla
li potrà fermare, i quattro ragazzi decidono di partecipare alla maratona nascondendo l’esplosivo in ridicoli costumi di carnevale. Scoperti dalla polizia e inseguiti
dagli agenti di sicurezza della maratona, i
ragazzi incominciano a rifugiarsi in mezzo alla folla. Waj sequestra un gruppo di
persone all’interno di un locale gestito da
alcuni compatrioti e si fa esplodere quando la polizia lo mette alle strette. Barry
invece muore accidentalmente quando un
passante cerca di soccorrerlo mentre sta
soffocando. A Omar non resta che l’ultimo
gesto, farsi esplodere all’interno di una
farmacia.
C
on Four Lions siamo davanti all’ennesimo caso di campagna
promozionale sbagliata e devian-
Tutti i film della stagione
te per il pubblico, almeno quello italiano. L’ultimo film di Christopher Morris infatti viene
presentato come una commedia esilarante,
capace di far ridere il pubblico come da anni
non accade. Se anche immaginiamo che si
possa fare dell’umorismo e della commedia
nera su uno dei temi più tragici e complessi
dell’attualità, il terrorismo islamico, sicuramente non possiamo attribuire queste definizioni a un film come Four Lions. La storia
dei quattro ragazzi inglesi di origine islamica affonda le radici in una realtà vera e complessa, sicuramente messa in contrasto da
Morris con quella parte di Islam moderato,
rappresentato soprattutto nell’ultima parte
del film, quella della maratona, in cui Waj sequestra un intero locale gestito e frequentato dai suoi compatrioti. Così come può essere credibile la convinzione tanto profonda
di Omar: per lui la causa religiosa è più importante della sua stessa famiglia, che pure
adora. Ma le cose di cui il pubblico dovrebbe
ridere, quelle scene, in cui il gusto comico
dovrebbe emergere rispetto al dramma della storia, vengono immediatamente schiacciate dall’immagine cruenta e incredula della stupidità dei suoi personaggi. Riesce davvero difficile, infatti, ridere quando un personaggio imbottito di esplosivo muore in un
banale incidente provocato dall’essere inciampato su una pecora. Così come riesce
davvero poco credibile in un film di questo
genere che dei maldestri soldati della Jiad
uccidano erroneamente dei compagni come
se stessero in una scena di Mr. Bean. Non
mancano certamente gli spunti interessanti
che, tutto sommato, fanno riflettere il pubblico. Ma, tutto questo viene inevitabilmente
sminuito dal mix poco riuscito tra dramma e
commedia amara. Una struttura narrativa che
forse sarebbe riuscita meglio se fossero
mancate le scene delle esplosioni e se il regista avesse preso una posizione più chiara
sul filone da seguire.
Marianna Dell’Aquila
JANE EYRE
(Jane Eyre)
Gran Bretagna/Stati Uniti, 2011
Regia: Cary Joji Fukunaga
Produzione: Alison Owen, Paul Trijbits per Focus Features/
BBC Films/Ruby Films
Distribuzione: VIDEA-CDE
Prima: (Roma 7-10-2011; Milano 7-10-2011)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Charlotte Brontë
Sceneggiatura: Moira Buffini
Direttore della fotografia: Adriano Goldman
Montaggio: Melanie Oliver
Musiche: Dario Marianelli
Scenografia: Will Hughes-Jones
Costumi: Michael O’Connor
Produttori esecutivi: Peter Hampden, Christine Langan
Produttore associato: Hannah Farrell
Co-produttori: Mairi Bett, Faye Ward
Line producer: Sasha Harris
Direttore di produzione: Sasha Harris
Casting: Nina Gold
Aiuti regista: Lee Grumett, Jude Harrison, Ursula Haworth,
Alexander Holt, Tamara King, Carley Lane, Arif Maruthiyil,
Barrie McCulloch, Jo Tew
Operatori: Robert Binnall, Vince McGahon
Operatore Steadicam:Vince McGahon
Art director:Karl Probert
Arredatore: Tina Jones
Trucco: Bee Archer, Theresa Carey, Carolyn Cousins, Françoise Cresson, Julie Dartnell, Janita Doyle, Sarah Grispo, Lilly
Hodson, Ameneh Mahloudji, Veronica McAleer, Belinda Parish, Tapio Salmi, Rupert Simon, Barbara Taylor, Xanthia White, Eve Wignall
I
nghilterra, prima metà dell’800.
La giovanissima Jane Eyre, malata e in fuga da un momento ter-
Acconciature: Theresa Carey, Carolyn Cousins, Veronica
McAleer, Tapio Salmi, Loulia Sheppard
Supervisore effetti speciali: Tony Auger
Supervisori effetti visivi: Angela Barson (BlueBolt), Sean
Farrow (Lip Sync Post), Yanick Wilisky (Modus FX),
Coordinatori effetti visivi: Marilyn Emond, Odile-Emmanuelle Auger (Modus FX), Lucy Tanner (Lip Sync Post),
Supervisori costumi: Georgina Gunner, Catherine Lovett
Supervisore musiche: Maggie Rodford (Air-Edel)
Interpreti: Mia Wasikowska (Jane Eyre), Michael Fassbender (Edward Rochester), Jamie Bell (John Rivers), Judi Dench (signora Fairfax), Sally Hawkins (signora Reed), Romy
Settbon Moore (Adèle Varens), Holly Grainger (Diana Rivers), Tamzin Merchant (Mary Rivers), Imogen Poots (Blanche Ingram), Amelia Clarkson (Jane ragazzina), Freya Parks
(Helen Burns), Lizzie Hopley (signorina Abbot), Jayne Wisener (Bessie), Su Elliot (Hannah), Freya Wilson (Eliza Reed),
Emily Haigh (Georgiana Reed), Simon McBurney (signor
Brocklehurst), Sandy McDade (signorina Scatcherd), Edwina Elek (signorina Temple), Ewart James Walters (John),
Craig Roberts (John Reed), Harry Lloyd (Richard Mason),
Valentina Cervi (Bertha Mason), Joseph Kloska (pastore
Wood ), Ben Roberts ( Briggs ), Eglantine Rembauville
(Sophie), Ned Dennehy (dottor Carter), Laura Phillips (signora Dent), Hayden Phillips (colonnello Dent), Joe Van
Moyland (Lord Ingram), Sophie Ward (Lady Ingram), Rosie
Cavaliero (Grace Poole), Sally Reeve (Martha), Georgia
Bourke (Leah)
Durata: 120’
Metri:3300
ribile della sua vita trova rifugio presso la
casa del rev. Rivers e delle sue sorelle, dove
presto si rianima grazie alle cure genero-
11
se della famiglia; può così dar corso ai suoi
ricordi presentati in un’alternanza di flashback.
Film
Tutti i film della stagione
utti coloro che hanno partecipato alla lavorazione di questo film
hanno dimostrato un particolare
piano professionale ben visibile in più livelli, dalle soluzioni di sceneggiatura all’accuratezza dei particolari scenografici e ambientali, all’intelligente direzione da parte del
giovane e bravissimo americano di origini
giapponesi Fukunaga, all’interpretazione
degli attori, il nuovo divo Fassbender, la rivelazione Wasikowska e il grande, gustosissimo mestiere della Dench.
Il prodotto mantiene così tutte le atmosfere goticheggianti del romanzo della
Bronte, le emozioni dovute ai primi tentativi di affermazione dell’indipendenza femminile contro un’epoca bigotta e, per certi
versi, oscura e, naturalmente, la forza e il
tormento di una passione che si trascolora sul volto della giovane protagonista, verginalmente disponibile come la tavolozza
di un pittore.
Resta da vedere se per realizzare un
film, pur valido, di questo genere sia lecito
(cinematograficamente) mettere mano per
la diciottesima volta (alcuni, conti alla mano,
sostengono si sia arrivati a superare la ventesima) a una trasposizione del romanzo
della Bronte portato sul grande e piccolo
schermo in tanti modi, in tanti Paesi.
La ristrutturazione linguistica dei dialoghi, pur approfondita, ha voluto rispettare l’originalità delle battute più celebri per
mantenerne inalterato il fascino e che oggi,
davvero, con tutta onestà, hanno il sapore
dolciastro del fuori tempo e fuori luogo.
Forse è il caso di utilizzare sceneggiature
originali scritte oggi, anche quando si vuole
raccontare storie fosche e tormentate ambientate nella brughiera inglese e lasciare
le opere della Bronte (e altre) celebrate
nella loro inamovibile lontananza.
T
Rimasta orfana poco più che ragazzina,
Jane era stata dapprima affidata alle cure non
troppo generose della zia Reed e poi a farsi le
ossa nella durissima Lowood School, dove,
oltre le privazioni e le angherie di ogni genere, era riuscita a ottenere un diploma.
Diventata istitutrice della piccola Adele
nell’imponente magione di Thornfield Hall,
diretta dall’umana ed esperta signora Fairfax, viene finalmente a conoscenza del padrone, l’ombroso ed enigmatico Edward
Rochester.
Giorno per giorno, nonostante le convenzioni, le ritualità e i tabù dell’epoca,
tra Rochester e la giovanissima governante
nasce un’attrazione profonda che sembra
sfociare un giorno nel matrimonio, ma,
proprio quando i due stanno per pronunciare il fatidico “sì”, si presenta un individuo che svela che Rochester è sposato. Non
solo, la moglie già esistente vive a Thornfield Hall, reclusa in una soffitta perchè
completamente pazza.
La rivelazione di questo fatto terribile,
l’avere visto la povera infelice, il riconoscere quanto grave e bugiardo sia stato il
comportamento di Rochester spingono
Jane Eyre alla fuga fino alla casa di Rivers vista all’inizio. Qui Jane Eyre riceve
finalmente una buona notizia: uno zio dalle lontane Americhe le lascia tutto il suo
ricco patrimonio che immediatamente divide con la sua nuova famiglia anche se
non manca un ulteriore ostacolo alla serenità: il reverendo Rivers, in procinto di partire per una missione in India, le chiede di
sposarlo ma la giovane rifiuta perchè il
ricordo di Rochester è ancora vivo e la
spinge a tornare a Thornfield Hall. Ritorno amaro perchè la grande dimora è pressocchè distrutta da un incendio causato
dalla povera pazza e Rochester è un rottame ormai cieco.
Forse a questo punto e in piena libertà
può concretizzarsi tra loro quel rapporto
così impossibile solo qualche tempo prima.
Fabrizio Moresco
STUDENT SERVICES
(Mes chères études)
Francia, 2010
Regia: Emmanuelle Bercot
Produzione: François Kraus, Denis Pineau-Valencienne per
Les Films du Kiosque
Distribuzione: Bolero
Prima:(Roma 26-8-2011; Milano 26-8-2011) – V.M.: 18
Soggetto: tratto dal libro autobiografico Mes chères études di
Laura D
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Direttore della fotografia: Christophe Offenstein
Montaggio: Julien Leloup
Scenografia: Éric Barboza
Costumi: Marité Coutard
Direttori di produzione: Hervé Duhamel, Angeline Massoni
Casting: Antoinette Boulat
Aiuto regista: Armel Gourvennec, Alexandre Tisseyre
Interpreti: Déborah François (Laura), Alain Cauchi (Joe),
Mathieu Demy (Benjamin), Benjamin Siksou (Manu), Joseph
Braconnier (cliente), Marc Chapiteau (fotografo), Pascal Bongard (Gérard), Anna Sigalevitch (Fanny), Lou Bohringer (Lou),
Marthe Caufman (Elsa), Édith Le Merdy (assistente sociale),
Frédéric Épaud (agente immobiliare)
Durata: 106’
Metri:2850
12
Film
aura è una studentessa francese
di soli 18 anni. Ha tutta la vita
davanti, e tanta voglia di farcela
e di studiare Lingue straniere all’università. Ma la vita da studentessa è difficile,
soprattutto se devi lavorare per mantenerti gli studi. Laura infatti lavora part time
in un call center, ma quello che guadagna
non le basta per pagare tutte le spese quotidiane, i libri universitari e l’affitto di
casa. Una sera, navigando in internet, incontra casualmente in una chat un uomo
di mezza età. Quest’uomo si chiama Joe, è
di bella presenza ed è in cerca di studentesse con cui trascorrere dei momenti d’intimità a pagamento. Joe offre a Laura cento
euro per appena un’ora insieme, perché è
un uomo convinto che “Con i soldi oggi
puoi comprare tutto: bambini, organi e persone”. Nonostante le titubanze, la ragazza accetta, promettendo a se stessa però
che quella sarà la prima e unica volta.
Tuttavia, i facili guadagni e il repentino
miglioramento delle sue condizioni di vita
faranno in modo che Laura risponda prima ad un annuncio, poi a un altro e poi a
un altro ancora, fino a diventare a tutti gli
effetti una ragazza a pagamento. Intanto
Laura prova anche ad avere una relazione
stabile con un ragazzo che la ama davvero, Manu. Ma al suo fidanzato, Laura cerca di imporre una vita completamente
sdoppiata tra la ragazza acqua e sapone
L
Tutti i film della stagione
di tutti i giorni e quella chiusa nell’hotel
dove hanno luogo gli incontri clandestini.
Tra situazioni ingestibili, clienti che pagano solo per un abbraccio e quelli che chiedono cose diverse, Laura capisce che la
sua è in realtà una situazione di sudditanza fisica e psicologica alla quale non può
più resistere. Tutto ciò la spingerà a decidere di uscire dal giro, ma presto capirà
che interrompere, cambiare davvero strada sarà molto più difficile di quanto pensasse. È quello che lei stessa racconterà,
alla fine, davanti alle telecamere di un programma televisivo, mascherata con una
parrucca bionda e un paio di occhiali da
sole.
tudent Services, firmato dalla regista francese Emmanuelle Bercort, è un film prodotto per la te
levisione d’oltralpe da Canal +. In Italia invece, senza troppi interrogativi, è uscito
solo nelle sale cinematografiche grazie alla
Bolero ed è stato vietato ai minori di diciotto anni. La pellicola infatti tratta un tema
delicato e scottante che ovunque rappresenterebbe una voragine nell’attualità riguardante le questioni giovanili: la prostituzione di giovani ragazze finalizzata al
proprio mantenimento degli studi universitari. Tratto dal romanzo “Mes chères études”, Student Services racconta infatti di
un fenomeno molto diffuso tra le studen-
S
tesse francesi. La regista ci fa sapere –
attraverso la sua protagonista – che in
Francia sono circa quarantamila le studentesse che si prostituiscono per mantenersi gli studi. Si tratta dell’esistenza di un vero
e proprio mercato clandestino del corpo,
in cui venditore e compratore non sono
altro che giovani studentesse e uomini disposti a pagare anche per ricevere un semplice abbraccio, o per dare sfogo alle proprie fantasie più perverse. Il tutto è letteralmente incorniciato dal racconto che la
protagonista fa davanti alle telecamere
della tv. Si vede infatti Laura all’inizio del
film e poi solamente alla fine, mascherata
da una parrucca bionda e un paio di occhiali da sole, mentre rilascia un’intervista
a un talk show televisivo. Il film della Bercort tuttavia, pur non lasciando un minimo
di respiro alla consolazione e al perbenismo, denuncia soprattutto una condizione
esistenziale di solitudine e incomunicabilità non solo tra generazioni diverse, ma
anche tra coetanei. Nella pellicola infatti
emerge, oltre che l’aspetto strettamente
sessuale della vicenda (forse un po’ eccessivo proprio rispetto alla denuncia che
sta alla base del film), soprattutto la solitudine dei suoi protagonisti, la totale incapacità (o impossibilità) di Laura di vivere
con e come i suoi coetanei.
Marianna Dell’Aquila
TOURNÉE
(Tournée)
Francia, 2010
Regia: Mathieu Amalric
Produzione: Laetitia Gonzalez, Yaël Fogiel per Les Films du
Poisson. In coproduzione con Neue Mediopolis Filmproduktion/Arte France Cinéma/WDR-ARTE/Le Pacte and Film(s)
Distribuzione: Nomad Film
Prima: (Roma 16-3-2011; Milano 16-3-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Mathieu Amalric, Philippe di
Folco, Marcelo Novais Teles, Raphaëlle Valbrune
Direttore della fotografia: Christophe Dutertre
Montaggio: Annette Dutertre
Scenografia: Stéphane Taillasson
Costumi: Alexia Crisp-Jones
Suono: Olivier Mauzevin
Aiuto regista: Elsa Amiel
Trucco: Delphine Jaffart
oachim è un impresario teatrale
francese che, dopo aver lavorato
negli Stati Uniti, torna in patria
con un gruppo di ballerine californiane di
new burlesque. L’impresario, vecchia gloria
del mondo della produzione televisiva, vuole
J
Consulente ‘New burlesque’: Kitty Hartl
Interpreti: Miranda Colclasure (Mimi Le Meaux), Suzanne
Ramsey (‘Kitten on the Keys’), Linda Marraccini (‘Dirty Martini’), Angela de Lorenzo (Evie Lovelle), Julie Ann Muz (Julie
Atlas Muz), Alexander Craven (Roky Roulette), Mathieu
Amalric (Joachim Zand), Damien Odoul (François), Ulysse
Klotz (Ulysse), Simon Roth (Baptiste), Joseph Roth (Balthazar), Aurélia Petit (ragazza alla pompa di benzina), Antoine
Gouy (uomo d’affari software), André S. Labarthe (manager
del cabaret), Pierre Grimblat (Chapuis), Jean-Toussaint Bernard (receptionist dell’hotel), Anne Benoît (cassiera del supermercato), Florence Ben Sadoun (signora in ospedale),
Erwan Ribard (poliziotto), Julie Ferrer (se stessa)
Durata: 111’
Metri: 3050
realizzare un spettacolo nuovo, sicuro di poter conquistare il pubblico francese. Ma il
tour sembra destinato a toccare solo le città
minori, dove le paghe sono più basse e le
ragazze della compagnia non hanno nulla
da fare, se non dormire e trascorrere il loro
13
tempo libero nelle hall di alberghi rumorosi
e anonimi. Le ballerine della compagnia sono
infatti donne giunoniche ed esuberanti, dal
carattere molto forte, delle vere dive, difficili
da tenere sotto controllo. A Joachim non resta che provare a ricontattare qualche vec-
Film
chia conoscenza rimasta a Parigi, sperando
di poter portare finalmente il suo spettacolo
nella capitale francese. Ma qui l’impresario
scopre che i rancori e le situazioni irrisolte
che lo avevano allontanato dalla Francia
sono ancora vive nelle menti e negli animi
dei suoi vecchi colleghi. Inutile anche il tentativo di rivolgersi a una ex collega, una regista televisiva sua ex amante ora ricoverata in ospedale per un cancro al seno. Joachim capisce di essere davvero solo. Ad aggravare la situazione ci si mette anche la vita
privata, con un matrimonio fallito e due figli che non gradiscono trascorrere neanche
qualche giorno con il padre e la sua compagnia di ballerine. Il giorno in cui Joachim deve accompagnare i figli alla stazione per rimandali dalla madre, Mimi, una
delle sue ballerine migliori, chiede di poter
andare con loro perché deve fare degli acquisti. Tra di loro la tensione è forte. Nessuno dei due, infatti, ha il coraggio di confessare i propri sentimenti all’altro. Dopo
aver perso più volte la strada per raggiungere il resto della compagnia in una sconosciuta località sulla costa, Joachim e Mimì
arrivano in un albergo vuoto e silenzioso che
si trova a ridosso del mare. Lontani da tutti e
da tutto, i due amanti riescono finalmente a
lasciarsi andare l’uno all’altro. Ad animare
Tutti i film della stagione
l’atmosfera l’arrivo della compagnia che,
con il suo entusiasmo e la sua allegria, tra
uno champagne caldo e alcune inaspettate
confidenze, indurrà Joachim a non sentirsi
finalmente più solo.
lcuni critici l’hanno definito come
un ritratto dal carattere felliniano.
Forse per la presenza di corpi
femminili giunonici e sensuali, o forse per
la sensazione di sospensione che si avverte in alcuni tratti del film. Eppure, con molta
sincerità, dobbiamo ammettere che Tourneé, il film d’esordio alla regia dell’attore
francese Mathieu Amalric non ha assolutamente nulla della poetica felliniana. Infatti
sono troppo lontane le maschere burlesque
delle ballerine californiane dal mondo onirico e sensuale rappresentato dalle donne
di Federico Fellini, che mai avrebbero ostentato il loro corpi nudi a un pubblico di provincia, assetato di divertimento trash e
chiassoso, come invece avviene in Tournée.
Dal punto di vista della regia, tuttavia,
Amalric mostra di avere, a ragione, una forte consapevolezza del suo sguardo dietro
la macchina da presa. Sono molto interessanti, infatti, alcuni passaggi d’inquadrature da interni a esterni, filtrati attraverso lo
schermo trasparente di un vetro o di uno
A
specchio. Così come lo sono i contrasti volutamente costruiti tra l’ambiente chiassoso delle hall d’albergo e delle chiacchiere
nei treni rispetto alla solitudine e al silenzio
interiore del protagonista (interpretato dalla stesso Amalric). L’attore-regista dimostra,
inoltre, di avere una grande capacità di osservare se stesso come protagonista, riprendendosi e inquadrandosi al di là dell’obiettivo come un corpo esterno, al pari di
tutti gli altri personaggi. Altro discorso per i
suoi compagni di viaggio, le vere ballerine
di new burlesque, a cui Amalric non chiede
di interpretare nient’altro che quelle che
sono nella vita reale. Anche in questo caso,
va apprezzata la cura con cui il regista ha
saputo riprendere alcuni dettagli, soprattutto
dei corpi e degli sguardi, ma troppa narrazione viene affidata ad alcuni escamotage,
come le danze improvvisate o le sigarette
sempre accese, che hanno forse lo scopo
di riempire dei vuoti drammaturgici. Cioè
che stupisce e piace di più è il finale. Negli
ultimi minuti di film, infatti, regnano il silenzio e lo stato di abbandono dell’ambiente
come riflesso della solitudine interiore e incolmabile del protagonista, vero leitmotiv di
tutto il film.
Marianna Dell’Aquila
CONTAGION
(Contagion)
Stati Uniti, 2011
Coordinatori effetti speciali: Ron Bolanowski, John D. Milinac
Supervisori effetti visivi: Randy Goux, Thomas J. Smith
Coordinatori effetti visivi: Gustavo A. Pablik, Raechel Rowland
supervisore costumi: Jennifer Jobst, Richard Schoen, Dana
Schondelmeyer
Interpreti: Matt Damon (Mitch Emhoff), Laurence Fishburne
(dott. Ellis Cheever), Jude Law (Alan Krumwiede), Marion
Cotillard (dott.sa Leonora Orantes), Gwyneth Paltrow (Beth
Emhoff), Kate Winslet (dott.ssa Erin Mears), Bryan Cranston
(Lyle Haggerty), Jennifer Ehle (dott.ssa Ally Hextall), Elliot
Gould (dott. Ian Sussman), Sanaa Lathan (Aubrey Cheever),
Dan Latham (dott. Adam Ritmiller), Armin Rohde (Damian
Leopold), Demetri Martin (dott. David Eisenberg), Stef Tovar
(dott.Arrington), Tien You Chui (Li Fai), Josie Ho (sorella di Li
Fai), Daria Strokous (Irina), Monique Gabriela Curnen (Lorraine Vasquez), Griffin Kane (Clark Morrow), John Hawkes
(Roger), Teri McEvoy (infermiera della scuola), Sue Redman,
Teri Campbell (infermiere Pronto Soccorso), Mary Jo Faraci
(assistente sociale), Grace Rex (Carrie Anne), Joseph Anthony Foronda (funzionario della WHO), Phillip James Brannon (paramedico), Rebecca Spence (moglie di Jon Neal),
David Lively (esaminatore medico), Andrew White (assistente
esaminatore medico), Larry Clarke (Dave), Anna Jacoby-Heron (Jory Emhoff), Ira Blumen, Scott Stangland, Jimmy Chung,
Yoshiaki Kobayashi
Durata: 105’
Metri: 2900
Steven Soderbergh
Produzione: Gregory Jacobs, Michael Shamberg, Stacey Sher
per Warner Bros. Pictures/Participant Media/Imagenation Abu
Dhabi FZ/Double Feature Films/Regency Enterprises
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima:(Roma 9-9-2011; Milano 9-9-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Scott Z. Burns
Direttore della fotografia: Steven Soderbergh
Montaggio: Stephen Mirrione
Musiche: Cliff Martinez
Scenografia: Howard Cummings
Costumi: Louise Frogley
Produttori esecutivi: Jonathan King, Michael Polaire
Line producers: Zakaria Alaoui, Chen On Chu
Direttore di produzione: David Brown
Casting: Carmen Cuba
Aiuti regista: Joey Coughlan, Yann Mari Faget, Ahmed Hatimi, Gregory Jacobs, Eric Richard Lasko, Lemon Liu, Florian
Nussbaumer, Samar Pollitt, Sunni-Ali Powell, Mohammed
Hamza Regragui, Jody Spilkoman
Operatori: Duane Manwiller, Porter Versfelt III
Operatore Steadicam: Duane Manwiller
Art directors: Abdellah Baadil, Simon Dobbin, David Lazan
Arredatore: Cindy Carr
Trucco: Aurora Bergere, Kate Biscoe, Stephan Dupuis, Lisa Jelic,
Cheryl Ann Nick, Suzi Ostos, Vicki Vacca, Nancie Marsalis
Acconciature: Fríða Aradóttir, Vivian Guzman, Lun Yé Hodges, Laurel Kelly, Dominic Mango
14
Film
na turista americana, Beth
Emhoff, è di ritorno da un viaggio a Hong Kong e si trova in
aeroporto, a Chicago. È al telefono e nel
frattempo, mette la mano in una ciotola
di salatini, mangiandone un po’. Poco
dopo, a Hong Kong, un ragazzo inizia a
tossire e a sentirsi male, sempre peggio.
Un uomo invece perde i sensi in un autobus affollato, prima di morire nel giro di
pochi istanti.
È il “giorno 2”, quello successivo al
contagio del virus letale che Beth ha contratto e del quale ancora non è consapevole. Il suo ritorno a Minneapolis è traumatico, dopo la febbre alta scambiata per
un effetto collaterale del jet lag arriva la
morte improvvisa. Suo marito Thomas apprende la notizia dai medici e non si dà
pace, ma nel frattempo anche il piccolo figlio di sua moglie Beth perde la vita nel
medesimo modo. È solo l’inizio di un contagio su larghissima scala e i numeri di
questa tragedia si moltiplicano in un tempo brevissimo a causa delle tantissime interazioni tra esseri umani nel corso di queste prime giornate di vita quotidiana.
Al Centro USA per il Controllo e la
Prevenzione delle malattie c’è una febbrile ricerca delle cause di tale virus e di un
modo per interrompere la catena dell’agente patogeno in continuo mutamento. Il vice direttore Cheever cerca di placare il panico della gente, ma anch’egli è
seriamente preoccupato e così chiama l’ottima dottoressa Mears, incaricandola di
valutare tutti i rischi possibili. Nel frattempo anche la dottoressa Orantes dell’OMS
lavora duramente per cercare un vaccino
e la soluzione al problema. In questo clima di terrore, un blogger piuttosto noto,
tale Alan Krumwiede sostiene che alla gente vengano nascoste le dovute informazioni sulla realtà dei fatti e contribuisce, così,
a generare un’ondata di paura che si diffonde come il virus stesso.
Per cercare di dimostrare le sue teorie, il blogger si dichiara contagiato, ma è
convinto che ci sia un farmaco piuttosto
comune in grado di curare questo male e
così se lo inietta in diretta. La sua guarigione è finta, in quanto non è mai stato
realmente contagiato ma ha solo cercato
di trovare un sistema rapido e concreto per
acquisire soldi e fama. Il suo tentativo è
riuscito, così come quello di incrementare
lo scompiglio nella povera gente, sempre
più vittima del panico.
Alcuni residenti di un villaggio rapiscono intanto la dott.ssa Orantes, nella
speranza di ottenere presto il vaccino, ma
l’accordo di riscatto che stipulano sarà per
loro una truffa.
Tutti i film della stagione
U
Anche la dottoressa Mears, prima che
riesca a trovare una soluzione, muore vittima del virus.
Le istituzioni cercano di circoscrivere
il contagio isolando alcune zone e nel frattempo riescono finalmente a creare un vaccino valido, scatenando però a questo punto il malumore della gente sulle priorità di
ottenimento dello stesso. Il virus sarà stroncato, ma servirà ancora del tempo, mentre
lo scenario di distruzione che porta con sé
è qualcosa di apocalittico.
a paura è un sintomo che ogni
volta che si manifesta riesce a
rinnovare la sua essenza incredibilmente stupefacente. Risulta assai
complicato gestirla e, nel più dei casi, non
siamo in grado di controllarla, ma soprattutto dimentichiamo (anche fortunatamente) il suo aspetto, in modo che essa possa presentarsi in vesti differenti a seconda delle circostanze, impedendoci persino la giusta cura o prevenzione e agendo
pertanto nella medesima maniera del contagio.
Steven Soderbergh gioca proprio su
questo: sulla sottile e insidiosa analogia tra
il contagio e il terrore che esso provoca
nella gente; ci regala una pellicola catastrofica che, pur rispettando gli standard
del genere, cerca al contempo di portare
un profumo di novità.
In Contagion, come detto, la paura non
è quindi un mero effetto collaterale, ma
agisce come lo stesso virus, dando vita alle
reazioni in una sorta di tremendo effetto
domino.
Quando compaiono i primi morti si accende il campanello d’allarme ed è proprio qui che viene messa in luce la fragilità umana di fronte a fenomeni sconosciuti
L
15
e dei quali si ignorano le cause. Non è affatto semplice prendere la strada giusta,
ma il tentativo diventa una necessità sia
per la speranza di trovare una cura, sia
per addolcire le nostre fobie.
Ma l’effetto domino prima enunciato è
ciò che nutre ed incrementa il grande incubo, perché non appena ci si rende conto di essere da soli, allora la lotta alla sopravvivenza non passa più dallo scontro
con il nemico diretto, il virus, troppo forte
per essere annientato dalle persone comuni, bensì dalla guerra con i propri simili, la cosiddetta legge del più forte.
Il tuo vicino di casa ora è un pericolo,
o magari una fonte quando i beni di prima
necessità iniziano a mancare: entrambi i
casi rappresentano un valido motivo per
farlo fuori.
L’idea di Soderbergh è senz’altro intelligente, nonché vincente in partenza, anche in considerazione della paura scatenata recentemente dai virus dell’aviaria o
dell’H1N1, situazioni in cui la soglia di allarmismo e il timore della gente si sono
dimostrati enormi pur se fortunatamente
ingiustificati.
Pensato come un thriller, disposto
come una sorta di noir e messo in atto
nel pieno rispetto dei canoni del dramma
catastrofico Contagion è un film dall’enorme potenziale, in grado di aprirsi come
una grande cipolla dai numerosi strati, che
una volta tolta la buccia ci mostra il nucleo e le lacrime, lasciandoci annusare
soltanto tutto il resto, forse per paura che
il cattivo odore possa espandersi proprio
come il virus. Chi vedrà il film capirà senza dubbio il riferimento all’accusa troppo
velata e accuratamente mascherata contro le case farmaceutiche. Le falle del sistema vengono messe sullo stesso pia-
Film
no di un qualsiasi altro organo di potere
o scala gerarchica, aprendo quindi una
porta senza andare poi a curiosare cosa
nasconda al suo interno. Un vero peccato, visto l’interesse dello spunto in questione.
Al di là di questo, il lavoro compiuto dal
Tutti i film della stagione
regista risulta davvero prezioso e impacchettato con stile, anche grazie ad un ottimo cast dove i numerosi attori ben figurano a dispetto di un misero minutaggio pro
capite. Interessante, seppur prevedibile
nella forma, anche la scelta compositiva
del finale, che rappresenta il vero fiocco
del regalo di Soderbergh che mira a un
pubblico più eterogeneo possibile, convincendolo così della sua buona forgia, ma
non certamente ad abbandonare le proprie inquietudini.
Tiziano Costantini
I PUFFI IN 3D
(The Smurfs)
Stati Uniti/Belgio, 2011
Regia: Raja Gosnell
Produzione: Jordan Kerner per Columbia Pictures/Sony Pictures Animation/Kerner Entertainment Company
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 16-9-2011; Milano 16-9-2011)
Soggetto: personaggi dei fumetti e dei cartoni animati ideati da Peyo
Sceneggiatura: J. David Stem, David N. Weiss, Jay Scherick,
David Ronn
Direttore della fotografia: Phil Meheux
Montaggio: Sabrina Plisco
Musiche: Heitor Pereira
Scenografia: Bill Boes
Costumi: Rita Ryack
Produttori esecutivi: Ben Haber, Paul Neesan, Ezra Swerdlow
Direttore di produzione: Richard Baratta
Casting: Richard Hicks, David Rubin
Aiuti regista: Benita Allen Richard Hicks, David Rubin, David
Catalano, Maura Kelly, Justin Ritson, Salvatore E. Sutera, Peter Thorell
Operatori: Stephen Consentino, Lukasz Jogalla
Operatori Steadicam: Stephen Consentino, Marc Ehrenbold
Art directors: Chris Shriver, Christian Wintter
Arredatore: Regina Graves
Effetti speciali trucco: Martin Astles, John Caglione Jr
Trucco: Vincent Schicchi
Acconciature: Pamela May, Sarah Stamp, Inga Thrasher
Supervisori effetti visivi: Trent Claus (Lola Visual Effects),
Ivan Moran (Framesore New York), Blair Clark, Rob Engle,
Richard R. Hoover, Joseph A. Zaki
Coordinatori effetti visivi: Raven Sia (Framestore New
York), Natalie DeJohn, Kasey Fagerquist, Kristy Lynn Fortier,
Danny Huerta, Kevin Noel, Claire Sun, Johnna Todesco
Supervisore effetti digitali: Daniel Kramer
Suono: Steve Zaragoza
el villaggio dei Puffi tutto scorre serenamente: Grande Puffo e
i suoi 100 figli si preparano allegramente per la festa della Luna Blu. Intanto Gargamella e il suo gatto Birba cercano un modo per catturarli e – approfittando
di una distrazione di Puffo Tontolone – riescono a entrare nel loro villaggio. Grande
Puffo, che con una visione aveva capito che
Puffo Tontolone li avrebbe messi nei guai,
riesce a far scappare tutti i Puffi, ma di nuovo per un errore di Tontolone, Puffetta, Quattrocchi, Puffo Coraggioso, Brontolone e lo
stesso Grande Puffo finiscono in un vortice
dimensionale che li scaraventa a Manhattan.
Lo stesso accade a Gargamella e Birba, che,
dopo averli rincorsi, finiscono nel vortice.
N
Animazione personaggi: Matthew Meyer, Tim Pixton (Sony
Pictures Animation),Carl Vazquez (DDMG), Nick Starcevic,
Alex Zemke (SPI), Jimmy Almeida, Bill Haller, Denis Samoilov, Paul Wood
Animazione: Patrick Porter, Jaime Castañeda, Chris Caufield
(Framestore New York), Louis Jones, Andy Hass, Danny Southard (Tippett Studio), Craig McPherson, Mark Pullyblank
(Sony Pictures Animation), Robert Alves,Mike Beaulieu, Manuel Bover, Shad Bradbury, Eric Burnett, Tony Castro, Wesley
Chandler, Trent Correy, Rahul Dabholkar, Mike Dharney, JeanDominique Fievet, Robert Fox, Émilie Goulet, Derek Gowland,
Wade Hampton, Mike Jahnke, Blake Kenneth Johnson, Mariya Kalachova, Sebastian Kapijimpanga, Michael Kimmel, Kevin Labanowich, Yuri Lementy, Michael Lewicki, Victoria Livingstone, Cristin McKee, Clayton Mitchell, Paul Newberry, Yuhon
Ng, Jeff Panko, Kevin Quaid, In-Ah Roediger, Troy Saliba,
Benson Shum, Richard Smith, Alexander Snow, Jason Spilchak, Carolyn Vale, Dave Vasquez, Mitch Yager, Ryan Yee
Interpreti: Hank Azaria (Gargamella), Neil Patrick Harris (Patrick Winslow), Jayma Mays (Grace Winslow), Sofía Vergara
(Odile), Tim Gunn (Henri), Madison McKinley, Meg Phillips (modelle), Julie Chang, Roger Clark (conduttori del notiziario), Mark
Doherty (uomo d’affari), Victor Pagan (Bum), Mahadeo Shivraj
(Cabbie), Adria Baratta (impiegata di Anjelou), Paula Pizzi (madre di Odile), Andrew Sellon (cameriere), Bradley Gosnell (commesso negozio giocattoli), Heidi Armbruster, Finnerty Steeves
(madri nel negozio di giocattoli), John Speredakos (genitore
con bambina), Sean Ringgold (Bubba), Mario D’Leon (amico di
Bubba), Jojo Gonzalez (custode della FAO), Tyree Michael Simpson, Scott Dillin (polizziotti), Minglie Chen, Sean Kenin, Julianna Rigoglioso, Daria Rae Figlo, Eric Redgate, Liz Smith
Durata: 90’
Metri: 2470
A New York intanto Johan è stato nominato vice direttore dell’azienda di cosmetici per cui lavora, ma, per confermare il suo
ruolo, avrà due giorni per creare una nuova pubblicità e stupire la direttrice. Mentre
i Puffi si aggirano per le strade della città
inseguiti da Gargamella e Birba, Puffo Tontolone finisce nello scatolone che Johan
deve portare a casa e così Grande Puffo e
gli altri sono costretti a seguire la macchina per salvare Tontolone. Arrivato a casa,
Johan comunica la notizia alla moglie incinta e si mette subito al lavoro. Tontolone
intanto riesce a uscire dallo scatolone, ma
viene visto dal cane che lo insegue per tutta
casa, mentre gli altri Puffi riescono a entrare da una finestra aperta. Johan e Grace
16
si accorgono che sta accadendo qualcosa
in casa e improvvisamente si trovano davanti i sei piccoli Puffi! Grande Puffo spiega l’accaduto alla coppia, ma, mentre Johan
resta un po’ diffidente, Grace è subito colpita dalla simpatia di questi buffi amici blu
e decide di aiutarli a tornare al loro villaggio! Il giorno dopo, Johan va a lavoro, ma
quando si accorge che tutti i Puffi lo stanno
seguendo, riesce a nasconderli e a portarli
nel suo ufficio. Puffetta, Grande Puffo,
Brontolone, Quattrocchi e Puffo Coraggioso cantano e ballano nell’ufficio di Johan
che – non riuscendo a lavorare – è costretto a chiamare Grace (rimasta a casa con
Tontolone). Grace porta via i Puffi, ma,
quando con la macchina passano davanti a
Film
un negozio di giocattoli con il telescopio in
vetrina, i Puffi scappano ed entrano nel negozio.
Intanto Gargamella è riuscito a rintracciarli e arriva anche lui nel negozio;
inizia così una caccia ai Puffi, sia da parte del mago cattivo, sia da parte dei bambini che vogliono a tutti i costi comprare
quei “pupazzini blu”. Johan arriva in soccorso di Grace e insieme riescono a riprendere tutti i Puffi e salvarli da Gargamella.
Tornati a casa, Johan scopre che la direttrice ha accettato il suo lavoro e per festeggiare si diverte a ballare e cantare insieme ai Puffi con la Playstation, mentre
Grace aiuta Puffetta a trovarsi un nuovo
vestitino. Intanto Grande Puffo, grazie al
telescopio preso nel negozio di giocattoli,
cerca di capire quando avverrà l’allineamento delle stelle che permetterà loro di far
tornare la luna di colore blu e di tornare
nel loro villaggio. Messi a letto gli altri Puffi,
Johan confida a Grande Puffo di non sentirsi veramente pronto per la nascita del
bambino, ma il saggio puffo dal cappello
rosso riesce a tranquillizzarlo. Il giorno
dopo, Johan si accorge che la pubblicità che
appare sui grattacieli di New York non è
quella che era stata approvata, ma è quella
che aveva creato (raffigurante una luna blu)
e poi lasciato da parte. Tontolone l’aveva
inviata involontariamente, dopo essere passato sulla tastiera del computer. Grande
Puffo intanto ha scoperto che l’allineamento
avverrà quella stessa notte, ma prima ha
bisogno di un libro di magia per avere la
pozione che renderà la luna blu. Johan, arrabbiato, cerca di rimediare all’errore e si
rifiuta di aiutare i Puffi e di accompagnarli
alla biblioteca. Grande Puffo seguito dagli
altri Puffi (mentre Tontolone viene nuovamente lasciato a casa con Grace), arriva
alla biblioteca e riesce a copiare la formu-
Tutti i film della stagione
la per la pozione magica, appena prima dell’arrivo di Gargamella e Birba. Il mago
cattivo cattura però Grande Puffo che riesce a far scappare gli altri Puffi e a consegnare a Quattrocchi la formula.
Intanto Johan è tornato a casa e, dopo
essersi chiarito con Tontolone e con sua
moglie, decide di andare ad aiutare i Puffi
nella loro missione. Arrivati alla biblioteca
i tre però trovano Puffetta e gli altri senza
Grande Puffo. Gargamella l’ha portato al
Castello del Belvedere; così Johan organizza un piano di attacco al castello. Quattrocchi, mettendo in pratica la formula consegnatagli da Grande Puffo riesce ad aprire
il vortice che li aveva portati a New York,
così da far arrivare tutti gli altri novantacinque Puffi che erano rimasti al villaggio.
Gargamella viene attaccato da tutti i
Puffi, ma, proprio quando sta per catturarli grazie al potere di una bacchetta
magica, questa gli sfugge e Tontolone riesce a prenderla e a salvare tutti i Puffi.
Tontolone è ormai un eroe, Grande
Puffo capisce di aver interpretato male la
premonizione iniziale e Johan e Grace riportano tutti i Puffi nel luogo in cui si era
aperto il vortice per permettere di tornare
al loro villaggio. Tontolone, Puffetta, Coraggioso, Quattrocchi, Brontolone e Grande Puffo salutano Johan e Grace e – tornati al villaggio che Gargamella aveva distrutto – decidono di ricostruirlo prendendo spunto dalla Grande Mela.
Intanto Johan scopre di non aver perso il lavoro, poiché la sua pubblicità con
la luna blu sembra aver riscosso un enorme successo.
Puffi arrivano nella Grande Mela
e fanno amicizia con una simpatica coppia di newyorchesi! Se da
bambini avete amato questi pupazzini blu,
I
di sicuro avrete sognato di incontrarli per
un giorno e magari chissà, di scoprire qualcosa in più sulla loro origine! Beh, il film fa
rivivere questo sogno e appassiona quasi
di più il pubblico adulto che quello dei più
piccoli.
Raja Gosnell ha realizzato il primo film
in live action sui personaggi creati da Peyo
negli anni ‘60, compiendo un ottimo lavoro
sull’animazione digitale e coniugandolo ad
una storia classica che appassiona ormai
da anni grandi e piccini. Accompagnati dagli
umani Johan e Grace – Neil Patrick Harris e
Jayma Mays – i Puffi compiono il loro breve
viaggio nella città di New York, inseguiti dal
cattivo Gargamella (Hank Azaria) e dal suo
buffo gatto Birba. La storia di Johan e Grace
fa da cornice all’avventura di Grande Puffo
e dei suoi Puffi: è leggera, scontata sicuramente, ma senza troppe pretese e comunque divertente poiché si inserisce bene nel
contesto. Certamente a far sorridere lo spettatore sono Tontolone, Brontolone, Puffo Coraggioso, Puffetta, Quattrocchi e Grande
Puffo, con il loro modo di parlare, le loro canzoncine e il loro simpatico aspetto, ma il ruolo di Harris e Jayma Mays funziona abbastanza bene. È anche grazie a loro infatti che
lo spettatore scopre alcune cose sull’origine
dei Puffi, che anche i più affezionati della serie dei cartoni animati, probabilmente non
hanno mai saputo.
Un film campione d’incassi, che deve
il suo successo soprattutto alla popolarità
del fumetto di Peyo, ai cartoni animati e a
tutto il lavoro di marketing che gira intorno
agli “omini blu”, ormai da tanti anni, ma
anche a un ottimo mix di animazione e live
action. Un film per tutti, per i bambini sicuramente, ma anche per quegli adulti che
hanno voglia di “puffare” un po’!
Silvia Preziosi
FACCIO UN SALTO ALL’AVANA
Italia, 2011
Regia: Dario Baldi
Produzione: Marco Poccioni, Marco Valsania per Rodeo Drive
Media
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 22-4-2011; Milano 22-4-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Lorenzo De Marinis, Massimiliano Orfei
Direttore della fotografia: Vittorio Omodei Zorini
Montaggio: Alessio Doglione
Musiche: Francesco De Luca, Alessandro Forti
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Patrizia Mazzon
Direttore di produzione: Paolo Lucarini
Aiuti regista: Elena Fiorenzani, Massimo Loi
Operatore: Emiliano Fiore
Supervisore effetti visivi: Pierfilippo Siena (Metaphyx)
Coordinatore effetti visivi: Virginia Cefaly (Metaphyx)
Interpreti: Enrico Brignano (Fedele), Francesco Pannofino
(Vittorio), Aurora Cossio (Almadedios), Grazia Schiavo (Barbara), Paola Minaccioni (Laura), Isabelle Adriani (bionda misteriosa), Virginia Raffaele (Annaclara), Antonio Cornacchione (dottor Brancacci), Cosimo Cinieri (Siniscalco), Carolina
Poccioni (ragazza romana)
Durata: 96’
Metri: 2650
17
Film
edele e Vittorio sono due fratelli
dal carattere opposto. Mite, rispettoso e dedito alla famiglia il
primo, mascalzone, disonesto e fedigrafo il
secondo. Sono sposati con due sorelle, le figlie di un grosso imprenditore che ha concesso loro di amministrare la società. Un giorno,
però, l’auto di Vittorio viene trovata in un lago
in condizioni tali da far presupporre la morte
dell’uomo. Fedele, premuroso non nega l’appoggio alla cognata fino a quando non scopre sei anni dopo che suo fratello non è morto, ma vive a Cuba. Senza pensarci due volte, Fedele, prende il primo aereo convinto di
riportare indietro Vittorio. All’Avana, ben
presto, scopre che il fratello è famoso perché
organizza truffe a turisti insieme alla bella
Almadedios e proprio in una di queste, di cui
lui è vittima, ritrova il congiunto scomparso.
Inutili i rimproveri, Fedele non riesce a convincere Vittorio a seguirlo e fra un ballo e un
bicchiere di rum si innamora ricambiato di
Almadedios . L’Italia sembra lontana, ma
l’idillio finisce quando Vittorio e Almadedios
vengono arrestati dalla polizia locale. L’uomo cacciato da Cuba va a vivere in Svizzera
con un vitalizio che gli ha passato il suocero
a patto di non tornare in Italia, mentre la donna è costretta a fare alcuni mesi di carcere.
F
Tutti i film della stagione
Finiti i giorni di reclusione Almadedios ritrova all’uscita Fedele e con lui costruisce
una numerosa famiglia.
na volta si diceva: “I bravi attori
riescono a rendere favoloso anche un film mediocre”. Dopo aver
visto Faccio un salto all’Avana , si può chiaramente affermare che è un luogo comune da sfatare. Assolutamente.
La pellicola in questione, diretta da
Dario Baldi, è una accozzaglia maldestra
di siparietti pseudocomici che, partendo
dall’intuizione pirandelliana della finta morte, sviluppa l’originalissima, si fa per dire,
storiella dell’italiano all’estero.
Gli elementi della “tragedia” ci sono tutti: la moglie petulante, i Caraibi da depliant,
la bella indigena, i balli e i canti, il sogno
perduto. E ovviamente l’italiano truffaldino.
Manca solo la sceneggiatura, evidentemente arrivata tardi all’aeroporto, sostituita in extremis dall’audace arte dell’improvvisazione.
Con questi elementi, è evidente, non
si può chiedere il miracolo agli attori! Enrico Brignano e Francesco Pannofino ci provano e con quello che hanno, come facevano un tempo le brave massaie, “prepa-
U
rano il pranzo”, un pranzo insipido però,
che lascia i commensali, pardon gli spettatori con l’amaro in bocca.
I più delusi, sicuramente, rimarranno i
fanatici di queste commedie “scacciapensieri” (per usare una loro definizione), perché
Faccio un salto all’Avana, pur avendo qualche rara trovata simpatica, è pieno di angoli
bui e incomprensibili nonsense. Ecco, l’impressione che se ne ricava è di un lavoro
frettoloso, arrangiato all’ultimo momento,
buono solo a giustificare una trasferta all’Avana tutto incluso. Almeno quest’ultima fosse
stata trattata decentemente! E invece i bellissimi scorci della città amata da Hemingway
vengono continuamente sporcati dall’occhio
misero del turista, che trasforma il popolo
cubano in una caricatura sguaiata di se stesso. Una vera occasione mancata.
Il regista Renè Ferretti, alter ego di Pannofino nella fortunata serie televisiva Boris,
avrebbe una definizione “colorita” per questa
pellicola..., la sottoscritta si limita solo a sconsigliarlo e nel contempo invita il giovane Baldi
a usare più oculatezza nella scelta delle prossime pellicole da dirigere. Non si vive di solo
pane, un po’ di (buon) cinema non guasta mai.
Francesca Piano
A DANGEROUS METHOD
(A Dangerous Method)
Gran Bretagna/Germania/Canada/Francia/Irlanda, 2011
Trucco: Manuela Antritter, Andrea Braun, Ulrike Gass-Flakowski,
Gesa Gerersdorfer, Adriane Graeff, Andrea Hecking, Nadia
Homri, Carla Hovenbitzer, Elisabeth Kaukal, Isabella Koppensteiner, Mary Liebsch, Martina Mariacher, Magret Payer, Ulrich Ritter, Katrin Silbernagel, Conny Ulatowski, Romy Voigtsberger, Sonja Wimmer
Acconciature: Manuela Antritter, Andrea Braun, Ulrike GassFlakowski, Nadia Homri, Carla Hovenbitzer, Barbara Kichi,
Mary Liebsch, Ulrich Ritter, Katrin Silbernagel, Conny Ulatowski, Romy Voigtsberger, Sonja Wimmer
Supervisori effetti visivi: Joerg Bruemmer, Rolf Muetze,
Wojciech Zielinski
Coordinatori effetti visivi: Sarah Barber, Chris Ross, Laetitia Séguin
Interpreti: Viggo Mortensen (Sigmund Freud), Keira Knightley
(Sabina Spielrein), Michael Fassbender (Carl Jung), Vincent
Cassel (Otto Gross), Sarah Gadon (Emma Jung), André Hennicke (Eugen Bleuler), Katharina Palm (Martha Freud), Andrea
Magro (Jean Martin Freud), Arndt Schwering-Sohnrey (Sandor
Ferenczi), Mignon Remé (segretaria di Jung), Mareike Carriere, Franziska Arndt, Sarah Marecek (infermiere), Wladimir Matuchin (Nicolai Spielrein), André Dietz (poliziotto medico), Anna
Thalbach (paziente), Bjorn Geske (inserviente), Jost Grix (Leonhard Seif), Severin von Hoensbroech (Johan van Ophuijsen),
Torsten Knippertz (Ernest Jones), Dirk S. Greis (Franz Riklin),
Julia Mack (Mathilda Freud), Aaron Keller (Oliver Freud)
Durata:99’
Metri: 2550
Regia: David Cronenberg
Produzione: Jeremy Thomas per Recorded Picture Company
(RPC)/Lago Film/Prospero Pictures/Astral Media/Canadian
Film or Video Production Tax Credit (CPTC)/Corus Entertainment/Elbe Film/Millbrook Pictures/The Movie Network/Talking
Cure Productions/Téléfilm Canada
Distribuzione: Bim
Prima: (Roma 30-9-2011; Milano 30-9-2011)
Soggetto: tratto dalla pièce teatrale The Talking Cure di Christopher
Hampton e dal romanzo A Most Dangerous Method di John Kerr
Sceneggiatura: Christopher Hampton
Direttore della fotografia: Peter Suschitzky
Montaggio: Ronald Sanders
Musiche: Howard Shore
Scenografia: James McAteer
Costumi: Denise Cronenberg
Produttori esecutivi: Stephan Mallmann, Karl Spoerri, Peter Watson, Matthias Zimmermann, Thomas Sterchi
Produttori associati: Tiana Alexandra, Richard Mansell
Co-produttori: Martin Katz, Marco Mehlitz
Direttori di produzione: Robert Opratko, Imke Sommerkamp
Casting: Deirdre Bowen
Aiuti regista: Patrick Arias, Walter Gasparovic, Michaela Kluge
Operatori Steadicam: Patrick de Ranter, Robert Patzelt
Supervisore art director: Sebastian Soukup
Art directors: Anja Fromm, Nina Hirschberg, Frances Soeder
Arredatore: Gernot Thöndel
18
Film
904. Sabina Spielrein, una ragazza russa di elevata cultura, viene
ricoverata in una clinica svizzera
dopo che le è stata diagnosticata una forma di isteria aggressiva. Il dottor Jung che
l’ha in cura adotta, con lei la ‘terapia delle parole’ da cui emerge un’infanzia segnata da maltrattamenti e umiliazioni da parte paterna, dalle quali però è emerso che
provava piacere. Il dottor Jung è felicemente sposato e la moglie è incinta. Viene però
colpito dalla personalità della ragazza
anche se in clinica, in sua assenza, si rende protagonista di comportamenti eccentrici. Gioca, per esempio, in modo strano
con il cibo o si getta nello stagno. Col tempo vede dei miglioramenti e le propone di
fargli anche da assistente nella sua ricerca. Nel frattempo è nata la figlia di Jung.
Passano due anni. Vienna 31/3/1906.
Jung va a trovare Freud assieme alla moglie. Dopo aver mangiato, i due iniziano
una lunghissima conversazione, durata
circa 13 ore, dove affrontano anche il
tema dell’interpretazione dei sogni. Poi
Jung parla a Sabina, intanto decisamente migliorata, di quell’incontro e delle sue
paure. Tra loro c’è sempre più complicità. Insieme ascoltano la musica di Wagner
col grammofono e studiano le reazioni dei
pazienti. Poi, un giorno, in una panchina
su baciano. Jung desidera sempre di più
Sabina e il suo sentimento e ricambiato.
L’uomo passa sotto la sua abitazione per
vedere se ci sono le finestre accese, poi
non riesce a resistere e passa da lei. La
loro intimità non è più solo mentale ma
anche fisica. Lui però non vuole abbandonare la sua famiglia e va dalla giovane
donna per dirle che non se la sente di
andare avanti e che intende fermarsi. Inizialmente non riesce a rispettare i suoi
propositi e la loro storia continua ad andare avanti anche nel corso degli anni. I
due amanti proseguono la loro storia passionale tra forti rotture e immediate riconciliazioni. Un giorno, Sabina va nello
studio di Jung e lo ferisce al volto con un
tagliacarte. Poi però ritrovano la loro
intimità sessuale con lei che si fa sculacciare da lui. Prosegue anche il difficile
rapporto con Freud. Partono insieme per
gli Stati Uniti in nave. Lui viaggia in 1°
classe, l’anziano collega in 2°. Ed è lo
stesso Freud che lo mette al corrente delle voci che circolano a Vienna su di lui e
sul fatto che ha l’amante. A quel punto
tronca con Sabine che reagisce piangendo. E nel 1912 scrive pure a Freud accusandolo del fatto di trattare gli amici come
dei pazienti. Si rivede anche con Sabina,
che intanto si è sposata. E la prima guerra mondiale è alle porte.
Tutti i film della stagione
1
L
e visioni pericolose del cinema di
David Cronenberg. Pulsioni faticosamente trattenute, sogni premonitori, lo scarto tra desiderio e realtà.
Non c’è solo la ‘liason dangereuse’ tra
Jung, Sabine e Freud in A Dangerous
Method. Si mette in azione invece proprio il preciso teorema cronenberghiano
che scava nell’inconscio, che mette a
nudo la follia, gli abissi della perdizione.
Con una metamorfosi nella figura simile
a La mosca dove il personaggio di Sabina (resa con coraggiosa aderenza da
Keira Knightley) muta dall’inizio, dalle
sue urla sulla carrozza in apertura del
film che la sta conducendo nell’ospedale psichiatrico in Svizzera alla ‘tranquilla
fissità’ del finale, in simbiosi quasi con la
piattezza del lago, dove rivede Jung, simile a quella di un’immagine che si immobilizza e diventa quasi istantanea fotografica. Oppure con le stesse illusioni,
dal doppio concreto di Inseparabili ai volti
di Jung e Freud che possono sovrapporsi, raddoppiare anche nella singola inquadratura: si trovano da soli, in una strada, dove la razionalità, il pensiero si disintegrano progressivamente.
Bella sfida quella del grande regista
canadese David Cronenbergh con A
Dangerous Method. Dal romanzo A Most
Dangerous Method di John Kerr e la
pièce teatrale The Talking Cure di Christopher Hampton (anche sceneggiatore),
il film vuole oltrepassare quello che mostra, sempre sulla linea tra vista e allucinazione che, per esempio, in Crash inghiottiva completamente. Sulla linea di
un biopic disintegrato che vorrebbe farsi
avvolgere dalle fiamme del mélo. Ma il
cinema di Cronenberg stavolta non sfonda come in passato. I margini dell’inqua-
19
dratura restano intatti e, soprattutto, rimangono indelebili i segni compositivi.
C’è un percorso nel tempo – dal 1904
all’alba della prima guerra mondiale –
che, nei salti spaziali, potrebbe essere
quasi una produzione dell’inconscio. Ma
a movimentarlo davvero c’è solo la sessualità incontrollata di Otto Gross, interpretato da uno splendido Vincent Cassel che, in pochi frammenti, sovrasta Michael Fassbender e Viggo Mortensen,
qui più maschera che autentica emanazione cronenberghiana come in A History
of Violence e La promessa dell’assassino. Il tempo resta elemento esteriore,
elemento che segna le 13 ore di conversazione di Freud e Jung, la scena con le
associazioni con le parole dove lo sguardo del cineasta canadese sembra stavolta più incantato dalla meccanicità degli
oggetti, senza più renderli elementi di
modifica/fusione come ancora le auto di
Crash. E le stesse forme del desiderio,
pur con squarci affascinanti come lo
sguardo di Jung sulla finestra accesa o
nel volto di Sabine sono slanci che partono ma poi hanno brusche sterzate rispetto l’esplosione totale miscuglio di fisicità,
colore, musica di quel suo grandissimo
film d’inizio anni ’90 che è M Butterfly.
Senza voler assolutamente giustificare
l’ingeneroso rifiuto di una parte della
stampa alla presentazione all’ultimo Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in competizione, ci si trova comunque davanti a una parziale battuta d’arresto nel cinema di Cronenberg: dove i personaggi, soprattutto Sabina, spingono per
andare verso la loro mente, ma poi restano imprigionati in un quadro reso invalicabile dalla sua glacialità, evidente, per
esempio, nella scena in cui la giovane
Film
donna si fa sculacciare da Jung davanti
lo specchio, di sfiatato decadentismo, con
il sospetto che, in certi momenti, Hampton prevalga su Cronenberg; dove il contagio stavolta è rimasto spesso sulla carta tranne nel momento del viso ferito di
Jung, troppo breve contatto/squarcio epidermico di un’opera che, senza avere ti-
Tutti i film della stagione
more reverenziali nei confronti di quello
che ha portato sullo schermo, non ha finito però di impossessarsene, caso rarissimo quasi unico per quello che riguarda
l’autore canadese. C’è chi lo ha accostato anche a Prendimi l’anima di Roberto
Faenza perché ci sono sempre Jung e
Sabine, ma siamo comunque su due pia-
neti differenti. Anche il peggior Cronenberg supera il miglior Faenza. Ma questo
non c’entra niente ed è un’altra storia. E
non basta per giustificare una reazione
interlocutoria che, per fortuna solo marginalmente, sconfina con la delusione.
Simone Emiliani
BAD TEACHER-UNA CATTIVA MAESTRA
(Bad Teacher)
Stati Uniti, 2011
Regia: Jake Kasdan
Produzione: Jimmy Miller per Columbia Pictures/Mosaic Media Group
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 31-9-2011; Milano 31-9-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Lee Eisenberg, Gene Stupnitsky
Direttore della fotografia: Alar Kivilo
Montaggio: Tara Timpone
Musiche: Michael Andrews
Scenografia: Jefferson Sage
Costumi: Debra McGuire
Produttore esecutivo: Georgia Kacandes
Produttori associati: Carey Dietrich, Melvin Mar
Direttore di produzione: Georgia Kacandes
Casting: Anya Colloff, Amy McIntyre Britt
Aiuti regista:Audret Clark, Carey Dietrich, Bill Purple
Operatori: Joseph V. Cicio, Anthony Cobbs, Monty Rowan
Operatore Steadicam: Matthew A. Petrosky
Art director: Andrew Max Cahn
Arredatore: Ronald R. Reiss
Trucco: Laurene Alvarado, Robin Fredriksz, Maggie Fung, Peter Robb-King
lizabeth è un’insegnante al suo
ultimo giorno di scuola, contenta di poter finalmente lasciare il
suo lavoro perché sta per sposarsi con
un uomo molto ricco. Arrivata a casa,
però, trova il futuro sposo con la suocera pronti a comunicarle che il fidanzamento è annullato poiché l’uomo ha intuito le venali intenzioni della donna. Elizabeth è costretta così a tornare al lavoro e a dividere una piccola casa con un
uomo piuttosto solitario. A scuola intanto, è arrivato Scott, il nuovo professore
di matematica. Elizabeth scopre che il
ragazzo, oltre a essere molto bello, è
anche ricco di famiglia e da poco single,
così inizia una serie di buffi tentativi per
conquistarlo. Decide inoltre di rifarsi il
seno per essere più attraente, ma – non
avendo soldi per fare l’intervento – partecipa a varie iniziative scolastiche
(come il lavaggio delle macchine) per ottenere dei soldi in contanti. Intanto in
classe propone ogni giorno un film diverso ai suoi alunni, senza occuparsi mi-
E
Acconciature: Pierce Austin, Nina Paskowitz, Lona Vigi, SooJin Yoon
Supervisore costumi: Joseph T. Mastrolia
Supervisori musiche: Manish Raval, Tom Wolfe
Interpreti: Cameron Diaz (Elizabeth Halsey), Lucy Punch (Amy
Squirrel), Jason Segel (Russell Gettis), Justin Timberlake
(Scott Delacorte), Phyllis Smith (Lynn Davies), John Michael
Higgins (preside Wally Snur), Dave Allen (Sandy Pinkus), Jillian Armenante (signorina Pavicic), Matthew J. Evans (Garrett Tiara), Kaitlyn Dever (Sasha Abernathy), Kathryn Newton
(Chase Rubin-Rossi), Igal Ben Yair (Arkady), Aja Bair (Devon), Andra Nechita (Gaby), Noah Munck (Tristan), Finneas
O’Connell (Spencer), Daniel Castro (Rodrigo), Adrian Kali
Turner (Shawn), Eric Stonestreet (Kirk), Thomas Lennon (Carl
Halabi), Paul Bates (sovrintendente scolastico), Jeff Judah
(custode), Nat Faxon (Mark), Stephanie Faracy (signora Pubich), David Paymer (dottor Vogel), Alanna Ubach (Angela),
Christine Smith (Danni), Deirdre Lovejoy (madre di Sasha),
Melvin Mar (insegnante), Rose Abdoo (segretaria della scuola), Paul Feig
Durata:92’
Metri:2550
nimamente di loro e del programma scolastico; instaura una strana amicizia con
la signorina Pavicic e con l’insegnante
di ginnastica Russell, mentre inizia a
scontrarsi con Amy, un’altra professoressa che è diventata la fidanzata di Scott.
Una mattina, Elizabeth scopre che a breve si svolgerà un test per gli insegnanti
e che il vincitore riceverà in premio 5000
dollari. Improvvisamente Elizabeth decide di cambiare tutto e di puntare al premio, cercando di diventare la migliore
professoressa e iniziando a far studiare
i suoi alunni, interrogandoli e assegnando loro molti compiti. Ma questo non
basta: per vincere i soldi dovrà infatti
studiare e sapere tutte le risposte. Elizabeth decide così di sedurre il dottor Snur
in quanto possessore delle domande; riesce infatti a rubargli il test e a vincere il
premio come miglior insegnante.
Dopo aver fatto ammalare la professoressa Amy con una pianta di ortica, Elizabeth riesce anche ad andare al campo
scuola al suo posto, così da poter passare
20
del tempo con Scott. La sera infatti i due
trascorrono la notte insieme e – sebbene
Elizabeth sia rimasta molto delusa da Scott
– decide di chiamare Amy al telefono facendole così sentire tutto.
Amy infuriata e rimasta in città, ruba
la cattedra di Elizabeth, scoprendo così le
domande del test; il dottor Snur confessa
alla professoressa di aver passato la serata con lei, ma è ricattato dalla stessa Elizabeth, che gli aveva scattato delle fotografie. Così, davanti al preside della scuola
e alla polizia, è costretto a ritirare la confessione che aveva fatto ad Amy. Elizabeth,
dopo aver capito che Amy aveva scambiato le cattedre, e dopo averla fatta passare
per bugiarda davanti a tutti, suggerisce anche agli agenti di perquisire la cattedra della professoressa nella quale trovano della
marijuana.
Ormai è finito l’anno scolastico e Scott,
essendosi ormai lasciato con Amy, chiede
ad Elizabeth di uscire insieme. Lei rifiuta
l’invito e capisce che l’uomo che veramente
la fa stare bene, che la diverte e che le pia-
Film
ce è in realtà Russell, l’insegnante di ginnastica.
volte si generalizza troppo quando si definisce un film “commedia” e molto spesso capita che
questo termine dia una connotazione negativa al film. In realtà esistono commedie belle, con sceneggiature ben costruite, dialoghi divertenti e intelligenti, scene
girate con molta accortezza e magari una
morale interessante. Purtroppo però non
è il caso di Bad teacher, una commedia
fin troppo leggera, scontata e – aggiungerei – poco intelligente.
Cameron Diaz è un’insegnante fuori
dagli schemi: veste in maniera sexy, ha
un linguaggio non proprio adatto al ruo-
A
Tutti i film della stagione
lo di professoressa ed è completamente
disinteressata ai suoi alunni, ai quali fa
vedere soltanto film. I suoi unici scopi
sono quelli di trovare un uomo ricco che
possa mantenerla e trovare i soldi necessari per rifarsi il seno, per poter così
far colpo su Scott (Justin Timberlake).
L’idea del regista Jake Kasdan della “cattiva maestra” potrebbe sembrare inizialmente abbastanza originale, ma, dopo
un po’, il personaggio di Cameron Diaz
diventa davvero troppo ridicolo e impossibile. I suoi giochini per conquistare il
bel professore e gli scherzi fatti alla sua
collega per allontanarla da lui, sono infantili; piuttosto che l’insegnante, Cameron Diaz sembrerebbe un’adolescente
che tenta di conquistare il più bello della
classe, accorgendosi soltanto alla fine
che c’è qualcuno che la ama veramente.
Già, perché soltanto alla fine del film Elizabeth/Cameron Diaz sembra dimostrare un minimo di intelligenza, quando capisce che l’uomo che fa per lei è l’insegnante di ginnastica che aveva sempre
ignorato.
Bad teacher è insomma – nonostante
un cast ricco di attori abituati alla commedia (oltre Justin Timberlake e Cameron
Diaz ci sono infatti Jason Segel, John Higgins, Molly Shannon) e alcune brevi scene divertenti – un film scontato e che di
certo non lascia il segno.
Silvia Preziosi
IL DEBITO
(The Debt)
Stati Uniti, 2010
Regia: John Madden
Produzione: Eitan Evan, Eduardo Rossoff, Kris Thykier, Matthew Vaughn per Marv Films/Pioneer Pictures
Distribuzione: Universal Pictures
Prima:(Roma 16-9-2011; Milano 16-9-2011)
Soggetto: remake del film Ha-Hov di Assaf Bernstein (2007)
Sceneggiatura: Matthew Vaughn, Jane Goldman, Peter Straughan
Direttore della fotografia: Ben Davis
Montaggio: Alexander Berner
Musiche: Thomas Newman
Scenografia: Jim Clay
Costumi: Natalie Ward
Produttore esecutivo: Tarquin Pack
Co-produttore: Mairi Bett
Direttore di produzione: Sasha Harris, Maria Ungor
Casting: Michelle Guish
Aiuto regista: Joey Coughlin, Robyn Glaser, Olivia Lloyd,
Deborah Saban, Szonja Szekerák, Tamás Vass
Operatore: Alastair Rae
Operatore Steadicam: Alastair Rae
Supervisore art director: Peter Francis
erlino Est 1966. Tre giovani
agenti del servizio segreto Mossad, Rachel, David e Stephan,
vengono incaricati di catturare il criminale nazista Dieter Vogel, noto come “il chirurgo di Birkenau” e di farlo giungere in
Israele per il processo. Ma qualcosa va
storto e Rachel, per impedirne la fuga, è
costretta a ucciderlo. Giustizia è fatta e per
trent’anni i tre vengono celebrati come
eroi, invitati a raccontare l’impresa in
scuole e università.
Tel Aviv 1997. La figlia di Rachel e Ste-
B
Art director: Dominic Masters
Arredatore: John Bush
Trucco: Csilla Horváth, Jan Sewell
Supervisoie effetti speciali: Stuart Brisdon, Gabor Kiszelly
Supervisori costumi: Charlotte Sewell, Zsuzsa Stenger
Interpreti: Helen Mirren (Rachel Singer), Tom Wilkinson (Stephan Gold), Ciarán Hinds (David Peretz), Jessica Chastain
(Rachel giovane), Marton Csokas (Stephan giovane), Sam
Worthington (David giovane), Jesper Christensen (dottor Bernhardt), Romi Aboulafia (Sarah Gold), Tomer Ben David (marito di Sarah), Ohev Ben David (figlio di Sarah), Jonathan Uziel
(agente Mossad), Eli Zohar (autista di Stephan), Irén Bordán
(moderatore del seminario), Brigitte Kren (infermiera), Christian Strassner, Alexander Jagsch (guardie), Alexander E.
Fennon (postino), István Betz (capotreno), András Szurdi (soldato), Melinda Korcsog (Sarah giovane), Kátya Tompos (receptionist), József Rácz (fidanzato di Kátya), István Göz (Yuri
Tiov), Igor Vovk (ufficiale di Babenko), Morris Perry (Ivan Schevchuk), Erika Szórádi (infermiera di Babenko), Bálin Merán,
Nitzan Sharron, Adar Beck
Durata: 114’
Metri: 3120
phan, Sarah, presenta il libro di memorie
che ha scritto sulla storia dei tre agenti dedicandolo a sua mamma presente in sala.
Riavvolgendo i fili della memoria, Rachel
inizia a ricordare quei tragici eventi del
passato.
Si torna alla Berlino Est degli ultimi mesi del 1965. Rachel conosce David e Stephan, i tre devono condividere
un appartamento in vista di una delicata missione. Rachel è incaricata di ‘agganciare’ Vogel, ex criminale nazista
che ora svolge la professione di gine-
21
cologo. La giovane donna comincia a
frequentare lo studio medico sottoponendosi a diverse visite. Nel frattempo,
pur attratta dall’introverso David, allaccia una relazione con Stephan. Un
giorno durante una visita, Rachel immobilizza Vogel; poi, fingendo che il
dottore ha avuto un malore, chiama
un’ambulanza. Il mezzo è guidato da
Stephan e David che rapiscono il medico. Ma il piano della cattura va storto e
i tre sono costretti a tenere prigioniero
Vogel nel loro appartamento sorveglian-
Film
dolo a turno. Ma la notte di Capodanno, Vogel sfugge al controllo di Rachel
che è costretta a sparare. Il criminale
nazista riesce comunque a scappare.
Dopo un duro confronto carico di tensione, Stephan, David e Rachel decidono che la verità di cui il loro popolo ha
bisogno è un’altra. Per trent’anni i tre
agenti racconteranno al mondo l’impresa di aver eliminato il criminale nazista diventando veri eroi del loro popolo.
Si torna al 1997. Anni di bugie hanno portato David, il più sensibile dei tre,
al suicidio. Dopo la presentazione del
libro della loro figlia, Stephan rivela a
Rachel la tragica fine di David. Poi le
confessa che Vogel è stato rintracciato
in un ospedale in Ucraina a 150 chilometri da Kiev. Ora tocca a lei stanarlo e
eliminarlo, chiudendo definitivamente i
conti con trent’anni di menzogne saldando il debito con la propria coscienza e
con il suo popolo. Rachel si reca in
Ucraina nell’ospedale dove è ricoverato Vogel. Dopo aver visto l’anziano criminale, Rachel telefona a Stephan e racconta che l’uomo ricoverato in quell’ospedale non è Vogel. Al contrario di
Stephan, convinto che la verità sia un
lusso che non possono permettersi, Rachel vuole che la gente sappia come sono
andate realmente le cose. Ma Vogel la
sorprende e la ferisce. Dopo una colluttazione, Rachel riesce a colpire il criminale e si avvia zoppicando fuori dall’ospedale raccontando la verità.
Tutti i film della stagione
l dolore dello sterminio nazista, le
profonde cicatrici inflitte a un popolo, un dramma collettivo rivissuto in una vicenda privata, costruita su toni
che spaziano dal thriller di spionaggio al
dramma di coscienza.
John Madden (il regista del celebrato
Shakespeare in Love) firma questo remake
del film israeliano del 2007 Ha-Hov diretto
da Hassaf Bernstein.
Peccato, colpa, redenzione, il valore
assoluto della verità, ragione di stato e ragioni del cuore, sono i perni su cui la storia. La sceneggiatura del film, firmata da
Matthew Vaughn, Jane Goldman e Peter
Straughan, non appare però perfettamente congegnata. Forse perché troppo preoccupata di spingere sul pedale del thriller, si perde tra le linee di una vicenda ricostruita attraverso lunghi flashback (che
trascinano lo spettatore da una Berlino Est
della guerra fredda, vista soprattutto dall’interno del claustrofobico e fatiscente appartamento – covo dei tre agenti del Mossad, a una solare Tel Aviv alla fine degli
anni Novanta).
Al centro della narrazione, anzi il suo
punto migliore, il sofferto percorso del
cuore di Rachel Singer, l’agente donna
del terzetto, divisa tra l’amore per l’introverso David e la relazione con il più
estroverso Stephan. Le sofferenze del
cuore e dell’anima vanno di pari passo
con quelle vissute sul corpo. La cicatrice sul suo volto, a distanza di trent’anni,
ne è il simbolo evidente come sono ben
chiare le ferite interiori di una vita fatta
I
di scelte sbagliate (un matrimonio infelice riscattato però una figlia amatissima,
un grande amore soffocato troppo a lungo). Madden, regista di un cinema di attori, non si smentisce neanche questa
volta, affidando il compito di raccontare
la vicenda alla classe dei suoi interpreti,
tutti e sei convincenti. Una menzione a
parte merita Helen Mirren (la Rachel
matura) la cui interpretazione supera di
una spanna quella dei suoi colleghi. Buone comunque le prove dell’astro nascente Jessica Chastain (Rachel giovane) e
di Tom Wilkinson (il maturo Stefan), mentre Sam Worthington (il giovane David),
il muscoloso Perseo del kolossal Scontro tra titani divenuto star grazie all’Avatar cameroniano, svetta sul piano della
prestanza fisica ma meno su quello dell’intensità emotiva.
Nei panni del criminale nazista Vogel
risulta indovinata la scelta del volto spigoloso dell’attore danese Jesper Christensen, già visto nei panni del ‘cattivo’ Signor
White in 007 – Casino Royale e 007 –
Quantum of Solace.
Pur rischiando di cadere in un finale
non perfettamente convincente che, anzi,
risulta la parte più debole del film, Madden ne esce comunque bene riscattandosi con un incipit interessante. Quel “falso flashback” rivissuto dalla protagonista, procedimento che mette in discussione la sincerità contenuta quasi implicitamente nella forma visiva del ricordo
fornendo allo spettatore resoconti perfettamente falsi, è una piccola ‘chicca’ che
i palati più fini non mancheranno di apprezzare. Un procedimento spiazzante
ed efficace, se pensiamo, un caso su
tutti, all’uso che ne fece Bryan Singer nel
sorprendente I soliti sospetti. Nell’economia del racconto di Il debito il “flashback
menzognero” acquista uno spessore particolare, quasi un valore etico, se pensiamo alla riflessione sul valore assoluto della verità, tema centrale del film.
L’ostentazione del falso ricordo si dimostra ancora una volta compatibile con le
esigenze ideologiche ed espressive di un
autore. Così ha fatto Madden con l’invenzione del passato che diventa vera “arma
di sopravvivenza”, utile a sostenere il
peso etico di una menzogna. La classe
di un regista si fa notare anche per questo.
Elena Bartoni
22
Film
Tutti i film della stagione
JOHNNY ENGLISH-LA RINASCITA
(Johnny English Reborn)
Gran Bretagna/Francia/Israele/Giappone, 2011
Regia: Oliver Parker
Produzione: Tim Bevan, Chris Clark, Eric Fellner per Universal
Pictures/Relativity Media/Studio Canal/Working Title Films
Distribuzione: Universal Pictures
Prima: (Roma 28-10-2011; Milano 28-10-2011)
Soggetto: sequel del film Johnny English (2001) di Peter Howitt;
personaggi di Robert Wade, Neal Purvis e William Davies
Sceneggiatura: William Davies, Hamish McColl
Direttore della fotografia: Danny Cohen
Montaggio: Guy Bensley
Musiche: Ilan Eshkeri
Scenografia: Jim Clay
Costumi: Beatrix Aruna Pasztor
Produttori esecutivi: Rowan Atkinson, Liza Chasin, Will
Davies, Debra Hayward
Co-produttore: Ronaldo Vasconcellos
Line producers: Raphaël Benoliel, Chiu Wah Lee
Direttori di produzione: Nicky Earnshaw, Sasha Harris, Tim
Wellspring
Casting: Lucy Bevan
Aiuti regista: Scott Bunce, James Chambers, Elle Crocker,
Sekani Doram, Mark Hopkins, Ben Howarth, Andrew McEwan,
Alex Oakley, Ben Quirk, Greg Tynan, Tracey Warren, Harriet
Worth, Cindy Yu
Operatori: Jason Berman (Phantom), Damian Daniel, Zac Nicholson, Luke Redgrave, Ben Wilson
opo cinque anni di vita eremita
in Tibet per nascondersi in seguito al fiasco di una missione in
Mozambico di otto anni prima e dove si
sottopone a un “duro” addestramento,
l’agente Johnny English viene convocato
a Londra per un nuovo incarico. L’organizzazione per cui lavora, la MI7, ora è
diretta da Pamela Head, nota come “Pegasus”, che dissuade l’agente dall’agire
con i suoi vecchi metodi. English torna a
lavorare con alcuni suoi colleghi come
l’agente Ambrose, noto come Agente Uno,
e con Patch Quartermain, esperto di armi
e bloccato su una sedia a rotelle. Johnny
è folgorato dalla nuova entrata nella
squadra, la psicologa comportamentista
Kate Sumner. La missione è delicata: English deve recarsi a Hong-Kong e incontrare l’ex agente CIA Fisher che è a conoscenza di un complotto per assassinare il Premier cinese Xiang Ping nel corso
dell’imminente vertice anglo-cinese. Lo
affiancherà il giovane agente Tucker. A
Hong-Kong, Johnny scopre che dietro al
complotto c’è la misteriosa organizzazione Vortex che possiede un’arma segreta.
Dopo aver mostrato a English una chiave che, se usata insieme ad altre due, consente l’accesso alla potente arma, Fisher
spiega che i membri del gruppo sono tre
D
Operatore Steadicam: Zac Nicholson
Art directors: Paul Laugier, Mike Stallion
Arredatore: Caroline Smith
Trucco: Csilla Horváth, Sallie Jaye, Pippa Woods
Acconciature: Sallie Jaye
Supervisori effetti speciali: James Davis III, Mark Holt
Supervisore effetti visivi: Robert Duncan
Coordinatore effetti visivi: Akhila Namboodiri
Supervisore musiche: Nick Angel
Interpreti: Rowan Atkinson (Johnny English), Pierce Brosnan
(Ambrose), Gillian Anderson (agente Pamela Head), Dominic
West (Ambrose), Burn Gorman (Slater), Ben Miller (Bough),
Mark Ivanir (Karlenko), Togo Igawa (Ting Wang), Christina
Chong (Barbara), Joséphine de La Baume (Madeleine), Chris
Jarman (Michael Tembe), Mandi Sidhu (addetta alla reception), Daniel Kaluuya (agente Tucker), Rosamund Pike (Kate),,
Tim McInnerny (Quartermain), Williams Belle (Ling), Rupert
Vansittart (Derek), Emma Vansittart (Margaret), Wale Ojo (Presidente Chambal), Burn Gorman (Slater), Isabella Blake-Thomas (Izzie), Janet Whiteside (madre di Pamela), Mark Ivanir
(Karlenko), Gary Kane (Matov), Stephen Campbell Moore
(Primo ministro), Lobo Chan (Xiang Ping), Benedict Wong (Chi
Han Ly)
Durata: 101’
Metri: 2800
e che lui è uno di essi. English scopre che
il Vortex è il vero responsabile della morte del Presidente Chambal in Mozambico. Subito dopo, Fisher viene ucciso da
una cameriera. English e Tucker inseguono la donna che riesce a fuggire. Il complice della cameriera, Ling, ruba la chiave dal cadavere di Fisher. English insegue Ling e riprende la chiave. A Londra,
English fa rapporto a Pegasus e quando
sta per consegnare la chiave scopre che
gli è stata rubata. English viene mandato
alla ricerca di tutti i membri del Vortex.
In cerca della cameriera assassina, Johnny la confonde con la madre di Pegasus e
si avventa su di lei. Umiliato, English incontra la dottoressa Sumner che lo invita
ad andare in analisi. Nel suo ufficio, Kate
lo aiuta a ricordare chi fosse il secondo
membro del Vortex. Si tratta di Karlenko.
Detto fatto, English piomba nella lussuosa dimora di Karlenko e tenta di estorcergli informazioni. Ma anche Karlenko
viene colpito dalla cameriera assassina.
In ospedale Karlenko consegna a Johnny
la seconda chiave e gli rivela che il terzo
membro del Vortex è un uomo dell’MI7;
subito dopo muore. Data la minaccia del
Vortex, la conferenza anglo-cinese viene
spostata in Svizzera in una fortezza tra le
Alpi. English va a cena con l’agente Am-
23
brose e gli rivela che il terzo membro del
Vortex è uno dell’MI7. Durante la cena,
il suo aiutante Tucker conduce Johnny in
bagno e gli rivela che Ambrose è la talpa
interna all’MI7. Ma English non gli crede e lo dimette dall’incarico. Ambrose lo
convince che Quartermain è la vera talpa; alla fine della cena English consegna
ad Ambrose la chiave. Non capendo che
sta per cadere in trappola, English segue
Quartermain in una chiesa. Rischiando di
essere ucciso, Johnny scappa utilizzando
la sedia a rotelle motorizzata di Quartermain e finisce a casa di Kate. La psicologa trova dei filmati in una videocamera
di sorveglianza in Mozambico che provano l’innocenza di English. Nel frattempo
Ambrose, in possesso di tutte e tre le chiavi, prende una pericolosa sostanza in una
cassetta di sicurezza e incontra un uomo
d’affari asiatico che paga 500 milioni di
dollari affinché il Premier cinese venga
assassinato. English finalmente capisce
chi è il vero cattivo e convince Tucker ad
aiutarlo nella missione a Le Bastion in
Svizzera dove si tiene il vertice anglo-cinese. Nel maldestro tentativo di entrare
nella fortezza, Johnny e Tucker vengono
catturati dalla sorveglianza. Fingendosi
morto, Johnny riesce a entrare nell’edificio. English cerca di arrestare Ambrose
Film
ma per sbaglio beve la bevanda in grado
di impadronirsi della mente preparata per
Pegasus e diventa una pedina nelle mani
di Ambrose che gli vuole far uccidere il
Premier cinese. English cerca di non uccidere Xiang Ping, finché Tucker riesce a
smascherare Ambrose trasmettendo con
l’altoparlante le sue istruzioni. Ambrose
scappa, mentre, grazie a un bacio “miracoloso” di Kate, Johnny torna in sé. Dopo
aver inseguito Ambrose su una funivia,
English riesce a farla esplodere. Missione compiuta. English si trova a Buckingham Palace per essere investito cavaliere
dalla regina, ma, proprio mentre si inchina davanti al trono, viene quasi decapitato dalla cameriera assassina che si è
travestita da regina. English la insegue
per i corridoi e la attacca alle spalle ma,
quando gira la testa, si accorge che l’assassina è fuggita di nuovo e che lui ha
colpito a mazzate sulla testa nientemeno
che Sua Maestà!
ttenzione! L’agente segreto più
maldestro del mondo è tornato.
Ed è più “infallibile” che mai!
La rinascita infinita dei “cloni pasticcioni” del più famoso agente segreto 007 questa volta passa per l’inconfondibile talento
comico di Rowan Atkinson che torna a vestire i panni dell’agente Johnny English,
otto anni dopo il fortunato primo film. E le
cose acquistano subito un sapore particolare. Ma va detto subito che Johnny English – La rinascita, più che una semplice
parodia bondiana, è un thriller comico vero
A
Tutti i film della stagione
e proprio. Si, perché, questa volta, si è fatto “sul serio” (virgolette d’obbligo), ricreando un’avventura dal contesto più reale,
insomma, a detta dei realizzatori, una storia più strutturata dove non avrebbe sfigurato il vero James Bond. L’attore comico
Hamish McColl, che aveva già collaborato
con Atkinson per Mr. Bean’s Holiday, ha
scritto la sceneggiatura basandosi su una
storia del produttore esecutivo William
Davies. La posta in gioco questa volta è
davvero alta per il povero Johnny come per
un serio agente segreto, la ragnatela in cui
si trova “legato” (nel vero senso della parola) infatti comprende CIA, KGB e persino la ‘sua’ MI7.
Naturalmente si è giocato sul velluto,
sfruttando le eccezionali doti di Atkinson,
prima su tutte la sua ineguagliabile mimica facciale (vedere per ridere: i tic nervosi
che fanno “impazzire” i suoi occhi al suono della parola “Mozambico”, o la vocina
femminea che gli esce dopo aver inghiottito per sbaglio una delle magiche pastiglie da viaggio “cambia-voce”).
E così via, tra inseguimenti a perdifiato (senza perdere troppo fiato in realtà) sui
tetti di Hong-Kong, partite a golf con temibili spie russe, voli in elicottero ad ‘altezza
autostrada’, inseguimenti a bordo di Rolls
Royce a comando vocale, l’inglesissimo
agente segreto ne combina, tanto per cambiare, di tutti i colori.
Ad affiancarlo questa volta una squadra di attori di primo livello: Gillian Anderson (la star di X-Files) nei panni del capo
“Pegasus”, Rosamunde Pike (apparsa tra
l’altro in La versione di Barney) in quelli di
una bella psicologa di cui l’agente si innamora, Dominic West nel ruolo dell’affascinante Agente Uno e Daniel Kaluuya nei
panni del fido agente in erba Tucker. Dietro la macchina da presa l’inglese Oliver
Parker, regista che finora si è fatto notare
per la capacità di passare da adattamenti
di Oscar Wilde lievi ed eleganti (Un marito
ideale, L’importanza di chiamarsi Ernesto)
a divertenti commedie tratte da vignette satiriche (come St. Trinian’s e il sequel St.
Trinian’s 2: The Legend of Fritton’s Gold )
per tornare ancora a Wilde nel 2009 con
un originale quanto ardito adattamento di
Dorian Gray con Ben Barnes e Colin Firth.
Da Hong-Kong alle Alpi, da Londra a
Macao, il temibile agente corre (si fa per
dire) senza stropicciarsi troppo l’abito, saltella (e lo fa dentro a sacchi per cadaveri!), si nasconde (ma poi spara razzi segnaletici), ammicca e ... si mette perfino il
rossetto!
La palma delle sequenze più divertenti va alla corsa con la sedia a rotelle motorizzata (dotata del comando “fottutamente
veloce”) per l’immenso viale davanti a
Buckingham Palace.
Per tutti coloro che amano e hanno
amato Mr. Bean, ma anche per chi vuole
farsi due “sane” risate.
Un consiglio: non perdete d’occhio
quella spietata killer cinese armata di aspirapolvere e mazze da golf.
Elena Bartoni
LA PELLE CHE ABITO
(La piel que habito)
Spagna, 2011
Regia: Pedro Almodóvar
Produzione: Agustín Almodóvar, Esther García per Canal+
España/El Deseo S.A./Instituto de Crédito Oficial (ICO)/Televisión Española (TVE)
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 23-9-2011; Milano 23-9-2011) – V.M.: 14
Soggetto: tratto dal romanzo Tarantola di Thierry Jonquet
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar, Agustín Almodóvar
Direttore della fotografia: José Luis Alcaine
Montaggio: José Salcedo
Musiche: Alberto Iglesias
Scenografia: Antxón Gómez
Costumi: Paco Delgado
Produttore associato: Bárbara Peiró Aso
Direttori di produzione: Sergio Díaz, Toni Novella
Casting: Luis San Narciso
Aiuti regista: Manuel Calvo, David Esquivel, Eva Sánchez
Operatore Steadicam: Ramón Sánchez
Art director: Carlos Bodelón
Effetti speciali trucco: Tamar Aviv, David Martí, Montse
Ribé
Trucco: Silvie Imbert, Chass Llach, Karmele Soler
Acconciature: Manolo Carretero
Supervisore effetti speciali: Reyes Abades
Suono: Iván Marín
Interpreti: Antonio Banderas (Robert Ledgard), Elena Anaya ( Vera), Marisa Paredes (Marilia ), Jan Cornet (Vicente ),
Roberto Álamo ( Zeca ), Eduard Fernández ( Fulgencio),
Blanca Suárez ( Norma ), Susi Sánchez (madre di Vicente), Bárbara Lennie (Cristina), Fernando Cayo (medico),
José Luis Gómez ( presidente dell’Istituto di Biotecnologia), Ana Mena (Norma), Buika (cantante), Violaine Estérez
(collega del dottor Ledgard), Teresa Manresa (Casilda ),
Isabel Blanco
Durata: 120’
Metri: 3300
24
Film
oledo, 2012. Robert Ledgard è un
chirurgo plastico che ha perso la
moglie e la figlia, entrambe suicide. La prima è rimasta carbonizzata a
seguito di un incidente stradale e poi si è
gettata dal balcone dopo aver visto allo
specchio il suo volto deturpato. La seconda, invece, che ha assistito alla morte della
madre, ha scelto di fare la sua stessa fine,
per liberarsi da un altro trauma: lo stupro.
Ledgard, da quando è venuta a mancare la moglie, si è dedicato alla sperimentazione della pelle artificiale (che ha chiamato proprio come la donna “Gal”). La
sua scoperta, avvenuta grazie al processo
della transgenesi, non viene vista però di
buon occhio dalla comunità medica, che
la ritiene illegale. Malgrado questo, lui
continua le sue ricerche.
Da 6 anni il dottore tiene reclusa in una
stanza una giovane donna di nome Vera. La
ragazza, che ha una tuta color carne che le
copre tutto il corpo, vive segregata praticando yoga e leggendo libri. È controllata
dalle telecamere e non ha contatti con
l’esterno, se non tramite citofono: grazie a
questo, esaudisce ogni sua richiesta (il cibo
le viene portato con il passa vivande).
Un giorno, la domestica Marilla riceve la visita a sorpresa del figlio Seca: quest’ultimo ha rapinato una banca e ha bisogno di nascondersi. La madre, che vuole mandarlo via, arriva a minacciarlo con
la pistola quando il ragazzo si accorge
della presenza di Vera. A quel punto, si introduce nella stanza della donna e la costringe ad avere un rapporto sessuale.
Quando Robert ritorna a casa, lo uccide.
Marilla confessa a Vera che Seca è il fratellastro di Robert. E che quest’ultimo, che
è dunque anche figlio suo, non gli ha mai
perdonato di avergli rubato la moglie.
Sei anni prima. La figlia di Ledgard,
Norma, viene violentata durante una festa
da un ragazzo, Vicente, che realizza abiti
nella bottega di famiglia. La ragazza viene messa in una clinica psichiatrica, e poco
tempo dopo, si getta dalla finestra. Robert
intanto sequestra Vicente rinchiudendolo
in uno scantinato. Grazie a vari interventi
di chirurgia plastica, lo trasforma in una
donna di nome Vera.
Oggi. Vera Cruz è legata sentimentalmente a Robert. Dopo aver fatto sesso con
lui, si vendica uccidendolo con un colpo
di pistola, e subito dopo, fa fuori anche Marilla. Scappa dalla casa e si presenta al
negozio della madre per raccontarle la verità.
T
P
Tutti i film della stagione
l’identità e arrivando a fabbricare dei “mostri”? La risposta è sì, se all’origine c’è un
amore malato. La riflessione sulla transgenesi, vista come frontiera alternativa della
scienza, è senz’altro interessante nei termini in cui è posta da Almodóvar, nonostante tutte le riserve della bioetica: il chirurgo stesso si chiede perché non utilizzarla sull’uomo (si potrebbero evitare molte
malformazioni genetiche), quando si usa
già per la carne, i vegetali e la frutta?
Il problema è che nel caso di La pelle
che abito, la controversa questione medica ha come matrice una vera e propria ossessione, quella cioè di volere a tutti i costi duplicare un individuo che non c’è più.
Il professore Ledgard, che abita in una
sorta di Xanadu wellesiana chiamata “El
Cigarral”, con tanto di laboratorio al suo
interno (una gabbia di vetro incastonata
nella pietra), fa esperimenti sul sangue
estratto da mammiferi ancora vivi nel tentativo di trovare la pelle più adatta da innestare nel corpo di un ragazzo. Tutto questo allo scopo di far “rivivere”, prima la
moglie e poi la figlia.
Detta così appare come una storia allucinante. In effetti, siamo di fronte a un
film disturbante ed estremo, probabilmente il più radicale della filmografia di Almodóvar. Il regista spagnolo, ancora una volta, torna a confrontarsi con la morte e con
i luoghi asettici, come gli ospedali e le sale
operatorie, e ancora con i bisturi, i camici
verdi e il sangue (vedi Parla con lei), attraverso una cura dei dettagli che sfiora la
morbosità.
Banderas riesce a dare forma tangibile all’ossessione che lo abita, muovendosi tra ambiguità e limpida freddezza, fragilità e ferocia. Il personaggio vive in una
uò la medicina avere la facoltà illimitata di agire sul corpo umano
mutandone completamente
25
casa piena di quadri che ritraggono nudi
femminili e di monitor (compreso un megaschermo in camera), da cui osserva la
sua cavia. La follia lo rende simile a un mostro, almeno quanto lo è Vera: quando lei
gli chiede se è pronta per convivere col
mondo, lui risponde: «Noi non siamo come
gli altri».
Colpi di scena da puro frequentatore
del melodramma classico americano qual
è l’autore, risvolti psicanalitici (la figlia del
medico rifiuta di vedere il padre perché lo
identifica con lo stupratore), inserti coloriti
e grotteschi tipici del suo stile (il fratellastro ladro travestito da tigre!), infine, sottese rivendicazioni sulla mescolanza dei
generi sessuali e il transgenderismo compongono un’opera estremamente complessa, ambiziosa e non del tutto riuscita.
La virata temporale, a metà circa del
racconto, lascia un po’ interdetti: un sogno
del medico ci catapulta indietro di sei anni,
aprendo, di fatto, un subplot dai contorni
piuttosto opachi, che lo spettatore è costretto a rimettere a posto come se si trovasse davanti ai tasselli di un mosaico
andato in mille pezzi.
Se la fotografia, davvero notevole e gli
impeccabili particolari scenografici (basta
guardare l’arredamento della villa-clinica)
possono sembrare di maniera, alla fine, il
film trova comunque un parziale riscatto
grazie alla “materia prima” del cinema di
Almodóvar: le donne. E parliamo dei volti
di Elena Anaya, che in alcune espressioni
ricorda moltissimo Penelope Cruz, e della
sublime Marisa Paredes, nella sua più intensa interpretazione dai tempi di Tutto su
mia madre.
Diego Mondella
Film
Tutti i film della stagione
CAPTAIN AMERICA-IL PRIMO VENDICATORE
(The First Avenger: Captain America)
Stati Uniti, 2011
Regia: Joe Johnston
Produzione: Kevin Feige, Amir Madani, Dan Masciarelli per
Marvel Enterprises/Marvel Entertainment/Marvel Studios
Distribuzione: Universal Pictures
Prima:(Roma 22-7-2011; Milano 22-7-2011)
Soggetto: personaggi dei fumetti creati da Jack Kirby e Joe
Simon
Sceneggiatura: Stephen McFeely, Christopher Markus, Joss
Whedon
Direttore della fotografia: Shelly Johnson
Montaggio: Robert Dalva, Jeffrey Ford
Musiche: Alan Silvestri
Scenografia: Rick Heinrichs
Costumi: Anna B. Sheppard
Produttori esecutivi: Louis D’Esposito, Alan Fine , Nigel
Gostelow, Joe Johnston, Stan Lee, David Maisel
Produttori associati: Mitchell Bell, Richard Whelan
Co-produttori: Victoria Alonso, Stephen Broussard Direttori di produzione: Sam Breckman, Stratton Leopold,
Suzie F. Wiesmann
Casting: Sarah Finn, Randi Hiller, Priscilla John Aiuto regista: Laurie Deuters, Clare Glass, Alexandra Jordan, Eddie
Micallef, Carolyn Milner, Douglas Plasse, Samar Pollitt, Nanw
Rowlands, Glen Trotiner, Greg Tynan, Richard Whelan
Operatori: Pete Cavaciuti, Kent Harvey, Jean-Baptiste Jay,
David Knox, Jeff Muhlstock, George Peters, Henry Tirl, Des
Whelan, Tim Wooster
Operatori Steadicam: Pete Cavaciuti, Jeff Muhlstock, Henry
Tirl
Supervisori art directors: John Dexter, Chris Lowe, Andy
Nicholson
Art directors: Dean Clegg, Phil Harvey, Paul Kirby, Jason KnoxJohnston, Phil Sims
Arredatore: John Bush
Supervisore trucco e acconciature: Julia Vernon Trucco: Helen Barrett, Paul Boyce, Anita Brabec, Karen Cohen,
Ann Fenton, Belinda Green-Smith, Sarah Grispo, Carmel Jackson, Olivia Jones, Sarah Jane Marks, Maralyn Sherman, Brian
Waltsak
Effetti speciali trucco: Jon Moore, Josh Weston
Acconciature: Karen Cohen, Julie Dartnell, Cheryl Eckert,
Ann Fenton, Linda D. Flowers, Belinda Green-Smith, Sarah
el 1941 il mondo è lacerato dalla seconda guerra mondiale. Il
giovane Steve Rogers, gracile e
asmatico, cerca più volte senza successo
di arruolarsi nell’esercito statunitense
ma viene ripetutamente riformato. La sua
determinazione viene notata dal dottor
Abraham Erskine che lo fa entrare a far
parte di un programma sperimentale, il
Progetto Rebirth, che lo dovrebbe trasformare in un super-soldato. Arruolato
nella Riserva Scientifica Strategica per
cui lavora anche l’affascinante Peggy
Carter, Steve viene sottoposto a un trattamento che, attraverso un siero speciale, lo trasforma in un ragazzo dal fisico
N
Grispo, Sarah Jane Marks, Maralyn Sherman, Nadia Stacey
Supervisori effetti visivi: Craig Barron (Matte World Digital), Vincent Cirelli (Luma Pictures), Sean Andrew Faden
(Method), Florian Gellinger (RISE Visual Effects Studios),
Jonathan Harb (Whiskytree), Richard Higham (The Senate
VFX), Dave Morley (Fuel VFX), Charlie Noble (Double Negative), Daniel P. Rosen (Evil Eye Pictures), Edson Williams (Lola
Visual Effects), Christopher Townsend
Coordinatori effetti visivi: Samantha Tracey, Emily Pearce (Double Negative), Jon Keene (Framestore), Michael Perdew, Katie Godwin (Luma Pictures), Max Leonard, Miles Friedman (Lola VFX), Nicholas Elwell (Hydraulx), Beverly Abbott,
Amie Cox, Rachel Faith Hanson, Erin Eunsung Kim, Matthew
Lloyd, Natalie Lovatt, Lisa Marra, Ruheene Masand, Lucie
Ostrer
Supervisori musiche: John Donovan, Dave Jordan
Supervisore costumi: Ken Crouch
Supervisore effetti digitali: Justin Johnson
Supervisori animazione: Simone Kraus (Trixter Film), Pimentel A. Raphael
Suono: Christopher T. Silverman
Interpreti: Chris Evans (Captain America/Steve Rogers),
Hayley Atwell ( Peggy Carter ), Sebastian Stan ( James
‘Bucky’ Barnes), Tommy Lee Jones (colonnello Chester
Phillips), Hugo Weaving (Johann Schmidt /Teschio Rosso),
Dominic Cooper (Howard Stark), Richard Armitage (Heinz
Kruger), Stanley Tucci (dottor Abraham Erskine), Samuel
L. Jackson (Nick Fury), Toby Jones (dottor Arnim Zola), Neal
McDonough (Timothy ‘Dum Dum’ Dugan), Derek Luke (Gabe
Jones), Kenneth Choi (Jim Morita), JJ Feild (James Montgomery Falsworth), Bruno Ricci ( Jacques Dernier), Lex
Shrapnel ( Gilmore Hodge), Michael Brandon ( senatore
Brandt ) Martin Sherman ( assistente di Brandt ), Natalie
Dormer ( Lorraine ), Marek Oravec ( Jan ), David Bradley
(guardiano della torre), Leander Deeny (Steve Rogers Double/Barman), Sam Hoare (recluta), Kieran O’Connor (Loud
Jerk), Jenna-Louise Coleman (Connie), Sophie Colquhoun
(Bonnie), Simon Kunz, Oscar Pearce, William Hope, Nicholas Pinnock
Durata:125’
Metri:3430
possente. Ma nel gruppo di lavoro c’è
una spia nazista infiltrata che apre il fuoco e uccide il dottor Erskine. Lanciatosi
all’inseguimento, Steve uccide la spia. A
causa della morte dell’inventore del siero, Steve resta l’esemplare unico di super-soldato. Intanto, la malvagia organizzazione Hydra, divisione di scienze
avanzate capitanata da Johann Schmidt, sta assemblando un arsenale per annientare gli Stati Uniti. Schmidt, entrato
in possesso di un prototipo del siero prima che Steve ricevesse l’iniezione per il
potenziamento fisico, si trasforma nel
mostruoso Teschio Rosso. Ormai Hydra
non può più crescere all’ombra di Hit26
ler. Intanto la fama di Steve Rogers aumenta. Su tutti i giornali per il suo gesto
eroico, il giovane riceve l’offerta di servire il suo paese sul campo di battaglia
più importante. In breve Steve viene trasformato dai mass media in eroe nazionale: è il protagonista di spot pubblicitari e spettacoli in cui pronuncia forti
proclami dell’esercito statunitense contro il nemico nazista. Preoccupato per le
sorti del suo amico, il sergente Bucky
Barnes, Steve si reca in Austria in cerca
della divisione di cui faceva parte e lo
salva insieme ad altri quattrocento uomini. Tornato trionfatore, Steve può arruolare la sua squadra che risponde ai
Film
comandi del Colonnello Chester Phillips e in cui milita anche Peggy Carter.
Steve diventa Captain America e si arma
di uno scudo costruito con il vibranio,
un materiale in grado di assorbire anche forti vibrazioni. Intanto Hydra perfeziona le sue armi con l’aiuto di Arnim
Zola uno scienziato collaborazionista dei
nazisti. Durante uno scontro con un mostro armato da Hydra, Bucky Barnes perde la vita: sentendosi responsabile, Steve giura di distruggere l’Hydra. L’ultima base segnalata dell’organizzazione
criminale è sulle Alpi. La lotta con Teschio Rosso, terrificante nemesi di
Johann Schmidt, è durissima; Captain
America ha la meglio. Ma l’emergenza
non è finita, perché Hydra ha lanciato
un aereo pronto a distruggere l’intera
città di New York. Steve si immola dirottando il velivolo in extremis. Tutti pensano che Captain America sia morto per
salvare la sua patria, mentre Peggy lo
attende invano a un appuntamento. Ma
Steve si risveglia circa settant’anni dopo,
è felice di essere vivo ma dispiaciuto per
aver mancato l’appuntamento con la sua
bella.
U
Un eroe buono e buonista. Captain America è certamente, tra i
tanti supereroi nati dai fumetti, un
personaggio sui generis. Un eroe ‘rosso,
bianco e blu’ innanzitutto, contraddistinto
dai colori della bandiera nazionale che
trionfano sul suo particolarissimo scudo in
vibranio. Un supereroe che non ha poteri
particolari, come altri famosi colleghi, tranne appunto la sua arma.
È un super buono perché la caratteristica del magico siero che gli è stato
iniettato è quella di amplificare ogni attributo fisico e psichico di una persona.
Interessante trovata che proietta diritto
al tema dell’identità, qualcosa di molto
problematico da sempre per ogni supereroe che si rispetti. Come per altri suoi
colleghi (Superman - Clark Kent, Peter
Parker - Spiderman) è lecito chiedersi se
Steve e Captain America siano la stessa persona. Chi è tra i due quello vero?
Come Jerry Siegel, il creatore di Superman, disse che Clark Kent era una rappresentazione di sé, confessando che il
suo supereroe sarebbe stato la sua ‘potenzialità’, così si potrebbe dire di Captain America. Di più. La sua forza è quella repressa del ragazzo gracile e asmatico ma anche quella, scatenata, della
sua fantasia e quindi fortemente desiderata.
Tutti i film della stagione
La copertina del primo numero di
“Captain America Comics” uscito nel
marzo 1941, otto mesi prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, la dice lunga: mostrava l’eroe dare un pugno sulla
mascella di Adolf Hitler. Vendette quasi
un milione di copie ma fu anche aspramente criticato. I creatori Joe Simon e
Jack Kirby pubblicarono il fumetto per la
Timely Comics poi divenuta Marvel. Il
vendicatore armato di scudo a stelle e
strisce nacque come elemento di propaganda durante la seconda guerra mondiale rappresentando un’America libera
e democratica che combatteva contro
un’Europa imperialista. Dopo aver perduto la sua popolarità negli anni successivi alla guerra, il personaggio fu ripreso
nel 1963 nella serie “The Avengers” e
inserito in un super gruppo formato dai
quattro personaggi più amati dell’universo Marvel: Iron Man, Thor, Hulk (tutti creati negli anni ’60) e appunto Captain
America (cui spetta di diritto il titolo di
“Primo Vendicatore”).
Le avventure di celluloide del nostro
eroe si inseriscono in una stagione cinematografica particolarmente affollata di
supereroi dei fumetti: Thor, Lanterna verde, X-men – L’inizio e ora lui, Captain
America. Sulle prime sarebbe tentati di
non trovargli posto. Ma guardiamolo meglio.
A dirigere l’ennesimo fumettone superoistico è Joe Johnston che, dopo
l’esordio come designer e direttore artistico degli effetti visivi per due episodi di
Guerre stellari e per due capitoli di Indiana Jones, ha debuttato come regista
in Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi firmando in seguito piccoli ‘cult’ come The
Rocketeer (tratto anch’esso da un fumetto) ma anche i più deludenti Jumanji,
Jurassic Park III, Hidalgo – Oceano di
fuoco, Wolfman. Ora cerca il rilancio nella
‘serie A’ dei registi. Il cast lo ha aiutato, il
protagonista Chris Evans (già ‘Torcia
Umana’ ne I Fantastici Quattro e ne I
Fantastici Quattro e Silver Surfer) si è
rivelato scelta felice, ben supportato dalla bella Hayley Atwell e dal ‘duro’ Tommy
Lee Jones. Una menzione particolare va
al ‘cattivo’ Hugo Weaving (che già aveva
convinto recitando dietro una maschera
in V per vendetta) ‘Teschio Rosso’ dalla
faccia scarnificata. Cameo per Stanley
Tucci nei panni dello scienziato inventore del siero.
Punto a sfavore, il solito 3-D, un effetto
praticamente inesistente che ha dato la
possibilità agli spettatori delle sale di ve-
27
dere il film con o senza l’uso degli abusati
occhialini.
Buone però sono le ambientazioni,
la fotografia e i costumi in pieno stile
anni ’40 ( epoca definita dal regista “cinematograficamente come una scatola
di giocattoli”) . La prima parte, dove a
dominare è proprio l’estetica anni ’40
con i ragazzi in uniforme chiamati a
combattere i nemico nazista, la propaganda urlata a mezzi stampa e radiofonici, le signorine con i capelli sempre a
posto e le bocche colorate di rosso vermiglio, è la parte cinematograficamente più riuscita.
Certo, il finale gioca facile promettendo un sequel e legami con gli altri film tratti dall’universo Marvel. Già nel 2012, Captain America farà parte del super-gruppo
dell’annunciato The Avengers.
Ma è anche vero che oggi l’America
ha più che mai bisogno di tenere in vita i
suoi supereroi. Eroe buonista dicevamo,
come l’immagine degli Stati Uniti nell’epoca Obama. Un personaggio “proiezione
di un’idea nazionale” (parole del regista)
nell’America di ieri come in quella di oggi.
Se poi ci si solleva un po’ più in alto,
si trova qualcosa di interessante. Ciò che
rende Captain America diverso dagli altri suoi colleghi è il messaggio di fondo
che il regista, nonostante tutto, riesce a
tenere in vita. Questi eroi di cartone dall’identità problematica ingaggiano una
lotta per la propria integrazione nel mondo. Ma è la nostra lotta. Il fumetto di supereroi è un genere “di passaggio” verso l’età adulta (si leggono solo fino a una
certa età, poi si diventa collezionisti o
nostalgici): “passare attraverso” i supereroi significa compiere “il viaggio del
diventare grandi” anche rendendosi conto che il nostro talento non è nient’altro
che la nostra personalità. Captain America deve combattere contro il Male assoluto, la follia nazista, senza poteri particolari venuti da chissà quali pianeti ma
usando la sua stessa arma ribaltandone
la logica (la sua potenza fisica che altro
non è che la traduzione dell’ideale del
superuomo). Ma il bello è che, sotto il suo
fisico possente e sotto quell’invincibile
scudo, resta vivo il ragazzino fragile, ingenuo e testardo. Il suo talento è proprio
la sua personalità.
E questo gli vale, anche sul grande
schermo, un punto in più rispetto agli altri
colleghi di cartone. Nonostante i suoi settant’anni suonati.
Elena Bartoni
Film
Tutti i film della stagione
LE AVVENTURE DI TINTIN: IL SEGRETO DELL’UNICORNO
(The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn)
Stati Uniti/Nuova Zelanda/Belgio, 2011
Regia: Steven Spielberg
Produzione: Peter Jackson Kathleen Kennedy, Steven Spielberg per Columbia Pictures/Paramount Pictures/Amblin Entertainment/WingNut Films/The Kennedy-Marshall Company/
Hemisphere Media Capital/Nickelodeon Movies
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 28-10-2011; Milano 28-10-2011)
Soggetto: tratto dai fumetti Le avventure di Tintin. Il segreto del
liocorno e Le avventure di Tintin. Il tesoro di Rakam il Rosso di
Hergé
Sceneggiatura: Steven Moffat, Edgar Wright, Joe Cornish
Direttore della fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kahn
Musiche: John Williams
Costumi: Lesley Burkes-Harding
Produttori esecutivi: Ken Kamins, Nick Rodwell, Stephane
Sperry
Produttore associato: Adam Somner
Co-produttore: Jason D. McGatlin
Direttori di produzione: Georgia Kacandes, Frank Macfarlane, Brigitte Yorke
Casting: Scot Boland, Victoria Burrows, Jina Jay
Aiuti regista: Jenny Nolan, Adam Somner, Ian Stone
Art director: Jeff Wisniewski
Supervisore art director: Andrew L. Jones
Trucco: Michele Perry, Tegan Taylor
Supervisori effetti visivi: Matthias Menz, Keith Miller, Scott
E. Anderson, Joe Letteri, Matt Aitken (Weta Digital)
Coordinatori effetti visivi: Paul Marcus Wong, Stephen
Nixon (Weta Digital)
in Tin, giovane reporter d’assalto e disponibile a ogni avventura, trova in un mercato delle pulci il modellino dell’Unicorno, una nave del
1600 che sembrerebbe fare gola a molti.
Si presenta subito, infatti, la bieca figura
di Sakharine che inizialmente tenta di comprare il modellino e poi lo fa rubare in casa
di Tin Tin dai suoi sicari. Un pezzetto dell’albero maestro della nave caduto in casa
svela però al giovane l’esistenza di una piccola pergamena contenente delle indicazioni che potrebbero portare a un tesoro;
mancano però altri pezzi del rompicapo
che sono contenuti in altri due modellini
alla cui ricerca Tin Tin si lancia immediatamente con l’aiuto del comandante di un
cargo, il capitano Haddock, grande amante
del wisky e l’intelligente cagnolino Milou.
Naturalmente non sono i soli sulle tracce
delle pergamenne perchè i cattivi di Sahkarine sono bene addestrati e in più aiutati
da un falco capace di rubare al volo mappe e pergamene di ogni tipo.
In realtà, il capitano Haddock e Sahkarine sono i discendenti dei due nemici che si
sono affrontati trecento anni prima per il
T
Supervisore effetti digitali: Kevin Andrew Smith
Supervisore costumi: Anthony Almaraz
Animazione personaggi: Jacob Luamanuvae, Toby Haruno
(Weta Digital), Barth Maunoury
Animazione: Makoto Koyama, Marcus Alqueres, Graham
Binding, Jonathan Paquin, Ignacio B. Peña, Mark Pullyblank, Jance Rubinchik, Jalil Sadool, Nick Fredin, Elizabeth Gray, Brad Lincoln, Chris Tost (Weta Digital), Alberto
Abril, Michael Aerni, Andrew Calder, David Lam, Robyn
Luckham, Chad Moffitt, Mark Stanger, Lindsay Thompson, Aaron Barlow, Moragot Bodharamik, Leggiero Carmelo, Eddie Chew, Julia Jooyeon Chung, Mike Clark,
Gérald Clévy, Tom Del Campo, Jeffrey Engel, Anneka Fris,
Daniel Gerhardt, Aaron Gilman, Martin Haughey, Danny
Keller, Tim Kings-Lynne, Sandra Lin, Morgan Loomis, Sarath Madhavan, Jason Malinowsky, Anthony McIndoe,
Adrian Millington, Vidya Raman, Carsten Seller, Jarom
Sidwell, Rini Sugianto, Philip To, Sebastian Trujillo, Roland
Vallet, Matt Weaver, Simon Westlake, Clare Williams, Daniel Zettl
Interpreti: Jamie Bell (Tintin), Andy Serkis (capitano Haddock),
Daniel Craig (Ivan Ivanovitch Sakharine), Nick Frost (Thomson), Simon Pegg (ispettore Thompson), Mackenzie Crook
(Tom), Toby Jones (Silk), Daniel Mays (Allan), Gad Elmaleh
(Ben Salaad), Joe Starr (Barnaby), Cary Elwes (pilota), Tony
Curran (tenente Delcourt), Sebastian Roché (Pedro), Sonje
Fortag (sig.ra Finch), Kim Stengel (Bianca Castafiore), Enn
Reitel (sig. Cabtree)
Durata: 107’
Metri:2930
possesso del tesoro nascosto nella stiva
dell’Unicorno e che ora ripropongono gli
stessi duelli per raggiungere lo stesso
obiettivo.
Dalle dune del Sahara agli oceani infestati di squali, sotto i colpi di aerei e armi di
ogni genere i nostri eroi arrivano in un’antica villa di periferia, il castello di Moulinsart, la casa dove Haddock abitava da
bambino: il tesoro trovato sembrerebbe
scarno, una piccola parte di ciò che dovrebbe essere. È senz’altro lo spunto per
tutti di pensare al seguito di un’altra avventura.
interesse di Spielberg nacque nel
1981, quando, a Parigi, per la
promozione del suo primo India
na Jones fu spinto a comprare i giornalini
di Tin Tin da un critico che accostava il suo
film a quei fumetti. Passarono anni di scambi epistolari tra il regista americano e l’autore, George Remi, conosciuto per lo più
con il nome di Hergé, senza che il grande
incontro tra i due riuscisse a concretizzarsi; Hergè morì poi improvvisamente e
Spielberg proseguì la sua strada trionfale
L’
28
di avventure e successi. Naturalmente,
come spesso avviene nell’immaginario di
un cineasta, e di un cineasta come Spielberg, il fumetto di Tin Tin e la saga di Indiana Jones hanno da un lato proseguito
la loro personale e separata realizzazione
artistica, dall’altro hanno costituito una
sorta di “unicum”, nutrendosi l’uno dell’altra: al punto che è oggi difficile sciogliere
la matassa e individuare quanto un aspetto appartenga al fumetto e quanto al seriale dell’archeologo avventuriero.
Fatto è che questo Tin Tin, girato in
motion pictures cioè con attori in carne e
ossa ad animare personaggi veri, ci dà il
piacere puro e supremo dell’avventura e
della sua ricerca continua: l’eroe con il
ciuffo ha imparato gli ammaestramenti di
Indiana per convincerci che solo nel superare la linea della sfida impossibile si
tocca la magica consapevolezza del vivere e il fascino immenso di una fantasia
che sempre si rinnova per il gusto di chi è
spettatore.
A tutto ciò aggiungiamo come la padronanza somma di effetti speciali e l’utilizzo di una musica sontuosa vadano a
Film
Tutti i film della stagione
comporre una grande opera di tecnica, di
grafica, di ingegno cinematografico.
Non solo; tutto questo non appesantisce l’espressione artistica di Spielberg che
avrebbe potuto mostrare qualche soffocamento sotto il peso della realizzabilità tecnica, ma, anzi, la esalta perchè permette
al cineasta, all’autore la possibilità immensa di rigenerarsi, di dare nuovo fuoco alla
propria fantasia: è l’emozione stessa del
fanciullo, dell’uomo, dell’uomo di cinema
che continua a ritrovarsi in un gioco di visioni e soluzioni che nel momento in cui
toccano la grandezza sono pronte a ripartire per nuove conquiste, proprio come il
suo Tin Tin e il suo Indiana.
Fabrizio Moresco
L’ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE
(Rise of the Planet of the Apes)
Stati Uniti, 2011
Regia: Rupert Wyatt
Produzione: Peter Chernin, Rick Jaffa, Amanda Silver, Dylan
Clark per Twentieth Century Fox Film Corporation/Chernin Entertainment/Dune Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 23-9-2011; Milano 23-9-2011)
Soggetto: ispirato al romanzo Il pianeta delle scimmie di Pierre
Boulle
Sceneggiatura: Amanda Silver, Rick Jaffa
Direttore della fotografia: Andrew Lesnie
Montaggio: Conrad Buff IV, Mark Goldblatt
Musiche: Patrick Doyle
Scenografia: Claude Paré
Costumi: Renée April
Produttore esecutivo: Thomas M. Hammel
Co-produttore: Kurt Williams
Direttori di produzione: Bonnie Benwick, Wendy Williams,
Frank Macfarlane
Casting: Heike Brandstatter, Coreen Mayrs, Debra Zane
Aiuti regista: Michael Bendner, Brendon Breese, Mathew
Dunne, Gary Hawes, Cindy Smith, Haylee Thompson, Pete
Whyte, Wainani Young-Tomich
Operatori: Tim Bellen, Jim Van Dijk, Peter Wilke
Operatori Steadicam: Harry K. Garvin, Peter Wilke
Art directors: Dan Hermansen, Grant Van Der Slagt
Supervisore art director: Helen Jarvis
Arredatore: Elizabeth Wilcox
Effetti speciali trucco: Emma Jacobs
W
ill Rodman è uno scienziato che
lavora per una importante casa
farmaceutica. Insieme alla sua
equipe ha creato un farmaco, ALZ-112, per
combattere l’alzheimer che sperimentato
sugli scimpanzé rigenera e potenzia le cellule cerebrali.
Entusiasta del risultato convoca i suoi
superiori per convincerli alla sperimentazione umana, ma qualcosa va storto. Una
Trucco: Emanuela Daus, Naomi Hirano, Emma Jacobs
Coordinatore effetti speciali: Tony Lazarowich
Supervisori effetti visivi: R. Christopher White (Weta Digital), Brooke Lyndon-Stanford, Justin Cornish (Atomic Arts),
Gord Dunick, Dan Lemmon, Joe Letteri, Erik Winquist
Coordinatori effetti visivi: Paul Marcus Wong (Weta Digital), Kim Menaster (Pixel Leberation Front), Rachel Faith Hanson, Blaine Lougheed, Jaydene Maryk
Supervisori effetti digitali: Thrain Shadbolt (Weta Digital,
Jeff Capogreco
Supervisori costumi: Jana MacDonald, Susan O’Hara
Supervisore musiche: Maggie Rodford
Supervisori animazione: Daniel Barrett, Eric Reynolds
Interpreti: James Franco (Will Rodman), Freida Pinto (Caroline Aranha), Andy Serkis (Cesare), John Lithgow (Charles
Rodman), Brian Cox (John Landon), Tom Felton (Dodge Landon), David Oyelowo (Steven Jacobs), Tyler Labine (Robert
Franklin), Jamie Harris (Rodney), David Hewlett (Hunsiker),
Ty Olsson (John Hamil), Madison Bell (Alice Hunsiker), Makena Joy (Alice Hunsiker giovane), Jesse Reid (Donnie Thompson), BJ Harrison (Dottie), Leah Gibson, Tracy Spiridakos (ragazze alla festa), Ivan Wanis-Ruiz, Trevor Carroll (addestratori), Chelah Horsdal (Irena), Timothy Webber (custode Stan
Timko), James Pizzinato, Robin Nielsen, Monica Mustelier (tecnici di laboratorio), Sean Tyson, Jack Kuris, Tammy Hui, Rufus
Dorsey, Kyle Riefsnyder, Anthony McRae, Jeb Beach
Durata: 105’
Metri:2850
delle scimmie, quella che aveva fatto più
progressi, diviene inaspettatamente aggressiva e viene abbattuta. Il responsabile
della casa farmaceutica, allora, ordina di
sopprimere tutte le scimmie a cui è stato
iniettato il farmaco.
Will non riesce a comprendere cosa non
abbia funzionato, poi però si accorge che
nella gabbia della scimmia che ha aggredito i suoi colleghi c’è un cucciolo appena
29
nato e capisce: non era stato il farmaco a
renderla aggressiva, ma l’istinto di protezione materna.
Senza pensarci troppo nasconde il piccolo in uno scatolone e lo porta a casa.
Qui, ad attenderlo, c’è il padre Charles,
malato di alzheimer, a cui Will fiducioso
somministra ALZ-112.
In poco tempo l’uomo si ristabilisce e
Cesare, il cucciolo di scimmia, diventa a
Film
pieno titolo un membro della famiglia mostrando doti cognitive straordinarie.
Un giorno, però, Charles si aggrava
inaspettatamente e in un momento di scarsa lucidità distrugge la macchina al vicino di casa. Quest’ultimo, dopo aver visto
la scena, esce in strada e inizia ad insultare il vecchio. Cesare vedendo l’amico in
pericolo corre in suo soccorso e ferisce il
vicino.
Will a malincuore è costretto dalla legge a separarsi dallo scimpanzé che viene
rinchiuso in un centro per primati molto
simile a un lager.
Intanto Will inizia a sperimentare sulle scimmie un nuovo e più potente farmaco, ALZ-113, ottenendo risultati talmente
stupefacenti da indurre il direttore della
casa farmaceutica a dedicarsi solamente
a questo prodotto. Ma qualcosa va storto,
un collega di Will che aveva inalato il farmaco muore dopo aver infettato altre persone. Lo scienziato consapevole del danno implora il direttore di fermare la distribuzione del farmaco, ma non viene ascoltato e per questo si dimette.
Cesare, intanto, nel rifugio per primati ha iniziato a covare rancore per il genere umano e consapevole dell’origine della
sua superiorità intellettiva scappa dal gabbia per rubare l’ALZ-113 da casa di Will.
Ottenuto il farmaco lo fa inalare ai suoi
simili del centro e apre la gabbie.
Le scimmie, consapevoli dei soprusi ricevuti, si dirigono verso la città seminando distruzione, mentre le forze dell’ordine
si preparano ad attaccare.
È una carneficina di umani e animali.
Ciononostante un nutrito gruppo di prima-
Tutti i film della stagione
ti capeggiati da Cesare riesce ad arrivare
sano e salvo nel bosco. Qui ad attenderlo
c’è Will che implora Cesare di ritornare con
lui a casa. Lo scimpanzé lo guarda e con
decisione gli risponde che lui è già a casa.
esare è a casa. Con questa frase, pronunciata da uno scimpanzé, Rupert Wyatt conclude magnificamente la sua nuova pellicola L’alba
del pianeta delle scimmie. Una frase semplice e nella narrazione anche scontata
che, però, costituisce la risposta perfetta
agli interrogativi, anche celati, di ciascun
personaggio del film.
Will, interpretato da James Franco,
sulla carta è il “buono”, colui che salva lo
scimpanzé Cesare dalle grinfie del direttore della casa farmaceutica, il “cattivo”. La
distinzione è semplice, netta, ma basta
cambiare per un attimo la visuale per trasformare i contorni così marcati in sfumature, a tratti, impercettibili.
Will rappresenta la presunzione umana che sfida costantemente la natura e, pur
perseguendo il bene, non riesce ad andare
oltre i paletti che la scienza gli ha inculcato.
Nel crescere Cesare continua a paragonare il suo sviluppo cognitivo a quello umano
senza considerare la sua diversità . Paradossalmente commette lo stesso errore del
direttore che confonde diversità con inferiorità. Cesare nel dire “Sono a casa”non
ha semplicemente detto “Sono fra i miei simili”, ma ha sottolineato che l’ambiente circostante non è proprietà esclusiva dell’essere umano e che ogni creatura essendo
“a casa” non dovrebbe sentirsi costantemente minacciata da altri essere viventi.
C
Lo scimpanzé, inoltre, per rafforzare
questo concetto utilizza il linguaggio umano che diviene, nell’accezione più ampia,
il leitmotiv di tutta la ribellione. Infatti, come
l’uomo distrugge per imporre il suo dominio così anche le scimmie devastano e uccidono per reclamare i loro diritti. Un’equazione evidentemente sbilanciata, qualsiasi sia il punto di vista da cui la si guarda,
eppure efficace nel far comprendere la disperazione di una prigionia.
Nel commentare la pellicola potremmo
fermarci qui consigliandone, ovviamente,
la visione, ma verremmo bacchettati pesantemente perché fra le tante considerazioni, forse non tutte condivisibili, abbiamo dimenticato di dire quella fondamentale: è il prequel del celeberrimo film del
1968 con Charlton Heston Il Pianeta delle
Scimmie.
Un errore grave, ma voluto.
Nonostante i continui richiami, le numerose citazioni, infatti, la pellicola “cammina con le sue gambe” come se fosse un
film a sé e merita pertanto di essere analizzato come tale.
È raro percepire questo, pur avendo
come metro di paragone un cult, e ciò la
dice lunga sulla qualità del prodotto. Volendo tirare le somme sicuramente buona
parte del merito va alla solida struttura
narrativa che ben si presta al dinamismo
registico di Wyatt anche se, al si là dei tecnicismi, ciò che rende grande questa pellicola è l’epifania di una tragedia di cui gli
occhi “brillanti” di Cesare sono l’inesorabile certezza.
Francesca Piano
SENZA ARTE NE’ PARTE
Italia, 2010
Regia: Giovanni Albanese
Produzione: Lionello Cerri per Lumiere & Co, in collaborazione con Raicinema
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 6-5-2011; Milano 6-5-2011)
Soggetto: Giovanni Albanese, Erminio Perrocco
Sceneggiatura:Fabio Bonifacci, Giovanni Albanese
Direttore della fotografia: Ramiro Civita
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musiche: Mauro Pagani
Scenografia: Sabrina Balestra
Costumi: Grazia Materia
Trucco: Raffaella Bigazzi
Acconciature: Jerry Popolis, Katie Vernon
Supervisore effetti visivi: John Bair
Supervisore costumi:Donna Maloney
Supervisore musiche:Randall Poster
Interpreti: Vincenzo Salemme (Enzo Gesumunno), Giuseppe
Battiston (Carmine Bandiera), Donatella Finocchiaro (Aurora),
Hassani Shapl (Bandula), Giulio Beranek (Marcellino), Ernesto
Mahieux (Don Elio), Ninni Bruschetta (Ciccio Rizzuto), Mariolina De Fano (mamma di Carmine e Marcellino), Paolo Sassanelli (Alfonso Tammaro), Sonia Bergamasco (Giulia Manna),
Alessandra Sarno (Egle Tammaro), Chiara Torelli (Angelique),
Giusy Fallonardo (Annamaria), Elena Cantarone (Eva Saluzzo), Dante Marmone (Pinuccio), Guglielmo Ferraiola (notaio
Varrone), Petro Cicirello (formaio), Sara Piccinna (figlia di Tammaro), Michele Trecca (battitore d’asta), Ippolito Chiarello (Nicotra), Franco Miccoli (capitano Finanza), Fabio Frasneda (imbianchino), Leonardo Pellegrino (Leo gesumunno)
Durata: 90’
Metri: 2470
30
Film
I
l rinomato Pastificio salentino Tammaro chiude la vecchia fabbrica, in
realtà con l’idea di riaprirne presto
una nuova, completamente meccanizzata
e all’avanguardia. Tutta la squadra di operai addetta allo stoccaggio manuale si ritrova disoccupata. Tra questi, ci sono Enzo,
sposato con Aurora e con due figli da mantenere, Carmine, da poco separato a causa delle sue tante avventure extraconiugali e con una madre arteriosclerotica e, infine, Bandula, un immigrato indiano, rimasto senza soldi e senza un posto per dormire. La situazione è drammatica. Accomunati dal licenziamento e dallo stesso destino precario, i tre si concedono una piccola vendetta nella fabbrica a suon di musica, vanghe e picconi. Intanto la moglie
di Enzo viene assunta come assistente personale per gli affari esteri dallo stesso Alfonso Tammaro. Dopo un’improduttiva ricerca di lavoro, i tre operai vengono reclutati, grazie all’intercessione della moglie di Enzo, dallo stesso Tammaro come
custodi in un magazzino in cui si trova una
preziosa collezione di opere d’arte contemporanea. Infatti l’arrogante impresario,
consigliato dall’affascinante consulente finanziaria, ha deciso improvvisamente di
investire sull’arte per “arrotondare” ed entrare nelle grazie della donna. Sconcertati
dal valore delle opere di cui non comprendono la bellezza e per cui collezionisti privati sono disposti a spendere cifre da capogiro, Enzo e i suoi amici scoprono sbalorditi l’arte contemporanea. Dopo l’incerta reazione iniziale, spinti dalla disperazione e dalla voglia di riscatto, decidono
di provare a imitare alcuni di quelle bizzarre opere. Ognuno fa la sua parte, aiutati anche dal fratello di Carmine, giovane esperto nell’arte dell’arrangiarsi. Avviato il processo di falsificazione, parte una
truffa in grande stile e i quattro iniziano a
vendere gli originali delle opere, riproducendo poi delle copie perfette per Tammaro. Con un misto di curiosità e incoscienza, iniziano a girare il mondo delle gallerie d’arte e dei collezionisti, fino ad arrivare a Roma, a un’asta in una prestigiosa
galleria. Dopo numerose peripezie e fraintendimenti gli amici riescono a tirarsi fuori dai guai, soprattutto grazie all’aiuto
della moglie di Enzo, che salda tutti i loro
debiti. Gli unici soldi rimasti vengono regalati a Bandula per raggiungere la figlia
in India che deve sposarsi. Dopo qualche
tempo, ritroviamo Enzo e Carmine che
sono entrati in affari, vendendo lo sciroppo di melograno e il fratello di Carmine,
che, nel frattempo, si è trasferito in India,
si è fidanzato con la figlia minore di Bandula.
Tutti i film della stagione
A
otto anni dal suo debutto sul grande schermo con A.A.A. Achille, sul
tema della balbuzie, Giovanni
Albanese regista, ma prima ancora artista,
professore di Decorazione all’Accademia
delle Belle Arti di Roma, creatore e scenografo, torna dietro la macchina da presa ripartendo da un mondo a lui caro: l’arte. Il cinema non è così lontano dall’arte
contemporanea come si può pensare; infatti il regista afferma di viverlo e intenderlo come se fosse una sorta di arte rinascimentale. In Senza arte né parte, Albanese affronta dapprima il discusso e annoso
problema della soggettività dell’arte e della sua fruizione, di come un’opera possa
essere giudicata diversamente a seconda
di tempi, dei luoghi, delle società, a seconda del critico stesso. In secondo luogo, si
tratta la questione del bello, del valore della
cultura, del business creato intorno a un
mondo elitario e di nicchia, nonché il problema della riconoscibilità di un’opera vera
da una falsa. Insomma, Albanese ci mostra un aspetto attuale e interessante della società di oggi, alimentando dietro la
provocazione superficiale alcune riflessioni
di fondo. Prima di tutto, c’è l’incontro tra
l’alto e il basso, tra il colto e il popolare, tra
la classe operaia e i salotti dei ricchi collezionisti. Come in I soliti ignoti di Monicelli i
protagonisti provano a mettere a segno il
colpo del secolo, ai danni di colui che l’ha
licenziati e alla faccia di facoltosi e superbi collezionisti. Convinti che per fare i “tagli” di Fontana, le “pagnottelle” caolinizzate di Manzoni e i cavalli vivi in salotto di
Kounellis non è più indispensabile chissà
quale titolo o capacità. Gli onesti falsari trasformano la propria vita nell’arte, appunto, di arrangiarsi. La precarietà esistenziale dei protagonisti diventa, dunque, un
mezzo per riscattare le loro vite e il dramma del licenziamento rappresenta invece
il famoso “portone” che si apre quando si
chiude una porta. Chiaramente il finale non
poteva che essere all’insegna del buonismo. Gli italiani, brava gente, anche questa volta fanno quello che è più giusto: finanziano il viaggio aereo di un immigrato
indiano e si consolano con un brindisi di
sciroppo di melograno. Pur affidandosi alla
tradizione tragicomica della commedia all’italiana e a un cast di primissimo ordine,
Albanese finisce, tuttavia, per dar vita ad
un prodotto spento, noioso, a volte scontato e dai tempi comici appesantiti da una
sceneggiatura poco frizzate e raramente
originale. Il film infatti non appassiona, o
meglio, diverte solo a tratti, ma con un’ironia poco italiana e molto “british”, quasi da
commediola forzata e arrangiata. Il cast
sembra restare solo una trovata produttiva, senza vere giustificazioni narrative: a
testimoniarlo l’incontro tra dialetti diversi,
che stona e appare alquanto sopra le righe. Si va dal napoletano verace di Salemme, al friulano di Battiston, al tarantino
di Giulio Beranek, al catanese di Donatella Finocchiaro, passando attraverso il messinese di Ninni Bruschetta e il milanese di
Sonia Bergamasco.
Veronica Barteri
TOMBOY
(Tomboy)
Francia, 2011
Regia: Céline Sciamma
Produzione: Bénédicte Couvreur per Hold Up Films/Arte France Cinéma/Lilies Films
Distribuzione: Teodora Film
Prima: (Roma 7-10-2011; Milano 7-10-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Céline Sciamma
Direttore della fotografia: Crystel Fournier
Montaggio: Julien Lacheray
Musiche: Jean-Baptiste de Laubier
Scenografia: Thomas Grézaud
Direttore di produzione: Gaëtane Josse
Casting: Christel Baras
Aiuto regista: Valérie Roucher
Trucco: Marie Luiset
Suono: Benjamin Laurent
Canzone estratta: “Always” di Para One
Interpreti: Zoé Héran (Laure/Michael), Malonn Lévana (Jeanne), Jeanne Disson
(Lisa), Sophie Cattani (madre di Laura), Mathieu Demy (padre di Laura), Ryan Boubekri (Ryan), Yohan Véro (Vince), Noah Véro (Noah), Cheyenne Lainé (Cheyenne)
Durata: 82’
Metri: 2300
31
Film
ppena arrivata in un nuovo
quartiere di Parigi con la sua
famiglia, durante le vacanze
estive, Laure è una bambina di dieci anni,
costretta a un nuovo trasloco per via del
lavoro del padre. La piccola francese ha
una sorella minore di cinque anni, Jeanne, molto legata a lei e un fratellino in
arrivo. Laure non ha l’aspetto di una
femminuccia, porta abiti maschili e capelli corti. I suoi giochi preferiti non sono
bambole, ma il calcio. Non conosce ancora nessuno nel quartiere e per caso fa
a amicizia con Lisa, una coetanea vicina di casa. La bambina la scambia per
un maschio e Laure decide di sfruttare
la situazione e senza pensarci troppo dice
di chiamarsi Michael. Così si crea una
nuova identità e si ritrova improvvisamente “dall’altra parte”. Cerca pian
piano di entrare nei meccanismi della
sua nuova compagnia, dove i maschi giocano a calcio a petto nudo e le femmine
devono stare a guardare. Superati i primi ostacoli (fare la pipì in piedi e crearsi un pene di pongo) Laure è sempre più
a suo agio in questo suo nuovo universo,
fino al punto di lasciarsi coinvolgere
anche sentimentalmente da Lisa, che nel
frattempo si è innamorata di lei. Gli adulti sono troppo impegnati per accorgersi
della situazione; l’unica ad accorgersene è la Jeanne, che promette di mantenere il segreto, a patto di rimanere sempre con lei. Così Laure inizia a portar
con sé anche la sorellina, ben contenta
di ritrovarsi da un momento all’altro un
fratello maggiore che la difende da tutti.
Ed è proprio a causa di una lite per difendere la sorella che uscirà fuori la vera
identità di Laure. La madre del bambino
con cui Laure aveva fatto a botte si pre-
A
Tutti i film della stagione
senta a casa sua chiedendo di Michael.
Laure si vede scoperta e denigrata da
parte della madre, che anziché reggerle
il gioco, è decisa a chiarire il malinteso
e a svelare a tutti la verità. Le fa indossare un abito da femmina e la porta a
casa di Lisa. Per Laure è il momento più
umiliante, non riesce a reggere la situazione e scappa. Sono gli ultimi giorni
delle vacanze prima dell’inizio dell’anno scolastico e nasce il fratellino di Laure. Dalla finestra, la bambina vede
Lisa; sembra che abbia voglia di parlarle. Laure timorosa le va incontro e le due
bambine, come se fosse la prima volta,
si presentano.
a seconda opera di Céline Sciamma, Tomboy, conquista il pubblico francese, imponendosi per la
sua straordinaria semplicità e naturalezza, ottenendo inoltre due riconoscimenti
di tutto rispetto, il Teddy Award allo scorso Festival di Berlino e il premio del pubblico e della Giuria al 26° Film Festival
di Torino. Un film poetico sull’infanzia, ma
anche sull’identità, in particolare sulla
formazione e affermazione del proprio
“io” più intimo e profondo, un’autocoscienza personale, nel corso di una delle età più delicate e complesse. Con l’utilizzo della camera a mano la Sciamma
cala il suo pubblico in un’atmosfera intensa. Lo fa dolcemente, con tocco materno e sensibile, che riesce a emozionare. La giovane regista gioca subito sull’identità ambigua della protagonista: con
i capelli corti e i vestiti da maschiaccio
(come recita lo stesso titolo inglese), si
fa fatica a riconoscerla come una bambina. Già nel rapporto con gli altri componenti della famiglia è evidente la ma-
L
32
scolinità di Laure: molto attaccata al padre, che ammira e imita al punto da cercare in lui una complice solidarietà, distante e distaccata invece nei confronti
della madre. La bambina appare protettiva nei confronti della sorella più piccola,
dalla spiccata ed esibita femminilità. Ed
ecco che l’attenzione si concentra proprio
sul rapporto tra Laure e la piccola Jeanne. La macchina da presa gira intorno alle
due bambine, regalandoci intensi primi
piani e dettagli. Il loro interagire è caratterizzato da una notevole sintonia e complicità ed è così carico di un affetto incondizionato, che commuove per la totale purezza di sentimenti. Ma è fuori casa, però
che la bambina avrà modo di sperimentare un’altra identità, un altro nome e, nei
limiti del possibile, persino un altro corpo. Tuttavia si tratta di un gioco ambiguo
e menzognero, destinato a essere rivelato. Solo confrontandoci con gli altri, riusciamo davvero a capire noi stessi o chi
vorremmo essere. Violento e drammatico
appare dunque lo scontro inevitabile con
la “normalità” adulta. Ciò che è norma, è
nello stesso tempo forma e costrizione
della libertà. Se è la società a condizionarci, in ogni caso solo noi possiamo scegliere in quale veste e ruolo interagire. Dal
neorealismo italiano alla nouvelle vague
francese, passando attraverso I 400 colpi di Truffaut, Tomboy rappresenta un piccolo gioiello incontaminato, in mezzo a
tanta meschinità. Il miracolo di questo far
cinema sta nel dissimulare completamente la direzione degli attori, al punto che
pare di osservare scene di vita. La regista spiega che prima di girare le scene
con i giochi dei bambini li osservava senza riprenderli, nella loro naturalezza. Poi,
quando il gioco era ormai avviato e loro
non sapevano di essere ripresi, iniziava
a filmare. L’opera ne guadagna in spontaneità e comunica quell’illusione di verità che è la naturalezza. I dialoghi non sono
molti; la regista lascia spazio all’intensità
degli sguardi e all’espressività dei volti,
nonché alla splendida e nitida fotografia
e alla bella colonna sonora. Le parole
quindi appaiono spesso superflue. La
mano della regista, leggera nel trattare il
tema, ma incalzante nello sviscerarlo a
fondo, unita alla straordinaria bravura delle piccole attrici, in particolare della protagonista Zoè Heran e della piccola Malonn Lévana, nel ruolo della sorellina, fanno di questo film un’autentica perla rara.
Veronica Barteri
Film
Tutti i film della stagione
VENERE NERA
(Vénus noire)
Francia, 2010
Regia: Abdellatif Kechiche
Produzione: Charles Gillibert, Marin Karmitz, Nathanaël Karmitz
per MK2 Productions/France 2 Cinéma/CinéCinéma/Canal+/
France Télévision/Centre National de la Cinématographie (CNC)
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 17-6-2011; Milano 17-6-2011)
Soggetto: Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalya Laroix
Direttori della fotografia: Lubomir Bakchev, Sofian El Fani
Montaggio: Camille Toubkis, Ghalya Lacroix, Laurent Rouan,
Albertine Lestera
Musiche: Slaheddine Kechiche
Scenografia: Florian Sanson, Mathieu Menut
Costumi: Fabio Perrone
Direttori di produzione: Benjamin Hess, François Pascaud
Casting: Anne Fremiot, Monya Galbi
Aiuti regista: Yann Chemin, Monya Galbi, Julie Gouet, Sylvie
Peyre, Aela Vaillant
L
ondra, 1810. Saartjie Baartman,
conosciuta anche come la Venere
Ottentotta, per essere un’ esemplare di donna africana dalle dimensioni abnormi, viene esposta al pubblico in un numero circense. Qui, prima è rinchiusa in
una gabbia, poi si muove dimenando i fianchi e il sedere su ordine del suo padrone, il
bianco Caezar. Quest’ultimo, uomo cinico
e senza scrupoli, la ospita nella sua casa
dandole vitto e alloggio. In cambio, la donna lavora come domestica e alleva i suoi
figli.
Malgrado le proteste della stampa e
delle società per i diritti dell’uomo, che definiscono il caso “una vergogna”, il signor
Caezar continua a sfruttare la Venere Nera
per ricavarne guadagni in denaro. Lei, pur
consapevole che la sua condizione di sottomissione è funzionale alla riuscita dello
spettacolo, inizia a dare i primi segni di
insofferenza. Portati entrambi in tribunale, si difendono rivendicando la finzione
dell’esibizione e, alla fine, vengono assolti. In una lunga testimonianza, la donna si
presenta alla corte come un’attrice e non
come una schiava.
Un giorno, Réaux, un domatore di orsi,
si offre di portarla con lui in Francia per
introdurla nei salotti bene parigini. Qui ottiene un notevole successo, diventando in
poco tempo la principale attrazione di festini privati organizzati da disinibiti rappresentanti della ricca borghesia locale.
Nel 1815 la Venere Ottentotta viene invitata dal Museo dell’Uomo per essere analizzata e studiata nei minimi particolari.
Operatori: Lubomir Bakchev, Sofian El Fani
Arredatore: Olivia Bloch-Lainé
Effetti speciali trucco: Nicolas Herlin, Frédéric Lainé, Pascal Larue
Acconciature: Sebastián Deffontaines
Supervisore effetti visivi: Stephane Bidault
Suono: Nicolas Waschkowski
Interpreti: Yahima Torrès (Saartjie Baartman), André Jacobs
(Hendrick Caezar), Olivier Gourmet (Réaux), Elina Löwensohn
(Jeanne), François Marthouret (Georges Cuvier), Michel Gionti
(Jean-Baptiste Berré), Jean-Christophe Bouvet (Charles Mercailler), Jonathan Pienaar (Alexander Dunlop), Gilles Matheron (Théobald de Méry), Violaine Gillibert (Géraldine Rivière),
Violaine de Carne (Diane de Méry), Philip Schurer (Peter Van
Wageninge), Christian Prat (Monsieur Campanile), Olivier
Loustau (capitano degli Ussari)
Durata:159’
Metri: 4600
Ma si rifiuta di spogliarsi completamente
per mostrare i genitali e per questo viene
punita dal suo padrone, che sperava in un
compenso economico dalla comunità
scientifica.
Intanto, Réaux costringe la donna a fare
la prostituta d’alto bordo. Pur essendo malata (è sempre stata dedita all’alcool), non
acconsente al ricovero che gli viene suggerito dal medico. La Venere Nera muore da sola,
a 25 anni, in uno squallido appartamentino
dove continua a ricevere i suoi clienti. Il suo
corpo viene sezionato e fatto oggetto di studio dall’anatomista Georges Cuvier, che ne
espone il calco agli studenti dell’Accademia
Reale di Medicina di Parigi.
ual è il sottile margine che separa la realtà dalla rappresentazione? E quale ancora è il confine (se vogliamo ancora più impercettibile)
tra mercificazione del corpo e consapevolezza di essere l’oggetto della mercificazione? Se lo chiede il franco-tunisino Abdellatif Kechiche nel suo ultimo e passionale ritratto filmico di donna: Venus Noire
(Venere Nera).
La moderna “società dello spettacolo”, con la sua effimera ma spietata logica speculatoria, ha radici molto lontane.
Già agli inizi dell’Ottocento – ci illustra il
regista di Cous Cous – una donna, soltanto perché diversa fisicamente, “esotica”, e di colore, poteva essere usata
come fenomeno da baraccone, essere
data in pasto come una fiera selvatica
da zoo al pubblico ludibrio, trasforman-
Q
33
dosi in vittima di odiosa discriminazione
razziale.
La toccante vicenda di Saartjie Baartman, così tristemente affine ai giorni nostri, appartiene a una verità storica di cui
non tutti purtroppo sono a conoscenza. Ai
tempi del colonialismo, questa giovane donna della tribù dei Khoikhoi dalle rotondità
prorompenti e con una vagina di eccezionale fattezza, viene portata dal Sud Africa
nella “civile” Europa per fare da serva a un
crudele artista di strada con mire capitaliste.
Dopo essere andata incontro a una
squallida fine tra i postriboli parigini, non
si sa se a causa di sifilide o di polmonite,
nel 2002 le sue spoglie (esposte fino al
1974 presso il Musée de l’Homme) sono
state restituite al suo paese d’origine, su
iniziativa di Nelson Mandela.
La macchina da presa di Kechiche indugia volutamente sul corpo prominente
della protagonista, sui suoi morbidi e burrosi particolari, con sequenze a tratti fin
troppo dilatate, in cui movimenti e situazioni tendono a ripetersi in un morboso
esercizio voyeuristico.
L’eccessiva durata (pur essendo uscito in sala in una versione ridotta di circa
10 minuti rispetto a quella originale di oltre due ore e mezzo) è senza dubbio l’handicap maggiore di questa ambiziosa pellicola sul fascino perverso dello sguardo
che, forse, proprio per questo, è stata (ingiustamente) ignorata dai giurati della
Mostra del Cinema di Venezia del 2010.
Oltre ai borghesi libertini che affollano
Film
i salotti per godere in prima fila dell’esibizione della Venere e per toccare con mano
le sue forme, noi stessi diventiamo spettatori di un freak (peep)show in cui la dignità
della donna finisce per essere irrisa e calpestata (ha il collo legato a una catena, è
costretta a mettersi a quattro zampe e viene addirittura cavalcata).
Tutti i film della stagione
Se da una parte quindi si instaura un
regime visivo di puro piacere erotico (durante le pratiche quasi sadomaso con tanto di simbolo fallico, i partecipanti alle feste si eccitano a vicenda lasciandosi andare ad atteggiamenti lascivi), dall’altra si
innesca una dinamica di partecipazionecompassione per le sorti del “mostro”, i cui
occhi rassegnati e gonfi di lacrime trattenute parlano da soli negli insistiti primi e
primissimi piani.
La parabola della Baartman, efficacemente interpretata dall’esordiente cubana
Yahima Torres, testimonia che non c’è fondo alla brutalità umana e alla miopia del
pregiudizio. Ma con un fastidiosa ammissione di colpa – si potrebbe dire – anche
alla (tacita) volontà di assoggettamento:
forse perché non ha alternative, o perché
crede che sia la cosa giusta per lei (?), sta
di fatto che la donna di colore sceglie quella
vita dissoluta e pornografica sino all’ultimo dei suoi giorni.
E alla fine, si ritrova sul lettino dell’anatomista, disaminata con freddezza chirurgica, proprio come il trovatello tedesco Kaspar Hauser. Se però nel film di Herzog era
il cervello l’organo da analizzare e conservare nell’ampolla, qui invece è l’apparato
genitale il simbolo della “diversità”, della
straordinarietà. Entrambe questi personaggi-martiri sono l’emblema di un’alienazione senza via d’uscita, prodotta da secoli di
presunta civilizzazione, che hanno sacrificato libertà e conquiste sociali in nome del
progresso scientifico.
Diego Mondella
THIS MUST BE THE PLACE
(This Must Be the Place)
Italia/Francia/Irlanda, 2011
Arredatore: Roya Parivar
Trucco: Luisa Abel, Amber Crowe, Jessica Y. Hernandez, Jay
Wejebe
Acconciature: Eileen Buggy, Clifton Chippewa, Elizabeth Cortez, Lora Gianino, Diana Sikes, Jose Zamora
Supervisore effetti speciali: Russell Tyrrell
Supervisori effetti visivi: Stefano Marinoni, Rodolfo Migliari
Coordinatore effetti visivi: Federica Nisi
Supervisori costumi: Suzy Freeman, Heidi Higginbotham
Interpreti: Sean Penn (Cheyenne), Frances McDormand
(Jane), Judd Hirsch (Mordecai Midler), Eve Hewson (Mary),
Kerry Condon (Rachel), Harry Dean Stanton (Robert Plath),
Joyce Van Patten (Dorothy Shore), Olwen Fouere (madre di
Mary), Shea Whigham (Ernie Ray), Liron Levo (Richard), Simon Delaney (Jeffery), Heinz Lieven (Aloise Lange), Seth
Adkins (Jimmy), Peter Carey (impiegato di Saks), Bern Cohen
(Rabbi Cohen), Tim Craiger (cowboy all’aereoporto), Nancy
Doetsch, Kef Lee (partecipanti al concerto), Grant Goodman
(Tommy), Robert Herrick (uomo d’affari all’aereoporto), Julia
Ho (donna in ascensore), Sam Keeley (Desmond), Madge
Levinson (Jackie),David Byrne, Sarah Carroll, Ron Coden,
Davis Gloff, Kris Graverson, Jann Hight, Sarab Kamoo
Durata: 120’
Metri: 3260
Regia: Paolo Sorrentino
Produzione: Francesca Cima, Andrea Occhipinti, Nicola Giuliano per Indigo Film/Lucky Red/Medusa Film/ARP Sélection/
Element Pictures/Pathé/Intesa San Paolo
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 14-10-2011; Milano 14-10-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto
Contarello
Direttore della fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: David Byrne, Will Oldham
Scenografia: Stefania Cella
Costumi: Karen Patch
Produttori esecutivi: Ronald M. Bozman, Viola Prestieri
Produttori associati: Carlotta Calori, Stefano Massenzi
Co-produttori: Ed Guiney Laurent Pétin, Michèle Pétin, Andrew Lowe
Direttori di produzione: Gennaro Formisano, Haley Sweet
Casting: Maureen Hughes, Carrie Ray, Laura Rosenthal
Aiuti regista: Davide Bertoni, Brinton Bryan, Daisy Cummins,
Dave Halls, Anna Harrison, Kamen Velkovsky Operatori:
Michael Alba, Ciaran Kavanagh
Operatori Steadicam: Michael Alba, Alessandro Brambilla
Art director: dooner
34
Film
ublino. Cheyenne è un ex rockstar di successo che non riesce a
liberarsi del suo passato; infatti
si veste, si trucca e si mette il rossetto come quando saliva sul palco. Giunto all’età di circa 50 anni, conduce una vita
agiata e monotona assieme alla moglie
Jane, alla quale è legatissimo, e gran parte del suo interesse è rivolto ai movimenti
in borsa. È annoiato e crede di essere depresso. Trascorre le sue giornate giocando nella piscina vuota, tra supermercati e
centri commerciali. Un giorno riceve una
telefonata dove gli viene detto che il padre, con il quale ha interrotto i rapporti da
30 anni, sta morendo. Parte così in nave e
arriva a New York ma quando giunge sul
posto, è già deceduto. Attraverso la lettura dei suoi diari viene a conoscenza che
l’uomo aveva dedicato gran parte della sua
vita alla ricerca di Aloise Lange, un criminale nazista che si è rifugiato negli Stati
Uniti e che lo aveva umiliato in un campo
di concentramento durante la seconda
guerra mondiale. Decide allora di proseguire la missione del padre mettendosi alla
ricerca di un uomo che potrebbe essere già
morto. Per raggiungere il suo scopo, si
serve dell’aiuto di Mordecai Midler, un
facoltoso ebreo esperto nella caccia ai
nazisti, anche se all’inizio i due non si intendono per niente. Nel corso del viaggio
rivede il cantante David Byrne dopo aver
assistito a un suo concerto, va a casa dell’anziana moglie di Lange che è stata professoressa di storia dicendole di essere un
suo vecchio studente. Raggiunge poi Alomogordo, nel New Mexico e fa amicizia con
Rachel, una ragazza che vive da sola col
figlio. Poi si rimette in viaggio anche se
deve fronteggiare l’imprevisto del pick-up
che va a fuoco, imprestatogli da un ricco
uomo d’affari. Giunge poi a Huntsville,
nello Utah, dove s’imbatte in Robert Plath, l’uomo che ha inventato il trolley. In un
motel, viene raggiunto da Mordecai e insieme riescono a ritrovare Lange che ora
vive in una casa abbandonata in mezzo alla
neve. Lì Cheyenne trova il modo di mettere in atto la sua vendetta costringendolo a
girare nudo fuori, al gelo. Poi ritorna a
casa. Senza più trucco, parrucca e rossetto.
D
Tutti i film della stagione
New Mexico e nello Utah, in cui lo sguardo del cineasta partenopeo non solo è
costretto a confrontarsi ma proprio s’imbatte, come smarrito, nell’immaginario statunitense on the road con lo spazio prima
quasi chiuso dai grattacieli e che poi invece si apre, dai riflessi del cielo e del deserto, sulla carrozzeria dell’auto alle stazioni
di servizio, ai motel. Per arrivare allo splendido finale di un’opera in continua metamorfosi, che cambia pelle più volte, immagine del vecchio criminale nazista nudo
sulla neve, che si sovrappone e s’impone
a quelle dei campi di concentramento. O
anche rovesciamento di Into the Wild dove
Sean Penn, regista di quel film è diventato
protagonista di questo. L’esperienza esistenziale al limite di Christopher McCandless di quel film si replica nel viaggio di
Cheyenne alla ricerca di un punto di contatto col padre oltre la vita. Nel movimento
fisico c’è la continua proiezione di un desiderio, ma anche un progressivo spogliarsi da se stessi che, nel caso del personaggio di Emile Hirsch in Into the Wild,
avveniva nei confronti della sua estrazione sociale e della sua famiglia e qui invece dall’immagine fisica che l’ex-rockstar si
è creato, fino all’immagine del suo volto
finale che si è come liberato del peso della propria memoria, emozionante come nel
volto di Marcello Mastroianni alla fine di
Sostiene Pereira.
Da Andreotti a Cheyenne. Il volto oltre il make-up. Come si riconosceva Toni
Servillo in quello del protagonista in Il
divo, così si riconosce Sean Penn nel
personaggio principale di This Must Be
the Place. Con le stesse esibite deformazioni, con accentuazione del respiro
grottesco in una gestualità esasperata
’ è un salto improvviso tra passato e presente. Tra il cinema di
Paolo Sorrentino da Le conseguenze dell’amore e Il divo fino a quest’ultimo This Must Be the Place. Ma, al tempo
stesso, anche all’interno dello stesso film,
tra Dublino e New York, il primo volontario
luogo asettico e artificiale dove vive la rockstar Cheyenne. L’altro è il punto di partenza di un viaggio che si estende anche nel
C
35
ma anche disperata, materializzazione –
come dice la moglie di Cheyenne – del
confine tra noia e depressione. Il castello dove vive, con la cucina con la scritta
e la piscina vuota, sono i segni di un tempo che si è fermato, proprio come la villa
di Gloria Swanson in Viale del tramonto,
spazio/tempo ancorati in un’epoca che
non c’è più. Il cineasta gestisce This Must
Be the Place con quello stile che segna
la sua identità, tra passi rallentati, risate
cariche di malessere, sguardi in macchina (quello di Cheyenne dopo aver ricevuto la telefonata del padre che sta morendo) e soprattutto quelli che si sentono addosso, come nelle soggettive nascoste nel fuori-campo e soprattutto in
quelle dalla finestra. Servillo in Le conseguenze dell’amore guardava spesso
verso l’esterno. Cheyenne in This Must
Be the Place è guardato invece molte
volte dall’esterno. Quello che è sempre
stato il limite del cinema di Sorrentino è
quello di esibire il suo indubbio talento
cercando di controllare e, se serviva,
anche manipolare, la vita dei suoi personaggi. Un rigore soffocante ben evidente nei compiaciuti ralenti di L’amico
di famiglia e nei prolungati primi piani del
sopravvalutatissimo Il divo. Qui, invece,
quest’ultimo film gli sfugge da un controllo che vorrebbe essere assoluto ma
a un certo punto non lo è più e il cinema
di Sorrentino ha stavolta il coraggio di
perdersi, impaurito e sedotto da un immaginario che lo inghiotte da cui emergono icone come Harry Dean Stanton –
che arriva quasi tra Paris Texas e Una
storia vera – nei panni di Robert Plath,
l’uomo che ha inventato il trolley, oggetto essenziale che, in qualche modo, det-
Film
ta la velocità di This Must Be the Place
così come il tagliaerbe segnava quella
del capolavoro di David Lynch. È sempre un cinema denso di dettagli quello di
Sorrentino, da quello delle ruote alla bottiglia di birra gigante, oggetti che rappresentano come successivi ostacoli del
percorso di Cheyenne prima di liberare
totalmente lo spazio come avviene nel
finale. Rispetto la filmografia precedente, l’ironia beffarda lascia il segno proprio nella sua istantaneità. E soprattutto
Tutti i film della stagione
gli abbandoni sono finalmente autentici,
con i momenti più alti presenti in tutto
l’incontro della giovane donna col figlio
nel New Mexico con un momento da brividi come quello in cui il ragazzino canta
la canzone dei Talking Heads che dà il
titolo al film o anche tutto il rapporto tra
il protagonista e la moglie, con Frances
McDormand perfetto doppio/contrario di
Sean Penn, fatto anche di riti ripetuti ma
soprattutto continui sguardi complici,
come quello in cui lui la guarda lavorare.
E ancora, non è più ossessionato dai propri tempi (compressi e dilatati) del racconto, come nello squarcio documentario
musical dell’esibizione di David Byrne.
Con L’uomo in più questo è il film migliore del regista, dove le zone d’ombra
lasciano solo dei residui, dove lo stile non
è essenzialmente forma(lismo) e in cui
finalmente, anche nel cinema di Sorrentino, ‘la parola amore esiste’.
Simone Emiliani
THE CONSPIRATOR
(The Conspirator)
Stati Uniti, 2010
Regia: Robert Redford
Produzione: Brian Falk, Bill Holderman, Robert Redford, Greg
Shapiro, Robert Stone per The American Film Company/Wildwood Enterprises
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 22-6-2011; Milano 22-6-2011)
Soggetto: James D. Solomon, Gregory Bernstein
Sceneggiatura: James D. Solomon
Direttore della fotografia: Newton Thomas Sigel
Montaggio: Craig McKay
Musiche: Mark Isham
Scenografia: Kalina Ivanov
Costumi: Louise Frogley
Produttori esecutivi: Joe Ricketts, Jeremiah Samuels, Webster Stone
Co-produttore: James D. Solomon
Direttore di produzione: Billy Badalato
Casting: Avy Kaufman
Aiuti regista: Richard Graves, Matt Rawls, Eric Sherman
Operatori: Gregory Lundsgaard, Newton Thomas Sigel
Operatore Steadicam: Gregory Lundsgaard
Art director: Mark Garner
Arredatore: Melissa M. Levander
Trucco: John R. Bayless, Wendy Bell, Leo Corey Castellano,
Theresa McCoy McDowell, Angela Rogers, Duane Saylor
Acconciature:Deborah Ball,Gina Baran, Judith H. Bickerton,
a notte di Venerdì Santo del 1865,
il presidente degli Stati Uniti
d’America Abramo Lincoln si
reca a uno spettacolo teatrale al Ford’s
Theatre di Washington in compagnia della
moglie Mary Todd. Durante la messa in
scena della commedia musicale Our American Cousin, Lincoln viene ucciso con un
colpo di rivoltella sparato dall’attore della Virginia John Wilkes Booth, al grido sudista di “Sic semper tyrannis!” (frase latina, traducibile con “Così sempre per i tiranni!”). Mentre l’esanime politico è trasportato in una casa adiacente al teatro e
cade in uno stato di coma vegetativo per
alcune ore prima di morire, il suo assassi-
L
Susan Buffington, Gail Hensley, Patricia McAlhany Glasser,
Evelyn Roach, Barbara Sanders, Betty Lou Skinner, Dawn
Turner
Supervisore effetti visivi: Tau Gerber (Catapult Reliance
Mediaworks)
Supervisore costumi: Richard Schoen
Interpreti: James McAvoy (Frederick Aiken), Robin Wright
(Mary Surratt), Kevin Kline (Edwin Stanton), Evan Rachel
Wood (Anna Surratt), Tom Wilkinson (reverendo Johnson),
Justin Long (Nicholas Baker), Danny Huston (Joseph Holt),
James Badge Dale (William Hamilton), Colm Meaney (David
Hunter), Alexis Bledel (Sarah Weston), Johnny Simmons
(John Surratt), Toby Kebbell (John Wilkes Booth), Jonathan
Groff (Louis Weichmann), Stephen Root (John Lloyd), John
Cullum (giudice Wylie), Norman Reedus (Lewis Payne), John
Michael Weatherly (George Atzerodt), Marcus Hester (David Herold), Chris Bauer (maggiore Smith), Jim True-Frost
(Hartranft), Shea Whigham (capitano Cottingham), David
Andrews (padre Walter), James Kirk Sparks (Edman Spangler), John Curran (generale Howe), Robert C. Treveiler (generale Harris), Brian F. Durkin (tenente), Cullen Moss (agente di Stanton), Jason Hatfield (Asa Trenchard), Kathleen
Hogan (sig.ra Mountchessington), Gerald Bestrom (Abraham
Lincoln)
Durata: 122’
Metri: 3300
no riesce a dileguarsi in sella a un cavallo, nonostante si sia rotto una gamba gettandosi dal palco presidenziale. Al contrario di Booth, il cospiratore David Herold
si rifiuta all’ultimo istante di togliere la vita
al vice presidente Johnson. In seguito, Booth è individuato dall’esercito all’interno
di un granaio, cui viene dato fuoco con
delle torce. David Herold, George Atzerodt, Lewis Powell, Michael O’Laughlin,
Samuel Arnold, il dottore Samuel Mudd e
Edman Spangler sono arrestati e poi processati con l’accusa di cospirazione. Fra
questi, è acciuffata pure una donna: tale
Mary Surratt, proprietaria di una pensione dove i congiurati avevano macchinato
36
il piano omicida e madre di John Surratt,
ancora a piede libero. Nonostante la signora del Sud dichiari a gran voce la propria innocenza, anche lei dovrà sedere nel
banco degli imputati in tribunale. A rappresentarla davanti alla corte è chiamato
l’inesperto avvocato Frederick Allen, eroe
di guerra e futuro marito dell’incantevole
Catherine Morgan. Sin da subito, Frederick si dimostra alquanto scettico riguardo
all’estraneità di Mary Surratt rispetto ai
fatti, tuttavia è consigliato dal suo mentore Reverdy Johnson ad accettare il caso.
Di parere completamente opposto, invece,
sono la fidanzata e l’amico Nicholas Baker,
che ha combattuto al suo fianco per il so-
Film
gno di un paese finalmente unito. Nel frattempo, il treno con le spoglie mortali di
Lincoln attraversa diversi stati degli USA.
Con il passare dei giorni, i disaccordi
tra l’accusata e il proprio legale non si
decidono a cessare, quantunque Frederick ammiri inconsciamente la sensibilità e
l’attaccamento alla fede cristiana palesato dalla donna dietro le sbarre. Il giovane
difensore, però, si ricrede allorché percepisce il senso di vendetta a tutti costi che
emana l’intero organo giudiziario e – in
particolare – il pubblico ministero Joseph
Holt. In verità, dietro a questo ultimo individuo è possibile percepire la “longa manus” del politico Edwin Stanton. In una
seduta giudiziaria, un certo John Lloyd
narra di come la signora Surratt si fosse
recata il giorno prima del delitto Lincoln
presso l’abitazione-taverna Lloyd, pregando il proprietario di nascondere da occhi
indiscreti un quantitativo di armi e un po’
di whisky. Sempre in quell’occasione, la
donna aveva posto nelle mani di Lloyd un
pacchetto sigillato, contenente un piccolo
binocolo. A dire dell’oste, qualche ora più
tardi passarono degli uomini a ritirare siffatto quantitativo di merce. Il racconto reso
volontariamente da Lloyd alla magistratura è poi avvalorato da Louis Weichmann
che – secondo la versione ufficiale – si sarebbe aggregato alla vedova Surratt in simile occasione. La corte di giustizia sembra dare un peso rilevante sia alle affermazioni di Lloyd, sia a quelle di Weichmann, sebbene il primo abbia la fama di
alcolista e il secondo risulti un personaggio piuttosto ambiguo. A nulla valgono
neppure le parole di Anna Surratt (figlia
di Mary), chiamata in qualità di test dalla
difesa. All’avvocato Allen non rimane altro che scaricare tutte le colpe su John
Surratt, al fine di salvare dalla forca la
genitrice del giovane corriere della Confederazione. Sapendo che il prete con cui
si confida Mary è a conoscenza del rifugio
di John, Frederick esorta il sacerdote affinché il pastore persuada il ragazzo a tornare a Washington. Per non perdere altro
tempo prezioso, il protagonista cerca di
ottenere un nuovo appello per la Surratt,
quando ormai il verdetto è stato proclamato. All’inizio, il legale la spunta; ma,
successivamente, la sentenza di colpevolezza presa in precedenza è dichiarata
inappellabile. Nell’estate del 1865 Mary
Surratt, David Herold, Lewis Paine e George Atzerodt sono condannati a morte tramite impiccagione. Al Dott. Mudd, Samuel
Arnold e Michael O’Lauglin spetta invece
l’ergastolo. Due anni dopo il processo,
John Surratt viene bloccato dalle forze
dell’ordine e spedito in gattabuia. Il fato
Tutti i film della stagione
si dimostra particolarmente propizio per
John, dal momento che la corte civile prende la decisione di rimetterlo in libertà per
mancanza di prove. Dalle didascalie finali, il pubblico viene a conoscenza del fatto
che Frederick abbandona il suo posto di
lavoro come avvocato per divenire giornalista del quotidiano «Washington Post».
l conflitto che vide impegnati in lotta
fra loro gli Stati del Nord e quelli del
Sud dell’America settentrionale fu
senza dubbio la prima guerra totale dei
nostri tempi: la prima che avesse coinvolto
così a lungo la società civile di un grande
paese moderno, la prima in cui fossero
stati utilizzati sistematicamente i nuovi
mezzi offerti dallo sviluppo tecnologico e
industriale, come il telegrafo, la ferrovia,
ma anche armi a lunga gittata come i fucili di precisione, le mitragliatrici, le navi
corazzate e i primi sommergibili. La guerra durò ben quattro anni, vide impegnati
nelle operazioni belliche circa tre milioni
di uomini e costò l’altissimo prezzo di oltre 600.000 vite umane. La Guerra Civile
americana vide pure l’ingresso delle donne sia sul campo di battaglia sia in politica. Molti rappresentanti del gentil sesso
si spacciarono per uomini e andarono a
combattere al fronte, spinte da un impeto
patriottico oppure per seguire il marito.
Alcune di loro furono addirittura delle spie.
Chi andò sul campo di battaglia, quindi,
non furono più solo i boys, ma anche le
girls. Per questo motivo, la propaganda
sudista descriveva le donne del nord
come dure e poco femminili. Dal canto
loro, i nordisti guardavano al sud come a
una terra del peccato, capace di generare esseri femminili della stregua di Mary
I
37
Surratt: la prima donna a essere impiccata dal Governo Federale dei neonati Stati
Uniti d’America.
L’ultima fatica di Robert Redford si può
leggere altresì come un attacco fortissimo
al potere maschile, totalmente incapace di
governare una nazione ai suoi primi vagiti
di vita. Il segno rosso del coraggio traspare nella figura del protagonista, che nella
difesa della sua assistita, mai si abbandona a un moto di codardia, tanto da scegliere di gettare nel fango gli ideali per cui
ha valorosamente combattuto pur di non
alienarsi la simpatia della cerchia dei propri conoscenti. Frederick Allen non è altro,
perciò, che una sorta di alter ego dei due
cronisti d’assalto Carl Bernstein e Bob
Woodward del cult Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula: non a caso, quando Allen deciderà di congedarsi dalla carriera legale, sceglierà come sua futura professione quella di giornalista al «Washington Post».
Quantunque il lungometraggio del regista che “sussurrava ai cavalli” non sia un
vero e proprio courtroom drama ( infatti,
non è completamente ambientato all’interno di un’aula di tribunale), le arringhe tintillano a lungo nella mente dello spettatore per la loro solenne epicità. Nel finale,
poi, il settantaquattrenne regista d’idee
progressiste fa sì che il climax della pellicola si avvicini allo zenit e che il tono di
fondo di The conspirator si mantenga alto:
un po’ come in certi grandi film del passato, che oramai Hollywood da anni non produce quasi più. L’ossatura estetica del film
poggia, invece, sull’eccellente fotografia di
Newton Thomas Sigel, un tempo pittore e
regista sperimentale al Whitney Museum
di New York City.
Film
Con un budget di circa venti milioni
di dollari, nel 2009 Redford ha iniziato in
Georgia le riprese di The conspirator, riprendendo un certo discorso critico sul
livello di degenerazione raggiunto dal
suo Paese, iniziato nel precedente Leoni per agnelli. Da simili premesse parte
anche il thriller The company you keep
di Redford con il giovane divo di Transformers Shia LaBeouf. Essendo fondamentalmente un film a tesi, basato sul-
Tutti i film della stagione
l’intenzione di voler dimostrare determinati enunciati ideologici, la seguente
pellicola non è stata affatto un successo
commerciale in patria.
In The conspirator si può osservare un
cast artistico di tutto rispetto, con grandi
attori nel ruolo di comprimari e personaggi di contorno come Justin Long, Evan
Rachel Wood, Tom Wilkinson, Kevin Kline
e Toby Kebbell. Lo scozzese James McAvoy – ora al cinema anche nelle vesti del
professor Charles Xavier in X-Men: l’inizio
– mostra la giusta grinta per eccellere nel
ruolo dell’avvocato alle prime armi Frederick Allen. Parimenti Robin Wright (ex signora Penn dimostra di essere un’attrice
puro sangue, scoprendo quanto basta la
fermezza di volontà e amore materno della Surratt sotto uno strato di apparente
freddezza congenita.
Maria Cristina Caponi
BENVENUTI A CEDAR RAPIDS
(Cedar Rapids)
Stati Uniti, 2011
Regia: Miguel Arteta
Produzione: Jim Burke, Alexander Payne, Jim Taylor per Ad
Hominem Enterprises
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 1-7-2011; Milano 1-7-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Phillip Johnston
Direttore della fotografia: Chuy Chávez
Montaggio: Eric Kissack
Musiche: Christophe Beck
Scenografia: Doug J. Meerdink
Costumi: Hope Hanafin
Produttore esecutivo: Ed Helms
Co-produttore: Brian Bell
Direttore di produzione: Brian Bell
Casting: Joanna Colbert, Richard Mento, Meredith Tucker
Aiuti regista: Scott August, Richard L. Fox, Sebastian Mazzola
Operatori: Lawrence Karman, Ted Lichtenheld, William Eichler
Operatore Steadicam: Lawrence Karman
Art director: Rob Simons
Arredatore: Jeanette Scott
Trucco: Roz Music, Sherri Zebeck, Mary Burton, Kimberly Jones, Vicki Vacca
im Lippe è un timido e ingenuo
venditore di polizze assicurative
dipendente della Brown Star Insurance che vive da sempre nella cittadina
di Brown Valley nel Wisconsin. Impacciato e infantile, intrattiene una relazione con
la sua ex insegnante Macy Vanderhei, suo
unico svago in una vita monotona a tranquilla. Ma l’improvvisa morte del suo collega Roger Lemke lo mette di fronte a
un’emergenza: deve sostituirlo all’annuale convention delle società di assicurazioni che si tiene a Cedar Rapids nello Iowa,
dove viene assegnato il Premio “Two Diamonds” per il miglior venditore. Compito
di Tim sarà di convincere il capo della convention Orin Helgesson che la Brown Star
merita anche quest’anno il riconoscimento. Tim è intimorito dalla missione, dal suo
primo volo in aereo, dall’albergo che ha
un’enorme piscina nella hall e utilizza car-
T
Acconciature: Kristin Berge, Dena Fayne, Kevin J Edwards,
Joy Zapata
Coordinatore effetti speciali: Larz Anderson
Supervisore effetti visivi: Scott M. Davids (Level 256)
Supervisore costumi: Carlane Passman
Supervisore musiche: Margaret Yen
Interpreti: Ed Helms (Tim Lippe), John C. Reilly (Dean Ziegler), Anne Heche (Joan Ostrowski-Fox), Isiah Whitlock Jr.
(Ronald Wilkes), Stephen Root (Bill Krogstad), Kurtwood
Smith (Orin Helgesson), Alia Shawkat (Bree), Thomas Lennon (Roger Lemke), Rob Corddry (Gary), Mike O’Malley
(Mike Pyle), Sigourney Weaver (Macy Vanderhei), Inga R.
Wilson (Gwen Lemke), Mike Birbiglia (Trent), Seth Morris
(zio Ken), Chris DiAngelo (Kurt Gambsky), Lindsey Alexandra Hartley (Pam Gambsky), Welker White (Dione Krogstad), John Djurovski (barista), Tracey Maloney (assistente
di volo), Steve Blackwood (Lindy), Ken Wood (cameriere),
Lise Lacasse (Lila), Christopher Lemon, Sudhi Rajagopal,
Charlie Sanders, Craig Janos, Carl Harry Carlson, James
Howard Carr
Durata: 87’
Metri: 2360
te magnetiche come chiavi e soprattutto
dagli altri colleghi più smaliziati di lui. Il
suo capo Bill lo mette in guardia da Dean
Ziegler, collega di una compagnia concorrente dai modi piuttosto volgari, incline all’alcool e alle belle donne. Ma Tim finisce
in camera proprio con Ziegler e Ronald
Wilkes. I due gli presentano l’affascinante
Joan Ostrowski-Fox. Tim stringe amicizia
con la bella collega: i due vincono una
caccia al tesoro il cui primo premio consiste in una cena. Tim passa una bella serata e sembra vincere la timidezza cantando
a un talent-show e ballando fino a tarda
notte. Ubriaco, fa il bagno nudo nella piscina dell’hotel con Joan e finisce a letto
con lei. Poco dopo, assalito dai sensi di
colpa, telefona a Macy e le confessa di aver
fatto sesso con un’altra donna. Poi chiede
a Macy di sposarlo ma la donna rifiuta dicendo che è stata già sposata e di volersi
38
godere la sua libertà. Macy lo sprona a
diventare adulto. Intanto Orin, che ha assistito alle bravate notturne di Tim, chiama Bill e lo informa. Il capo chiama Tim e
lo minaccia di licenziarlo. Poco dopo, Joan
riferisce a Tim che Roger, il suo collega
della Brown Star che ha vinto il premio
“Two Diamond” per tre anni di seguito,
aveva corrotto Orin. Poi gli dice che Roger era un depravato e confessa di aver
avuto una storia con lui. Tim informa Dean
Ziegler che gli dà un consiglio: è necessario giocare allo stesso gioco di Orin. Poco
dopo Tim va da Orin, che lo minaccia dicendogli che si è rovinato da solo con il
suo comportamento scandaloso. Tim dice
che ha i soldi per pagarlo e gli dà 1.500
dollari. Orin abbocca convinto di aver trovato il successore di Roger. Tim si sfoga
passando una notte brava con la prostituta Bree e si mette nei guai prendendo dro-
Film
ga e finendo a una festa piena di gente poco
raccomandabile. Ma viene salvato dai suoi
amici. In hotel intanto sopraggiunge Bill
che ha saputo che il premio è loro: vincere
per quattro volte li ha resi appetibili sul
mercato. Mike Pyle vuole rilevare la Brown
Star, chiudere l’agenzia di Brown Valley e
trasferire Tim nella filiale di Milwaukee.
Mentre Mike fa il suo discorso alla premiazione, Tim interviene confessando aver
pagato Orin per il premio. Bill va su tutte
le furie, ma Tim dice che ha chiamato i
clienti che non seguiranno la compagnia
se cambierà proprietario: diciassette di
loro hanno già detto che passeranno a essere suoi clienti se la compagnia sarà venduta. Tim riesce a salvare la compagnia e
festeggia il successo con i suoi amici. Ora
è davvero un eroe e sull’aereo merita una
doppia dose di noccioline.
on quella faccia un po’ così ...
certo, a guardarlo si pensa davvero, stiamo parlando di Ed Helms, nuovo volto ‘qualunque’ della commedia a stelle e strisce.
Simpatia di rimando ci viene da pensare. Certo se i due film Una notte da leoni, dove Helms interpreta Stu, il tranquillo
dentista coinvolto in deliranti avventure dai
suoi amici più pazzi di lui, non avessero
C
Tutti i film della stagione
ottenuto il successo che hanno avuto, Benvenuti a Cedar Rapids magari non sarebbe neanche arrivato da noi. Lo dimostra il
fatto che ha avuto una distribuzione ‘defilata’ in piena stagione estiva.
Helms veste i panni di un eroe di pastafrolla, a metà strada tra Candido e Peter
Pan, un ‘bambinone’ mai cresciuto e ancora ‘vergine’, cullato dai ritmi sonnolenti e
tranquilli di una piccola città di provincia
americana. Il classico uomo regolare che
assaggia la trasgressione. Un personaggio
un po’ alla Jack Lemmon di L’appartamento, ma con molte sfumature in meno.
Benvenuti a Cedar Rapids è una commediola che scorre piacevole infarcita di
una comicità a tratti un po’ demenziale e
ripetitiva. Lo schema non nuovo dei quattro amici che si fanno trascinare dalla baldoria di una notte può richiamate alla mente le ‘notti da leoni’ appena trascorse ma
in versione molto più ingenua. Il nostro timido assicuratore si lascia prendere dalla
goliardia dei colleghi più svegli di lui ma
tiene fede al suo personaggio. Fa il bagno
nudo in piscina, partecipa a un ‘drug party’ e fa sesso con una collega sposata; ma
poi si pente e piagnucola. Insomma per la
prima metà del film, uno Stu(pido) molto
‘più Stu’ di quello delle sue notti ‘leonine’.
Salvo poi salvarsi nella seconda parte, re-
cuperando molto terreno e un po’ di malizia (ma a fin di bene), trovando il coraggio
di opporsi ai ‘soliti’ superiori disonesti.
A fare da spalla al protagonista, svetta
John C. Reilly, perfetto nel ruolo del collega
assicuratore volgarotto, ennesima prova
convincente di un attore che meriterebbe
davvero di entrare a pieno titolo nell’olimpo
delle star (vedere la sua cristallina prova di
attore drammatico nell’ottimo Carnage di
Polanski). Nei panni della collega sposata
in cerca di avventure extraconiugali ritroviamo Anne Heche (recentemente in TV con
la serie “Hung”), mentre nel ruolo dell’altro
compagno di bravate c’è Isiah Whitlock jr.
(interprete della serie “The Wire”, citata
espressamente dal suo personaggio che,
in una divertente sequenza, se ne dichiara
fan accanito). Piccolo ruolo per l’altera Sigourney Weaver.
Diretto da Miguel Arteta (The Good Girl
del 2002), il film è un divertimento leggero
e senza sorprese dallo svolgimento banale e dal finale buonista che dispensa la
solita morale facile facile (a onor del vero,
però, qualche gag strappa il sorriso).
Buono per una serata scacciapensieri. Ma non chiedete di più a un timido assicuratore di provincia.
Elena Bartoni
MELANCHOLIA
(Melancholia)
Danimarca/Francia, 2011
Regia: Lars von Trier
Produzione: Meta Louise Foldager, Louise Vesth per Zentropa Entertainments/Memfis Film/Zentropa International Sweden/Slot Machine/Liberator Productions/Zentropa International Köln/Film i Väst/Danmarks Radio/Arte France Cinéma
Distribuzione: Bim
Prima: (Roma 21-10-2011; Milano 21-10-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Lars von Trier
Direttore della fotografia: Manuel Alberto Claro
Montaggio: Morten Højbjerg, Molly Marlene Stensgaard
Scenografia: Jette Lehmann
Costumi: Manon Rasmussen
Produttori esecutivi: Peter Garde, Peter Aalbæk Jensen
Co-produttori: Bettina Brokemper, Rémi Burah, Madeleine
Ekman, Tomas Eskilsson, Lars Jönsson, Marianne Slot
Line producer: Marianne Jul Hansen
Direttori di produzione: Jessica Balac, Maj-Britt Paulmann
Aiuti regista: Jonas Eskilsson, Pontus Klänge, Anders Refn,
James Velasquez
arte I: Justine. Justine e Michael, appena sposati, si presentano
con due ore di ritardo al ricevimento di nozze, organizzato dalla sorella
P
Operatori: Peter Hjorth, Luca Oltenau
Art director: Simone Grau
Arredatore: Louise Drake
Trucco: Linda Boije af Gennäs, Camilla Eriksson, Dennis Knudsen
Acconciature: Linda Boije af Gennäs, Camilla Eriksson, Dennis Knudsen
Supervisore effetti speciali: Hummer Høimark
Supervisori effetti visivi: Sven Martin (Pixomondo), Benni Diez (Kingz Entertainment), Peter Hjorth
Coordinatori effetti visivi: Franzi Puppe (Pixomondo),
Malin Persson
Interpreti: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), John
Hurt (Dexter), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), Brady Corbet (Tim), Udo Kier (organizzatore di
matrimoni), Deborah Fronko (madre di Michael), Cameron
Spurr (Leo), Jesper Christensen, Brady Corbet
Durata: 130’
Metri: 3600
Claire e dal cognato in lussuoso maniero in Svezia. Appena arrivata, la ragazza apprende dal suo capo di essere stata
promossa da copywriter ad art director
39
della società pubblicitaria dove è impiegata.
Ma, durante i festeggiamenti, inizia a
farsi sentire la tensione, in particolare fra
Film
i genitori della sposa: la madre, “allergica” ai matrimoni, non sopporta l’atteggiamento infantile del marito che si intrattiene senza vergogna con le altre invitate.
Justine, che appare apatica e a disagio,
comincia ad assentarsi: prima si aggira per
il campo da golf del cognato, poi si addormenta sul letto del nipotino, infine, si concede un rilassante bagno. Confusa e stordita, va della madre a chiedere aiuto, ma la
donna la caccia via brutalmente.
Invece di trascorre la prima notte assieme al marito, lo abbandona da solo in
camera. Preferisce avere un rapporto occasionale in giardino col nipote del suo
datore di lavoro, che la perseguita nel tentativo di estorcerle lo slogan della nuova
campagna. Poco dopo, manda tutto in malora insultando il suo capo e, alla fine, dando il benservito anche al marito.
Parte II: Claire. Claire porta la sorella malata di depressione a vivere a casa
sua per prendersi cura di lei. Intanto la
donna chiede informazioni al marito riguardo al pianeta Melancholia, che di lì a
cinque giorni dovrebbe colpire la Terra.
L’uomo però la rassicura. Quando osservano col telescopio il suo passaggio, in
effetti la moglie pare convincersi che le sue
paure sono infondate.
La situazione però precipita quando trova morto il marito nella stalla. Accortasi
che il pianeta si sta avvicinando sempre di
più alla Terra, Claire cerca di mettersi in salvo scappando col figlio in direzione del villaggio. Ma presto è costretta a tornare indietro. A questo punto, lei, la sorella ed il
bambino scelgono di rifugiarsi in una capanna costruita con bastoni di legno e di tenersi per mano, in attesa del tragico impatto.
’
L
ipocondriaco Lars Von Trier non
è certo nuovo a incursioni nei territori della malattia, del dolore o
Tutti i film della stagione
della menomazione fisica: pensiamo agli
strazianti Le onde del destino e Dancer in
the dark, premiati entrambi a Cannes. Eppure, chi ha pensato che con Antichrist
(2009) avesse toccato gli abissi del proprio inconscio disturbato, dovrà ricredersi
dopo aver visto Melancholia.
Il peccato, la carne, la morte ed il Male,
simboleggiati da un grande albero che avvinghia le anime con le sue infinite ramificazioni, come in un’infernale selva dantesca, nel precedente film scandalizzò non
poco il pubblico. Soprattutto per le scene
di “castrazione” che si infliggono i coniugi
Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg.
E sono diversi i punti di contatto con
la nuova pellicola. A partire dalla musa
Gainsbourg (l’ennesima di una folta lista
di attrici che si sono “masochisticamente” prestate alla follia di Von Trier), scelta
questa volta per interpretare la sorella
della protagonista, Claire. Un personaggio apparentemente sicuro di sé, ma che
tradisce tutta la sua fragilità quando si
rende conto della minaccia rappresentata da Melancholia, pianeta fratello di Saturno. Anche qui deve confrontare i propri timori e istinti con le certezze scientifiche del marito.
Oltre alla tradizionale divisione in capitoli, c’è un altro aspetto in comune: il
prologo con ouverture. Una sequenza al
ralenty di immagini di grande impatto, accompagnate dalle musiche del Tristano e
Isotta di Wagner (dalla sposa che attraversa il prato con i piedi avvolti da gomitoli di lana, alla disperata sorella col figlio
in braccio impantanata nell’erba, passando per l’immensità del cosmo in omaggio
a Solaris di Tarkovskij e 2001: Odissea
nello spazio), ricorda infatti l’inizio di Antichrist.
Diciamo subito che il catastrofismo di
Melancholia riflette il profondo disagio esi-
40
stenziale del suo autore. E a portarne i
segni in scena è la bravissima Kirsten
Dunst, cupa come non mai, che, con questa interpretazione, ha fatto centro a Cannes conquistandosi la Palma d’Oro. Justine è una stupenda creatura, insofferente
alla vita e alle regole, che si sforza di mostrarsi a tutti sorridente, mentre qualcosa
di misterioso la logora dentro. Vive sotto
l’influenza di questo pianeta nascosto dietro al Sole, quasi fosse stregata dalla sua
vista, posseduta dalla sua energia.
Non a caso, è l’unica a non rimanere
impressionata negativamente dal passaggio di Melancholia vicino alla Terra: mentre la sorella si dimostra terrorizzata al
punto da accusare un mancamento d’aria,
lei, al contrario, è ammirata dinnanzi a
quella visione spettacolare.
Se la prima parte del film è piuttosto
chiara nel presentare le dinamiche malate
e non prive di ironia, di cui sono protagonisti, in stile Festen, i parenti-serpenti (il
padre immaturo John Hurt, la cinica madre Charlotte Rampling e, ancora, il cognato irascibile Kiefer Sutherland), la seconda parte del film è un angosciante approssimarsi alla Fine.
Con una Dunst sempre più in balia
delle sue turbe psichiche che, al pari di
altre sfortunate eroine dell’autore, sembra portare sulle proprie spalle tutto il
peso del mondo. Quando un sinistro silenzio irrompe in questo incantevole paradiso scandinavo (anche i cavalli nelle
stalle tacciono... ), non rimane altro che
aspettare il momento della collisione. Con
tragica serenità.
Non sappiamo se il “volpone” danese
abbia voluto cavalcare la moda catastrofista che da tempo viene rilanciata dalla rete.
Certo è che quella sequenza finale, in cui
assistiamo impotenti alla nostra estinzione (davanti a noi una gigantesca palla luminescente aumenta sempre più di volume, fino a travolgere e a polverizzare tutto), non può lasciare indifferenti.
Von Trier realizza un’opera sulla paranoia dell’apocalisse che trasmette ansia e
claustrofobia come se ne ricordano poche:
se è vero che Melancholia sottrae atmosfera quando lambisce il nostro pianeta,
anche il regista ha il potere di togliere man
mano ossigeno a ogni inquadratura. Una
“punizione” fin troppo dura per lo spettatore, che ha comunque il privilegio di poter
godere di alcuni momenti di cinema molto
forti, tra primi piani stranianti della Dunst e
inquadrature rallentate naturaliste che hanno l’antico fascino della pittura preraffaellita.
Diego Mondella
Film
Tutti i film della stagione
DRIVE
(Drive)
Stati Uniti, 2011
Regia: Nicolas Winding Refn
Produzione: Michel Litvak, John Palermo, Marc Platt, Gigi Pritzker, Adam Siegel per Bold Films/Odd Lot Entertainment/
Drive Film Holdings/Marc Platt Productions/Seed Productions
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 30-9-2011; Milano 30-9-2011)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di James Sallis
Sceneggiatura: Hossein Amini
Direttore della fotografia: Newton Thomas Sigel
Montaggio: Matthew Newman
Musiche: Cliff Martinez
Scenografia: Beth Mickle
Costumi: Erin Benach
Produttori esecutivi: David Lancaster, Bill Lischak, Linda
McDonough, Jeffrey Stott, Gary Michael Walters
Co-produttori: Frank Capra III, Garrick Dion, James Smith
Direttore di produzione: Jim Behnke
Casting: Mindy Marin
Aiuti regista: Dieter ‘Dietman’ Busch, Frank Capra III, Mark
Carter, Ronan O’Connor
Operatori: Greg Baldi, Gregory Lundsgaard, Newton Thomas
Sigel
Operatore Steadicam: Gregory Lundsgaard
Art director: Christopher Tandon
river è un giovane silenzioso che
lavora come meccanico collaudatore nell’officina di Shannon dove
anni prima è capitato senza passato né
identità alcuna. Per Shannon lavora anche come stuntman, con ottimi risultati,
nelle produzioni cinematografiche in cui
serve qualcuno che sappia pilotare veicoli
nelle situazioni più difficili e spettacolari.
La notte, poi, driver arrotonda la paga guidando automobili truccate al servizio di
rapinatori che abbiano bisogno di un autista che li faccia scappare alla svelta: insomma guidare è davvero il suo mestiere.
Il giovane conosce Irene che vive con
il piccolo Benicio proprio nell’appartamento accanto al suo; lei è sola ma ha il
marito, Standard che sta per uscire dalla
galera. Driver sta vicino alla giovane e
presto se ne innamora e aiuta il bambino
in questo periodo senza padre. Non appena questi esce è pestato dagli uomini della
mafia che lo hanno protetto in galera e che
reclamano la restituzione del debito, i cui
interessi aumentano giorno per giorno a
cifre esponenziali. Standard è così costretto a rapinare un banco di pegni per chiudere il conto definitivamente; Driver si offre di aiutarlo risolvendo la parte automobilistica con relativa fuga. Il malloppo (un
milione di dollari) è presto in macchina ma
Standard resta sul terreno, crivellato di
D
Arredatore: Lisa K. Sessions
Trucco: Gerald Quist
Acconciature: Medusah
Coordinatore effetti speciali: James Lorimer
Supervisori effetti visivi: Dottie Starling (Wildfire VFX),
Jerry Spivack
Coordinatore effetti visivi: Elbert Irving IV (Wildfire VFX)
Supervisore costumi: Jean Rosone
Supervisori musiche: Eric Craig, Brian McNelis
Interpreti: Ryan Gosling (Driver), Carey Mulligan (Irene), Bryan Cranston (Shannon), Albert Brooks (Bernie Rose), Oscar
Isaac (Standard), Christina Hendricks (Blanche), Ron Perlman (Nino), Kaden Leos (Benicio), James Biberi (cuoco), Russ
Tamblyn (Doc), Joe Bucaro III (chauffeur), Tiara Parker (Cindy), Tim Trella, Jim Hart (cecchini), Tina Huang (cameriera),
Andy San Dimas (spogliarellista), Craig Baxley Jr., Kenny Richards (uomini mascherati), Joe Pingue, Dieter ‘Dietman’ Busch (aiuto regista), Chris Muto (Jack), Rachel Belle (conduttore notiziario), Cesar Garcia (cameriere), Steve Knoll (star
del film), Mara LaFontaine (fidanzata della star del film), Teonee Thrash (agente di polizia), Jeff Wolfe, John Pyper-Ferguson
Durata: 100’
Metri: 2630
colpi dal gestore del banco; Driver riesce
a fuggire.
In realtà, il colpo era una trappola che
serviva a incastrare un investitore venuto
da fuori che voleva mettersi in affari con
le famiglie mafiose: la morte di Standard
era nel conto, non che i soldi sparissero
con Driver. L’imbroglio è stato organizzato da Bernie, vecchio socio in affari di
Shannon e da Nino, suo amico mafioso. I
due gangster, per rimettere a posto le cose
e rientrare in possesso del denaro danno
inizio alla carneficina: Shannon che sta
per fuggire è il primo a essere ucciso a
colpi di rasoio mentre Driver si libera di
Nino e fa fuggire Irene con Benicio ipotizzando un futuro per tutti e tre; non ci
sarà, invece, nulla per nessuno. Driver e
Bernie si affrontano in un parcheggio a
colpi di pugnale, Bernie è al suolo, Driver, coperto di sangue, lascia il posto alla
guida della sua macchina, presumibilmente verso il nulla; Irene bussa inutilmente
alla sua porta.
in una bolla priva d’aria che vive
il nostro protagonista, il biondino
silenzioso con il giubbotto d’argento (diventato ormai un cult un po’ dappertutto), forse è meglio dire una specie di
vuoto pneumonico in cui si è rinchiuso da
solo, così ipotizziamo, in un periodo pre-
È
41
cedente alla storia raccontata nel film. Naturalmente è un’ipotesi perchè nulla è specificato del passato del protagonista a sostegno di quanto detto, né se qualcosa o
qualcuno gli abbia così scarnificato i sentimenti dall’anima da fargli preferire un’esistenza priva di slanci e di azione (nonostante tutte le azioni ad alta velocità che
appartengono alle sue giornate), una sorta di “non vita”. È straordinario nel lavoro
di officina ma, come apprendiamo nel corso del film è pagato al di sotto del suo reale valore; è disposto ad accettare le più
pericolose peripezie di stuntman senza
battere ciglio; guida la macchina come un
dio ma non ne possiede una; quando la
vita lo fa sbattere contro la possibilità di
un sentimento, questo è espresso nella
stessa maniera, in un’ambigua, incompiuta frustrazione così forte e avvolgente che
per risolverla il nostro eroe mette in moto
un meccanismo di sangue e di morte che
può sfociare solo nel disastro. È a questo
punto infatti che Driver accende quella violenza che, in qualche modo, gli appartiene (di qui la nostra ipotesi dell’inizio) e che,
lungamente rimossa o addomesticata, può
finalmente dare libero corso a una espressione così parossistica e ossessiva da far
pensare sia stata, un tempo, motivata: “ho
tentato, per difendermi, di vivere una non
vita dentro un vuoto, ma non ce l’ho fatta
Film
perchè l’unico modo che possa permettermi di toccare la realtà è una violenza cieca che non risparmia nessuno, tantomeno me stesso”.
L’attore canadese Ryan Gosling e il
regista danese Nicolas Winding Refn si
sono reciprocamente voluti, come folgorati sulla via di Damasco, per realizzare
questo film ricco di pathos e denso di una
forza creativa ben visibile: nelle scene
d’azione, nella raffinatezza e nella precisione delle atmosfere e degli ambienti
descritti, nella sensibile padronanza con
cui entrambi ci presentano uno stato pro-
Tutti i film della stagione
fessionale di grazia (premio per la regia
a Cannes 2011).
E se, nel corso della visione, abbiamo
avuto in mente il sicario privo di emozioni
di Jean Reno in Leon, o il granitico silenzio dei pistoleri di Clint Eastwood, o gli incubi esistenziali delle sceneggiature di
Paul Schrader, bene, riconosciamo nel lavoro realizzato da questo regista e da questo attore la possibilità più attuale e moderna di esprimere la società di oggi: non
si può modificare il male di vivere che si
ha dentro a causa di uno sguardo, neanche il più disarmante, puro, coinvolgente
oltre ogni umano desiderio, oltre ogni orizzonte di tempo e di luogo, ma destinato
alla sterilità, all’insoddisfazione nella totale impossibilità di avvicinarsi a chi di quello sguardo è portatore.
Cosa resta? Resta la violenza, compatta, dilatata a occupare ogni infrastruttura della condizione umana; resta l’automobile alla cui guida ci si sente al posto
giusto, meccanici sono solo i contatti, metallici i desideri; in questo modo non si può
morire, mai.
Fabrizio Moresco
TERRAFERMA
Italia, 2011
Regia: Emanuele Crialese
Produzione: Marco Chimenz, Fabio Conversi, Giovanni Stabilini, Riccardo Tozzi per Cattleya/Babe Film/France 2 Cinéma/
Rai Cinema/Canal+/CinéCinéma
Distribuzione: Rai Cinema/01 Distribution
Prima: (Roma 7-9-2011; Milano 7-9-2011)
Soggetto: Emanuele Crialese
Sceneggiatura: Emanuele Crialese, Vittorio Moroni
Direttore della fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Simona Paggi
Musiche: Franco Piersanti
Scenografia: Paolo Bonfini
Costumi: Eva Coen
Produttore esecutivo: Matteo De Laurentiis
Produttore associato: Fabio Massimo Cacciatori
ull’isola di Linosa, Filippo è un
ragazzo diviso tra l’istinto a continuare il mestiere di pescatore
del padre (defunto) e del nonno (ancora
caparbiamente attivo nonostante le difficoltà economiche) e il desiderio di una vita
“moderna”, come quella di zio Nino, che
con la sua barca e il suo stabilimento è
pronto a compiacere il turismo di massa,
offrendo ai vacanzieri musica, gite e una
spiaggia dotata di ogni comfort. Nel mezzo, Giulietta, madre di Filippo, che sogna
di cambiare un destino che appare segnato e lasciare l’isola, per offrire un futuro
migliore al figlio e anche a se stessa.
Desiderando mettere i soldi da parte
per andare sul continente, Giulietta decide di affittare la casa ai turisti per l’estate. Lei e Filippo dormiranno nel garage
accanto a casa loro. Ma, proprio quando
le cose sembrano andare come Giulietta
non osava sperare, in una notte di pesca,
Filippo e nonno Ernesto avvistano in mare
dei clandestini. Li soccorrono. Nonostan-
S
Direttore di produzione: Federico Foti
Casting: Chiara Agnello
Aiuto regista: Emiliano Torres
Operatori: Luigi Andrei, Marco Tani
Trucco: Alessandra Vita
Supervisore effetti visivi: Stefano Marinoni
Coordinatore effetti visivi: Federica Nisi
Suono: Pierre Yves Lavoué
Interpreti: Donatella Finocchiaro (Giulietta), Beppe Fiorello
(Nino), Mimmo Cuticchio (Ernesto), Martina Codecasa (Maura), Filippo Pucillo (Filippo), Tiziana Lodato (Maria), Claudio
Santamaria (Santamaria), Timnit T. (Sara), Filippo Scarafia (Marco), Pierpaolo Spollon (Stefano), Rubel Tsegay Abraha (Omar)
Durata: 88’
Metri: 2460
te sappia che la legge lo vieti, Ernesto decide di seguire la “legge del mare” e li
porta a riva con il suo peschereccio. Tra i
migranti ci sono anche Sara, una donna
incinta e il suo bambino, che Ernesto e
Filippo portano da Giulietta.
Giulietta è arrabbiata e preoccupata,
ma aiuta generosamente la clandestina,
che partorisce nel suo garage e la ricompensa dando alla figlia neonata il suo
nome.
Aver soccorso dei clandestini costa a
Ernesto il sequestro del peschereccio: di
fronte alle disposizioni nazionali che la
Guardia di Finanza deve far rispettare, a
nulla vale che da sempre la “legge del
mare” imponga di soccorrere chi chiede
aiuto, a nulla neppure che la barca sia
l’unica fonte di sostentamento del vecchio.
La situazione si fa quindi più difficile:
Filippo va ad aiutare zio Nino, la salute di
Ernesto risente degli anni, Giulietta resta
come imprigionata dalla presenza nel suo
garage, insieme a lei, di Sara e dei due
42
bambini. La donna continua – nella propria lingua – a ringraziarla, Giulietta insiste nel risponderle – in italiano – che deve
andar via. Ma al di là delle parole, nei fatti le due donne sono unite dalla lotta per
conquistare ciascuna la propria chance di
una vita migliore.
Quando si capisce che Sara e i bambini non possono più restare nascosti a Linosa e che Sara ha un marito a Torino che
l’aspetta, Filippo decide di rischiare il tutto
per tutto in prima persona e di avventurarsi sul mare, portandoli con sé sul piccolo peschereccio di famiglia alla volta
della tanto sognata Terraferma...
el contesto di una Linosa aspra,
meta di turisti e migranti che per
opposte ragioni vi fanno rotta,
Emanuele Crialese mette al centro il conflitto degli abitanti dell’isola, tentati dalla
modernità del turismo e dei guadagni facili alcuni, convinti sostenitori dell’economia
tradizionale (anche se faticosa) e della
N
Film
solidarietà tra pescatori altri. Un conflitto
che spesso ha la forma del confronto generazionale, rappresentato dal vecchio
saggio Ernesto e dal giovane impulsivo
Nino, e che il film inquadra in un contesto
giustamente corale.
Ma andando ancora oltre, si può vedere nel film che ha portato Crialese in
concorso a Venezia 68 e tra i concorrenti
all’Oscar per l’Italia la più atavica contrapposizione tra legge naturale e legge positiva. Come nel più classico Sofocle, Filippo come Antigone deve scegliere cosa
seguire, se ciò che comanderebbe la pietas o ciò che è dettato dalla norma di diritto.
Non c’è dubbio che la pellicola adotti
la prospettiva del più debole, del migrante, del bisognoso, che metta lo spettatore
di fronte alla disperazione e all’umanità di
chi è costretto a lottare, anche fisicamente, per conquistarsi un futuro. Le immagini
più forti, infatti, sono quelle delle due donne che, l’una di fronte all’altra, reclamano
con la propria prorompete fisicità, con i
primi piani ingombranti e il viso segnato
dalle emozioni, il diritto a vivere.
Eppure va riconosciuta a Terraferma
un’onestà di fondo nel contestualizzare il
tema controverso e attuale dell’immigra-
Tutti i film della stagione
zione (e anche quello della crisi economica) dando voce a ogni istanza, tenendo a
mente le ragioni di tutti, se pure servendosi di personaggi a tratti stereotipati.
La regia, capace nel racconto corale,
trova dei momenti emozionanti in alcune
immagini visionarie e suggestive del mare,
via di fuga, pericolo e speranza; l’interpretazione intensa degli attori e, soprattutto,
delle attrici arricchisce il film e compensa
ampiamente qualche passaggio un po’
troppo didascalico nella sceneggiatura.
Tiziana Vox
GIALLO/ARGENTO
Italia/Stati Uniti, 2009
Regia: Dario Argento
Produzione: Richard Rionda del Castro, Rafael Primorac, Claudio Argento, Adrien Brody per Hannibal Pictures/Giallo Production/Footprint Investment Fund/Media Films/Opera Film
Produzione
Distribuzione: Dall’Angelo Pictures
Prima: (Roma 1-7-2011; Milano 1-7-2011)- V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Dario Argento, Jim Agnew, Sean
Keller
Direttore della fotografia: Frederic Fasano
Montaggio: Roberto Silvi
Musiche: Marco Werba
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Stefania Svizzeretto
Produttori esecutivi: Claudio Argento, Luis de Val, Billy Dietrich, Patricia Eberle, Oscar Generale, Nesim Hason, Donald
A. Barton, Lisa Lambert, Martin McCourt, David Milner
Produttori associati: Aitana de Val, John S. Hicks
Line producer:Tommaso Calevi
Direttore di produzione: Giorgio Turletti
Casting: Morgana Bianco
Aiuti regista: Roy Bava, Stefano Ruggeri
Operatore: Gianni Aldi
Operatore Steadicam: Gianni Aldi
Effetti speciali trucco: David Bracci, Francesca di Nunzio,
Filippo Ferrazzi, Dario Rega, Sergio Stivaletti
Trucco: Giancarlo Del Brocco, Alfredo Tiberi
Acconciature: Romina Ronzani, Mauro Tamagnini
Effetti: Sergio Stivaletti
Suono: Roberto Sestito
Interpreti: Adrien Brody (ispettore Enzo Avolfi), Emmanuelle Seigner (Linda), Elsa Pataky (Celine), Robert Miano (ispettore Mori), Valentina Izumi (Keiko), Sato Oi (Midori), Luis Molteni ( Sal ), Taiyo Yamanouchi ( Toshi ), Daniela Fazzolari
(Sophia), Nicolò Morselli (Enzo giovane), Giuseppe Lo Console (macellaio), Anna Varello (moglie del macellaio), Franco Vercelli (Cabbie), Lorenzo Pedrotti (ragazzo delle consegne), Farhad Re (designer), Barbara Mautino (infermiera),
Silvia Spross (donna russa), Lynn Swanson (guida turistica), Massimo Franceschi (coroner), Andrea Redavid, Alberto Onofrietti (agenti), Lorenzo Iacona (investigatore), Giancarlo Judica Cordiglia (sergente), Salvatore Rizzo (guardia
di sicurezza), Lorenzo Ceppodomo (figlio di Enzo Avolfi ),
Cristiana Maffucci (Violetta), Liam Riccardo (Giallo), Linda
Messerlinker (vittima), Patrick Oldani, Maryann McIver, Cesare Scova
Durata: 92’
Metri: 2500
43
Film
orino. Due ragazze straniere decidono di passare la loro ultima
notte in città in discoteca. Mentre una delle due rimane a ballare, l’altra
sale su un taxi per tornare in albergo. Il
conducente, con la testa nascosta dal cappuccio di una felpa, la sequestra e la chiude in uno scantinato. Dopo averle legato
mani e piedi, le scatta alcune fotografie.
Il giorno dopo, la bellissima modella
Celine esce da una sfilata per andare a
cena con la sorella Linda, una hostess venuta a farle visita in Italia. Le due hanno
appuntamento nell’appartamento di Celine, ma la ragazza non ci arriverà mai perché si imbatte nel tassista maniaco. Anche
lei viene legata e rinchiusa nello scantinato, accanto ad altre ragazze brutalmente
seviziate.
Quando Linda si reca in questura per
denunciare la scomparsa della sorella, incontra l’ispettore Enzo Avolfi. Il poliziotto lavora e vive in un ufficio del seminterrato, tappezzato di foto con donne deturpate dalle violenze del killer. Quest’ultimo, che rapisce solo ragazze belle e straniere, legge riviste porno, riguarda le immagini delle donne sul computer e intanto si masturba.
Un giorno, l’assassino fa ritrovare
una vittima giapponese vicino ad un convento. La giovane, prima di morire, rivela il nome del suo carnefice: “Giallo”.
Avolfi e Linda scoprono che si chiama in
quel modo perché è affetto da epatite C,
malattia ereditata dalla madre, una tossicodipendente che, appena nato, lo ha
abbandonato alle suore. Quando vanno
in ospedale per scoprire la sua identità,
T
Tutti i film della stagione
per poco non ce la fanno a prenderlo:
l’uomo, che si trova lì per farsi curare,
riesce a farla franca.
Intanto Celine si libera dalle corde e
prova a scappare. Ma Giallo la raggiunge
mentre è in cima a un gasometro. Avolfi si
reca nella sua abitazione, ma la trova deserta. Il killer chiede aiuto a Linda per fuggire all’estero, ma l’ispettore riesce a fermarlo. Giallo precipita da un parapetto e
muore. Celine, ancora viva, verrà rinvenuta da un vigilantes in un garage, rinchiusa nel bagagliaio del taxi.
opo tre anni ha visto finalmente
la luce l’ultimo ed atteso lavoro
di Dario Argento, maestro dallo
sguardo sempre più stanco e appannato,
insomma non all’altezza di regalarci brividi forti come accadeva una volta. La storia
di Giallo è a dir poco travagliata: uscito
prima in dvd, è stato bloccato per molto
tempo a causa di un lungo contenzioso tra
la produzione e Adrien Brody (il premio
Oscar per Il pianista di Polanski aveva chiesto 3 milioni di dollari di danni perché non
era stato pagato).
La vicenda, non molto originale, assomiglia a tanti altri thriller già visti e contiene tutti i classici stereotipi del film sui serial killer: protagonista con le sembianze
di un mostro (ha la carnagione giallastra e
il viso deforme); efferato modus operandi
(l’uomo prima addormenta le sue vittime
con un’iniezione e poi le mutila perché
«odia tutto ciò che è bello»); trauma familiare come origine della psicosi (è orfano
di madre malata); ambientazione cupa e
degradata (nasconde i corpi in una canti-
D
na ingombra di arnesi e, non a caso, vive
a Via del Lazzaretto!).
Come di consueto, Argento insiste sui
particolari più truculenti, mostrando amputazioni di dita, incisioni di labbra e sgozzamenti a non finire. Urla disumane e fiotti di
sangue riempiono le inquadrature per il
giubilo degli ultimi appassionati dell’horror
“made in Italy” (ormai convertiti al dominante filone asiatico). Ma, sarà forse per
la location torinese un po’ troppo sterile e
brumosa o per la debolezza ed ingenuità
della sceneggiatura, il film non convince
completamente.
Appena abbozzato il tentativo (interessante) di rendere l’ispettore e Giallo due
figure speculari.
I due uomini sono diventati assassini
come risposta ad uno shock d’infanzia.
Avolfi ha visto morire davanti ai suo occhi
la madre e si è vendicato dell’omicida, un
macellaio, uccidendolo con un coltello che
conserva ancora nel cassetto della scrivania. Entrambi sono egoisti, solitari, ossessionati da un passato che ritorna con
assillanti flashback. Soggetti ambigui di cui
non ci si può fidare... .
Adrien Brody nei panni del poliziotto
non sfigura. Ha il portamento giusto, anche se quella sigaretta sempre in bocca lo
rende un po’ caricaturale. Anche l’affascinante Emmanuelle Seigner si comporta discretamente nel ruolo della hostess americana: pur smarrita in una città che non
conosce, ha carattere e possiede la determinazione necessaria per arrivare fino in
fondo alla verità.
Diego Mondella
UNA SEPARAZIONE
(Jodaeiye Nader az Simin)
Iran, 2011
Aiuto regista: Hamid Reza Ghorbani
Arredatore: Keyvan Moghadam
Trucco: Mehrdad Mirkiani
Suono: Mahmoud Samakbashi
Interpreti: Leila Hatami (Simin), Peyman Moadi (Nader),
Shahab Hosseini (Hodjat), Sareh Bayat (Razieh), Sarina
Farhadi (Termeh), Babak Karimi (giudice), Ali-Asghar Shahbazi (padre di Nader), Shirin Yazdanbakhsh (madre di Simin), Kimia Hosseini (Somayeh), Merila Zarei (signorina
Ghahraei)
Durata: 123’
Metri: 3400
Regia: Asghar Farhadi
Produzione: Asghar Farhadi
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Prima: (Roma 21-10-2011; Milano 21-10-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Asghar Farhadi
Direttore della fotografia: Mahmoud Kalari
Montaggio: Hayedeh Safiyari
Musiche: Sattar Oraki
Scenografia: Keyvan Moghaddam
Costumi: Keyvan Moghadam
Produttore esecutivo: Negar Eskandarfar
Direttore di produzione: Keyvan Moghaddam
44
Film
na città mediorentale, probabilmente Teheran, oggi.
Simin vuole lasciare l’Iran con il
marito Nader e la figlia undicenne Termeh per assicurare alla ragazza e a loro
un futuro diverso da quello che il suo Paese può, allo stato dei fatti, offrire. Il visto sta per scadere dopo qualche settimana, ma Nader continua a tergiversare
perchè non vuole abbandonare il padre
malato di alzheimer; così Simin chiede
il divorzio e, nell’attesa dello svolgimento delle pratiche, torna a vivere dalla
madre.
Nader è costretto allora ad assumere una donna, Razieh, che si prenda cura
del padre durante la giornata; Razieh è
incinta, cosa di cui nessuno, soprattutto
Nader, sembra accorgersi e nasconde al
marito, disoccupato e rissoso attaccabrighe, il lavoro trovato nella casa di un
uomo solo e separato, comportamento
sanzionato dalle leggi islamiche. All’inizio tutto sembra andare bene ma presto
precipita nella catastrofe: Razieh è costretta un pomeriggio a lasciare il servizio per correre dal ginecologo per un
malore; Nader al ritorno trova il padre
caduto a terra svenuto, legato al letto per
un braccio; non solo, rileva anche la
mancanza di una certa somma di denaro
da un cassetto. Ovviamente, quando Razieh riappare, Nader la affronta duramente, le intima di andarsene, le dà uno
spintone che, almeno in parte, sembra
procurare la successiva caduta della
donna, il relativo malore, il ricovero
d’urgenza in ospedale, la perdita del
bambino.
A questo punto la situazione si ingarbuglia: Nader è denunciato dal marito
della donna che spera così di avere un risarcimento per pagare i creditori da cui è
perseguitato; contemporaneamente Nader
lo controdenuncia per falso, affermando
di non sapere nulla della situazione di
salute della moglie. La giovane Termeh è
convinta invece che il padre fosse a conoscenza dello stato di Razieh e quindi
menta per salvarsi dal carcere e dal risarcimento.
L’intervento di Simin, stressata da tanti
problemi e per paura di altri guai, sembra
essere risolutorio: venga a patti il marito
con la parte avversa, paghi in questo modo
una somma concordata di minore impatto,
ritirino tutti le rispettive denunce e vadano in pace.
Tutto sembra filare liscio fino alla fine
ma, quando tutto è firmato e sistemato,
Tutti i film della stagione
U
Nader pretende che Razieh giuri sul Corano che considera lui la causa del suo
doloroso aborto e basta. Razieh non se la
sente perchè sa che il suo malore era cominciato da prima dell’incidente e non
vuole così macchiarsi del peccato di spergiuro e tutto va a monte.
Non resta a Simin e Nader che divorziare sul serio: la figlia stabilirà da sola
con chi dei due andare a vivere.
ilm faticoso, faticosamente diretto, interpretato e seguito dallo
spettatore in sala. Dobbiamo anche dire splendidamente diretto e ugualmente interpretato da un gruppo di uomini e donne di cinema che hanno costruito un meccanismo inattaccabile e
che procede fino alla fine nel tenere a
bada un intrigo che mai mostra una sbavatura, un rallentamento o la benchè minima noia.
È davvero una squadra compatta questa di Asghar Farhadi che si è meritata i
grandi premi (al film e ai protagonisti) di
Berlino 2011 con un’operazione semplice, cristallina che mette a nudo la complessità e le contraddizioni della società
iraniana dibattuta come non mai tra le
dure prese di posizione della legge islamica e le spinte sempre meno eludibili
verso l’occidentalizzazione dei costumi,
la riconsiderazione dei rapporti tra i sessi
e la riorganizzazione del modo di vivere
in generale. L’ossessione di dialoghi (perfetti!) continuamente interrotti e ripresi in
una specie di modalità ciclica va a descrivere un reale continuamente sfaccettato
F
45
che si critica e contemporaneamente si
rispetta ma che forma qualcosa da cui ci
si sente sovrastati e pressati e che scena
dopo scena ha sempre più il sapore del
regime.
Sappiamo bene che un regime si
combatte non solo con una lotta senza
quartiere dall’esterno, al cui costo di lutti e di sangue non tutti possono sentirsi
disposti ma, anche e in maniera molto
più sottile e non meno incidente dei colpi delle armi da fuoco, dall’interno, esasperandone il meccanismo, scoprendone il disinganno sociale, culturale, umano ed evidenziandone il lato grottesco e
insensato che prepotente viene in superficie.
Il gruppo di Farhadi si è così “limitato”
a mettere in scena con cura maniacale i
dettagli, ambientali, comportamentali, psicologici che legano lo svolgersi quotidiano della vita comune mettendo in risalto
l’esasperazione prodotta dall’astrusa e
inadeguata macchina dello Stato. Tutto è
vero, tutto è riscontrabile, tutto può essere comprovato grazie a una sceneggiatura perfetta e irreprensibile, al punto che
le occhiute autorità di censura non hanno trovato nulla da eccepire riconoscendo la veridicità cronachistica del lavoro!
Che risulta invece politico che più politico non si può, in quanto regista e attori
hanno percorso la strada più semplice e
vera: quando si vuole dire che il re è nudo
e il dirlo può essere pericoloso basta
mostrarlo.
Fabrizio Moresco
Film
Tutti i film della stagione
ABDUCTION – RIPRENDITI LA VITA
(Abduction)
Stati Uniti, 2011
Regia: John Singleton
Produzione: Doug Davison, Ellen Goldsmith-Vein, Dan Lautner, Roy Lee, Lee Stollman per Lionsgate/Gotham Group/Vertigo Entertainment/Quick Six Entertainment/Mango Farms/
Tailor Made
Distribuzione: Moviemax
Prima: (Roma 7-10-2011; Milano 7-10-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Shawn Christensen
Direttore della fotografia: Peter Menzies Jr.
Montaggio: Bruce Cannon
Musiche: Ed Shearmur
Scenografia: Keith Brian Burns
Costumi: Ruth E. Carter
Produttori esecutivi: Jeremy Bell, Anthony Katagas, Gabriel Mason
Line producer: Anthony Katagas
Direttore di produzione: Anthony Katagas
Casting: Alan Lee, Joseph Middleton
Aiuti regista: Walter E. Myal, Francisco Ortiz, Susan RansomCoyle, Michelle Skaneski, Doug Torres
Operatori: Colin Hudson, Eric Wycoff
Operatore Steadicam: Colin Hudson
Art director: Liba Daniels
Arredatore: Julie Smith
Trucco: Mary Burton, Rachel Geary, Evelyne Noraz
athan è un adolescente che frequenta il liceo e vive una vita
piuttosto normale. Qualche lieve
discussione in famiglia, le classiche feste
da teenager, una cotta per la vicina di casa,
e soprattutto lo sport. Suo padre gli ha insegnato fin da piccolo ogni tipo di attività
per la difesa personale, dalla boxe, al wrestling, alle arti marziali. Qualcosa cambia, però, quando il suo professore invita
gli studenti a realizzare un lavoro di gruppo scolastico e la sua vicina Karen deve
far coppia con lui. I due, dopo un primo
imbarazzo, si mettono all’opera e durante
la loro ricerca finiscono su un sito per persone scomparse da piccole, trovando proprio la foto di Nathan. I dettagli sono inequivocabili e così il ragazzo, seriamente
turbato, chiede spiegazioni ai suoi genitori, che a questo punto non possono negare
di non essere la madre ed il padre naturale di Nathan. Dietro questo sconvolgente
evento c’è però qualcosa di molto pericoloso, ma i genitori adottivi del giovane non
hanno neppure il tempo materiale di dargli spiegazioni che in casa loro fanno irruzione due uomini armati che hanno rintracciato Nathan tramite la visualizzazione del sito e sono pronti a tutto pur di prenderlo. I genitori muoiono, così come i due
uomini in seguito all’esplosione della casa,
N
Acconciature: Karen Lovell, Linda Williams
Coordinatore effetti speciali: Drew Jiritano
Supervisori effetti visivi: Nathan McGuinness, Mike Uguccioni
Coordinatori effetti visivi: Rachel Faith Hanson, Gustavo
A. Pablik, Ashley J. Ward
Supervisore costumi: Darcie Buterbaugh
Supervisore musiche: Tracy McKnight
Interpreti: Taylor Lautner (Nathan), Lily Collins (Karen), Alfred Molina (Burton), Jason Isaacs (Kevin), Maria Bello (Mara),
Michael Nyqvist (Kozlow), Sigourney Weaver (dott.ssa Bennett), Anthonique Smith (Sandra Burns), Denzel Whitaker
(Gilly), Nickola Shreli (Alek),Allen Williamson (Billy),William
Peltz (Jake), Jake Andolina (uomo della CIA), Oriah Acima
Andrews (Riah), Derek Burnell (venditore di hot dog), Holly
Scott Cavanuagh (signora Murphy), Radick Cembrzynski (tecnico di Kozlow), Richard Cetrone (Gregory), Mike Clark (giornalista), Rita Gregory (infermiera), Nathan Hollabaugh (poliziotto), Mike Lee (tecnico), James Liebro (usciere dello stadio), Christopher Mahoney (custode), William Peltz (Jake),
Elisabeth Röhm (Lorna), Victor Slezak (Tom Shealey), Ken
Arnol Steve Blass, Benjamin J. Cain Jr., Jack Erdie, Tim Griffin, Frank Lloyd, Emily Peachey, Mark Nearing
Durata: 106’
Metri: 2900
mentre Nathan si salva e scappa via con
Karen. Si rifugiano in un ospedale, dove li
preleva la psichiatra del ragazzo e gli spiega tutta la storia: Nathan è il figlio di un
importantissimo agente della CIA, il quale per dargli una vita normale lo ha affidato a due “custodi” e la stessa psichiatra
fa parte dei servizi segreti. Kozlow, un
agente segreto freelance di nazionalità russa, vuole metter mano su una lista con delle informazioni estremamente preziose e,
poiché tale lista è in possesso del padre
naturale di Nathan, il russo e i suoi scagnozzi lo stanno cercando. La psichiatra
allora fornisce ai due giovani delle ulteriori indicazioni su dove possano intanto nascondersi, e così il ragazzo memorizza l’indirizzo di un appartamento dove trova proprio il cellulare con la lista e una macchina
per gli spostamenti. In fuga da tutto e tutti,
Nathan semina inizialmente i suoi inseguitori e persino la CIA, che però, in un secondo momento, lo bracca e lo convince quasi
a consegnarsi alla loro custodia. Ma Nathan intuisce che forse l’agente Burton non
è così irreprensibile come vorrebbe far credere, e pertanto scappa di nuovo.
Decide allora di incontrarsi con
Kozlow, con il celato intento di farlo fuori.
Il luogo scelto è più che mai pubblico: uno
stadio di baseball; ma l’agente è più esper-
46
to e scaltro di lui e così dovrà intervenire
il vero padre di Nathan, con il quale il ragazzo escogiterà un piano che porterà proprio alla morte di Kozlow.
l cinema americano degli ultimi anni
ci ha abituato un po’ a tutto e ormai
persino schiere di ex puritani iniziano ad apprezzare film di un registro più
basso, classici blockbuster, nucleo assoluto di azione allo stato puro, nati senza la
pretesa di finire nella videoteca personale
dei cinefili.
Molto spesso abbiamo criticato il nostro cinema, il suo modo sconfortante di
tenersi troppi gradini più in basso rispetto
a quello a stelle e strisce, anche nel paragone tra film di livello meno ambizioso, in
un confronto comunque senza storia.
Ci sbagliavamo: al peggio non c’è mai
fine. Tenendo conto del potenziale a disposizione, partendo dalle considerazioni sul budget e finendo con quelle sugli
effetti speciali e sul cast, l’unica espressione che viene fuori dopo aver visto Abduction è “raccapricciante”. In pochi sarebbero riusciti a tirar fuori qualcosa di
peggio rispetto a ciò che ha fatto Singleton.
Le inquadrature sembrano casuali, non
contribuiscono mai a incrementare adre-
I
Film
nalina o qualsiasi altra emozione, sono
prive di uno scopo se non quello di riprendere i personaggi, che in tal modo però
perdono il loro carisma.
I dialoghi risultano a tratti imbarazzanti, senza alcun senso logico. Per intenderci meglio, l’effetto è quello delle più ridicole soap che, cercando ostentatamente un
briciolo di serietà e dramma si dimostrano
invece buffe al punto di far scattare l’ilarità, se non forse per lo stimolo di afflizione
che tutto ciò trasmette.
Un’ulteriore nota va spesa per il cast:
introiti a parte, non è ben chiaro il motivo
per il quale attori di una discreta levatura
come Alfred Molina, Maria Bello, Michael
Nyqvist si siano prestati ad un film del genere; così come non è del tutto spiegabile
Tutti i film della stagione
come un attore come Taylor Lautner, tristemente monoespressivo, possa ottenere il successo che sta guadagnando soltanto per via di un fisico imponente e probabilmente poco natural che piace alle ragazzine, ma con doti attoriali sulle quali ci
riserviamo parecchi dubbi.
Su Lily Collins il giudizio è rimandato
alla visione di Snow White, in quanto non
è facile capire se l’interpretazione assai
poco convincente è dovuta anche all’inutilità del suo personaggio (a proposito, perché mai deve seguire un ragazzo con il
quale fino a poche ore prima del dramma
nemmeno parlava, in un assurdo crocevia
del terrore e intrighi internazionali?) o alle
sue reali qualità. Attendiamo di vedere
come sarà questa nuova Biancaneve (ma-
gari senza quelle enormi sopracciglia), e
ne riparleremo.
Per il resto il film scorre piuttosto agevolmente, ma non è proprio un pregio considerando che il plot è basato soltanto sull’azione, e pertanto se sperate di vedere
una nuova versione di Bourne (come qualcuno aveva lasciato intendere) siete totalmente fuori strada. Abduction – Riprenditi
la tua vita è puro action senza logica, uno
dei pochi thriller che, banalità a parte, non
riesce neppure a mantenere quel minimo
di suspance nello spettatore, che prevede
e capisce tutto nel giro di pochi minuti. A
poterlo fare prima magari eviterebbe anche di entrare in sala.
Tiziano Costantini
IL VILLAGGIO DI CARTONE
Italia, 2011
Regia: Ermanno Olmi
Produzione: Luigi Musini per Cinemaundici/Rai Cinema/Edison/Intesa San Paolo
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 7-10-2011; Milano 7-10-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Ermanno Olmi
Direttore della fotografia: Giuseppe Pirrotta
Montaggio: Paolo Cottignola
Musiche: Sofia Gubaidulina
Scenografia: Giuseppe Pirrotta
Costumi: Maurizio Millenotti
Aiuti regista: Leopoldo Pescatore, Alessandra Gori
Trucco: Giulio Pezza
n una zona dell’Italia settentrionale, un anziano parroco sta assistendo, impotente, al trasloco forzato
di tutti gli arredi e di tutti i segni che, per
decenni, hanno identificato un luogo sacro come la sua chiesa, dove, per decenni,
ha svolto la sua attività pastorale: l’altare, il crocifisso, i quadri, i paramenti sacri. Non sappiamo perché tutto questo stia
avvenendo in maniera inesorabile, nonostante gli estremi tentativi del prete di opporre una sua resistenza estrema agli eventi. La chiesa sembra non servire più; al
parroco viene concesso solo di continuare
a vivere nel suo modesto appartamento in
canonica, dove decide caparbiamente di
finire i suoi giorni.
Nel corso di una notte, tuttavia, un nutrito gruppo di clandestini africani entra
nella chiesa e qui organizza la propria esistenza come in una sorta di villaggio, in
I
Fotografo di scena: Kash Gabriele Torsello
Suono: Francesco Liotard
Interpreti: Michael Londsale (vecchio prete), Rutger Hauer
(sacrestano), Massimo De Francovich (medico), Alessandro
Haber (graduato), Elhadji Ibrahima Faye (soccorritore), Irima
Pino Viney (Magdahà), Fatima Ali (Fatima), Samuels Leon
Delroy (il Bardo), Fernando Chironda (il Cherubino), Souleymane Sow (l’Avverso), Linda Keny (madre famigliola), Blaise
Aurelien Ngoungou Essoua (padre famigliola), Heven Tewelde (Miriam), Rashidi Osaro Wamah (ragazzo testimone), Prosper Elijah Keny (bimbo famigliola)
Durata: 87’
Metri: 2400
attesa di trovare una sistemazione migliore. Per il parroco, tale inaspettata presenza assume il valore di una rinascita che,
allo stesso tempo, fuga e alimenta dubbi
sul senso della propria vocazione, Nel frattempo, mentre all’interno di questa comunità di derelitti accadono diversi episodi
marcanti (nasce un bambino senza padre,
arrivano oscuri personaggi che vendono
permessi di transito per la Francia, si palesano potenziali terroristi), fuori dalla
chiesa la legge si muove alla ricerca dei
clandestini e, per ben due volte, i suoi rappresentanti hanno uno scontro diretto e
crudo con il parroco, il quale rivendica il
proprio diritto-dovere di dare assistenza a
chi ne ha bisogno, clandestini o meno che
siano.
Dopo qualche tempo, i rifugiati riescono a partire. Nella chiesa, ormai di nuovo
vuota, ne resta solo uno che, in qualche
47
modo, si era rivelato come un leader della
comunità, il quale, in silenzio, è testimone
dei rumori, dei suoni, a volte violenti, di
ciò che sta avvenendo fuori, nel mondo
esterno.
n ritorno inaspettato! Nonostante avesse dichiarato che Centochiodi sarebbe stato il suo ultimo
film, Ermanno Olmi è tornato dietro la
macchina da presa per dirigere Il villaggio
di cartone.
Probabilmente, tale ripensamento è
motivato da un’esigenza urgente di testimoniare, attraverso il cinema, il profondo
disagio attraversato dal nostro tempo; un
disagio che chiama in causa, in prima battuta, proprio la religione e il suo principio
fondante, contenuto nel dettame di Cristo
ama il prossimo tuo come te stesso; dettame, spesso, svuotato di senso dalla pras-
U
Film
si e dai nostri comportamenti quotidiani,
così come lo è la chiesa che, all’inizio del
film, viene privata dei segni della sua riconoscibilità e ridotta a un edificio vuoto, inutile: non più una città sulla roccia – termine
con cui è stata anche definita la Chiesa – ,
ma utile solo a ospitare un villaggio di cartone, come recita, appunto, il titolo del film.
Come già era avvenuto per Centochiodi, probabilmente, la pressante spinta dei
problemi caratteristici dalle condizione presente, ha spinto questo autore a rendere
esplicita e senza equivoci di fondo la struttura ideale portante di tutto il film. In questo
modo, il discorso di Olmi è diretto, non lascia spazi ad ambiguità di sorta, procede
attraverso una parola, spesso ammantata
di sentenze, di giudizi inappellabili, di prese di posizione, le quali non consentono
obiezioni di sorta. Paradossalmente, tale atteggiamento di fondo costituisce, in un certo senso, un po’ il limite di questo film, ne
frustra il suo divenire dialettico, sposta l’asse per uno stimolo a una meditazione che,
al contrario, possiede in nuce motivi profondi attorno ai quali riflettere in maniera
non banale. Di fatto, non si può non essere
d’accordo sull’assunto fondamentale di quest’opera che ci chiama tutti a guardare responsabilmente a quanto sta accadendo
intorno a noi, che respinge la via della violenza, che invoca la solidarietà verso gli
oppressi e i diseredati, che richiama al vissuto di un cristianesimo integrale. La didascalia finale, impressa sullo schermo al termine del film è fin troppo di esemplare chiarezza: bisogna cambiare il corso della Storia, altrimenti sarà la Storia a cambiare noi.
Eppure, questo film, costruito attraverso
una impeccabile e affascinante struttura formale, è testimone di un percorso, diremmo
cristologico, che, come nel migliore Olmi, si
manifesta soprattutto – e in maniera mag-
Tutti i film della stagione
giormente convincente – ,attraverso i silenzi, gli indizi, i gesti, gli sguardi, i quali sono il
segno eloquente, più di ogni parola, di un
messaggio universale destinato soprattutto
agli ultimi, alla pietra scartata dai costruttori
che diventerà pietra angolare. Così, nel silenzio del villaggio di cartone, si ripercorrono le tappe di un cammino antico: assistiamo a una rinnovata natività (non a caso, il
vecchio parroco, dopo la nascita del bambino, intona, di fronte a un umile presepe, Adeste fideles, cantico natalizio per eccellenza);
una prostituta accudisce amorevolmente la
puerpera (le prostitute e i pubblicani vi precederanno nel regno dei cieli); un uomo del
gruppo di clandestini dichiara agli uomini
della legge di essere il padre del bambino,
accollandosi, come Giuseppe, una paternità non sua; un novello Giuda permette il riconoscimento del leader del gruppo, fornendo come segnale di individuazione il mettersi accanto a lui; il fonte battesimale, che viene divelto dalla sua ormai inutile posizione
naturale, per essere messo al centro della
chiesa e raccogliere quell’acqua – salvifica?
– , proveniente dal cielo. Sono questi solo
alcuni di quei segni che danno veramente
forza a questo film, spazzando via tutti i dubbi, le angosce, i ripensamenti, incarnati e
concentrati nella figura del vecchio parroco,
ultimo testimone di una Chiesa che, forse,
deve rinnovarsi e riscoprire la sua autentica
vocazione. Di fatto, alla fine del film anche la
sua figura scompare passando, quasi, il testimone ad altri: il leader del gruppo resta
nel luogo sacro, non va via con il gruppo di
diseredati, anche se prende coscienza che
fuori imperversa una battaglia sempre più
aspra.
Come già in Centochiodi, Olmi non dà
un nome ai protagonisti del film; non sappiamo come si chiamano; una scelta di stile
che probabilmente coinvolge tutti noi, in
maniera anonimamente cosciente, per riuscire a impegnarci nel cambiare il mondo
in cui viviamo.
Carlo Tagliabue
LA MISURA DEL CONFINE
Italia, 2010
Regia: Andrea Papini
Produzione: Sandro Frezza, Ferdinando Vicentini Orgnani, Sergio Bernardi per Alba
Produzioni SRL
Distribuzione: Immagini Distribuzione
Prima:(Roma 6-5-2011; Milano 6-5-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Andrea Papini, Monica Rapetti (collaborazione)
Direttore della fotografia: Benjamin Nathaniel Minot
Montaggio: Maurizio Baglivo
Musiche: Petra Magoni, Ferruccio Spinetti
Scenografia: Roberto Conforti
Costumi: Moris Verdiani
Organizzatore di produzione: Mauro Sangiorgi
Aiuto regista: Marco Cervelli
Supervisore effetti visivi: Luciano Vittori Jr.
Suono: Bernardetta Signorin
Interpreti: Paolo Bonanni (Mathias Valletti), Peppino Mazzotta (Peppino), Thierry
Toscan (Ulrich), Beatrice Orlandini (Beatrice), Giovanni Guardiano (Giovanni), Massimo Zordan (Bangher), Adriana Ortolani (Rosamaria), Tommaso Spinelli (Tommy),
Luigi Iacuzio (Osvaldo), Rolando Alberti (Atti), Lorenzo Degli Innocenzi (Cunaccia),
Gianluca Buonanno (sindaco Varallo), Monica Rapetti (Elodie), Elisabetta Bendotti
(Dolcina), Filippo Cucchi (Antonio Botis), Manolo Bioni (Germano Botis), Roberto
Bioni (Nicodemo Bangher), Massimo Tassan (pilota elicottero)
Durata: 79’
Metri: 2200
48
Film
u un ghiacciaio del Monte Rosa,
al confine tra Italia e Svizzera,
viene ritrovato un cadavere mummificato. Vengono allertate due squadre,
una svizzera, l’altra italiana, capeggiate
rispettivamente da due topografi, il ticinese Mathias Valletti e il siciliano Giovanni
Bruschetta.
Mathias, preciso e rigoroso, è alla fine
di una relazione, Giovanni, tipico ‘maschio
italico’ sensibile alle tentazioni, è sposato
con Rosa Maria. Incaricate dai rispettivi
governi, le spedizioni partono verso il
Monte Rosa. Il maltempo fa smarrire la
spedizione svizzera e spinge la spedizione
italiana a ripararsi in un rifugio gestito da
Beatrice e Peppino. Mathias si ritrova in
alta quota, nella nebbia, accanto ad un cadavere, con i colleghi italiani che non si
fanno vedere; si consola con la passione
per il lavoro del suo assistente, Tommy, e
la professionalità delle due guide svizzere
Atti e Ulrich.
Nel rifugio, Giovanni, assieme alle due
guide italiane Osvaldo e Cunaccia, conosce i due giovani gestori, giunti lì alla ricerca di un lavoro. Beatrice prepara
l’Uberlekke, un pesante cibo locale e il
gruppo italiano si mette a tavola. Giovanni è affascinato da Beatrice. Nel frattempo, scoppia un temporale e un fulmine colpisce la guida svizzera Atti. Nella notte la
spedizione svizzera rientra trasportando la
guida ferita. Dopo il trambusto, sul rifugio cala la quiete e fuori torna il sereno.
Il mattino seguente l’elicottero del soccorso accompagna Atti in ospedale e porta in quota il sindaco Bangher, che spera
nella scoperta della mummia per rilanciare il turismo del suo paesino. Insieme a lui
arriva anche Rosa Maria che raggiunge
Giovanni per festeggiare il loro anniversario di nozze. Col tempo sereno, la nuova
spedizione composta dagli italiani e dagli
svizzeri recupera la mummia. Giovanni stabilisce l’appartenenza del cadavere alla
nazione italiana. Tra i due topografi nasce collaborazione e stima reciproca. Tutti riuniti attorno alla salma, ricostruiscono la data del decesso che risulta più recente della preistorica mummia tirolese
Oetzi, sempre citata come paragone. Le
nubi radioattive degli esperimenti nucleari del dopoguerra e di Chernobyl permettono una datazione abbastanza precisa: i
personaggi del rifugio si ritrovano detective.
Curiosando nel rifugio, Rosa Maria ritrova il vecchio cappello abbandonato dalla Regina Margherita di Savoia passata di
lì agli inizi del Novecento. Mathias scopre
l’arma di un probabile delitto: lo spillone
d’argento del cappello. Rinvenuti nel so-
S
Tutti i film della stagione
laio i diari del rifugio, il gruppo si addentra nel passato. La montagna racconta la
sua storia: le guerre, la vita delle popolazioni locali e le sue leggende. Come quella della processione degli scheletri dei peccatori che vanno a espiare sui crepacci dei
ghiacciai la notte dei morti, illuminando il
cammino con il dito mignolo acceso come
une candela. Nelle pagine incollate di uno
dei libri, Giovanni, sostenuto da Mathias,
ricostruisce un delitto avvenuto nel dopoguerra che ha lasciato il suo sangue sulle
pagine. Il delitto di Antonio, un giovane
che ha cercato di costruire la sua vita assieme all’amata Dolcina e che l’avidità dei
fratelli ha interrotto per sempre. Ma la ricostruzione si complica, poiché le guide del
posto e il sindaco Bangher scoprono non
solo di essere parenti tra di loro, ma anche
tutti parenti dell’assassino, oltre che, ovviamente della vittima.
A causa di un’indigestione di Rosa
Maria, Giovanni e la moglie restano nel
rifugio ancora per una notte. Anche Mathias non riparte subito. Le guide e il giovane assistente si allontanano riportando
a valle la salma del loro sfortunato parente che finalmente potrà ricevere degna sepoltura. Giovanni, aiutato da un binocolo,
osserva la piccola processione che accende le torce per farsi strada, trasformandosi così nella processione dei peccatori della leggenda.
Affacciati alla finestra, Giovanni e Mathias guardano la notte che avanza sul
mondo. Mondo che la loro cultura non permette di cambiare, ma del quale se ne può
intuire la dimensione con un piccolo sforzo d’immaginazione.
a misura del confine è un film
suggestivo. Racconta in primo
luogo la montagna e il suo fascino. Luogo isolato, dall’atmosfera quasi irreale, fatta di silenzi, pause, grandi spazi.
Un “intervallo” dove tutto è sospeso tra razionale e irrazionale. E qui la razionalità di
due “uomini di scienza”, due topografi, viene a scontrarsi con l’irrazionalità delle passioni umane.
Il mistero della mummia prima, del delitto poi e la fascinazione della montagna
diventano tutt’uno.
La misura del confine è un titolo carico
di significati multipli: una linea virtuale ci
divide, geograficamente ma non solo. La
misura di un confine che divide due stati e
che due topografi tanto diversi l’uno dall’altro sono chiamati a misurare. Ma anche la misura di un confine che divide opposte visioni: del proprio lavoro ma anche
della vita e dei sentimenti.
La storia è intrigante. Comincia con un
L
49
taglio documentaristico, la cronaca di una
spedizione scientifica per stabilire a chi
appartenga un cadavere mummificato ritrovato su una linea di confine, ma via via
diventa un intrigante giallo dalle atmosfere rarefatte. Un gruppo eterogeneo di persone si ritrova in un luogo isolato e sospeso nello spazio e nel tempo, dove il ritmo
quotidiano delle cose sembra arrestarsi. E
l’indagine analitica (e non) può mettersi al
centro della narrazione.
A distanza di tre anni dal suo lungometraggio d’esordio, La velocità della luce,
Andrea Papini firma un’interessante opera che ha il pregio dell’originalità e che procede in un efficace alterarsi di grandi spazi aperti e di spazi chiusi, intimi, privati. È
una storia di ‘fredda’ montagna che accende ‘calde’ passioni: la passione per l’investigazione di un mistero di molti anni prima (il ritrovamento di uno spillone appartenuto alla regina Margherita di Savoia
“pungolerà” la curiosità degli ospiti del rifugio, spingendoli ad indagare sul mistero
del cadavere mummificato) ma anche la
passione per i luoghi e per la grande apertura sull’immensità dell’universo che aprono. E tra maltempo, superstizioni, antiche
leggende, tradizioni culinarie (il pesantissimo piatto tipico di quei luoghi l’Uberlekke
che provoca qualche indigestione di troppo), vecchi diari dalle pagine insanguinate, cappelli indossati da teste coronate, il
regista riesce nell’intento di girare un film
che quasi ipnotizza, mescolando bellezza
della natura e fascino del mistero avvolgendo il tutto con una pregevole colonna
sonora.
La bellezza del rifugio Vigevano, sopra
Alagna Valsesia, un piccolo comune nell’estremo nord del Piemonte, vicino alla Valle d’Aosta e al confine svizzero, aiuta l’esito
del film come pure la bravura degli attori, tutti
volti minori del cinema italiano che meriterebbero di essere valorizzati di più.
Ricordiamo solo Paolo Bonanni (presenza costante nei film di Marco Tullio Giordana da La meglio gioventù a Sanguepazzo) nei panni del topografo svizzero e Giovanni Guardiano (noto al grande pubblico
come il capo della scientifica Jacomuzzi
della serie “Il commissario Montalbano”)
nel ruolo del più “caliente” topografo siciliano, e poi Peppino Mazzotta (il fido agente
Fazio di Montalbano in TV) e Beatrice Orlandini (già protagonista di La velocità della
luce di Papini) nei panni dei gestori del rifugio. Da segnalare è la breve apparizione del deputato della Lega Nord Gianluca
Buonanno, poliedrico e iperattivo sindaco
di Varallo Sesia, noto per le sue originali
iniziative.
Il film è stato girato con un basso bud-
Film
get e sfruttando il premio conseguito da
Papini per il suo primo lungometraggio alla
rassegna “Cinema domani. Esordi del Cinema Italiano Indipendente”, l’uso per due
settimane della raffinata telecamera “HD
Red 4k”. Merito del regista e dei suoi col-
Tutti i film della stagione
laboratori è stato quello di effettuare le riprese in poco tempo affrontando anche le
difficoltà pratiche che comporta realizzare
film a tremila metri d’altezza.
Auguriamo un brillante futuro al regista. E lo aspettiamo alla prossima mossa.
Con la speranza che il cinema indipendente in Italia sia sostenuto di più. Soprattutto
quando, in casi come questo, lo meriterebbe davvero.
Elena Bartoni
BOX OFFICE 3D
Italia, 2011
Regia: Ezio Greggio
Produzione: Andrea Borella, Leonardo Recalcati per Mondo
Home Entertainment/Talents Factory
Distribuzione:Moviemax
Prima: (Roma 9-9-2011; Milano 9-9-2011)
Soggetto:Ezio Greggio
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Ezio Greggio,
Rudy De Luca, Steve Haberman
Direttore della fotografia: Fabio Zamarion
Montaggio: Valentina Mariani
Musiche: Pivio De Scalzi, Aldo De Scalzi, Bruno Di Giorgi
Scenografia: Andrea Faini
Costumi: Ina Damyanova
Produttori esecutivi: Ezio Greggio, Guglielmo Marchetti
Direttore di produzione: Stefano Giannetti
Aiuti regista: Asya Chakarova, Marco Garbuglia
Arredatore: Monica Sironi
Trucco: Daniela Avramova, Sofi Hvarleva
Supervisore effetti visivi: Giuseppe Squillaci
Coordinatore effetti visivi: Ludovico Bettarello
e Il Codice Teomondo Scrofalo
Frank Strong è un famoso professore di simbologia che sta seguendo le indagini sul Codice in oggetto.
Al suo fianco Liz Salamander, una hacker
incarcerata a Parigi e famosa perché pare
che abbia scoperto un carteggio amoroso tra
il Papa e il suo assistente. Insieme si metteranno sulle tracce della temibile setta del
Lacryma Christi. Poi c’è Twinight, in cui
Bellabimba è una ragazza contesa da un vampiro e un lupo mannaro sempre pronti a fare
a cazzotti. Non manca neanche il pianeta
Panduro di Viagratar, dove gli strani abitanti
ingeriscono pillole blu per lasciarsi coinvolgere nelle danze del Bunga Bunga. Erry Sfotter e gli amici Ronf ed Erniona sono invece i
protagonisti di Erry Sfotter e l’età della pensione. Erry, Erniona e Ronf sono tre maghi
ripetenti, tenuti segregati nella scuola di
magia del Castello dei Sequels dall’intransigente Mago Silenzio. Tra trucchi e magie,
nasce l’antagonismo tra Erry e il nuovo arrivato Frodolo, Signorino degli Anelli e del
suo fedele servitore juventino Gobbum. Intanto l’equipaggio di un sottomarino da guerra, bloccato ventimila leghe sotto i mari, rischia il fatale attacco delle bombe di profon-
N
Interpreti: Ezio Greggio (Frank Strong/Massimo/Biondo/Capitano/Erry Sfotter), Giorgia Würth (Liz Salamander), Mario
Zucca (ispettore Michel/addestratore), Max Pisu (assistente
Michel), Riccardo Miniggio (custode del museo/Marco Aurelio/Agente 007/Buendia), Matilde Dondena (hostess), Alessandro Bianchi (Camerlengo/Pallidone/Uomo radar/Massimo
Moratti), Mariano Rigillo (Officiante), Maurizio Mattioli (Bob/
Centurione), Enzo Salvi (Tony/Commodo/Moro), Gianfranco
Jannuzzo (mafioso 1/ Montenero), Franco Neri (mafioso 2),
Anna Falchi (Bellabimba/Erniona), Michelangelo Pulci (soldato 1/militare 1/Gobbum), Mariano D’Angelo (soldato 2), Cesara Buonamici (passante), Gianni Fantoni (bookmaker/militare
2/cuoco), Sergio Solli (Qu il tecnico), Daniele Giulietti (primo
ufficiale/tecnico astronave), Biagio Izzo (Zorro), Rocco Ciarmoli (eroe), Claudia Pennoni (comandante/professoressa Stirling), Gigi Proietti (Mago Silenzio), Antonello Fassari (Ronf),
Cristiano Militello (Frodolo), Bruno Pizzul (telecronista), Aldo
Biscardi (giornalista), Gina Lollobrigida, Luca Giurato
Durata: 90’
Metri: 2470
dità tedesche. Il rischio di essere identificati
e catturati è sempre in agguato ed è molto
difficile mantenere il silenzio per restare al
sicuro. Fino a quando, però, il gruppo di soldati italiani non riesce più a trattenere l’esultanza alla notizia radio che gli azzurri hanno vinto i mondiali. Zoppo, il vendicatore
claudicante, è un abile spadaccino munito di
maschera e mantello che, tra lamenti napoletani e imprevisti, riuscirà a conquistare
Carmecita, la bella del villaggio. Ci si imbatte anche negli spietati mafiosi di Chi ha
ucciso l’ultimo Padrino che nei sobborghi di
Brooklyn si accusano l’un l’altro pur di non
essere calati nel cemento e nelle macchine
da corsa truccate di Corri fast che sono furius. Ma anche nell’ormai invecchiato agente segreto di Old Old 70 – L’Ospizio può attendere alle prese con pannoloni per incontinenti da usare come armi da combattimento e dentiere esplosive. Zoppo – il vendicatore claudicante, le macchine da corsa truccate sono protagoniste in Corri fast che sono
furius.
U
na serie di parodie dei più popolari blockbuster degli ultimi anni
che si susseguono sotto la regia
50
di Ezio Greggio in Box Office 3D è quanto
di più imbarazzante si sia visto nelle sale
cinematografiche, firmate da un italiano, negli ultimi anni. Presentato all’ultimo Festival
del Cinema di Venezia come film di apertura, la pellicola è un susseguirsi di gag stereotipate e prevedibili, ispirate a ben ventisette dei film più visti e seguiti degli ultimi
anni, come Avatar di James Cameron, Il silenzio degli innocenti, Harry Potter, Fast and
fourius, Zorro, 007 e ll codice Da Vinci. Si
parte da una reinterpretazione piuttosto
banale dei titoli, per arrivare a episodi che
non hanno nulla della lezione che lo stesso
Greggio dichiara di aver imparato dal genio di Mel Brooks. Di 3D non c’è quasi nulla, nonostante il film si presenti come il primo italiano del genere e si assiste ad una
sequenza di episodi dal taglio filmico molto
più simile a quello trailer, alternati in maniera sconnessa a episodi che sembrano
invece più dei cortometraggi. Il linguaggio
e il ritmo sono decisamente più televisivi
che cinematografici, nonostante si avvalga
di attori che, di cinema ne hanno fatto tanto. Occasione mancata anche per loro, dei
quali non si è saputa sfruttare la bravura. Il
cast infatti vanta nomi come Gigi Proietti e
Film
Franco Nero, Maurizio Mattioli e Gina Lollobrigida, presente in un cameo nel finale
del film. Ma questi nomi si perdono completamente nel calderone di personaggi e
attori improvvisati; basti pensare alle comparsate di Luca Giurato e Cesara Buona-
Tutti i film della stagione
mici. Occasione persa per Ezio Greggio che
pure ha dato prova già altre volte di essere
un buon attore, come in Il papà di Giovanna di Pupi Avati e che ogni sera riesce ad
intrattenere il pubblico televisivo nazionalpopolare con toni graffianti e anche un piz-
zico di cinismo. Il film quindi si digerisce
male, e si digerisce ancor peggio, pensando che è entrato dalla porta principale del
Festival di Venezia.
Marianna Dell’Aquila
COME AMMAZZARE IL CAPO...E VIVERE FELICI
(Horrible Bosses)
Stati Uniti, 2011
Regia: Seth Gordon
Produzione: Brett Ratner, Jay Stern per New Line Cinema/Rat
Entertainment
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 17-8-2011; Milano 17-8-2011)
Soggetto: Michael Markowitz
Sceneggiatura: Michael Markowitz, John Francis Daley, Jonathan Goldstein
Direttore della fotografia: David Hennings
Montaggio: Andrew S. Eisen, Peter Teschner
Musiche: Christopher Lennertz
Scenografia: Shepherd Frankel
Costumi: Carol Ramsey
Produttori esecutivi: John Cheng, Michael Disco, Diana
Pokorny
Co-produttori: John Rickard, Mary Rohlich
Direttore di produzione: Diana Pokorny
Casting: Lisa Beach, Sarah Katzman
Aiuti regista: Clark Credle, Jeremy Reisig, Darin Rivetti, Frank
Tignini
Operatori: Kris Krosskove, Daniel Nichols, Gregory W. Smith
Operatore Steadicam: Gregory W. Smith
Art director: Jay Pelissier
Arredatore: Jan Pascale
Effetti speciali trucco: Koji Ohmura (W.M. Creations)
ick, Dale e Kurt sono tre amici
legati anche dall’odio nei confronti dei rispettivi capi. Nick infatti lavora in una compagnia finanziaria,
dove accumula straordinario cercando di
compiacere il suo capo per ottenere una
promozione che non arriverà mai. Kurt
invece lavora in un’azienda e ha un rapporto splendido con il suo datore di lavoro. Ma quando questi muore, l’azienda finisce nelle mani del figlio folle, cocainomane e corrotto che pensa solo a far soldi
liberandosi illegalmente delle scorie prodotte dalla sua ditta chimica. Dale lavora
come igienista presso lo studio dentistico
di una dottoressa che lo molesta sessualmente minacciandolo continuamente di
raccontare alla sua ragazza di avere con
lui una presunta relazione. Ormai esasperati, i tre amici si ritrovano una sera al
pub per sfogarsi l’uno con gli altri. Tra una
birra e l’altra incominciano a convincersi
N
Trucco: Deborah La Mia Denaver, Kelcey Fry, Jamie Kelman,
Angela Levin
Acconciature: David Danon
Supervisore effetti speciali: Jeremy Hays
Supervisore effetti visivi: Paul Graff
Coordinatore effetti visivi: Rachel Faith Hanson
Supervisore effetti digitali: Luke McDonald (Crazy Horse
Effects)
Supervisore musiche: Dana Sano
Interpreti: Jason Bateman (Nick Hendricks), Charlie Day (Dale
Arbus), Jason Sudeikis (Kurt Buckman), Jennifer Aniston (Julia
Harris), Colin Farrell (Bobby Pellitt), Kevin Spacey (Dave Harken),
Donald Sutherland (Jack Pellit), Jamie Foxx (preside Jones), Steve
Wiebe (Thomas capo della sicurezza), Lindsay Sloane (Stacy),
Michael Albala (signor Anderton), Meghan Markle (Jamie), Celia
Finkelstein (Margie Emerman), John Francis Daley (Carter), Scott
Rosendall (Hank Preston), P.J. Byrne (Kenny Sommerfeld), Julie
Bowen (Rhonda Harken), Reginald Ballard, Jennifer Hasty, George Back, Barry Livingston (colleghi di Kurt), Dave Sheridan
(barman), Brian George (Atmanand), Chad Coleman (barman),
Diana Toshiko, Carla Maria Cadotte (ragazze di Bobby), Peter
Breitmayer (farmacista), Isaiah Mustafa (agente Wilkens), Wendell Pierce (detective Hagan), Ron White (detective Samson)
Durata: 92’
Metri: 2700
che l’unico modo per risolvere la situazione sia assoldare un killer che uccida i loro
capi. La ricerca del killer si rivela però più
complicata di quanto immaginassero fino
a quando, in un locale di periferia, incontrano un uomo che si propone di svolgere
il compito. Ben presto, però, si scopre che
l’uomo non è il killer che loro avevano creduto, ma un ex galeotto finito in galera per
la semplice condanna di pirateria cinematografica. Ai tre ragazzi non resta che fare
da sé ed escogitare il piano per uccidere il
loro capi. Per una catena di fortuiti imprevisti il primo di cui si libereranno è il
capo di Kurt. Grazie a una serie di casualità infatti, Harken il capo di Nick penserà
che la moglie ha un amante e che questi
sia proprio il capo di Kurt. Dopo averlo
freddato con un colpo di pistola, tenterà di
incastrare Kurt e i suoi amici che verranno però salvati in extremis dal servizio di
assistenza automobilistica che, prima del51
l’arrivo della polizia, aveva registrato la
confessione di Harken. A questo punto a
Dale non resta che frenare il suo capo incastrandolo e minacciandolo con le sue
stesse armi.
iciamolo subito: chi non ha mai
immaginato, anche solo per un
attimo, di ammazzare il proprio
capo? Quale spettatore, vedendo il film,
non ha desiderato essere nei panni di Dale
o Kurt o Nick e dare sfogo alle proprie frustrazioni? Allora ecco un film, in classico
stile da commedia americana, che ci racconta il sogno dei suoi tre giovani protagonisti senza velature e inibizioni. Come
ammazzare il capo... e vivere felici (nuovo
caso di pessima trasformazione del titolo
originale Horrible Bosses) è l’ultima pellicola diretta da Seth Gordon, già regista di
film come Tutti insieme inevitabilmente.
Con un cast da nomi ben noti come Colin
D
Film
Farrel, Jannifer Aniston e Kevin Spacey, il
film si sviluppa per intero con il susseguirsi
di scene vivaci e a volte poco equilibrate. Il
racconto si regge infatti completamente sul
tema della vendetta e dei tentati omicidi ai
danni dei capi, ma senza particolari elementi horror o noir. A reggere tutta la struttura
del racconto troviamo una impalcatura di
azioni e parole la cui vera resistenza sta
nella bravura degli attori “storici” e più affermati, ma anche in quella degli attori nei ruoli
Tutti i film della stagione
dei tre ragazzi, Jason Bateman, Charlie Day
e Jason Sudeikis. Nonostante il film sembri
perdere l’equilibrio in più di una scena, l’attenzione viene subito attratta dai personaggi
assolutamente sui generis dei tre capi, ma
ben riusciti nella logica del film. Jennifer
Aniston non è eccezionale nelle vesti di una
dentista molestatrice, ma piace perché dimostra di saper divertire anche senza l’immagina ormai stereotipata di brava ragazza e fidanzata d’America. Così come Kevin
Spacey nel ruolo di un finanziere affamato
di successo e riconoscimenti, e Colin Farrel in quello di un cocainomane folle. Se,
dal punto di vista strettamente recitativo, il
divario tra i due gruppi di attori si avverte, è
anche vero l’inverso: questo divario contribuisce simpaticamente a rafforzare il conflitto drammaturgico tra i “capi vessatori” e
le loro giovani vittime.
Marianna Dell’Aquila
I PINGUINI DI MISTER POPPER
(Mr. Popper’s Penguins)
Stati Uniti, 2011
Regia: Mark Waters
Produzione: John Davis per Twentieth Century Fox Film Corporation/Davis Entertainment/Centro Digital Pictures Ltd.
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Prima: (Roma 12-8-2011; Milano 12-8-2011)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Richard e Florence
Atwater
Sceneggiatura: Sean Anders, John Morris (II), Jared Stern
Direttore della fotografia: Florian Ballhaus
Montaggio: Bruce Green
Musiche: Rolfe Kent
Scenografia: Stuart Wurtzel
Costumi: Ann Roth
Produttori esecutivi: Derek Dauchy, Joel Gotler, Jessica
Tuchinsky
Produttore associato: Linda Fields
Co-produttore: Ira Napoliello
Line producer: Jonathan Filley
Direttore di produzione: John A. Machione
Casting: Kathleen Chopin, Marci Liroff
Aiuti regista: Adam Bernard, David Catalano, Matt Power
Operatore: Thomas Lappin
Art director:Patricia Woodbridge
Arredatore: Ellen Christiansen
Trucco: Felice Diamond
Acconciature: Jerry DeCarlo
Supervisore effetti visivi: Bill Kunin
Coordinatori effetti visivi: My Linh Truong, Neh Jaiswal
(Rhythm and Hues), Rachel Faith Hanson, William H.D. Marlett, Celine Chew, Chan Ee Jien
l piccolo Tommy Popper è cresciuto
a New York e ha conosciuto suo padre solo attraverso i racconti delle
sue avventure in giro per il mondo che lui
gli faceva via radio. Ma da grande Tommy
è diventato Mr. Popper, un immobiliarista
di successo e senza scrupoli. È divorziato
(ma ancora segretamente innamorato della
sua ex moglie) e ha due figli che vede solo a
week end alternati. Un giorno apparentemente come tanti vissuti tra la casa a
Manhattan e le stanze del suo studio, di cui
spera di diventare socio, Mr. Popper si vede
recapitare improvvisamente a casa una sca-
I
Supervisore effetti digitali: Will Telford (Rhythm and Hues)
Supervisore costumi: Joseph La Corte
Supervisore animazione:Alex Poei
Animazione personaggi: Kevin Lan
Animazione: Tony Mecca, Valerie Scheiber (Rhythm & Hues),
David Apgar, Jason Behr, Jocelyn Cofer, Stephen Dahler,
Aaron Deerfield, Ami DeLullo, Alex Jansen, Rohit Kolhe, Daniel Patrick Lane, Paul Ming Tak Lee, Casey McDermott, Teresa Nord, Spencer Ockwell, Jyoti Parasrampuria, Hunjin Park,
Abhijit Parsekar, Dixie Pizani, John Paul Rhinemiller, Spencer
Roberts, Ryan Sluman, Sreejit Sreedharan, Nicholas St. Clair, Wes Storhoff, Luis Carlos Uribe, John Velazquez, Amanda
Wagner, Braden Walker, Leslie Watters, Lauren Wells, Robby
Wong, Kirsten Yamaguchi
Interpreti: Jim Carrey (Mr. Popper), Carla Gugino (Amanda),
Angela Lansbury (signora Van Gundy), Ophelia Lovibond (Pippi), Madeline Carroll (Janie), Clark Gregg (Nat Jones), Jeffrey
Tambor (signor Gremmins), David Krumholtz (Kent), Philip
Baker Hall (Franklin), Maxwell Perry Cotton (Billy), James Tupper (Rick), Dominic Chianese (lettore), William Charles Mitchell (Yates), Kelli Barrett (madre di Tommy), Dylan Clark
Marshall (Popper giovane), Elaine Kussack (segretaria di
Gremmins), Desmin Borges (Daryl), Lee Moore (Reginald),
Dominic Colon (Tito), Jeff Lima (Freddy), Frank Ciornei (Klaus),
J.R. Horne (Arnold), James Chen (dirigente del Fish & Game),
Brian T. Delaney, Harlin Kearsley, Matthew Wolf, Andrew
Stewart-Jones, Rafael Osorio, Curtis Shumaker, Joe D’Onofrio
Durata: 94’
Metri: 2600
tola dall’Antartide, l’ultimo omaggio di suo
padre ormai defunto. Ma quando Mr. Popper apre la cassa, ciò che si palesa ai suoi
occhi è molto di più di quanto immaginasse. Nella cassa, circondato da blocchi di
ghiaccio, c’è un pinguino vivo che inizia a
scorrazzare per casa emettendo strani striduli. L’idea immediata è di chiamare ogni
ente possibile che possa aiutarlo a liberarsi di quell’animale, ma dopo una telefonata
incomprensibile con l’Antartide, Mr. Popper se ne vede recapitare altri cinque. La
situazione diventa sempre più incontrollabile, soprattutto perché nel lussuoso con52
dominio in cui abita, c’è il divieto assoluto
di avere animali. Tuttavia la presenza di quei
pinguini permettono a Mr. Popper di trascorrere molto più tempo con i suoi figli e
di recuperare tutti quei momenti persi fino
ad allora. La presenza dei figli in casa (ormai trasformata in uno spazio glaciale) gli
consente anche di rivedere spesso la sua ex
moglie. Ma i pinguini non piacciono solo
ai suoi bambini. Quei piccoli animali, infatti, fanno gola anche al gestore dello zoo
di New York che vede in loro la possibilità
di creare una nuova attrattiva. Ma la responsabilità che Mr. Popper sente verso
Film
quelle piccole creature è ormai la stessa che
incomincia a riscoprire nei confronti della
sua famiglia, al punto di combattere per liberarli dalle gabbie dello zoo e di decidere
di cambiare vita per trascorrere più tempo
con le persone amate.
pinguini di Mr. Popper è innanzitutto
il film che segna il ritorno di Jim Carrey allo stile personale e unico
in cui l’attore mette in gioco soprattutto la
sua straordinaria mimica facciale. E lo fa
scegliendo di trasporre sul grande schermo un classico della letteratura infantile con
una pellicola firmata da Mark Waters. Dal
punto di vista narrativo ed estetico, la pellicola si muove su due binari, ognuno con le
I
Tutti i film della stagione
sue peculiarità stilistiche. Da un lato, si ha
una comicità tipicamente infantile, condita
di gag e battute a effetto che fanno presa
su un pubblico molto piccolo, portato a vedere nelle scivolate e nello sgambettare dei
pinguini la principale fonte di divertimento;
dall’altro, invece, si ha una comicità un po’
più classica che si avvale della mimica facciale di Carrey, ma soprattutto di una costruzione perfetta di scene in cui regna la
ripetizione linguistica a effetto. Molto ben costruite anche le gag che coinvolgono luoghi “intoccabili” come la scalinata del Museo Guggeneheim, trasformata per l’occasione in un enorme scivolo di acqua e cubetti di ghiaccio. I pinguini di Mr. Popper è
quindi un film che nel suo insieme convin-
ce il pubblico infantile, ma anche quello
adulto. E se lo fa, non tanto per la sua eleganza estetica, ma per la sincerità con cui
esprime i suoi veri intenti: lanciare un messaggio ambientalista e ecologista e tentare
di unire (almeno davanti allo schermo, perché no) adulti e bambini nella scoperta dei
sentimenti sinceri, del senso della responsabilità e della vicinanza alle persone amate
da ognuno. Ma se non sono queste le cose
che colpiscono altri tipi di pubblico, sicuramente lo saranno la simpatia e la freschezza del film in un panorama cinematografico, in cui l’effetto speciale sembra prevalere sul racconto e sulle emozioni.
Marianna Dell’Aquila
IO SONO LI
Italia/Francia, 2011
Regia: Andrea Segre
Produzione: Francesco Bonsembiante, Francesca Feder per
Jolefilm/Aeternam Films; in collaborazione con Rai Cinema,
ARTE France e la partecipazione di Arte Cinema
Distribuzione: Parthenos
Prima: (Roma 23-9-2011; Milano 23-9-2011)
Soggetto: Andrea Segre
Sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre
Direttore della fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Sara Zavarise
Musiche: François Couturier
Scenografia: Leonardo Scarpa
Costumi: Maria Rita Barbera
hun Li è di origine cinese e lavora come operaia in una fabbrica
tessile dove si confezionano
camicie. La fabbrica di trova a Roma, in
periferia. Shun Li spera di ripagare un
debito e di avere presto i documenti giusti
per far venire in Italia anche il figlio di
appena otto anni. Improvvisamente viene
trasferita in Veneto, a Chioggia, una città
nella laguna tra Venezia e Ferrara. Qui infatti i suoi datori di lavoro hanno comprato una osteria e hanno voluto che lei andasse a lavorarci come barista. Uno dei
più assidui frequentatori del nuovo locale
è Bepi, per gli amici “il Poeta”. Bepi è
pescatore di origine rumena, vedovo con
due figli grandi che vivono in un’altra città, a Mestre. Bepi è un uomo dai modi gentili; scopre subito di avere in comune con
Shun Li una passione, quella della poesia
e incomincia a condividere con lei la sua
storia, il suo dramma e la sua sofferenza
S
Produttore associato: Arnaud Louvet
Organizzatore generale: Nicola Rosada
Casting: Jorgelina Depetris Pochintesta
Aiuto regista: Cinzia Castania
Assistenti alla regia: Matteo Calore, Simone Falso
Supervisore effetti visivi: Rodolfo Migliari (Chromatica)
Coordinatore effetti visivi: Enrico Barone (Chromatica)
Suono: Alessandro Zanon
Interpreti: Zhao Tao (Shun Li), Rade Sherbedgia (Bepi il Poeta), Marco Paolini (Coppe), Roberto Citran (avvocato), Giuseppe Battiston (Devis)
Durata: 96’
Metri: 2750
per la lontananza dal figlio. Il loro incontro segna l’inizio di una storia intima e poetica, di un’amicizia caratterizzata dall’incrocio di culture diverse (ma in fondo simili) e dalla condivisione dalla stessa passione per la poesia. Sarà soprattutto un
incontro che segna una cambiamento radicale e imprevedibile nelle loro vite. A
turbare il loro rapporto non subentra, infatti, la differenza culturale e di provenienza, quanto invece la provincialità e la chiusura delle rispettive comunità: quella cinese e quella veneta del piccolo centro di
Chioggia. Solo Shun Li e Bepi sanno di
avere un linguaggio comune, quello dei
sentimenti, che potrebbe permettergli di superare ogni distanza culturale. Costretti a
separarsi nonostante tutto, Shun Li e Bepi
troveranno ognuno una strada diversa,
ognuno il proprio destino. Ma continueranno sempre a parlare la stessa lingua,
quella che li aveva uniti nel loro amore.
53
a laguna veneta come difficilmente noi italiani potremmo immaginarla, cioè vista e filtrata attraverso gli occhi di una giovane immigrata cinese. È quello che si vede in Io sono
Li, film per il quale il regista Andrea Segre
esordisce al cinema a soggetto. Un’Italia
piccola e provinciale, dove, in fondo in fondo, la paura per il diverso non è poi così
nascosta. Presentato con discreto successo al Festival del Cinema di Venezia e a
Cannes, Io sono Li si distingue innanzitutto per il cast internazionale di altissimo livello. Nei panni di Bepi, il poeta slavo, un
magnifico Rade Serbedzija, attore di origine croata conosciuto anche nel cinema
americano più popolare. Shun Li è invece
interpretata da Zhao Tao, attrice già molto
nota nel cinema cinese da cui proviene.
Le loro interpretazioni offrono un ottimo
supporto alla prima prova con in cinema
di fiction firmata da Segre, conosciuto per
L
Film
Tutti i film della stagione
un po’ didascalico, dall’altro lato, però
esso riesce a raccontare l’evoluzione dei
sentimenti dei suoi personaggi, il dramma di Shun Li per la lontananza dal figlio
e il dolore del distacco dei due amanti in
maniera molto delicata. Ciò in cui però
Segre riesce meglio, sicuramente per le
sue origini documentariste, è la descrizione e l’analisi sociologica delle comunità di cui ci parla nel film: quella cinese e
quella della provincia veneta. Ne risulta
un quadro preciso, dettagliato e misurato
da cui emerge il disegno dell’incontro tra
culture diverse, il dialogo comune che
esse riescono a costruire con il linguaggio dei sentimenti e delle emozioni. A fare
da sfondo a tutto questo dipinto di emozioni, anche quello della poesia come vero
trait d’union delle vite dei protagonisti, uniti
nella loro solitudine proprio dall’afflato
poetico.
come regista di documentari con A metà,
storie tra Italia e Albania (2001), Menzio-
ne e Marghera Canale Nord del 2003. Se
per certi versi il film può risultare infatti
Marianna Dell’Aquila
HORROR MOVIE
(Stan Helsing)
Canada/Stati Uniti, 2009
Regia: Bo Zenga
Produzione: Kirk Shaw, Scott Steindorff, Bo Zenga per Stone
Village Pictures/Boz Productions/Insight Film Studios/Helsing
Releasing/TADORA Filmproduktions
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 17-8-2011; Milano 17-8-2011)
Soggetto e sceneggiatura: Bo Zenga
Direttore della fotografia: Robert C. New
Montaggio: Dennis M. Hill, Sterling Scott
Musiche: Ryan Shore
Scenografia: Chris August
Costumi: Angelina Kekich
Produttori esecutivi: Christian Arnold-Beutel, Scott M. Boggio, William G. Brown, Gregory R. Greenfield, Jere Hausfater,
Mark S. Jacobs, Scott LaStaiti, Karen Lauder, Lindsay MacAdam, Lionel S. Margolick, Dylan Russell
Produttori associati: Devon DeLapp, Stacey Shaw, Adam
Voghell
Co-produttori: Shannon McA’Nulty, Valeska Ramet, Ryan
Scott Warren, Elek Hendrickson
Line producer: Rob Lycar
Direttore di produzione: Rob Lycar
Casting: Tiffany Mak, Laura Toplass
Aiuti regista: Peter Dashkewytch, Peter Dashkewytch, David
Heimbecker, Melissa Patton, Quincy Wheeler-Hendren
tan Helsing, un pigro commesso,
sta ultimando il suo turno presso
la videoteca Schlockbuster. Nel
negozio dove lavora deve affrontare clienti che cadono a terra dopo la visione di
“The Ring” e uno scarafaggio gigante. As-
S
Operatori: Paul Mitchnick, Lohengrin Zapiain
Operatore Steadicam: Lohengrin Zapiain
Art director: Anneke Van Oort
Arredatore: Shirley Inget
Effetti speciali trucco: Tibor Farkas
Trucco: Kathy Howatt, Brittany Isaacs, Kristi Strang
Acconciature: Charmaine Clark, Brittany Isaacs, Kristi Strang
Coordinatori effetti speciali: Brant McIlroy, Martin Testa
Supervisore effetti visivi: Richard Mintak
Supervisori costumi: Christina Barry, Joi Kittredge
Supervisore musiche: Liz Gallacher
Interpreti: Steve Howey (Stan Helsing), Diora Baird (Nadine),
Kenan Thompson (Teddy), Desi Lydic (Mia), Leslie Nielsen
(Kay), Kit Zenga (orfano), Darren Moore (pazzo), Twan Holliday (Pleatherface), Ben Cotton (Fweddy), Travis MacDonald
(Hitcher), Lee Tichon (Michael Crier), Ken Kirzinger (Mason),
Charles Zuckermann (Needlehead), Jeff Gulka (Lucky), Chad
Krowchuk (Sully), Nathan Dashwood (garzone), Derek Watt
(Timmy), Ray G. Thunderchild (marito), Hilary Strang (signora hippie), Jeremy Crittenden (chierichetto), Robin Nielsen,
Lara Babalola (dipendenti), John Burnside (guardia di sicurezza), Steven Garr (venditore), Denyc, Holly Eglington, Ildiko
Ferenczi (spose), Aaron Rota, Zainab Musa, Alain Chanoine
Durata: 95’
Metri: 2600
sieme ai suoi amici Teddy e Mia e la sua
ex Nadine (con la quale si è lasciato in
modo piuttosto strano) hanno in programma di andare a festeggiare la notte di Halloween. Il suo prepotente capo però lo costringe a consegnare dei dvd all’anziana
54
madre del proprietario che abita dall’altra parte della città. Assieme agli altri Stan
cerca di sbrigare prima possibile questo
compito, in modo da avere poi tutta la serata libera per divertirsi. Sulla strada però
s’imbattono nel traffico e lì già vedono
Film
Chucky, la Bambola Assassina. Poi si fuma
una canna assieme al gruppo e dopo la loro
auto investe un cane, Sammy Boy, molto
amato dalla comunità. Il proprietario, disperato, giura che gliela farà pagare. Durante il tragitto, poi, danno il passaggio a
un omicida evaso di prigione ma, una volta scoperta l’identità, riescono a buttarlo
fuori dal veicolo. Arrivano a un benzinaio
dove c’è una donna hippie. Scoprono che
lì vengono realizzati dei video con protagonisti gli ignari clienti mentre si trovano
in bagno. A un certo punto giungono nel
complesso residenziale “Notti tempestose”
dove hanno girato i film horror più famosi
e dove pensano di riconsegnare i video. Lì
però l’atmosfera è sinistra; ci sono infatti
delle tombe dove tutti i defunti sono morti
il 31/10/1999 e proprio quella sera ricorre il 10° anniversario di un terribile incendio che era scoppiato lì. Arrivano in un
locale dove vengono malvisti e serviti da
un’anziana cameriera con lineamenti maschili. Ma le avventure della loro serata
non sono ancora finite. Si trovano infatti
in una continua situazione di pericolo e si
rifugiano in una chiesa, dove c’è uno strano chierichetto, s’imbattono in affascinanti
ragazze-vampiro anche protagoniste di uno
striptease, vengono inseguiti da una giovane squadra di hockey, entrano accidentalmente nel set di un film porno-gay. Sul
loro cammino ci sono tutti i più importanti
mostri dell’horror moderno che vogliono
farli fuori. Oltre a Chucky ci sono anche
Freddy Krueger, Michael Myers, Jason
Vorhees, Leatherface e Pinhead. Per riu-
Tutti i film della stagione
scire a salvarsi devono così affrontarli in
una gara di karaoke dove riescono a prevalere grazie al consenso del pubblico che
li ha decretati vincitori della sfida.
a presenza di Leslie Nielsen in
una delle sue ultime apparizioni
sembra essere fatta apposta per
(provare a) chiudere definitivamente una
saga che ormai è da qualche film a corto
di idee, come si è visto negli imbarazzanti
Epic Movie e Disaster Movie. Il celebre attore della trilogia di Una pallottola spuntata che è presente anche negli ultimi due
Scary Movie nei panni del Presidente Harris, qui è travestito da cameriera modello
Aretha Franklin con parruccone. Il suo volto
non fa più scattare la gag. È piuttosto una
maschera che guarda in modo impassibile e a distanza le ceneri del demenziale.
Non si tratta di ritirare fuori Mel Brooks o
John Landis. Neanche di riciclare L’aereo
più pazzo del mondo o Top secret. Quelli
erano gli anni ’80 quindi un’altra storia.
Sull’onda di Scary Movie, non c’è solo un
film a essere preso di mira, ma alcuni dei
titoli più rappresentativi del genere. La citazione si sovraccarica ma si perde l’humour. Con Horror Movie invece ormai non
resta più niente. Le più celebri icone horror come Freddy Krueger (Nightmare),
Michael Myers (Halloween), Chucky (La
bambola assassina), Jason Vorhees (Venerdì 13), Leatherface (Non aprite quella
porta) e Pinhead ( Hellraiser ) vengono
mortificate e ridicolizzano anche la loro statura, girano ormai come zombie nella not-
L
te, quasi delle marionette senza più spessore.
Realizzato nel 2009 e uscito solo ora
nelle nostre sale, Horror Movie parte (come
si vede dal titolo originale) a Van Helsing.
Il ragazzo protagonista è Stan Helsing, si
confonde dentro un negozio di videonoleggio, tanto per esibire la parodia cinematografica come all’inizio nel caso di The
Ring dove tutti cascano dopo aver visto il
film, si ritrova con uno scarafaggio gigante, gira la notte di Halloween, ritira fuori
con i suoi amici Craven di L’ultima casa a
sinistra in dialoghi sempre più agghiaccianti e passa come un rullo compressore pure
su Johnny Cash quando canta Rings of
Fire. Le situazioni comiche si accumulano, ma si chiudono dopo pochissimi secondi ma non fanno ridere neanche per
sbaglio. Forse questa è la deriva del demenziale/parodia. Gli sguardi dentro la
macchina da presa del protagonista con
la frase “Ora sarebbe il momento di fare
un controcampo da paura”, o l’apparizione di Michael Jackson nel chiosco dei gelati sottolineano che il serbatoio delle idee
è finito da tempo. Bo Zenga e i suoi predecessori Jason Friedberg e Aaron Seltzer
possono anche proseguire su questa linea.
Ma a questo punto non interessa più di
sapere, durante la visione, quale sarà il
prossimo film a essere preso di mira per
indovinarlo. Il giocattolo ormai è rotto. Provare ora a rifarlo funzionare può essere
ancora peggio.
Simone Emiliani
BACIATO DALLA FORTUNA
Italia, 2011
Regia: Paolo Costella
Produzione: Rita Rusic, Lierka Rusic, Valeria Salemme per
Medusa Film/Arella Film/Chi è di Scena
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 30-9-2011; Milano 30-9-2011)
Soggetto:Vincenzo Salemme
Sceneggiatura: Vincenzo Salemme, Paolo Costella, Massimiliano Bruno, Gianluca Bomprezzi, Edoardo Bechis (collaborazione), Antonio Guerriero (collaborazione)
Direttore della fotografia: Enrico Lucidi
Montaggio: Patrizio Marone
Musiche: Pasquale Catalano (I)
Scenografia: Gianluca Gobbi
Costumi: Nicoletta Ercole
Direttore di produzione: Roberto Di Coste
Organizzatore generale: Nicola Mastrorilli
Casting: Gaia Gorrini
Aiuto regista:Chantal Toesca
Trucco: Gino Tamagnini
Acconciature: Adel Ben Mouldi Saada
Supervisore effetti visivi: Stefano Marinoni
Coordinatore effetti visivi: Federica Nisi
Suono: Cinzia Alchimede
Interpreti: Vincenzo Salemme (Gaetano), Asia Argento (Betty), Nicole Grimaudo (Anna), Alessandro Gassman (comandante Grandoni), Dario Bandiera (Nicola), Giuseppe Giacobazzi (Osvaldo), Marco ‘Baz’ Bazzoni (Antonio), Paola Minaccioni (Marisa), Elena Santarelli (Teresa), Isabelle Adriani (Clara), Valeria Graci (Virginia), Marzia Bolognini (sorella ex moglie), Maurizio Casagrande
Durata: 97’
Metri: 2700
55
Film
arma. Gaetano è un vigile urbano di origine napoletana, pieno
di debiti con la banca e giocatore abituale di quella che crede la sua
sestina vincente per il Superenalotto.
Croce e delizia di Gaetano è Betty, cuoca passionale che lui vorrebbe sposare ma
che nicchia (in realtà è amante di Silvano,
comandante dei Vigili Urbani, capo di Gaetano e popolare play-boy di fama comunale).
Silvano ha anche un’avida ex moglie,
la beghina Marisa, tutta casa, famiglia e
chiesa.
Amici e colleghi di Gaetano sono Nicola (emigrato siciliano anche lui con bella fidanzata fedifraga) e Osvaldo (vigile
urbano di settentrionale e di rara pedanteria).
In una tranquilla mattina di lavoro, Gaetano incontra Grazia una psicoterapeuta
sua vecchia amica, che lo convince a essere il primo paziente dello studio che ha
appena aperto. Durante la seduta, emerge
chiaramente la fissazione del vigile per il
gioco; Grazia cerca allora di persuaderlo
a non affidare la propria vita a dei numeri
e si fa promettere che smetterà di giocare.
Gaetano finge di impegnarsi, ma poi Grazia deve seguirlo per strada per non farlo
correre al solito bar dove gioca. Solo una
P
Tutti i film della stagione
volta seminata la donna, Gaetano riuscirà
a raggiungere il chiosco del bar, ma sarà
ormai troppo tardi.
Eppure proprio quella settimana escono i numeri di Gaetano. Il vincitore del Superenalotto è a Parma, annunciano in Tv.
Alla notizia, Gaetano sviene. Quando si
sveglia in un letto di ospedale, non ricorda nulla, ma tutti i suoi problemi economici e sentimentali sembrano magicamente
risolversi: le banche gli fanno credito, gli
amici lo adorano, il capo tenta di accattivarselo e le donne se lo contendono. A un
tratto Gaetano ricorda di non essere arrivato in tempo per la consueta giocata:
qualcun altro a Parma ha dunque vinto con
i suoi numeri. Scoprire che li ha giocati
Grazia e decidere di sposarla per interesse è tutt’uno per il vigile urbano, salvo poi
restare nuovamente beffato dalla sorte...
na commedia leggera, un susseguirsi di gag e scenette cui è principalmente l’accento napoletano
di Vincenzo Salemme a dare colore, questa la pellicola firmata da Paolo Costello.
La storia è debolissima, del tutto appiattita su personaggi stereotipati la cui interpretazione è affidata a volti noti (soprattutto del piccolo schermo), che con il minimo dello sforzo rendono il massimo del ri-
U
sultato possibile, ovvero agendo da caratteristi. Con comicità di situazione annacquata in tempi troppo lunghi o situazioni
prevedibili, il film intrattiene senza convinzione uno spettatore disposto a veder succedere ciò che già immagina.
La presenza tra i protagonisti di Alessandro Gassman, Asia Argento, Maurizio Casagrande (storica spalla di Salemme), Nicole Grimaudo, Paola Minaccioni, Elena Santarelli, Giuseppe Giacobazzi e Valeria Graci, non basta per fare
di Baciato dalla fortuna un film interessante: attingendo ai luoghi comuni (come
l’indolenza dei meridionali e l’efficienza
dei settentrionali) ed elevando a battute
alcune freddure o certi giochi di parole
si perde in verve e freschezza della narrazione.
Considerando il cast nazional-popolare, le scelte scontate della regia, i ritmi lenti,
i dialoghi che non brillano nonostante
l’istrionico Salemme a fare da capocomico, viene il dubbio che Baciato dalla fortuna (già tratto dal soggetto teatrale dello
stesso Salemme, Fiori di ictus) sia un prodotto confezionato seguendo più le regole
e il pubblico del piccolo schermo che quello
delle sale cinematografiche.
Tiziana Vox
L’ULTIMO TERRESTRE
Italia, 2011
Regia: Gian Alfonso Pacinotti
Produzione: Domenico Procacci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: Fandango
Prima:(Roma 9-9-2011; Milano 9-9-2011)
Soggetto: liberamente ispirato al romanzo a fumetti Nessuno
mi farà male di Giacomo Monti
Sceneggiatura: Gian Alfonso Pacinotti
Direttore della fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: Clelio Benevento
Musiche: Valerio Vigliar
Scenografia: Alessandro Vannucci
Costumi: Valentina Taviani
Supervisione alla produzione: Valeria Licurgo
Produttore delegato: Laura Paolucci
andido misogino e timidissimo,
Luca è un giovane uomo innamorato della sua vicina di casa, cui
non osa rivolgere la parola, impiegato
mobbizzato presso il bingo cittadino e figlio
amorevole di un burbero contadino rimasto
solo da quando la madre di Luca se n’è andata. La vita di Luca si trascina stancamen-
C
Direttori di produzione: Luciano Lucchi, Attilio Moro
Aiuto regista: Alessandro Casale, Simone Rosso, Emanuele
Scaringi
Trucco: Giovanna Jacoponi
Supervisore effetti speciali: Franco Galiano
Suono: Alessandro Bianchi (II)
Animal Trainer: Claudio Mangini
Interpreti: Gabriele Spinelli (Luca Bertacci), Anna Bellato
(Anna Luini), Luca Marinelli (Roberta), Teco Celio (Giuseppe
Geri), Stefano Scherini (L’Americano), Roberto Herlitzka (padre di Luca), Paolo Mazzarelli (Walter Rasini), Sara Rosa Losilla (Aliena), Vincenzo Illiano (Gabriele Del Genovese), Ermanna Montanari (Carmen), Ugo De Cesare (Joseph Palla)
Durata:100’
Metri: 2750
te, nemmeno l’annuncio del prossimo arrivo
degli extra-terrestri lo scuote. D’altro canto,
quasi nessuno sembra eccessivamente spaventato dall’avvenimento ormai dato per certo da televisione e istituzioni.
C’è qualche setta che saluta l’avvento
degli Ufo con speranza, altri lo temono, se
pur molto tiepidamente.
56
Quando però gli alieni arrivano davvero, sembra che il loro compito sia quello di
rimediare alle ingiustizie che gli uomini
oramai non riescono più a combattere. Così
accade che siano gli extra-terrestri a far
piazza pulita del fidanzato fedifrago della
vicina di casa di Luca, che siano loro a donare una vita migliore al suo amico trans
Film
(maltrattato proprio dai colleghi del Bingo
e tradito da Luca stesso), e ancora che spetti
a una extra-terrestre molto femminile colmare la solitudine del padre di Luca.
Ma siccome anche gli alieni non fanno
solo miracoli, il padre di Luca si comporta
con l’extra-terrestre come aveva fatto con
la moglie: lasciandola da sola per andare a
ubriacarsi al bar del paese. Ma l’extra-terrestre non ci sta, e va via. Il dolore dell’abbandono e uno scontro con Luca, porteranno il padre a confessargli che la madre non
l’ha abbandonato di sua volontà...
L’epifania degli alieni diventa allora
l’occasione provvidenziale per Luca di riscattarsi dal dolore passato e dalle insicurezze con l’altro sesso, aprendo alla possibilità dell’happy-end.
Tutti i film della stagione
rendendo spunto dai racconti di
Giacomo Monti i Nessuno mi farà
del male, L’ultimo terrestre porta
su grande schermo una sorta di favola il cui
protagonista, Luca, è un candido misogino
e solitario, innamorato della propria vicina
ma ostinatamente convito – a causa di un
trauma infantile – che “le donne sono tutte
uguali” e non ci si debba mai fidare di loro.
Sebbene con qualche ingenuità, l’opera
prima di Pacinotti è un esperimento interessante che si segnala per freschezza e originalità tra le opere in concorso a Venezia68.
Stranezze di caratteri e girato si giustificano, infatti, facilmente, grazie alla fluidità del racconto e all’umanità dei personaggi rappresentati. Attenta e approfondita, nonostante l’evidente rifiuto del realismo, la
P
descrizione della società italiana contemporanea, alle prese con difficoltà economiche e facilmente suggestionabile, pronta a credere che la salvezza possa solo
“scendere dal cielo”, con o senza astronave.
La freschezza del tratto dell’illustratore
si produce in un’atmosfera da favola in cui
Pacinotti descrive la parabola umana e sentimentale del suo protagonista, l’avvento
degli extraterrestri come elemento che riequilibra – nel piccolo e nel grande – le situazioni critiche in cui tutti sembrano bloccati.
Happy-end romantico e atmosfere serenamente surreali per l’opera prima dell’illustratore Gipi.
Tiziana Vox
TUTTA COLPA DELLA MUSICA
Italia, 2011
Regia: Ricky Tognazzi
Produzione: Attilio De Razza per Tramp Limited, in collaborazione con Medusa Film e Sky
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 9-9-2011; Milano 9-9-2011)
Soggetto: Leonardo Marini, Simona Izzo
Sceneggiatura: Simona Izzo, Leonardo Marini, Ricky Tognazzi,
Silvia Ebreul (collaborazione)
Direttore della fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Lorenzo Peluso
Musiche: Carlo Siliotto
Scenografia: Mariangela Capuano
Costumi: Germana Melodia
Produttore esecutivo: Tore Sansonetti
Organizzatore generale: Luca Bitterlin
Casting: Marita D’Elia
Aiuto regista: Marcello Izzo
Operatore: Gianni Aldi
Suono: Gianluca Costamagna
iuseppe è un ultracinquantenne,
appena andato in pensione dopo
una vita dedicata al lavoro. Ora
si trova costretto a dover trascorrere le sue
giornate a casa, tra la presenza soffocante
della madre, convinta cattolica e della
moglie Grazia, fervente seguace dei Testimoni di Geova. Ha anche una figlia, Chiara, introversa e problematica, che condivide con la madre il medesimo impeto religioso. I rapporti tra i membri della famiglia sembrano già da tempo essere andati
in crisi e la distanza tra loro è sempre più
evidente. L’uomo, stufo di trascorrere le
sue giornate nel grigiore più assoluto, decide di dar retta al consiglio di Napoleone, amico di una vita e scapolone impeni-
G
Interpreti: Stefania Sandrelli (Elisa), Ricky Tognazzi (Napoleone “Nappo”), Marco Messeri (Giuseppe), Elena Sofia Ricci
(Patrizia), Debora Villa (Renza), Monica Scattini (Grazia),
Rosalba Pippa “Arisa” (Chiara), Diego Casale (Ippolito), Grazia Cesarini Sforza (Amelia), Carola Clavarino (Fiamma),
Ronny Morena Pellerani (Flora), Claudio Sterpone (capo Alpino), Gianluca Belardi (alpino), Raffaele Pisu (Rolando), Mariapia Aricò (Ludovica), Andrea Beltramo (Marcello), Tiziana
Buldini (infermiera Nappo), Christian Burruano (Luca), Felice
Casciano (Antonio), Antonio Centola (fratello Giovanni), Giuseppe Centola (fratello Sebastiano), Martino Cipriani (Ivan),
Sacha Maria Darwin (Irina), Lorenzo De Nicola (barista), Sergio Graziani (Zaccaria), Simonetta Guarino (signora locanda), Mario Ierace (fratello scafato), Carlotta Iossetti (Marisa),
Gino La Monica (Eugenio), Giovanni Marchese (Adrian), Ugo
Piva (Mazzinghi), Nicola Sorrenti (Gavino), Cristian Stelluti
(medico Nappo), Luca Terracciano (Lorenzo)
Durata: 97’
Metri: 2700
tente, che lo esorta a lasciarsi alle spalle
il passato e a cominciare a uscire e frequentare altra gente. Napoleone, detto
Nappo, è un uomo completamente diverso
da Giuseppe: è pieno di vita, sportivo e
carismatico e frequenta donne molto più
giovani di lui. Da poco ha perso la testa
per una giovane ventenne bulgara, cacciatrice di dote, che si è piazzata con entusiasmo a casa sua, facendosi mantenere. Una
sera, invita Giuseppe ad accompagnarlo
al coro in cui canta, gestito con dedizione
dalla ex moglie, Patrizia, ancora innamorata di lui. Qui, in una chiesa sconsacrata, i “ragazzi” della loro generazione possono ancora divertirsi liberamente e provare a conoscere gente nuova. Giuseppe si
57
fa travolgere dalla nuova esperienza, entra a far parte del coro e si innamora di
Elisa, una fascinosa donna di mezza età,
soprano del coro, che affoga i suoi problemi nel canto. La donna, pur non volendo
staccarsi dalla propria famiglia, alla quale è legatissima, in particolar modo da
quando il marito molto malato è costretto
a letto, non potrà fare a meno di vivere con
Giuseppe una coinvolgente e inaspettata
notte d’amore. L’uomo, perdutamente innamorato, prende subito la decisione di
lasciare la famiglia. Per Elisa la situazione è più difficile e la donna viene subito
turbata dai sensi di colpa. Intanto piombano a casa di Nappo madre e fratelli della sua giovane amante. Chiara intanto co-
Film
nosce un ragazzo farmacista e grazie a lui
riesce a esprimere la sua affettività e a staccare il cordone ombelicale dalla madre.
Nappo viene invece abbandonato dalla
ragazza bulgara che fugge con un ragazzo
più giovane. L’uomo si rifugia nell’alcool
e, in seguito ad una faticosa pedalata fino
alla cima di un colle, è colpito da un infarto. Prima di lasciare la vita, Nappo, però,
sente il bisogno di avvicinarsi di nuovo a
Patrizia. Dopo la morte dell’amico, Giuseppe continua a frequentare il coro e si
accontenta di quei pochi momenti per vedere Elisa.
irato tra Torino, Biella e Ivrea
Tutta colpa della musica è il film
di Ricky Tognazzi sulle occasioni perdute e sulle seconde possibilità.
Presentato nella sezione Controcampo Italiano alla 68a Mostra del Cinema di Venezia, la pellicola si riallaccia al tema musicale, che già aveva fatto da sfondo nel 2000 a
Canone Inverso. Note e partiture ancora
una volta diventano nel suo cinema luoghi
nei quali rifugiarsi e linguaggi con i quali
esprimersi e lasciare esprimere i propri
personaggi, a cui il tempo sfugge dalle mani.
Tutta colpa della musica è infatti una commedia intorno al concetto del “tempus fu-
G
Tutti i film della stagione
git” e la melodia prodotta dal coro è un invito a non scoraggiarsi e a inventarsi il modo
per ricominciare da capo. Non si può certo
dire che Ricky Tognazzi abbia prodotto dei
capolavori nella sua filmografia, tuttavia in
un contesto importante come quello del lido
veneziano è triste pensare che il suo ritorno sul grande schermo sia segnato da questa piatta produzione dal taglio e dal cast
poco più che televisivi. Già dal trailer del
film, in effetti, non ci si era fatti troppe illusioni e si riusciva a prevedere che tipo di
visione c’era da aspettarsi riguardo questa
commedia. E il giudizio da spettatore dopo
i titoli di coda non si discosta da quella prima impressione. La sceneggiatura, firmata
da Simona Izzo, compagna del regista da
anni, ci presenta personaggi poco caratterizzati, situazioni prevedibili e stereotipate;
anche le battute sono poco divertenti e i
dialoghi non troppo brillanti. La musica dovrebbe essere il motore del film e il vero
codice espressivo e narrativo che muove
le passioni dei personaggi, ma purtroppo
riesce solo a fare da cornice a un meccanismo narrativo superficiale e approssimato.
Bisognerebbe seguire la melodia, lasciarsi
trascinare dalle passioni, ma nel film sembra che questo atteggiamento vitale non sia
affatto presente, se è vero che tutti i perso-
naggi restano alla fine con la bocca asciutta, cullati solo da un sentimento di eterna
nostalgia che non li abbandona. Da un lato
abbiamo un panorama caratterizzato da uomini in crisi che a sessant’anni cercano invano un riscatto. Dall’altro, un universo femminile, popolato da mogli virago, o pazienti
angeli del capezzale (cercate solo quando la fine è imminente), apparentemente
energiche, ma condannate a rimanere sole
con sé stesse e succubi di uomini immaturi. Lascia a desiderare anche il cast. Attori notoriamente capaci sembrano limitarsi
senza entusiasmo a fare la caricatura di
se stessi, Elena Sofia Ricci e Stefania
Sandrelli in primis. Incomprensibile la presenza di Rosalba Pippa, in arte Arisa, in
una parte pressoché inconsistente dove,
accantonate le qualità canore e gli enormi
occhialoni, offre al pubblico un’interpretazione affettata e sopra le righe. Insieme a
un suo brano inedito, invadente sottofondo
a una lunga sequenza che avvia verso il
drammatico finale. Si salva giusto la performance del bravo Marco Messeri, che, tra
l’altro, recentemente abbiamo visto già in
coppia con la Sandrelli nella Passione di
Mazzacurati.
Veronica Barteri
VALUTAZIONI PASTORALI
Abduction – Riprenditi la vita – consigliabile / semplice
Alba del Pianeta delle scimmie – consigliabile / problematico
Avventure di Tin Tin e i segreti dell’unicorno – consigliabile / semplice
Baciato dalla fortuna – consigliabile /
semplice
Bad Teacher: una cattiva maestra –
futile / superficialità
Benvenuti a Cedar Rapids – n.c.
Box Office 3D – futile / velleitario
Captain America – Il primo vendicatore – consigliabile / semplice
Carnage – consigliabile / problematico
Come ammazzare il capo….e vivere
felice – futile / grossolano
Conspirator (The) – consigliabile / problematico
Contagion – consigliabile / problematico
Dangerous Method (A) – complesso /
problematico
Debito (Il) – consigliabile / problematico
Drive – complesso / violento
Faccio un salto all’Avana – consigliabile / semplice
Four Lions – consigliabile-problematico
/ dibattiti
Giallo/Argento – n.c.
Harry Potter e I doni della morte – Seconda parte – consigliabile / problematico
Horror Movie – futile / grossolanità
Io sono Li – n.c.
Jane Eyre – consigliabile / problematico
Johnny English – La rinascita – consigliabile / semplice
Melancholia – complesso-problematico
/ dibattiti
Misura del confine (La) – n.c.
Next Three Days (The) – consigliabile /
problematico
Pelle che abito (La) – complesso / scabrosità
Pinguini di Mr. Popper (I) – consigliabile / semplice
Priest – futile / violento
Puffi 3D (I) – consigliabile / semplice
58
Senza arte né parte – MANCA!
Separazione (Una) – consigliabile-problematico / dibattiti
Student Services – sconsigliato-non
utilizzabile / negativo
Terraferma – consigliabile-problematico
/ dibattiti
This Must Be the Place – consigliabile
/ problematico
Tomboy – complesso-problematico /
dibattiti
Tourneè – complesso / problematico
Transformes 3 – consigliabile / semplice
Tutta colpa della musica – futile / velleitario
Ultimo terrestre (L’) – futile / superficialità
Venere nera – conplesso-scabrosità /
dibattiti
Villaggio di cartone (Il) – consigliabileproblematico / dibattiti
World Invasion – consigliabile / semplice
Film
Tutti i film della stagione
PESARO 47, 2010:
IL CINEMA CHE RESISTE
A cura di Flavio Vergerio
Non bisogna stancarci di ripeterlo: non si costruisce il futuro senza investire in cultura. Da
noi si fa invece esattamente il contrario di quanto
si fa in Europa. Siamo agli ultimi posti nella
classifica dei Paesi occidentali in ordine agli
investimenti in formazione, ricerca, innovazione, cultura. In questo contesto drammatico i tagli dei finanziamenti ai festival non protetti dalla
bolla mediatica (e dalle connivenze politiche)
si sono fatti sentire anche a Pesaro. Il programma è stato forzatamente un poco ridotto, tanto
che le proiezioni si sono svolte nella sola sala
dello “Sperimentale”, oltre alla piazza del Popolo per le proiezioni serali all’aperto, del resto
molto frequentate. Eppure la direzione della
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, che
fra tre anni celebrerà mezzo secolo di vita (un
storia unica in Italia di lotte per la scoperta e la
difesa di un cinema veramente indipendente e
d’autore), è riuscita comunque a realizzare un
programma di notevole interesse. Innanzitutto
la retrospettiva dedicata a Bernardo
Bertolucci, corredata da un corposo e puntuale
volume collettaneo curato da Adriano Aprà. Ai
vecchi cinefili come noi la retrospettiva ha permesso comunque di rivedere (e ripensare) o recuperare film altrimenti invisibili da tempo.
Valga su tutti lo straordinario film “su commissione” La via del petrolio (1967), un
“falso”documentario televisivo, capace di mettere in relazione la dura vita degli operai dell’ENI con una visione poetica del lungo percorso di un oleodotto dal deserto arabo verso il
cuore dell’Europa. E di verificare la coerenza
tematica e stilistica di un regista passato dallo
sperimentalismo puro de La commare secca
(1962) alle super-produzioni internazionali quali
L’ultimo imperatore (1987) senza tradire la sua
vocazione allo studio dell’ambiguità della condizione umana. Produttiva l’idea di riproporre
per il pubblico della piazza, in questi tempi di
montante immoralismo politico, Il conformista
(1970), terribile parabola di un piccolo killer
servo del potere fascista.
I sette film del Concorso aprivano altrettanti
sguardi inediti su realtà sociali spesso
inesplorate, lontani dall’angusta miopia del nostro mondo. Frutto sicuramente di una ricerca
difficile, si trattava di film che uniscono un
forte impegno sociale a notevoli qualità di
scrittura.
Il taglio più doloroso del programma è rappresentato dalla scomparsa della sempre interessante sezione Bande à part, dedicata alle
nuove forme narrative e agli autori emergenti
posti ai margini del mercato. L’hanno sostituita in parte i due “omaggi” al gruppo Flatform
e a Cosimo Terlizzi. Flatform è un collettivo
di videoartisti (appare sempre più spesso in
diversi festival) che indagano le trasformazioni
fantasmatiche del paesaggio e delle azioni
umane sottoposte allo scorrere del tempo, in
una concatenazione onirico-realistico di immagini che perdono la loro identità nell’indeterminatezza della ripetizione e dell’astrazione. Terlizzi propone finti “documentari” sospesi fra un’improbabile etnologia, nostalgia
e ironia alla ricerca della propria identità culturale in rapporto fra mitologie, costumi
sociologici e paesaggi immoti (la sua Murgia).
La sezione più significativa del programma
era tuttavia costituita da una cospicua selezione di documentari russi che completavano la straordinaria scoperta del cinema russo di finzione, grande evento della Mostra
dell’anno scorso.
IL CONCORSO
Messico,Thailandia, Corea del Sud, Sri
Lanka, Brasile, la terra di nessuno del porto
di Calais: l’origine dei film presentati e gli
scenari evocati rappresentavano già in sé una
precisa scelta culturale ed estetica. La salvezza del mondo forse va cercata ai margini di
esso, nell’emarginazione e nella condizione
di precarietà delle popolazioni più povere.
Significativo il fatto che la giuria (Fabio Ferzetti,
Isabella Ragonese, Marina Spada) abbia premiato due film di grande rigore morale e
stilistico, dedicati appunto al tema
dell’emarginazione e dell’immigrazione. Il diario di Musan dell’esordiente coreano Park Jungbum (assistente alla regia di Lee Chang-Dong
per il delicato Poetry) descrive il calvario di un
immigrato clandestino dalla Corea del Nord a
Seoul, ove sopravvive in condizioni di totale
povertà affiggendo manifesti pubblicitari. Il
protagonista è un ometto alla Charlot (interpretato con dolore e ironia dallo stesso regista) in
balia di una città cieca e violenta, che lo educa
progressivamente all’immoralità. L’uomo si
innamora di una corista conosciuta in una comunità religiosa, che in effetti fa l’entraîneuse
in karaoke, introducendo indirettamente il ruolo di una malintesa religiosità che abitua alla
doppiezza della condizione sociale e morale.
L’asciutto realismo con cui il regista descrive il
59
dramma del protagonista richiama in qualche
modo l’atmosfera di Umberto D di De Sica. La
commozione e l’indignazione devono avere le
ciglia asciutte.
Di grande intensità documentaria e forza emotiva è apparso il secondo film premiato, Che
riposino in rivolta del regista francese, attivista
militante, Sylvain George, dedicato alle terribili condizioni di vita di immigrati clandestini
accampati attorno al porto di Calais, nell’attesa
vana di imbarcarsi per l’Inghilterra. Il lungo
réportage si distingue dai molti prodotti analoghi per la totale adesione alla vita quotidiana
dei clandestini, che cercano di sopravvivere
nell’estenuante attesa senza perdere la propria
dignità e la propria umanità, occultando la propria presenza con tutti i mezzi e la strategie più
inventive, dopo aver perso ogni diritto e identificati tout court come criminali. Drammaticamente simbolica ad esempio la rinuncia alla
propria identità attuata bruciando con una
autolesionistica tortura le pieghe delle dita per
evitare di essere individuati dalla polizia attraverso le impronte digitali. Significativo in opposizione a tante disperazione l’atteggiamento
solidale di una parte della popolazione che tenta di alleviare le sofferenze degli immigrati e
cerca inutilmente di opporsi allo sgombero di
un accampamento clandestino. Dovrebbero rimbombare nelle nostre teste alcune affermazioni
profetiche degli “invisibili”: “Il deserto è qui...
Ma noi siamo qui. (...) Verrà il tempo in cui gli
europei verranno a cercare lavoro in Africa.(...)
Le frontiere sono soprattutto nelle nostra teste”.
Il Premio Amnesty (dedicato alle opere che
meglio rappresentano il tema della difesa dei
diritti umani) è stato attribuito all’ambizioso
spagnolo Tambien la lluvia (lett: “Anche la
pioggia”) di Iciar Bollain, coprodotto con Francia e Messico e sceneggiato da Paul Laverty,
collaboratore storico di Ken Loach (e si vede).
Un regista messicano (la star Gael Garcia
Bernal) si reca in Bolivia con una troupe per
girare un film storico sul primo viaggio di
Cristoforo Colombo in Sud America, già
foriero di tutte le successive tragedie del
colonialismo spagnolo. Ma la lavorazione del
film verrà a scontrarsi con le sommosse di piazza a Cochabamba contro la privatizzazione
dell’acqua da parte di una multinazionale. Il
leader della protesta si identificherà con l’indio della finzione filmica che tenta di organizzare la resistenza contro gli spagnoli. Il regista avrà un salutare dilemma morale...
Film
Film didattico e un poco consolatorio, il film
è apprezzabile per le sue buone intenzioni di
denuncia dello sfruttamento delle risorse
energetiche dei Paesi più poveri da parte del
capitale straniero.
Più interessanti dal punto di vista della struttura narrativa The Rak (Eternity) del thailandese
Sivaroj Kongsakul e Igillena maluwo (Flyng
Fish) di Sanjeewa Pushpakumara, proveniente
da un inedito Sri Lanka. The Rak illustra in un
tempo puramente immaginario le peregrinazioni
di un fantasma che si aggira nella sua casa contadina ai margini di una risaia rivivendo tre diverse fasi della sua vita. Ne esce una
rivisitazione poetica di una condizione esistenziale che diventa un omaggio alla cultura tradizionale del Paese del regista.
Anche Igillena maluwo dipana il proprio racconto attorno a segmenti di storie parallele immerse nell’inferno della guerra civile separatista
scatenata dai Tamil. Storie di diseguaglianze
sociali, vessazioni,violenze, stupri, suicidi in cui
le parti contrapposte manifestano eguale disprezzo per la vita umana e la giustizia. Il rapporto con le credenze religiose si fa dialettico e
le leggende buddiste vengono messe in discussione e giudicate consolatorie, utili solo a occultare il tragico presente.
Interessante anche il plot di Trabalhar cansa
(Lavorare stanca) dei giovani brasiliani
Juliana Rojas e Marco Dutra: una casalinga
in crisi economica e di identità avvia una piccola attività commerciale, ma tutto le si rivolterà contro, in una progressiva caduta verso il fallimento anche famigliare. Curioso il
finale che volge verso l’horror, in cui si scoprono fantasmi non riconciliati annidati nei
muri del piccolo supermercato (le anime dei
commessi murati vivi che si ribellano...).
DOCUMENTARI RUSSI, UN MONDO
INESPLORATO.
L’edizione di Pesaro 2010 ci aveva fatto scoprire un insospettabile produzione filmica indipendente che con molte difficoltà cerca da un
decennio di affrancarsi dal potere centrale
normalizzatore. Avevamo conosciuto soprattutto la corposa personalità di Aleksej
Popogrebsky, che assieme ad altri giovani registi ha spostato la sua attenzione sui conflitti
generazionali (fra i padri eredi del comunismo
e i figli alla ricerca di una nuova identità) e sulle condizioni di vita delle popolazioni
emarginate nelle campagne. La sostanziosa rassegna ha visto quest’anno il suo completamento
con la proiezione di altri due film di finzione e
di una significativa selezione di documentari,
tanto più interessanti perché prodotti con minori vincoli economici, in collaborazione talvolta con canali televisivi indipendenti e case
di produzione straniere. Quanto sia importante
la produzione di documentari in Russia per la
formazione ricerca di nuovi talenti e di nuove
vie espressive è testimoniato ad esempio dalla
lunga collaborazione, apparentemente libera
nella sua straordinaria vicenda di
sperimentazione linguistica, di Aleksander
Sokurov all’inizio della sua carriera con gli studi
Tutti i film della stagione
televisivi prima di Gor’kij e poi di Leningrado.
Il film di finzione Truce (Tregua) della
combattiva Svetlana Proskurina articola la sua
storia all’interno di un paesaggio sociale e
umano che potrebbe essere argomento di molti
documentari realistici. Il protagonista è un giovane camionista apparentemente senza radici
e identità che sembra vagare lungo itinerari
sconosciuti. Incontra sbandati e diseredati,
uomini in attesa di qualcosa di indefinibile,
sino ad arrivare a un villaggio senza storia,
forse il suo territorio natale, scosso dal conflitto fra minatori e dirigenti di una miniera.
Vi ritrova antichi amici d’infanzia, ora dediti
a confusi affari illegali. L’uomo sente il bisogno di radicarsi e si lega così un ragazza locale, in un difficile rapporto. Il finale si apre alla
fine su una dimensione inaspettatamente religiosa, quando il protagonista viene portato da
un amico prete a una festa popolare attraversata dai canti della comunità. Il film è interessante per la sua atmosfera cupa e sospesa,
corrispettivo di una condizione umana comunque aperta alla ricerca e alla speranza.
Il secondo film narrativo proposto, Il walzer
di Sorbi di Alena Semenova e Aleksandr
Smirnov, propone invece una rilettura critica
di una pagina di storia minore, ma significativa, della Seconda Guerra Mondiale. Dopo
la fine del conflitto il governo sovietico invia alcuni militari in una regione agricola
nord-occidentale (presso Vologda, a est di
Leningrado) per insegnare ai pochi abitanti
sopravvissuti – soprattutto donne – a bonificare le campagne dalle mine. La storia apparentemente lineare nasconde una verità occulta. Nulla è come appare: le mine anti-uomo
sono un simbolo di un pericolo sempre incombente, lo stesso maggiore che guida le
operazioni è in effetti un uomo nascosto sotto falso nome, ricercato dalla polizia militare. Il film mette così in dubbio le certezze
della storia ufficiale, raccontandocene una
ben diversa e più contradditoria.
Il panorama non-fiction ha presentato alcune
scoperte interessanti sia sul piano linguistico
che su quello dell’atteggiamento critico nei
confronti della società russa. Su tutti ci è apparso straordinario l’apparato visionario con
cui l’ormai celebrato Viktor Kossakovskij
osserva in Svyato la costruzione della propria immagine e identità del figlio (due anni)
per la prima volta davanti a un grande specchio che ne riflette e problematizza il volto.
Svyato è l’abbreviazione del nome Svyatoslav,
ma significa anche “sacro”. E l’esperienza del
riconoscimento di sé messa in scena dal regista appare appunto qualcosa di sacrale, tanta è
l’intensità e la progressione, anche drammatica, con cui il bambino attraversa le diverse fasi
di approccio alla realtà, a partire dal doloroso
distacco dalla madre, sino al superamento della
solitudine e dell’angoscia con il “gioco del rocchetto” freudiano, alla costruzione di un
fantasmatico compagno di giochi, e infine alla
drammatica accettazione di sé. Alla fine il bambino bacia i due specchi con cui il regista ha
costruito la sua immagine... A conferma della
genialità di Kossakovskij è stato riproposto il
60
più noto Tiše (Hush), implacabile sguardo sulla
società russa, colta dall’unico punto di vista
della finestra del regista, che ha osservato durante un intero anno quanto avveniva attorno
all’inane tentativo di riparare una buca in una
anonima strada di San Pietroburgo.
Kossakovskij possiede la rara dote di saper osservare la realtà con metodo “scientifico”, precisione e umorismo, facendo assumere alla
rappresentazione di quella realtà una dimensione “altra”, volta a cogliere l’aspetto poetico e persino metafisico dell’esistenza umana.
Opere di denuncia sociale, non inquinate da
schematismi ideologici o da pregiudizi
sociologici, ma dotate di grande energia espressiva, sono apparse le opere di Aleksandr
Rastorguev , che lavora talvolta in coppia con
Pavel Kostomarov o Antoine Cattin: Giovedì
puro descrive la paura e la solitudine dei giovani soldati russi spediti sul teatro di guerra
ceceno; Il calore dell’offerta: spiaggia selvaggia selvaggia offre un panorama di bestiario
umano di turisti che si accalcano su una spiaggia del Mar Nero, attratti dagli squallidi riti di
un volgare neocapitalismo; I Love You
assembla un ritratto della gioventù russa odierna attraverso filmati realizzati dagli stessi ragazzi; Life in peace è il ritratto doloroso di un
vedovo ceceno che con figlio vive da esiliato
ed emarginato in un villaggio agricolo
raggelato dalla neve e dalla solitudine del Nord
della Russia; La madre descrive con crudeltà
non disgiunta da partecipazione umana la tragedia di una donna che in fuga dal marito
alcolista lavora come contadina in una fattoria per mantenere nove figli.
Altre opere avevano un notevole interesse
etnologico: si veda la popolazione della remota
regione di Arcangelo impegnata a raccogliere
i resti metallici di test nucleari (Sul terzo pianeta dal Sole di Pavel Medvedev), i canti e le
tradizioni culturali di un piccolo gruppo
siberiano di origine ugro-finniche (Nove canzoni dimenticate di Galina Krasnoborova).
Da segnalare poi Blokada (Assedio) di Sergej
Laznica, montaggio di inediti materiali d’archivio, una esemplare lezione di come si fa una
lezione di storia descrivendo non tanto il fronte
dei combattimenti, quanto le conseguenze sulle condizioni di vita reale delle popolazioni civili. Il film descrive l’eroica incredibile lotta per
la sopravvivenza della popolazione di
Leningrado durante il lungo assedio dei nazisti
(1941-44): indimenticabili le sequenze in cui
nel silenzio spettrale della città deserta e
innevata risuona incongruo il canto di un uccellino, i morti di freddo abbandonati per la strada, la ricerca dell’acqua dalle condotte congelate, le impiccagioni dei collaborazionisti...
Di straordinario interesse infine due documentari dedicati al grande direttore della fotografia
di Tarkowskij Georgij Rebberg (con la scoperta dei conflitti estetici e caratteriali durante la
lavorazione di Stalker) e a Aleksandr Sokurov.
Nel back-stage de L’arca russa, girato da
Svetlana Proskurina, Sokurov afferma: “Solo
l’arte rimarrà, il nostro lavoro di artisti... I governi cambieranno, saranno sostituiti, ci servono solo per evitare che viviamo come bestie...”.
Film
Tutti i film della stagione
MOSTRA DEL CINEMA
DI VENEZIA 2011, 68:
UN CANTIERE APERTO
A cura di Flavio Vergerio con il contributo di Simone Emiliani,
Silvio Grasselli, Luisa Ceretto
Difficile (e forse vacuo) esercizio quello di
formulareun giudizio sintetico sulla Mostra
del Cinema veneziana, giunta alla sua 68.a
edizione. Innanzitutto a causa della ricchezza quantitativa del programma costituito da
ben 208 titoli, così distribuiti:24 film nel
Concorso, 27 nella sezione Fuori Concorso
(troppi, tanto da far sorgere il sospetto che
esso costituisca sempre più uno spazio di
consolazione per i “bocciati”), 59 a Orizzonti, 29 a Controcampo, 29 nella Retrospettiva
di Orizzonti, 10 alla Settimana della Critica,
30 alle Giornate degli Autori. C’era ovviamente di tutto, nel bene e nel male, e non era
facile orientarsi nella quotidiana scelta obbligatoria fra le diverse sezioni, visto che in
10 giorni non era fisiologicamente possibile
vedere più di un terzo del programma. Mi pare
che Marco Müller, al suo ottavo anno di direzione (incarico che auspichiamo gli venga
rinnovato), si sia mosso su un duplice binario: da una parte, nel Concorso, ha messoin
vetrinaautori noti e affermati (Cronenberg,
Polanski, Sokurov, Crialese) che, salvo alcune delusioni, hanno confermato il loro valore. Il Leone d’Oro a Sokurov in questo contesto ha paradossalmente rappresentato un
riconoscimento tardivo a un autore già celebrato da tempo (si pensi che il Festival di
Torino gli dedicò nell’ormai lontano 2003 una
fondamentale retrospettiva). Tuttavia il Concorso non ha rivelato nuovi talenti - a meno
che non si vogliano considerare tali l’hongkonghese Ann Hui o il giapponese Sono Sion,
già ben noti alla critica, se non al grande pubblico -, mancando a mio avviso quella che
dovrebbe costituire una fondamentale funzione di un grande festival: promuovere all’attenzione del pubblico opere di artisti emergenti e inediti che propongano sguardi nuovi
e non riconciliati sull’uomo e sulla realtà in
cui è immerso. L’altro limite del Concorso è
stato quello di aver presentato una selezione
italiana piuttosto debole. Forse non c’era di
meglio, ma avere cedutol’ottimo Io sono Li
di Andrea Segrealle Giornate degli Autori fa
sorgere qualche dubbio sul lavoro dei selezionatori.
Su un diverso binario, se l’impostazione del
Concorsofa pensare al corretto e per così di-
reobbligatorioassolvimento di un compito
istituzionale, altre sezioni della Mostrahanno risposto a un diverso orientamento estetico e culturale, soprattutto nel caso di Orizzonti, di cui diamo conto a parte. Se il cinema ha il compito di riflettere sulle mille sfide
del presente e di rappresentarle in modo mai
connivente e consolatorio, ebbene,per il secondo anno la sezione ci ha fornito un panorama originale e problematico di nuove formule narrative e linguistiche. Peccato che
sulla sezione sia pesato il silenzio quasi totale dei quotidianisti, rigorosamente obbedienti
alle regole della catena mediatica, che privilegia i film del Concorso, spesso già acquisiti dalla distribuzione.
I lavori interrotti per il nuovo Palazzo del
Cinema (che probabilmente non si costruirà
mai) e il conseguente tristo cratere abbandonato a causa della presenza di amianto davanti al Casinò mi suggeriscono la metafora
di quello che dovrebbe essere la Mostra, un
“cantiere aperto” a sempre nuove ricerche e
scoperte di un cinema in perpetuo divenire.
Mi preme infine tornare ad auspicare il ritorno alle grandi retrospettive del passato (a
Venezia si sono studiatiqualche annetto fa
Mizoguchi e Buñuel...), capaci di rilanciare
il dibattito culturale sulla nascita e sullo sviluppo dei codici narrativi e linguistici. Una
timida risposta in tale direzione è stata rappresentata dalla retrospettiva di Orizzonti
dedicata al cinema “sperimentale” italiano
degli anni 1960-78. Cinema che tentava in
modo quasi sotterraneo e invisibile di rompere gli schemi imperanti della narratività
codificata dei “generi”, con rotture di tempi
e di spazi, di identità degli sguardi e di consequenzialità delle azioni. Cinema solo apparentemente inaridito e occultato, capace
invece di far sentire la proprianatura vivificatrice e innovatrice in tanta parte del cinema moderno che doveva venire. (f.v.)
IL CONCORSO
Per l’ultima edizione da direttore – a meno
di possibili ma non certo probabili riconferme -, l’ottava, Müller è riuscito a mettere insieme per il Concorso una selezione, almeno
61
sulla carta, formidabile: accanto ai grandi
autori abbondantemente consacrati, alcune
star col vizio (vezzo) della regia e una nutrita
serie dei più quotati tra i nomi emergenti sulla scena internazionale del cinema di qualità.
Aleksandr Sokurov - che nell’Europa occidentale e in Italia c’è arrivato e c’è rimasto
anche grazie a lui, a Müller – ha presentato il
quarto e ultimo capitolo della sua tetralogia
sul potere. Dopo Moloch, Taurus e Il sole rispettivamente dedicati a Hitler, alla coppia
Lenin/Stalin, e all’imperatore Hirohito – Sokurov ha adattato per il grande schermo il
Faustdi Goethe. In una messa in scena barocca, densa di segni e di simboli, di giochi
linguistici e di accortezze tecniche – che diventano subito estetiche, come la lente anamorfica che in alcuni tratti del film distorce
l’immagine similmente a quanto succede,
guarda caso, nei foschissimi dipinti del Cinquecento e del Seicento – Sokurov muove i
suoi due protagonisti: un Faust più giovane e
lucido dell’originale letterario e un Satana
capace di affascinare, ma anche dotato di un
aspetto deforme e ributtante. Un meraviglioso film da contemplazione e un buon oggetto
per studiosi in cerca di sfide. Una volta tanto
un Leone d’Oro sacrosanto e senza obiezioni possibili.
Non tutti i grandi hanno però confermato le
legittime aspettative. Così il fin troppo acclamato Polanski ha portato al Concorso veneziano – a pochi giorni dall’uscita nelle sale
nazionali – la sua commedia grottesca Carnage, pezzo di cinema da camera frutto dell’adattamento del testo teatrale Il dio della
carneficina di Yasmina Reza, anche cosceneggiatrice del film. Costruito di pezzi di prima scelta – una sceneggiatura solida e affilata e quattro protagonisti dalle notevoli doti
tecniche – il film è niente di più che un arguto svago, un intelligente argomentazione svolta in forma di commedia sul delitto e sul castigo, sulla logica della violenza, e, un po’
oltre, anche una critica salace alla filosofia
dei buoni sentimenti, del pensare e dell’agire
politicamente corretto che tanta fortuna ottiene nella pubblica opinione delle democrazie occidentali. Un fuoco fatuo, si potrebbe
forse dire. Quasi al pari di Dark Horse, nuo-
Film
vo film di Todd Solondz. Meno straniante ma
soprattutto meno straniato del solito, Solondz tenta il racconto delle generazioni che stanno per prendere definitivamente in mano le
redini del mondo: vecchi adolescenti – uomini e donne – incapaci di uscire dalla propria irresponsabile vita di giocherelloni ignavi
e meschini per fare i conti con la vita, prima
di tutto la propria. Anche questo un film corretto, votato principalmente a un’ispirazione
ludica e in esso concluso, senza però nessun
guizzo, nessuna scelta radicale, nessun assunto davvero originale.Ultime e più cocenti delusioni, i film della coppia Satrapi/Paronnaud
e di Philippe Garrel. Poulet aux prunes –
come Persepolis, tratto anch’esso da una
graphic novel della fumettista e regista iraniana – tenta di portare nel cinema dal vero
la libertà, l’ironia e il ritmo del precedente
animato, inseguendo in modo appariscente
uno stile estroso versato in un racconto cupo
aspirante al grottesco. Tecnicamente sfarzoso, il film inanella scenette da diorama, triturando le qualità e il ritmo degli interpreti
(Amalric, mai così fuori tono negli ultimi
anni, e Maria De Medeiros ineditamente
macchiesttistica) e asfissiando alcune trovate di scrittura nella geometria perfetta di una
regia di cartapesta.Un été brulant è stato il
ritorno a Venezia di Philippe Garrel. Il film –
atteso dalla stampa più per la presenza della
Bellucci tra gli interpreti protagonisti, che per
l’attenzione al lavoro del regista francese – è
una spenta galleria dei luoghi comuni di certo cinema parigino engagè e in modo particolare di quello di Garrel, che senza esitazione torna a raccontare giovani artisti intellettuali che si avvitano intorno a dissidi esistenzial-politico-filosofici, in perenne fuga dalla
propria fragilità ma sempre voluttuosamente
legati al sentimento della morte. Un film obliquamente autobiografico povero d’idee e di
vita, e invece troppo irrigidito dalla presunzione di sé e della propria legittimità di “Autore” per poter evitare una inerte freddezza
cadaverica.
Veniamo ai premi, mai come quest’anno lucidamente aderenti ai meriti effettivi e anche
per questo ampiamente condivisi dalle platee. Subito dopo il colosso Sokurov è stato
premiato Shangjun Cai per il suo People
Mountain People Sea, che ottenendo il Leone d’Argento contribuisce a confermare la
tradizione di film sorpresa spesso destinatari
di allori, nonché a dar ragione – ce ne fosse
ancora bisogno – alla pervicace e coerente
insistenza dello sguardo di Muller rivolto a
Oriente. Unico premio degno di biasimo il
Premio Speciale della Giuria concesso a Terraferma, nuovo prodotto di Cattleya ancor
prima di essere il nuovo film di Emanuele
Crialese. Costruito secondo uno schematismo
obbligatorio, una “retorica del messaggio”
che tutto volgarizza, semplifica, uniforma,
Terraferma torna su molti dei temi e dei luoghi cari al cinema di Crialese, dai tortuosi
legami intrafamiliari al mare, ma lo fa con la
Tutti i film della stagione
pesantezza tipica dei film pensati per il grande pubblico e che sono scritti intorno alla dimostrazione di una tesi.
Le due Coppe Volpi invece non solo hanno
reso merito a due ottimi interpreti; hanno anche concesso il giusto riconoscimento a due
buoni film. Michael Fassbender è stato premiato per aver prestato il corpo e il volto al
protagonista sessuomane di Shame, opera
seconda del promettente inglese Steve McQueen: una performance completa quella di
Fassbender che sullo schermo passa da dialoghi in punta di fioretto ad amplessi crudi
ed espliciti fino – coerentemente – alla lotta
nel corpo a corpo. Tutt’altro genere d’interpretazione invece quella di Deanie Yip, cantante e attrice cinese protagonista dello straziante A Simple Life, brillante esempio di storia familiare classica ma non per questo banale diretta dalla veterana Ann Hui; senza
dubbio uno dei migliori titoli di tutta la Mostra.
Ultima menzione la dedichiamo a due dei titoli meno convenzionali, entrambi sintomi e
rappresentati di due cinematografie in conclamata effervescenza, quella greca e quella
israeliana: il greco Alpis, di Yorgos Lanthimos, frutto dello stesso gruppo d’ingegni che
appena un anno fa portò a Venezia Attenberg,
un dramma ironico sull’arte di arrangiarsi ma
ancor più sulla gestione del lutto ai tempi della
crisi economica e sociale; e The Exchange,
estroso ma essenziale apologhetto sullo straniamento della vita moderna a firma dell’ebreo isrealiano Eran Kolirin, già noto alle
cronache nostrane per il suo primo successo
cinematografico, La banda.
Silvio Grasselli
ORIZZONTI
Dopo il rilancio dello scorso anno la sezione
Orizzonti ha proposto un programma monstre alla ricerca di tutte le possibili nuove forme del cinema che rispondono in modo creativo e problematico alle sfide di un mondo
frantumato, impossibile ormai da rappresentare con modi di rappresentazione speculari.
Nella succosa “premessa” al programma di
sala Marco Müller teorizzala fine delle illusioni di un cinema normativo e classificabile
in generi, codici, linguaggi e la necessità di
rimettere ancora una volta in discussione le
radici profonde del racconto cinematografico “senza negarne la dimensione emotiva e
sensuale”. Il programma ha offerto un’estrema varietà di tipologie narrative e di “formati”, dal “film-saggio”, alla “meditazione dolorosa”, alla commedia, al film di genere reinterpretato e problematizzato, manifestando
“una rinnovata fiducia nella forza della sintassi fondamentale del cinema”(non necessariamente quella fondata sulle teorie del
montaggio). Se il cinema vuole tornare “arte”
(nel senso di attività inventiva ed espressiva
che modifica l’uomo e l’ambiente in cui opera) e non solo piatta riproduzione dell’esisten-
62
te, deve “scucire la realtà, smentendo così la
pretesa che la sua essenza sia solo documentaria”, trasfigurando il reale, mettendo in discussione le false apparenze della presa in
“diretta” di volti, azioni, paesaggi. Müller
propone un superamento dell’elaborazione
linguistica del cinema “sperimentale”, spostando la nostra attenzione su “modelli che
rifiutano di appartenere a questo o a quel campo estetico, passando invece dall’uno all’altro, negandosi alla denominazione d’origine
controllata”. Oggi, anche in virtù delle nuove tecnologie digitali di ripresa e di elaborazionelinguistica, il cinema contemporaneo
assume una straordinaria duttilità e fluidità
che è foriera di una sempre più radicale interpretazione e rappresentazione del reale.
Il film premiato, Kotoko, illustra bene questa
linea estetica del “rimescolamento” estetico.
Il regista giapponese di “culto” (nel senso
dell’ammirazione un poco esoterica di cinefili conventuali) Shinya Tsukamoto,sembra
qui rinunciare ai compiacimenti visionari
dell’opera d’esordio (Tetsuo, 1989) per giustificare sul piano narrativo e psicologico la
follia (una forma di sdoppiamento visivo)
della protagonista. Kotoko, ragazza madre
che ri-vive sulla propria carne il ricordo delle violenze sessuali subite da bambina, ha un
rapporto autopunitivo con il suo bambino che
cerca di proteggere da minacce esterne e con
l’uomo che vorrebbe amarla. La malattia
mentale le impedisce di accettare se stessa e
l’amore degli altri. Tsukamoto colloca la rappresentazionedei conflitti dolorosi della protagonista al confine incerto fra realtà e ossessione onirica. Il suo film diventa così una
celebrazione dell’amore nella sofferenza, studiando il misterioso rapporto fra erotismo e
dolore. Il regista utilizza diversecomponenti
espressive, mettendo in scenacon ironia e distacco situazioni sado-masochistiche sanguinolente da film horror, alternandole con momenti poetici (la protagonista si riconcilia con
se stessa cantando e ballando) e persino sentimentali, subito problematizzati dalla sua tipica crudeltà e violenza visive. Kotoko può
essere preso ad esempio di un cinema “teorico” che cerca la sua ragion d’essere nello slittamento delle forme narrative, nella sospensione di senso, nella ricerca del lato doloroso
e misterioso della condizione umana.
Altro caposaldo del programma si è rivelato
l’ipnotico (5 ore di immagini estatiche!) Siglo ng pagluluwal (Century of Birthing) del
filippino Love Diaz, riflessione sui meccanismi di coercizione emotiva prodotta dai riti
di una setta religiosa e sull’origine della creazione filmica. Il film narra in parallelo la
vicenda della dissoluzione di un gruppo religioso plagiato da un falso predicatore (in effetti un intellettuale fondamentalista fallito)
e la crisi esistenziale e artistica di un regista
che tenta di raccontarne la storia, facendosene coinvolgere verso l’afasia e l’immutabilità della condizione umana. Arte e vita si confondono e si autoannullano. Il cinema può
Film
essere un forma di fondamentalismo quando
pretende di violentare la vita (il protagonista
distrugge la sua musa, un’ adepta della setta,
salvo poi salvarla avviandosi con lei in un
cammino incerto nella natura immutabile). Il
film è anche una testimonianza dolorosa sul
profondo radicamento di una distorta religiosità filippina, retaggio di una cultura animistica su cui si è mal innestato un Cristianesimo superstizioso e rituale (il gruppo delle
adepte ripete in modo ossessivo litanie quali
“L’amore della casa è l’amore più grande al
mondo”). Secolo della Nascita racconta in
ultima analisi come l’estremismo e il fondamentalismo nella sue forme culturali e religiose possano “distruggere il mondo”. E
come il cinema ne possa svelare in modo problematico e non necessariamente salvifico il
pericolo incombente.
Una diversa riflessione sulla cinefilia e sulla
funzione del cinema nel modificare il rapporto fra l’artista e i poteri economici che ne
commissionano l’opera viene proposta dal
doloroso Cut dell’iraniano (residente negli
USA) Amir Naderi, autore di film rigorosi
sul piano della struttura narrativa. Qui Naderi supera il suo sperimentalismo per assumere le forme dell’apologo a forte impatto simbolico. Cut narra la vicenda di un giovane
regista giapponese che si ispira all’opera di
Ozu, Mizoguchi e Kurosawa e che accetta di
farsi finanziare da una banda di Yakuza per
produrre un film indipendente. Per restituire
i soldi accetta di farsi picchiare (una certa
somma per ogni pugno ricevuto) dai violenti
mafiosi in una palestra, assumendo le stigmate di una sorta di figura cristologica (il regista lo definisce “l’ultimo samurai del cinema”). Naderi trasforma la seconda parte del
film in un’interminabile ossessiva discesa
verso la morte, il sacrificio e la resurrezione
di un regista alla ricerca del cinema “puro”
contro gli stereotipi volgari del cinema commerciale.
Sul versante del “documentario”, ammirevole
mi è sembrato l’approccio alla dolorosa materia trattata, il mondo della prostituzione,
nell’implacabile Whores’ Glorydell’austriaco Michael Glawogger. Il regista non si limita a illustrare il paradigma del rapporto venale fra il padrone (il maschio) e la sfruttata
(la donna, vittima della sua debolezza di genere e del bisogno), ma con un lungo lavoro
di ricerca scopre le diverse modalità, i riti, i
complessi rapporti psicologici fra clienti e
prostitute, le culture che costituiscono il tessuto portante in cui i bordelli svolgono la loro
attività. Dietro il rapporto sessuale mercenario si manifesta un misterioso meccanismo
direlazioneinterpersonale, di cui un giudizio
pregiudizialmente moralistico non riesce a
dar conto. Le diverse culture e i diversi contesti sociali modificano profondamente le
forme della prostituzione. Tre luoghi in diversi Paesi vengono messi a confronto. Nell’
“Acquario” di Bangkok (Tailandia) le donne
sono “esposte” con un numero identificativo
Tutti i film della stagione
in una sorta di vetrina, separate dai clienti da
un vetro specchiato che impedisce loro di
vedere i clienti. Le donne sono messe così a
confronto con se stesse, sottratte il più possibile al confronto con l’altro. L’atmosfera vi
appare rilassata e cordiale, funzionale a un
commercio da centro commerciale. Le prostitute vi appaiono come impiegate o commesse di un commercio rispettabile. Una vera
caduta agli inferi appare invece la “Città della gioia” di Faridpur (Balgladesh) ove la miseria, il degrado e la precarietà sono assoluti.
Le prostitute, spesso adolescenti se non preadolescenti accettano la loro condizione come
consustanziale alla loro esistenza. Se nel primo episodio tailandese la figura cinematografica era quella dello specchio, come forma di riconoscimento e di separatezza, qui il
regista fa emergere quella del labirinto entro
cui le povere protagoniste e gli spettatori con
esse si perdono nei meandri oscuri della propria psiche. Il terzo luogo di prostituzione
indagato è quello della “Zona” della città
messicana di Reynosa (al confine con il
Texas) ove le misere stanze del “piacere” si
apronosu strade buie e polverose. Il regista
vi ha colto un diffuso desiderio di morte, elemento dominante della cultura messicana.
Un’ interessante, ma diversa tipologia di “documentario di interviste” vienemessa in atto
dalla francese Yolande Zauberman che in
Would You Have Sex with an Arab? interroga
ragazzi arabi e israeliani, nei luoghi del divertimento notturno a Tel Aviv e Gerusalemme,
sui rapporti sessuali fra i rispettive gruppi etnici. La telecamera registra una varietà straordinaria di risposte, fra l’assertivo, l’imbarazzato, il divertito, il possibilista. Forse la strada
della convivenza e della pace passa attraverso
le vie della sessualità. Spiega significativamente la regista: “Mi hanno sempre affascinato le
frontiere che solcano l’intimo, gli amori tra
nemici che non si arrendono, le coppie che
nascono per questo. Quando si conoscono, si
conoscono come nessun altro. Illuminano il
mondo di una luce diversa”.
I pochi esempi che mi sono qui permessi dimostrano come le forme del cinema sono inesauribili, così come la realtà che esse tentano
di rappresentare nelle sue contraddizioni e
ambivalenze.
Flavio Vergerio
SETTIMANA INTERNAZIONALE
DELLA CRITICA
Anche nella ventiseiesima edizione della Settimana Internazionale della Critica, come era
accaduto per la precedente, è prevalsa una
scrittura attenta ad una quotidianità complessa e variegata, legata alla realtà odierna. I
protagonisti che affollano i racconti, firmati
da autori alla loro prima prova nel lungometraggio, sono spesso losers, solitari, personaggi che non necessariamente si trovano ai
margini della società, tuttavia vivono in bilico tra una presunta normalità e il disagio psi-
63
cologico, tra l’osservanza delle regole e l’illegalità.
Làs-bas (Italia/2011, 100’), di Guido Lombardi, è l’opera vincitrice del premio del pubblico Kino, oltre che del Leone del futuro.
Girato a Castelvolturno, il film narra di una
piccola comunità di immigrati. Prendendo
liberamente spunto dalla strage avvenuta nel
2008 in cui il clan dei casalesi uccise sei giovani clandestini, come atto deliberato di violenza razziale e monito sul controllo dei traffici illegali sul territorio, il regista napoletano costruisce un racconto dal punto di vista
del giovane Yussouf, un artista pieno di speranze, alla ricerca dello zio, che si ritrova,
dapprima a vendere fazzoletti, quindi esperto trafficante di droga. La mdp ne segue in
maniera quasi documentaria i primi passi in
Italia, per poi virare verso il noir.
Louise Wimmer (Francia/2011, 80’) di Cyril
Mennegun é il convincente ritratto di una cinquantenne clocharde suo malgrado, costretta a dormire nella propria automobile, unico
bene rimastole, a seguito di una separazione
dal marito,
Egregiamente interpretata da Corinne Masiero, Louise Wimmer è una donna forte, in attesa che le venga assegnata una casa. Pur essendo piena di debiti che ripaga poco alla
volta, non si lascia scoraggiare. Il suo corpo
invade lo schermo: colpiscono la durezza e
la severità con cui rifiuta di parlare della propria condizione, la determinazione nel riuscire a cavarsela da sola. Una regia sicura, che
ne racconta il percorso di discesa e di lenta
risalita in maniera discreta, mai invadente.
Un altro ritratto femminile viene messo in scena in Totem (Germania/2011, 86’), per la regia
di Jessica Krummacher. Fiona è una collaboratrice domestica e bambinaia assunta da una famiglia della Rühr, il cui arrivo sconvolge il già
precario equilibrio, scatenando pulsioni contrastanti e gelosie da parte dei suoi componenti.
Volendo raffigurare un “tranquillo e normale”
ritratto di famiglia borghese, nel tentativo di far
emergere alcuni aspetti deteriori di un gruppo
monolitico inattaccabile, capace di distruggere
e di espellere qualsiasi intruso tenti di farne
parte, il film ha l’ambizione dell’indagine antropologica. Con chiaririferimenti al Teorema
di Pasolini, anche se con un’opposta prospettiva, la regista con Totem, film di diploma alla
scuola di cinema di Monaco, mette in scena il
gioco al massacro che condurrà la giovane donna a sacrificarsi con un gesto estremo, senza
tuttavia la forza, tanto meno l’intensità e la corrosività di quella pellicola.
La terra outragée (tit. it. La terra oltraggiata, Francia-Germania-Polonia-Ucraina/2011,
105’) di Michale Boganim racconta della tragedia nucleare in Ucraina, seguendo i percorsi di due abitanti di Prypiat, un villaggio
poco distante da Chernobyl, il piccolo Valery e la giovane sposa, Anya, che festeggia il
proprio matrimonio,
È il 25 aprile 1986, poco prima dell’esplosione della centrale nucleare. Trascorsi dieci anni,
Film
in uno scenario apocalittico, entrambi i protagonisti fanno ritorno in quei luoghi abbandonati, il giovane in cerca di un passato, la donna è accompagnatrice di visite guidate.
Michale Boganin lascia che a parlare siano
le situazioni, i luoghi, soprapponendo alle
immagini di un “c’era una volta”, un immaginario bucolico, sereno, anche se già devastato dalla presenza della centrale, la visione
di un paesaggio spettrale, deserto, costruendo una narrazione intensa e struggente.
Lei, Ramona, cantante di un gruppo punk, lui,
Ray, attivista politico, disposto a combattere
per i diritti umani, insieme, decideranno di
compiere un atto esemplare: si tratta del messicano, El lenguaje de los machetes (tit. Il
linguaggio dei machete, Messico, 2011, 82’).
Diretto da Kyzza Terrazas, è un film estremo, come lo sono i suoi protagonisti, una
coppia di trentenni, frenetico, come lo è la
loro storia d’amore, quel loro rincorrersi, perdersi e ritrovarsi.
Bravi gli attori, Jessy Bulbo e Andrés Almeida nel dare corpo alle nevrosi che alimentano i due protagonisti, alla loro ostinata e cieca obbedienza ad una pulsione di morte, che
li condurrà in una via senza ritorno.
Ne El campo (Argentina, 2011, 82’), protagonista della vicenda è una giovane coppia
che si trasferisce insieme alla propria figlia
in una villa in campagna, un luogo ameno
che ben presto diventa inquietante e destabilizzante. Hernàn Belòn è l’autore di questa opera prima in cui gioca col genere, riuscendo a spiazzare, ridefinendo continuamente i confini e i tracciati del racconto horror e thriller.
Marécages (tit. it. Acquitrini, Canada/2011,
111’) si svolge nella campagna del Québéc,
dove la famiglia Santerre ha un allevamento
di bestiame. Jean e Marie, insieme al figlio,
Simon, lavorano tutti indefessamente per cercare un nuovo bacino d’acqua, che potrebbe
risollevare le loro sorti.
Ma alle difficoltà economiche, si aggiunge
un tragico incidente nel quale perde la vita il
padre. Guy Edoin dimostra di aver fatto propria la lezione dei fratelli Dardenne, per quella
capacità di osservare le tragedie che si consumano davanti alla mdp, di saper raccontare e restituire nel dettaglio attimi di verità, di
quella realtà autentica colta in una gestualità
ripetitiva, di riuscire a cogliere quell’asprezza che si riflette inevitabilmente nei comportamenti e nei rapporti tra gli esseri umani.
L’elaborazione del lutto, la difficoltà di sopravvivere alla perdita di un proprio caro, è
un tema che si ripresenta anche nel film fuori
concorso che ha aperto la sezione della SIC.
Stockholm Östra (tit. it. Stoccolma Est, Svezia/2011, 95’) si apre con un’imminente tragedia di due coppie i cui destini saranno inesorabilmente incrociati. Johan vive con la
propria compagna a Stoccolma nello stesso
quartiere dove vivono Hanna, il marito e la
figlia di nove anni. Un tragico incidente causerà la morte della piccola. Diretto da Simon
Tutti i film della stagione
Kaijser da Silva, autore di serie tv, alla sua
prima prova nel cinema, Stockholm Östra
mette in scena un dramma intenso, ben interpretato, dove forse una maggiore linearità alla
trama avrebbe giovato all’efficacia della vicenda.
A chiudere la sezione, presentato fuori concorso, Missione di pace (Italia/2011, 90’), una
commedia farsesca di Francesco Lagi.Il film
si svolge nella ex-Jugoslavia, dove un veterano militare, a caccia di un criminale di guerra, si troverà a confrontarsi col figlio, un pacifista convinto.
Luisa Ceretto
CONTROCAMPO ITALIANO
Consueto ‘viaggio in Italia’ nella sezione, tra
fiction e documentari, tra generi e sperimentazione. Vince meritatamente Scialla! – termine romano che significa ‘stai tranquillo –
bell’esordio dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Francesco Bruni (stretto
collaboratore di Paolo Virzì ma che ha lavorato più volte anche con Mimmo Calopresti),
che porta sullo schermo la vicenda di un irrequieto quindicenne e uno scrittore svogliato
che scrive le biografie degli altri (ora si sta
occupando di una famosa pornostar polacca
diventata produttrice di film hard) che scopre che il ragazzo è suo figlio. Con una scrittura solida e con attori particolarmente ispirati (non solo Fabrizio Bentivoglio e Barbora Bobulova ma anche l’esordiente Filippo
Scicchitano), uno sguardo alla commedia all’italiana, dove la deformazione però è umana con dentro anche un’euforia contagiosa.
C’era attesa anche per Cose dell’altro mondo, terzo lungometraggio di Francesco Patierno dopo il notevole Pater familias e Il
mattino ha l’oro in bocca con protagonisti
Diego Abatantuono, Valerio Mastandrea e
Valentina Lodovini. Le forme del grottesco
deformano la realtà di una cittadina Nord-est
dove gli immigrati spariscono all’improvviso dopo ‘l’invito ad andarsene’ fatto in tv da
parte di un rozzo industriale. Le basi per la
satira a sfondo sociale c’erano ma sono restate solo a livello teorico in un film incapace di spingere a fondo la propria dimensione
fantastica e anche la metafora politica è rimasta debole. Piuttosto grossolano è apparso Maternity Blues su quattro donne rinchiuse in un istituto psichiatrico giudiziario devastate dal senso di colpa per aver commesso l’infanticidio. Chiusura solo di facciata,
viaggio interiore dove invece i demoni privati sono fin troppo espliciti con un lampo
thriller nella sera della festa poi presto soppresso. In Qualche nuvola di Saverio Di Biagio si incontrano invece universi sociali differenti. Lui è un ragazzo cresciuto in un quartiere popolare all periferia di Roma che lavora duro in un quartiere edile ed è prossimo al
matrimonio. Il suo destino è così disegnato
fino a quando gli viene commissionato di restaurare la casa della nipote del suo capo che
64
vive nel centro storico. I Manetti Bros., con
L’arrivo di Wang esempio di ‘fantascienza
all’italiana’ chiusa in uno spazio ristretto
come il precedente Piano 17 dove un alieno,
giunto sulla terra per uno scambio con la razza umana, viene catturato dai servizi segreti
e sottoposto a un duro interrogatorio in cui è
coinvolta anche un’interprete di cinese. Tra i
protagonisti del film c’è Ennio Fantastichini. Sceglie invece la strada della commedia
sentimentale Ricky Tognazzi con Tutta colpa della musica su due amici che hanno superato i 50 anni diversissimi tra loro. Uno,
infelicemente sposato, ha un colpo di fulmine per una donna incontrata nel coro, l’altro
è un inguaribile dongiovanni. Sembra si sentire troppo la mano di Simona Izzo. La nostalgia del tempo perduto è solo di facciata e
la leggerezza rasenta l’inconsistenza. Con
Cavalli di Michele Rho infine si fa un salto
temporale e precisamente alla fine dell’800,
in un paesino degli Appennini, su due fratelli
legatissimi fra loro ma che hanno diverse
ambizioni. Tratto dall’omonimo romanzo di
Pietro Grossi, ha il respiro di un western rurale con una ricerca visiva nel dare forma alla
dimensione epica che non è mai banale.
Molto ricca poi la materia narrativa dei documentari presentati nella sezione. Si entra
nella lavorazione di Il villaggio di cartone
con il metodo Olmi durante le riprese in Un
foglio bianco di Maurizio Zaccaro, nel dramma privato attraverso le testimonianze di chi
ha vissuto personalmente le violenze nel blitz alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto a Genova nel 2001 in cui emerge soprattutto la figura di Muli in Black Block di
Carlo Augusto Bachschmidt, nelle speranze
e nello sfruttamento di un gruppo di immigrati che hanno dovuto pagare cifre enormi
per arrivare in Italia per poi lavorare in nero
e sottopagati in Io sono. Storie di schiavitù di
Barbara Cupisti, nel road-movie da Bergamo a Teano tra passato e presente di Piazza
Garibaldi di Davide Ferrario o in quello vibrante e sentito nel rapporto vivissimo tra
Catania e il panorama musicale (con Carmen
Consoli, Franco Battiato) nell’ottimo Andata e ritorno di Donatella Finocchiaro, nella
lotta collettiva e nel cambiamento nel corso
del tempo di un gruppo di operai della Vinyls
in cassa integrazione che ha occupato il carcere dell’Asinara in Pugni chiusi di Fiorella
Infascelli, nella fuga dei tre ragazzi e il professore in fuga dall’Iran in Out of Tehran di
Monica Maggioni, nella memorie di alcuni
bambini del meridione ospitate da famiglie
del Centro-nord subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale in Pasta nera di Alessandro Piva.
Tra i cortometraggi infine, per qualità e continua ricerca visivo-sonora, spicca su tutti Eco
da luogo colpito di Carlo Michele Schirinzi,
in cui un vecchio opificio sembra riprendere
vita attraverso i suoi rumori e i suoi suoni,
come un respiro che ricomincia a riavviarsi.
Simone Emiliani

Documentos relacionados