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Domenica
La
di
DOMENICA 6 MARZO 2005
Repubblica
l’inchiesta
Gemelli, istruzioni per l’uso
MARIA NOVELLA DE LUCA e JENNER MELETTI
le storie
Francia, il ritorno del lupo cattivo
PIETRO DEL RE
La nuova
vita
di Elián
OMERO CIAI
«C
CÁRDENAS (Cuba)
aro Comandante, desidero che si ristabilisca bene, che si curi molto il suo ginocchio
malato. Mi è piaciuto assai il suo messaggio
al popolo e l’aver saputo che sta meglio ha
rallegratome,lamiafamigliaeimieifratellini».Oppure:«Desideroringraziarla per il tempo e l’impegno che dedica al successo della Rivoluzione, riceva un forte abbraccio da suo nipote che l’ama tanto». E
ancora: «È stato davvero emozionante per me incontrarla nel giorno
del compleanno, spero che abbia ancora tanto tempo da dedicare a
tutti noi piccoli pionieri cubani». Le pagine del Granma, organo del
Partito comunista di Cuba e insieme a Juventud Rebeldeanche l’unico giornale che si pubblica con regolarità nell’isola, riportano tutte le
settimane queste letterine al Comandante en Jefeche il bambino Elián
Gonzalez — undici anni lo scorso 6 dicembre — scriverebbe dal suo
banchetto della scuola “Marcelo Salado” di Cárdenas. E, come fosse-
ro quelli di un capo di Stato, gli auguri del ragazzino vengono letti anche in tv durante il telegiornale.
Il piccolo ossequia tutti gli anniversari e benedice gli innumerevoli discorsi dell’anziano dittatore. Se è davvero la sua manina a vergare le pagine o se esse siano il frutto dei soliloqui mitomani di Fidel
Castro, che le detta nottetempo al giornale del partito, è impossibile da sapere. Cinque anni dopo il suo ritorno a Cuba, Elián è ancora
un bambino blindato. La sua maestra non è autorizzata a parlarne.
I suoi compagni di classe neppure. Lui si muove soltanto scortato.
Perfino nel breve tratto di strada da casa a scuola Elián non è mai solo. Un agente veglia intorno al collegio: non si possono fare foto, né
aspettare sulla porta. A guardarlo da vicino, nella sua uniforme da
pioniere, camicia a maniche corte bianca e fazzoletto rosso al collo,
si nota che ha perso l’aria sbarazzina e innocente di quando giocava con Mickey Mouse a Disneyland. Ora è un ometto e siccome l’unico compito dei ragazzini cubani è quello di «assomigliare al Che
Guevara», anche lui ha preso il ghigno serioso dell’adolescente che
ha sulle spalle l’avvenire del mondo.
(segue nella pagina successiva)
cultura
In viaggio con la musica di Dylan
SAM SHEPARD
spettacoli
Cochi e Renato, amici da ridere
PINO CORRIAS e ANTONIO DIPOLLINA
l’incontro
Erica Jong: la prossima sfida delle donne
SILVANA MAZZOCCHI
FOTO JOSE GOITIA / AP
Cinque anni dopo,
il bambino dei
miracoli conteso
tra Cuba
e Stati Uniti
è diventato il simbolo
della rivoluzione
dell’ultimo Fidel
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
la copertina
Protagonisti dimenticati
Cinque anni dopo il salvataggio in mare e il braccio di ferro
tra Cuba e Stati Uniti che ne seguì, l’undicenne
Elián Gonzalez è diventato un simbolo del lungo
autunno del castrismo. Vive a Cárdenas una vita
da ostaggio privilegiato e spesso accompagna
il “líder maximo” nelle cerimonie ufficiali
Il prigioniero della rivoluzione
(segue dalla copertina)
rotagonista inconsapevole
di uno storico e brutale braccio di ferro tra il lìder maximo
e la comunità dell’esilio anticastrista di Miami, Elián, il
balserito, venne trovato nell’oceano da due pescatori americani,
Sam Cianco e Donato Dalrympe. Era
un Thanksgiving, giorno del Ringraziamento, 25 novembre 1999. Legato ad
un copertone Michelin, da due giorni
alla deriva, «miracolosamente vivo»,
Elián era ciò che restava di un ennesimo tentativo di fuga annegato nello
Stretto della Florida. Sua madre, Elizabeth Broton, era morta insieme al suo
compagno e altre 14 persone, nel naufragio della zattera sulla quale erano
partiti da Cuba quattro giorni prima. A
Miami, il bambino venne consegnato
ai suoi zii, Lazaro e Delfin, e a sua cugina Marisleysis. Ma suo padre Juan Miguel era rimasto a Cárdenas con la nuova moglie e due figli. Il piatto per la rissa era servito. Marisleysis, Lazaro e Delfin chiesero la custodia legale del piccolo, sostenuti da tutta la comunità
dell’esilio. Juan Miguel la restituzione,
appoggiato da Fidel Castro e da tutto
l’apparato di propaganda del regime.
Narra la vulgata popolare, che furono
i babalao, i sacerdoti della Santeria, a
trasformarlo in un prodigio. Quell’anno, nell’oroscopo religioso che i santeri
formulano ogni dicembre tirando a terra quattro pezzi di noce di cocco, Elián
venne proclamato
reincarnazione del dio
Eleguà. Per questo doveva tornare a casa. Se
restava a Miami, ossia
in esilio, Fidel Castro
sarebbe presto caduto. Se invece fosse tornato, il caballo dell’Avana sarebbe diventato eterno. Da una parte e dall’altra dello
Stretto presero così sul
serio la profezia dei babalao che Elián venne
restituito al legittimo
padre soltanto dopo
sette mesi di scontri legali, manifestazioni,
proteste, svenimenti e
messe nere in una
escalation di emozioni
forti nel corso della
quale tutti riuscirono a
dare il peggio del bagaglio storico-culturale
di due collettività separate
da
cinquant’anni di pubblica avversione.
P
Il museo dei cimeli
Non lontano dalla
scuola di Elián a Cárdenas c’è il suo museo. Una sala della
vecchia caserma dei
pompieri ospita i ricordi di quei mesi di battaglia nazionale. All’ingresso, una piccola statua
di bronzo del ragazzino nell’atto di
gettare a terra un bambolotto che
sembra Superman, il suo banco di
prima elementare, penna e quaderno
dell’epoca, video. Sui muri foto, manifesti e lettere. Una, firmata da una
bimba undicenne, dice: «Elián, conserva la fiducia nella tua patria, in noi
che siamo qui, abbi fiducia nel tuo
Comandante, non ti abbandoneremo là». Maria, l’unica persona che
stamattina sembra aver voglia di parlare di questa storia, dice che in fondo tutti a Cárdenas sono contenti del
ritorno di Elián. «Soprattutto gli altri
bambini della scuola. È la più bella di
tutta la zona, la ridipingono tutti gli
anni. Eppoi la torta, l’immensa torta
che porta Fidel Castro al compleanno
di Elián». Il comandante viene a tutti
i compleanni? «Oh certo — dice Maria — non se ne perde uno».
Dopotutto Cárdenas è una cittadina fortunata perché è la porta di Varadero, la più bella e la più famosa
delle spiagge di Cuba. Tutti quelli che
ci abitano hanno a che fare col turismo e, dunque, con le mance in dollari. Lavorare negli alberghi e nei ristoranti di Varadero è il mestiere più
diffuso a Cárdenas. Proibita ai comuni mortali cubani che non ci possono
entrare per nessun motivo, quella
spiaggia double face, con i due lati sul
mare, è la mecca dei turisti e della nomenclatura del regime. Anche Juan
Miguel, il padre di Elián, lavorava lì.
Portiere d’albergo. Per questo era
iscritto al partito. La tessera è la chiave per trovare un impiego sulla striscia di sabbia più vip dell’isola.
Il museo Elián di Miami è meno ufficiale. Ci arriviamo inseguendo una vec-
chietta che si ferma, si fa il segno della
croce, e riparte. Qui il museo sta nella casa dove visse, dietro la calle Ocho, nella
“piccola Avana”. Di certo apre soltanto
la domenica, poi anche qualche pomeriggio non specificato, dipende dai volontari. Tra le reliquie: il letto, i giocattoli, gli orsetti di peluche. Una foto del
bambino arrotolato nella bandiera
Avevano detto
GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ
A Miami lo stanno rovinando
A nessuno sembra importare a Miami il
danno che stanno causando alla salute
mentale di Elián con metodi di sradicamento culturale cui lo sottomettono.
Nella festa per i suoi sei anni, compiuti
lo scorso 6 dicembre nella “casa-prigione” degli zii in Florida, i suoi interessati anfitrioni lo hanno fotografato con un
elmetto in testa, circondato di armi e avvolto nella bandiera degli Stati Uniti, poche
ore prima che un bambino della sua età uccidesse con una pistola una compagna di classe
in una scuola del Michigan.
(da El Paìs, 19 marzo 2000)
FOTO REUTERS
OMERO CIAI
MARIO VARGAS LLOSA
Sarà il paggetto di Castro
Quale sarà il destino di Elián a Cuba non
è difficile da immaginare. Il bimbo prodigio sarà oggetto del fascino popolare,
e diventerà il paggetto del regime. La
sua fotografia, sorridente tra le braccia
del Comandante deliziato, farà il giro
del mondo... Nella sua bellissima casa
con piscina, Elián avrà l’impressione
che a Cuba si vive con più comodità e
opulenza che a Miami e si divertirà moltissimo quando, durante le sfilate, dalla tribuna
d’onore, i manifestanti lo saluteranno gridando il suo nome.
(da El Paìs, 30 aprile 2000)
CERIMONIE UFFICIALI
A destra Elián Gonzalez insieme con Fidel Castro
e il suo fratello minore Yani alla cerimonia
del cinquantunesimo anniversario dell’attacco
alla Moncada. In alto, un manifesto sui muri
dell’Havana inneggia al ritorno
in patria del “bambino dei miracoli”
americana e un manifesto con il volto di
sua madre e una scritta nera che dice: «I
dittatori muoiono, le madri mai».
Marisleysis, la giovane cugina che l’aveva scambiato per un figlio venuto dal
cielo e che svenne davanti alle tv quel
giorno d’aprile quando gli agenti inviati dal ministro della Giustizia Janet Reno irruppero all’alba nella casa per
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
IL NAUFRAGIO
Il giorno di Thanksgiving del 1999,
due pescatori trovano un bimbo di
sei anni: sua madre è morta
insieme a 11 profughi cubani
LA BATTAGLIA LEGALE
Il bimbo viene adottato a Miami
dalla cugina Marisleysis ma suo
padre da Cuba ne chiede la
restituzione
L’IRRUZIONE
Il 22 aprile 2000 agenti inviati da
Janet Reno entrano nella casa degli
zii e prendono Elián per
riconsegnarlo al padre
IL RITORNO A CUBA
Il 28 giugno 2000, dopo l’ultima
sentenza in favore del padre del
bambino, Elián torna a Cuba.
Miami è in lutto
prendere il bambino e riconsegnarlo al
padre, oggi fa la parrucchiera. Giusto all’incrocio tra l’ottava e la settantottesima c’è il “Salon Marisleysis”, il locale
dove lei pettina le signore della Miami
cubana. Sull’affaire che la rese famosa
ha timidezza e riserbo. «È passato. È finito — dice — , conservo i ricordi nel
mio cuore ma guardo avanti». «L’im-
portante — aggiunge — è che sia vivo.
Un giorno ci incontreremo di nuovo.
Magari andrò a trovarlo, sono certa che
si ricorderà bene di me». Poi confessa
che lo ha visto spesso in tv da quando è
a Cuba. E che le sembra triste. «Con
un’espressione sempre troppo seria».
Suo padre Lazaro, che divenne un
eroe di Miami quando si rifiutò di ri-
spondere alle ingiunzioni di Janet Reno, ha finalmente trovato lavoro. Vende auto. Lo zio Delfin, invece, l’unico
benestante in famiglia, è tornato all’azienda di pesce. Import export. Dopo
averli osannati, Miami li ha presi un
po’ per matti, tre sconfitti di cui meno
si parla meglio è.
Nella calle Cosio, quartiere della
Marina, cinque anni dopo nulla sembra cambiato. Elián vive con il padre e
i nonni in una casa abbastanza modesta. Solo l’agente al portone e la pittura
fresca permette di individuarla a colpo
d’occhio tra le altre. Qualche vicino invidioso dice che hanno anche il frigo
nuovo e la tv più grande di quelle che di
solito consegna lo Stato. D’altra parte
Bimbo dei miracoli
e padri-fantasma
CARLOS FRANQUI
lián galleggiava sulle acque dentro alla camera d’aria della ruota di un camion, a cui
lo aveva legato sua madre prima di morire
per salvarlo dal naufragio, con un pupazzetto e
un giubbotto salvagente. Il bambino stava giocando con i delfini, che avevano allontanato gli
squali, quando, dopo due giorni sotto un sole
impietoso, fu trovato da un peschereccio americano, senza le bruciature e le piaghe tipiche di
quelli che fuggono da Castro. L’incredibile apparizione di Elián lo trasformò nel niño de los
milagros, il bambino dei miracoli. Riuniti all’Avana, i santeros cubani affermarono che se
Elián, l’Elegúa, il dio che apre le porte e le strade
nelle religioni afrocubane, fosse rimasto a Miami, Castro sarebbe caduto.
Castro, un tiranno superstizioso a dispetto
del suo “marxismo”, stabilì che Elián doveva essere recuperato e diede il via alla contesa legale,
in nome della patria potestà del bambino dei
miracoli. A nulla valsero il sacrificio della madre
martire, né i validi argomenti dei suoi parenti di
Miami, che facevano notare che a Cuba la patria
potestà non esiste, che tutti i bambini sono sotto il controllo dello Stato e vengono trattenuti
come ostaggi quando i genitori viaggiano all’estero per missioni ufficiali. O che esistono norme giuridiche internazionali secondo cui un
giudice, se non c’è un genitore che possa garantire la patria potestà, ha la facoltà di nominare
un tutore anche in un altro paese.
Nel 1960, la fuga di notizie su un decreto di Castro che sopprimeva la patria potestà provocò
un tale sconcerto che fu ritirato. La reazione di
Castro fu quella di sostituire i magnifici Jardines
de infancia con i Cìrculos infantiles, nonché di
organizzare un gigantesco piano di borse di studio nelle case abbandonate dai ricchi, compresi i bambini contadini dell’isola, strappati all’ambito familiare e mandati a studiare nella capitale, e di fondare i circoli dei Pionieri comunisti. Questi provvedimenti segnarono la fine della patria potestà e dei nuclei familiari.
Chi si incaricò di rappresentare il governo
cubano nel caso Elián? L’avvocato Gregory B.
Craig, dell’influente studio legale Connolly, di
Washington. Craig era stato assistente legale
del Dipartimento della giustizia, di quello di
Stato e di quello del Tesoro, del direttore della
Cia e di Edward Kennedy. Nel 1988, Craig riuscì a far assolvere il presidente Clinton dall’accusa di aver mentito sulla sua relazione sessuale con Monica Lewinski, un caso che mise
in pericolo la sua presidenza. La nomina di
questo avvocato clintoniano, in ottimi rapporti con l’establishment statunitense, fu decisiva
per il rinvio di Elián a Cuba.
In molte occasioni, Clinton aveva teso una
mano amica a Castro: al tempo della ribellione
giovanile del 1994, il cosiddetto Maleconazo che
provocò una fuga collettiva, le navi da guerra
Usa raccolsero in mare oltre centomila profughi
alloggiandoli nelle prigioni di Guantánamo e rimandandone molti da Castro; poi ci fu il prezioso regalo dei 25mila permessi di residenza annuali, che alimentano la speranza di milioni di
Cubani di andarsene da Cuba; infine permise,
senza muovere un dito, che l’aviazione castrista
abbattesse in acque internazionali i pacifici piloti con cittadinanza yankee di Hermanos al rescate, che si occupavano di salvare dalle acque i
cubani in fuga da Castro.
L’assalto della polizia alla casa della famiglia
di Elián, disonore della giustizia americana, fu
immortalato in una foto drammatica che mostra un gendarme con la mitragliatrice in mano,
puntata sul bambino terrorizzato. Il padre di
Elián, che non andò a Miami a vedere suo figlio,
da buon fariseo ha avuto da Castro il suo premio
burocratico, mentre Elián, dopo quattro anni di
indottrinamento e lavaggio del cervello, compare di tanto in tanto insieme al Comandante —
lo accompagnava in occasione della sua recente caduta — e in altri casi legge testi ufficiali.
Gli capiterà di avere incubi in cui compare sua
madre che lo salva prima di scomparire nelle acque turbolente della corrente del Golfo?
(L’autore è ex direttore di Revolución.
Traduzione di Fabio Galimberti)
E
FOTO CRISTOBAL HERRERA/AP
DA SINISTRA: FOTO AP, ANGELO M. RUMBAUT/NOTIMEX, CORBIS/CONTRASTO
DOMENICA 6 MARZO 2005
Juan Miguel è un parlamentare. Dopo
il ritorno di Elián, suo padre è stato nominato deputato — le elezioni a Cuba
sono per liste uniche e chiuse presentate dal governo — e ha ricevuto premi
e medaglie. Lui e il bambino sono presenti, accanto a Fidel, in tutti gli appuntamenti importanti, salgono e
scendono dalle tribune d’onore. Juan
Miguel dice che Elián ha dimenticato
sua madre e tutta l’avventura che fu costretto a vivere. Che è un bimbo normale e felice. Che è scortato perché «la
Mafia di Miami potrebbe cercare di sequestrarlo un’altra volta».
Sempre in prima fila
I vicini sono più scettici. Dicono che
non esce mai di casa. O meglio esce, ma
oltre che per recarsi a scuola o in palestra a lezione di karatè, esce solo quando arriva il corteo delle tre Mercedes
nere. Quelle che portano Castro o sua
moglie. La signora Dalia, sposa del Comandante, è diventata una intima del
piccolo. E, come suo marito, che lo vezzeggia come un giocattolo portafortuna, se lo porta dietro dappertutto. Infatti il bimbo non si perde una inaugurazione né una festa patriottica. Sempre in prima fila, con la bandierina cubana in mano, sopporta stoicamente
le asfissianti recite ufficiali.
Osservandola con la distanza del
tempo, sostiene lo scrittore Norberto
Fuentes, un ex agente dei servizi segreti castristi, la vicenda del bambino conteso ha provocato due fenomeni opposti all’Avana e a Miami. In Florida, la
sconfitta ha spazzato via la leadership
pura e dura dell’esilio, tanto che oggi
l’82 per cento dei cubani rifugiati considera l’atteggiamento prevalente tenuto
nel “caso Elián” una catastrofe politica.
Mentre all’Avana ha fatto emergere una
nuova generazione di fedelissimi del
Comandante — li chiamano «i talebani» — che, intransigente e messianica,
ha fatto polpette dei dirigenti riformisti,
da Roberto Robaina a Carlos Lage, ormai definitivamente nell’ombra.
Quando i tribunali americani,
com’era inevitabile sulla base delle
leggi internazionali, diedero ragione al
padre del balserito, Fidel Castro promise che non l’avrebbe trasformato in
un «bottino di guerra». Evidentemente non è andata così. E non solo per il libro, Elián in patria, 32 pagine, costo un
peso, che venne stampato in tempo record per festeggiare la vittoria legale.
D’altronde è pur vero che la vita quotidiana a Cuba è dura per tutti i bambini,
una corsa ad ostacoli nel bombardamento ideologico. Non solo debbono
«assomigliare al Che» (“Pionieros por el
comunismo, seremos como el Che”, è la
preghiera mattutina di tutti gli scolari),
sono costretti anche, almeno una volta all’anno, a sceneggiare l’assalto alla
Caserma Moncada — il primo atto fallito dell’avventura castrista nel ’53 —,
l’invasione della Baia dei Porci o la
guerriglia nella Sierra. Così il culto della personalità, praticamente assente
nella propaganda ufficiale dell’isola,
esplode nei libri di testo per i ragazzini.
Una poesiola che tutti gli alunni imparano a memoria si intitola «Fidel barbuto arriva sempre per primo», e dice
così: «Fidel leggero nei suoi stivali da
guerrigliero. Così a Oriente come a Occidente, nelle ore buone o in quelle cattive: Fidel è presente, nel lavoro come
in mezzo ai proiettili».
«Ero terrorizzato — racconta adesso
Mario Garcia Joya, direttore della fotografia del miglior film cubano degli anni Novanta, Fragole e cioccolato, in esilio da qualche anno — quando mia figlia tornava a casa canticchiando quei
ritornelli apologetici. Non potevo fare
nulla perché a Cuba la patria potestà
non esiste. L’educazione dei bambini
appartiene allo Stato e alla Rivoluzione. Poi, per fortuna, quando sono riuscito a scappare e l’ho portata a scuola
in Messico, mi sono accorto che quell’apparato ideologico è talmente banale e inutile che scompare in un attimo dal cervello dei bambini. E oggi mia
figlia tredicenne non si sognerebbe
neppure per un attimo di chiamare Fidel Castro “Papà”, come fanno sempre
tutti i bimbi di Cuba».
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
l’inchiesta
Per i genitori l’arrivo di due o più figli in contemporanea
“è come percorrere una strada in salita, si arranca
subito, ma il panorama è bellissimo”. A Torino,
un progetto dell’Università e un’associazione di mamme
e papà lavorano per aiutare quelli che affrontano
questa stupenda fatica
Consigli utili
Gemelli, istruzioni per l’uso
E
JENNER MELETTI
TORINO
ccoli qui, al quarto piano del distretto
Asl 8, i “genitori speciali”. Facendo i salti mortali (nelle loro case sono stati precettati nonne e nonni, zie o baby sitter)
riescono a trovarsi per discutere del “problema”
che li accomuna: i figli gemelli. Basta guardare in
faccia la signora Luisa, che i gemelli (un maschio e
una femmina) li ha ancora nella pancia ed è venuta all’Asl per sapere cosa le succederà fra un paio di
mesi, per capire che la questione è davvero seria. «I
mie due tsunami, cioè Marco e Mario, hanno due
anni e si picchiano da mattina a sera. Si strappano
i capelli, si mordono… Che posso fare?». «Per i primi sei mesi sono impazzita. Tutto il giorno ad allattare con il seno e con il biberon, e non ricordavo più
a chi avevo dato il latte mio o quello artificiale. Ho
dovuto mettere un taccuino vicino al letto e prendere appunti». «Anche noi abbiamo un diario. Giulio ha mangiato e ha dormito due ore, Massimo non
ha mangiato. Se non fai questo, quando Massimo
piange non puoi sapere cosa può avere». La signo-
ra Luisa si stringe la pancia e osserva. Gli altri cercano di farle coraggio. «Non si spaventi. Avere due
gemelli è comunque una cosa bellissima. Le raccontiamo cosa succede così è pronta a tutto».
Vita da gemelli, dall’utero all’asilo, dalla materna all’università. L’inglese sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin, già nel 1875 definiva i gemelli monozigoti «lo stesso essere in due». Il francese
Renè Zazzo ha studiato a lungo il “paradosso dei gemelli”, secondo il quale «due monozigoti cresciuti
insieme, e pertanto con Dna e ambiente condiviso,
hanno tratti di personalità molto differenti, mentre
se vengono cresciuti in ambienti diversi tendono a
sviluppare aspetti simili». Qui a Torino – caso unico in Italia – si fanno convegni per studiare Galton
e Zazzo, e soprattutto si mettono forze in campo
per «prevenire – questo il Progetto Gemelli della Regione e dell’Università – eventuali disagi psicologici attraverso percorsi formativi e informativi». Il
linguaggio è burocratico, ma la sostanza è chiara:
dare risposte alla signora Luisa e alle altre come lei
che, durante la prima ecografia di controllo della
gravidanza, hanno visto che il medico faceva una
faccia strana e poi chiedeva: «Per caso, signora, nella sua famiglia ci sono dei gemelli?».
Il panico dei primi mesi
Anche la signora Patrizia Rossini, cinque anni fa, ha
visto «il dottore che girava sulla mia pancia con la
sonda, muto come un pesce e con l’aria preoccupata». La signora oggi è presidente dell’associazione “Il
mondo dei gemelli” che ha un motto che è tutto un
programma: «Essere genitori di gemelli è come percorrere una strada in salita; si comincia ad arrancare
da quando vengono al mondo… e anche prima, ma
il panorama è bellissimo». I suoi Michele e Tommaso hanno compiuto quattro anni e la signora comincia a respirare. «Sono riuscita ad allattarli entrambi,
ma devo dire che è stato abbastanza faticoso: 6 – 8 ore
di poppate al giorno, e lì nessuno ti può sostituire. E
poi ci sono i ruttini, i rigurgiti, i singhiozzi, i bagnetti,
i cambi di pannolini – 3.500 euro per i primi due anni
– le lavatrici, le ninne nanne, le “gite” con il passeggino doppio che costa 650 euro. Non hai certo il problema di pensare al tempo libero. Dopo la fatica, il panico. Tutti e due cominciano a camminare e ne trovi
uno che si arrampica sulla libreria e l’altro che scappa verso le scale? Ma in qualche modo, con marito,
nonne e nonni te la cavi. I problemi seri sono altri. Ci
vuole qualcuno che ti insegni come tirare su questi
bambini speciali, che ti dica se debbono essere man-
dati all’asilo assieme o divisi, se debbono essere vestiti allo stesso modo, se debbano o no fare coppia fissa. Noi abbiamo trovato queste risposte nel dipartimento di psicologia dell’università, e l’anno scorso
abbiamo costruito questa associazione di genitori
che attraverso un sito Internet (www.ilmondodeigemelli.it) vuole diffondere queste informazioni. Per
guardarci in faccia, e per discutere, ci troveremo dal
23 aprile, per tre giorni, a Montaione di Firenze».
Cristina Cannone e Ivano Bosi sono i genitori di Rebecca e Davide, cinque anni, e di Ludovica, 12 anni.
«Avere due gemelli – raccontano – non è come avere
due figli: è qualcosa in più. Tutto succede in simultanea. Quando Ludovica piangeva, ti occupavi di lei,
l’abbracciavi e la consolavi. Con Davide e Rebecca vai
in crisi perché se ti occupi dell’uno ti senti in colpa con
l’altro. L’associazione ci ha dato un aiuto importante: noi non abbiamo mai chiamato “i gemelli” i nostri
figli e, salvo qualche tutina nei primi mesi, non li abbiamo mai vestiti uno uguale all’altra».
Non solo i genitori hanno bisogno di suggerimenti. «Alice e Gaia, le mie bambine – scrive Silvia nel sito
dell’associazione – sono eterozigote e inoltre io le
pettino e le vesto in modo diverso. Nonostante questo a scuola nessuno è in grado di distinguerle. Loro
FILIPPO E GREGORIO hanno quattordici mesi
ELENA ED EDOARDO sono nati il 26 gennaio. Qui sono in braccio alla mamma Ilenia
DAVIDE E REBECCA hanno cinque anni
TOMMASO E MICHELE hanno quattro anni
L’esperta.Rispettate
la loro unione speciale
ma fateli sentire unici
MARIA NOVELLA DE LUCA
icordo due fratellini gemelli che ho seguito dai cinque ai sette anni. La loro
complicità arrivava al punto che spesso prima di addormentarsi cercavano di “mettersi d’accordo” sui sogni. Sceglievano una storia, un
personaggio dei fumetti, e speravano di sognare
la stessa cosa. Ricordo anche che quando uno dei
due si ruppe una gamba, l’altro giocando faceva
finta di zoppicare. I gemelli hanno un’intimità
speciale, un’intesa speciale che li rende praticamente autosufficienti. Ai genitori tocca il difficile
compito di rispettare questa intesa impedendo
che diventi una chiusura verso il resto del mondo». Alla “gemellarità” Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza di
Roma, ha dedicato anni di studi e ricerche».
Iniziamo dai “primi giorni”: due neonati da
accudire in simultanea.
«R
«Questa è la fase più faticosa ma non la più difficile. Il consiglio, il più banale, è quello di farsi
aiutare. La solitudine è la peggior nemica delle
donne che hanno appena partorito, alle prese
con mille nuove ansie e mille nuovi problemi,
che di fronte ai gemelli vengono moltiplicati per
due. Fin dai primi giorni è fondamentale però dividere l’affetto. Faccio un esempio: se la madre
decide di allattare, è bene che mentre ne allatta
uno tenga l’altro vicino, accarezzandolo, facendolo partecipare comunque all’evento».
I gemelli, si dice spesso, si sentono una “coppia speciale”. Ma considerarli sempre un’unica
entità non è uno degli errori più frequenti?
«Sì, è uno dei problemi più comuni. Quante
volte sentiamo dei genitori definire i propri figli “i
gemelli” invece che chiamarli con i loro nomi?
No, i bambini devono essere differenziati. È im-
DOMENICA 6 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
10
Sono dieci i gemelli nati in
Spagna nel 1924, in Cina nel
’26 e in Brasile nel ’46, ma non
ci sono conferme. Il record
ufficiale spetta invece a una
donna australiana che nel ’71
ha avuto 9 gemelli
5.600
Secondo l’Istat, ogni anno in
Italia ci sono circa 5.600
gravidanze gemellari e 280
trigemine. Molti di questi
gemelli non sono identici,
perché a differenza dei
monozigoti nascono dalla
fecondazione di ovuli distinti
vengono chiamate “le gemelle” ed io ovviamente sono “la mamma delle gemelle”. Nessuno dice: “Alice
vieni qui”, ma “gemella vieni qui”. E se chiedo alla
maestra se Alice ha mangiato o Gaia è andata in bagno, la risposta è: “una sì, l’altra no”». Questi sono gli
anni in cui gli errori possono provocare, nella formazione della personalità, danni gravissimi. «Per entrare nel mondo dei gemelli – spiegano la professoressa
Liana Valente Torre e le sue assistenti Susanna Cameriere e Barbara Barettini, del dipartimento di psicologia – occorrono delicatezza e tanta conoscenza.
Si dice: i gemelli si somigliano come due gocce d’acqua, e questo è vero solo perché nessuna goccia d’acqua è uguale all’altra. Certo, fra di loro c’è una relazione di coppia davvero speciale. Nessuno di noi, nati da soli, può trovare una persona che ci capisca subito, completamente, intimamente. A loro basta uno
sguardo, oppure un gesto, una parola o un silenzio
che noi non comprendiamo e che chiamiamo “criptofasia”, una sorta di linguaggio segreto fra gemelli».
Il sostegno alle famiglie
Le psicologhe insegnano – nei consultori del
Sant’Anna e del Regina Margherita, nelle riunioni
alle Asl, negli incontri dell’associazione genitori –
che la coppia di gemelli è speciale, ma non è «sacra». «La tensione alta è un segnale di allarme. Meglio dividere la coppia, almeno in qualche momento. Uno dei bambini, qualche notte, può dormire dai nonni. La separazione a scuola aiuta a
rafforzare la propria identità. Cari genitori, non
abbiate timore. I gemelli non potranno stare assieme per sempre. A 15 anni ognuno cercherà
strade diverse, alla ricerca di una professione o di
un amore. E per loro tutto sarà più difficile, se fino
ad allora saranno vissuti in simbiosi. La coppia
chiusa può portare all’infelicità».
G. e S. sono gemelle di 12 anni che hanno girato tutta l’Europa e non ricordano nemmeno il nome della capitale francese. «Le abbiamo incontrate ed abbiamo capito perché. Le ragazzine, a
Parigi o a Londra, pensano soltanto a sorvegliarsi reciprocamente, a guardare se stesse specchiandosi nell’altra. Non si accorgono nemmeno
di essere in un museo». La separazione, quando
non è collaudata, provoca drammi. B., 20 anni, si
interroga con angoscia. «Ho cercato di fare le cose che mia sorella non faceva, per essere diversa
da lei, perché avevo bisogno di essere percepita
dagli altri diversa da mia sorella, non confusa con
lei. Ma cosa sono oggi? Solo un insieme di negazioni?». D., 24 anni, ha vissuto assieme alla gemella G. fino ai 19 anni. «Quando arrivavo a Torino in treno, i primi giorni, avevo spesso la sensazione di avere dimenticato qualcosa a casa, anche
se poi mi accorgevo che non era così. Camminando da Porta Nuova all’università mi succedeva, ogni tanto, di voltarmi al mio fianco, istintivamente, come per cercare con lo sguardo la figura
di G., e nel trovare il vuoto provavo delusione e solitudine». «Fra i gemelli – dicono al dipartimento
di psicologia – ci sono sistemi di comunicazione
che ancora non abbiamo compreso. Una signora
in attesa di partorire ha detto alla gemella che comunque mancavano almeno dieci giorni. L’altra,
la notte, ha sentito un dolore simile alle doglie. Ha
chiamato la gemella ed ha saputo che era in sala
parto all’ospedale. C’è chi fa gli stessi sogni. Per
capire cosa succede davvero, dovremo studiare
meglio la genetica».
A volte i gemelli prendono strade diverse ma la
“coppia speciale” non si spezza. Margherita ed
Elisa Bottero, 26 anni, si sono laureate la prima in
psicologia e l’altra al Dams. «Siamo state a scuola
assieme – dice Margherita – dall’asilo alle ele-
mentari. Poi abbiamo scelto scuole diverse. Non
siamo monozigote e questo ci ha aiutato. Ma siamo comunque gemelle. E fra noi, quando ci incontriamo, c’è un legame che è difficile spiegare.
Siamo diverse, io sono introversa, lei estroversa.
Io amo la logica e la matematica, lei l’arte e il teatro. Ma abbiamo bisogno di stare assieme spesso
con l’unico scopo di stare assieme, anche in silenzio. Ho preparato la tesi confrontando l’intelligenza dei bambini nati singoli ed i gemelli. Anch’io penso che le coppie di bambini debbano
avere momenti di separazione. Solo così possono
crescere senza preoccuparsi soltanto di essere diversi dal co – gemello».
Nessuno riesce a dimenticare di essere venuto al
mondo come «lo stesso essere in due». «E allora – dice la professoressa Liana Valente Torre – c’è chi è felice perché l’altro è riuscito a fare quelle cose che lui
non è riuscito a realizzare e che sono l’altro aspetto
di sé. Rita Levi Montalcini era felice perché la gemella Paola aveva successo nel mondo dell’arte e
Paola era felice perché Rita aveva scelto la biologia
ed aveva ricevuto il Nobel. In loro la “coppia” ha resistito fino alla fine. “Io sono morta - mi ha detto Rita Levi Montalcini – quando è morta mia sorella”».
FOTO ALESSANDRO TOSATTO/CONTRASTO
SARA ED ENRICO hanno otto anni
ALESSIO E STEFANO hanno due anni e mezzo. Nella foto sono con il papà
MARGHERITA ED ELISA (26 anni), hanno un hobby in comune: cucinare dolci
LORENZO E FABRIZIO amano ascoltare la musica e suonare l’armonica. Hanno cinque anni
portante non vestirli nello stesso modo, regalargli giocattoli diversi, non dargli nomi che evochino assonanze, tipo Pietro e Paolo, Marina e Martina, se sono omozigoti e veramente uguali i genitori devono sforzarsi di trovare delle particolarità per non confonderli troppo spesso. È importante che ogni tanto la madre o il padre escano a
turno con uno dei due, facendolo cioè sentire
“unico” almeno per quel momento. A scuola l’ideale è che frequentino classi diverse, o che almeno siano seduti in banchi diversi. Sempre rispettando però la loro gemellarità».
In che senso?
«Rispettando quell’intesa speciale che li porta ad essere fronte comune a scuola, in famiglia,
tra gli amici. Una grande forza che gli adulti non
devono cercare di spezzare. Tra i gemelli ci sono
naturalmente anche rivalità, invidie, gelosie.
Nella mia esperienza ho visto che osservazioni
banali dei genitori, tipo “tu sei nato prima, tu sei
nato dopo”, possono essere deflagranti nella
coppia dei gemelli».
Poi arriva l’adolescenza...
«Età difficile per tutti e per i gemelli in particolare, perché in questa fase inizia l’inevitabile degemellizzazione».
Proviamo a spiegare di che si tratta.
«In ognuno dei due nasce il bisogno di affermare la propria individualità, iniziano i primi innamoramenti. Durante l’adolescenza, e nella
prima giovinezza, spesso il co-gemello viene
sentito come ingombrante. Uno degli esempi
più comuni quando i gemelli sono dello stesso
sesso è che si innamorino della stessa ragazza o
ragazzo. È un momento in cui i genitori possono
osservare se la fusione che caratterizza la vita di
questi bambini assume le caratteristiche di forza
o è invece un freno alle vite di ognuno dei due. Bisogna ricordare infatti che fin da piccolissimi il
vero oggetto di attaccamento che per tutti i bambini di solito è la madre, per i gemelli è il co-gemello. Quindi il meccanismo di distacco in realtà
non avviene mai».
Lei vuol dire che i gemelli crescendo non
arrivano mai ad avere una identità del tutto
autonoma?
«In un certo senso è così. Voglio dire che pur facendo percorsi diversi c’è una parte che resta
sempre in comune. Nella mia esperienza ho visto
che quando i genitori riescono a procedere per
gradi, spingendo alla differenziazione senza però
spezzare la loro complicità, avere un gemello o
una gemella si trasforma in una condizione speciale che ti rende più sicuro di fronte alla vita».
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le storie/1
Islam a fumetti
ENRICO FRANCESCHINI
“K
LONDRA
rash! Bammh!
Zhot! Aaargh!”: i
soliti rumori onomatopeici. Più la
grafica inconfondibile dei supereroi a
fumetti. Più una trama firmata da un
collaudato autore di Batman, Superman, X-Men. Eppure il cartoon arrivato
nei giorni scorsi nelle edicole di Londra
e New York contiene qualcosa di mai visto, perlomeno nella cultura popolare di
massa occidentale: un protagonista
musulmano. Un giovane musulmano,
figlio di un droghiere pachistano, residente a Bradford, nord dell’Inghilterra,
roccaforte dell’immigrazione islamica
nel Regno Unito. Un ragazzo armato di
una bicicletta e di un martello, raccolto
per caso nella bottega di famiglia, e
preoccupato soltanto di una cosa: il misericordioso Allah lo ama o lo odia? Perché se lo odia, Allah potrebbe inviargli
una moglie brutta, antipatica, noiosa.
Sicché Alì, nel dubbio, tiene in tasca un
cappio già annodato: se Sofia, la promessa sposa che non ha ancora incontrato, la consorte affibbiatagli dai genitori in un matrimonio combinato come
esige la tradizione, non sarà simpatica e
carina, lui ha deciso di infilare il collo nel
cappio e suicidarsi.
Per sua fortuna, Sofia è bella. E per fortuna dei lettori, la storia cominciata con
uno scenario piuttosto banale e decisamente fuori dalla norma si avvita improvvisamente in una fantasia a metà
strada tra Indiana Jones e le Mille e una
notte: nella bottega del droghiere cade
una cassa, la cassa sfonda il pavimento
aprendo una larga falla, nella falla s’infila il fratellino poppante di Alì, Alì si tuffa
dentro per ripescarlo, così facendo scivola in un tunnel, che lo conduce a una
specie di ascensore supersonico, che lo
porta a una città sotterranea, dove si aggirano fantascientifici robot, mostruosi
insetti, divinità a tre teste, e dove fa conoscenza con un’affascinante ragazza
musulmana. Chi è? Guarda caso è la sua
promessa sposa, Sofia.
Tutto esaurito
Di Vimanarama, questo il titolo dell’inconsueta striscia a fumetti, per ora è
uscito soltanto il primo capitolo: uno
smilzo magazine patinato a colori di
quaranta pagine, in vendita a due sterline nelle edicole londinesi, andato
esaurito nello spazio di pochi giorni. La
caccia al secondo e al terzo numero
sarà probabilmente ancora più accanita. Nonostante la stravaganza della vicenda, o forse anche per questo, infatti, le avventure dell’islamico Alì in un
fantasmagorico paese delle meraviglie
hanno ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica. Il Guar-
DOMENICA 6 MARZO 2005
Vimanarama è il “cartoon” che sta facendo impazzire
la Gran Bretagna. Grazie a una trovata geniale:
per la prima volta il protagonista è un ragazzo di origine
pachistana. Così dalla matita di un disegnatore inglese
nasce il personaggio destinato a far sognare i figli
di una società sempre più multiculturale
Londra, il supereroe
benedetto da Allah
dian a Londra e il Village Voice a New
York ne parlano come di un segnale politico: il primo eroe musulmano in grado di fare breccia nel cuore dei lettori
d’Occidente, nel clima surriscaldato
del mondo post-11 settembre. Gli
esperti di cartoon lo lodano per la trama, il disegno, il guizzo creativo. La
gente, i giovani che costituiscono la
maggior parte del mercato di questo
genere di fumetti, lo apprezza per ciò
che è: una novità, una corsa indiavolata fuori dagli stereotipi, una boccata
d’aria fresca. Ne è testimone il fatto che,
per trovarne un paio di copie, il vostro
cronista ha dovuto fare il giro delle librerie specializzate in fumetti di Londra, luoghi chiamati Forbidden Planet,
Gosh, Where the wild things are, sentendosi ripetere la stessa frase dai commessi di turno, “Vimanarama? Niente
da fare, non ne ho più neanche una copia”, prima di riuscire a strapparne un
paio, a peso d’oro, a un appassionato
collezionista. E non si tratta di edicole o
librerie disseminate nei quartieri musulmani della metropoli: macché, il fumetto del musulmano Alì dalla pelle
scura va a ruba a Piccadilly e a Bloomsbury, a Kensington e a Chelsea, tra
lettori dalla pelle bianca, di religione cristiana o più probabilmente atei, gli stessi che il mese scorso divoravano l’Uomo
Ragno, Batman, Superman.
Paradossalmente, ciò succede negli stessi giorni in cui il settimanale americano Time pubblica
una cover-story sulla “crisi d’identità” dell’Europa, sulla “fine del multiculturalismo”, sul rifiuto aggressivo e talvolta violento dell’immigrazione, specie
musulmana, nel vecchio continente. Il
conto non torna. Qualcosa non quadra.
I due fenomeni sembrano contraddirsi.
Per provare a capire dove sta il trucco, se
c’è, interpelliamo il creatore del giovane
Alì, l’autore di Vimanarama: che musulmano non è, nemmeno è indiano o pachistano, è di tematiche religiose o razziali sapeva poco e nulla fino a qualche
tempo fa. Grant Morrison è un inglese
LE AVVENTURE DI ALÌ
Nell’immagine qui sopra, la copertina
del primo numero di “Vimanarama”,
il nuovo fumetto della Dc Comics
andato a ruba a Londra e a New York.
Sotto, una scena tratta dal primo
episodio delle avventure del giovane Alì
che vive a Glasgow, in Scozia, e scrive sceneggiature per fumetti da un quarto di
secolo. È uno dei narratori preferiti della
Marvel Comics, la casa editrice americana che pubblica X-Men, Batman, Superman, l’Uomo Ragno e tante altre storie a
fumetti di supereroi, una cui sussidiaria,
DC (come District of Columbia, il distretto in cui è situata Washington) Comics, ha pubblicato ora Vimanarama.
L’idea, racconta, gli è venuta dopo l’attacco terroristico all’America dell’11 settembre 2001, quando è iniziato il grande
dibattito sui rapporti tra Islam e Occidente, sul presunto “scontro tra civiltà”,
sulle “guerre sante” e le “guerre di liberazione”, con tutto quel che ne segue.
«Non sono un politologo», dice l’autore, «ma la vasta comunità musulmana di Gran Bretagna mi è sembrata perfetta per rappresentare l’Islam come lo
vediamo nella vita di tutti i giorni. Nella mia storia ci sono devoti musulmani
che pregano dall’alba al tramonto e
musulmani a cui non frega un accidente dell’Islam, ci sono donne musulmane con il velo e donne musulmane in
jeans e a braccia scoperte. Cosicché
ognuno ha modo di dire la propria».
Ignorante della materia, Morrison si
è messo a studiarla da zero, immergendosi in tomi di storia,
teologia, letteratura islamica,
senza perdere di vista il cuore
universale del suo plot, «una
commedia romantica e un’avventura fantastica, gli elementi
che attraggono i teenagers di ogni
razza, cultura, religione». Alì, in fondo,
è il figlio del droghiere pachistano che
esiste all’angolo di casa del suo autore,
come ce n’è uno quasi ad ogni angolo di
ogni quartiere di ogni città del Regno
Unito. Un ragazzo musulmano come
tanti a Bradford o a Londra, uno a cui interessa l’amore più di Osama bin Laden, rispettoso della famiglia ma stufo
delle vecchie tradizioni, consapevole
delle proprie origini ma interessato a
scoprire nuove realtà.
Un segno dei tempi
Non è certamente un caso che la storia di
questo “eroe per caso” abbia fatto centro
a Londra e a New York, i due melting pot
del pianeta, “capitali” multirazziali
d’Europa e d’America, dove tutti si sentono immigrati e non escludono di emigrare di nuovo prima o poi da qualche altra parte. Con i suoi otto milioni di abitanti, che diventano ventidue milioni
calcolando gli sterminati sobborghi dell’area metropolitana, Londra è il polmone della Gran Bretagna, ci vive praticamente più di un terzo della popolazione
nazionale: ed è una città di immigrati, il
26 per cento dei suoi residenti sono nati
al di fuori del Regno Unito, percentuale
che crescerebbe di molto se fosse possibile contare tutti gli immigrati clandestini. I disordini razziali, ogni tanto, scoppiano anche qui; ma non si sente aria di
crisi d’identità o fine del multiculturalismo. «Un fumetto è soltanto un fumetto», ammonisce Morrison, e la Marvel
Comics presenta Vimanarama come
una versione cartacea di “Bollywood”, il
cinema del sub-continente indiano, tutto balli, canti, colori sgargianti, lacrime e
pistolettate. Ma se anche le telenovelas e
le “soap opera” riflettono la realtà, perché non dovrebbe poter fare altrettanto
un cartoon? Quando Alì confida allo zio
Omar, devoto musulmano, che se Sofia
è brutta, stupida o noiosa significa che
Dio ha voluto punirlo e lo odia, questi gli
risponde serafico: «Dio ama tutti, Alì,
perfino te, e se la tua promessa sposa è
brutta significa che è tuo padre che ti
odia, perché è lui che l’ha scelta».
1-Continua: il seguito, del fumetto e
dello scontro/incontro tra civiltà, alla
prossima puntata.
DOMENICA 6 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
le storie/2
Battaglie antiche
Il primo è arrivato nel ’92 dalle alte valli piemontesi. Oggi
sono ottanta e l’anno scorso nelle Alpi francesi hanno ucciso
duemila pecore. Facendo insorgere gli allevatori
e riportando alla memoria una lotta tra l’uomo e il predatore
cominciata con Carlo Magno e conclusa nell’Ottocento.
Fino a che Parigi è stata costretta a intervenire
Il ritorno del lupo cattivo
FOTO CORBIS/CONTRASTO
U
BARCELLONNETTE
na pecorella immobile
nella sua gora di sangue,
un’altra decapitata, una
terza ancora viva ma con
il dorso orrendamente sbocconcellato. «Quest’ultima si è trascinata fino
all’ovile dove è morta dopo ore di agonia; le altre due sono state invece sbranate in montagna», racconta Françoise Bonopera, che conserva gelosamente le foto dell’ecatombe in un album rilegato. Il ricordo della strage
tuttora la commuove. Era il 23 settembre scorso. Prima di attaccare, il lupo
aspettò che infoltisse la notte. Non
c’erano cani a proteggere l’ovile:
quando il pastore vide le prime pecore correre all’impazzata era già troppo
tardi. «Da quel giorno la mia vita è
cambiata», dice la Bonopera. «Per
sempre».
Decimato nel corso dei secoli con
professionale crudeltà, in Francia il
lupo è scomparso alla metà dell’Ottocento. Il suo ritorno ha perciò sorpreso gli allevatori che, come la signora
Bonopera, hanno perduto la consuetudine di difendere i loro armenti. Si
sono allora rivolti ai politici i quali, dopo aver ordinato un’inchiesta parlamentare, hanno decretato l’abbattimento «controllato» di un certo numero di esemplari fino al 2008. «È vergognoso che il governo di un paese
evoluto come il nostro ordini l’uccisione di una specie protetta dalle convenzioni internazionali», dice Florence Englebert, ambientalista in una cittadina nel parco nazionale del Mercantour, Barcelonnette, dove, nel
1992, il primo lupo proveniente dalle
vicine alte valli piemontesi tornò a turbare il sonno degli allevatori francesi.
Condannati a morte
Lo scorso anno, furono quattro i lupi
condannati a morte da Parigi. Ma nonostante l’impressionante dispiegamento di forze, soltanto due caddero
sotto il fuoco dei guardiacaccia. «Negli
ultimi mesi, visto che non riuscivano a
raggiungere l’obiettivo stabilito, decine di uomini sono stati distaccati tra
queste montagne. Risultato? Uno spaventoso aumento di casi di bracconaggio in altre regioni di Francia», racconta la Englebert.
Dicevamo del secolare sterminio
del lupo d’Oltralpe. Il primo a pianificarne l’eccidio fu Carlo Magno:
nell’805, ordinò che in ogni contea vi
fossero «due luparii armati e abili nella caccia al lupo». Nel 1520 Francesco
I creò il corpo della louveterie che con
le sue guardie e le sue mute di cani aveva il compito di controllare l’intero
territorio. Tre secoli dopo, a dare nuovo impulso alle stragi fu Napoleone,
che istituì il luogotenente della louveterie, una carica tuttora in vigore, il cui
compito oggi consiste essenzialmente
nel fornire consulenze venatorie.
Stupisce la ferocia dei metodi usati
per far fuori il lupo selvatico. Un editto dell’Ottocento suggeriva di usare
polpette avvelenate di cane infarcite
di spilli per provocare lesioni intestinali e far sì che la stricnina fosse assorbita più in fretta. C’erano poi le taglie,
che variavano in base al sesso e all’età
dell’animale ucciso. Una femmina
gravida, per esempio, era pagata profumatamente, molto di più di quanto
guadagnasse un contadino in un mese. «Tuttavia, nelle Alpi francesi non
bastarono né i luparii né le loro micidiali tagliole. Per questo i nostri antenati non esitarono a bruciare le foreste
di larici e abeti che ricoprivano queste
valli. Se lo Stato non interverrà con più
decisione, siamo pronti a fare lo stesso», minaccia la signora Bonopera.
Secondo Henriette Martinez, paladina degli allevatori e deputato nelle Hautes-Alpes dell’Ump, il partito di centrodestra
del
presidente Jacques Chirac,
sarebbe proprio l’asprezza
delle battaglie
di una volta a
spiegare la rabbia degli allevatori. Dice la
Martinez: «Oltre che un rischio per i loro
guadagni, il ritorno del lupo
è visto come un
oltraggio al
passato, un’offesa alla dura
lotta combattuta dai loro
avi. Quanto
agli ambientalisti di città che
dicono di voler
proteggere il
lupo propongo
di trapiantarlo
nel parigino Bois de Boulogne. Vorrei
proprio vedere che cosa direbbero se
trovassero sgozzati i loro barboncini».
Sulle montagne che circondano
Barcelonnette, d’estate sessantamila
pecore pascolano brade. Sono pecore
da carne, quindi nessuno le fa rientrare la sera all’ovile per la mungitura. Rimangono sulle alture anche di notte,
custodite soltanto da un pastore. In altre parole, a disposizione del lupo. Negli ultimi anni, con l’aumento della
popolazione dei predatori (una quarantina secondo i biologi, più del doppio secondo gli allevatori) gli attacchi
si sono moltiplicati, fino a diventare
quotidiani. «Ma lo Stato risarcisce l’allevatore versando fino a 150 euro per
ogni pecora uccisa», dice l’ambientalista Englebert. «È vero: nel 2004 i lupi
hanno ucciso circa duemila pecore.
Tornano paure
ataviche che
qualcuno cerca
di esorcizzare
con rituali che sanno
di medioevo:
un animale è stato
impiccato
nella piazza
del paese di Allevard
Ma mi chiedo perché nessuno si è lamentato delle venticinquemila ammazzate dai cani?».
A queste cifre, gli allevatori replicano che dopo ogni attacco vanno messe in conto le cosiddette perdite indirette, e che dunque l’indennizzo statale è molto al di sotto del dovuto. Spiega Joseph Jouffrey, che presiede il sindacato degli allevatori di ovini: «Quando arriva un branco di lupi molte
pecore gravide abortiscono, altre perdono il latte, altre ancora diventano
sterili. Una catastrofe. Senza contare il
trauma profondo che vive l’allevatore
dopo ogni strage di innocenti».
Con i pochi esemplari riapparsi su
queste alture, è tornata anche la paura
atavica del lupo, che alcuni cercano di
esorcizzare con rituali che sanno di
Medioevo. Nel 2000, ad Allevard, un
paesino nel nord delle Alpi, un lupo fu
impiccato all’albero più alto della piazza. L’anno dopo, un altro
esemplare fu
affogato in un
torrente con
una pietra legata al collo. L’estate scorsa, la
testa di un bell’esemplare
adulto fu recapitata a casa di
un guardiano
del parco del
Mercantour.
Gesti isolati,
compiuti da
pochi allevatori esasperati?
Può darsi, ma
quando uno di
loro fu processato e condannato (un mese
con la condizionale) per
aver illegalmente ucciso
un Canis lupus,
di fronte al tribunale dove
veniva letta la
sentenza centinaia di persone
sfilarono per portargli solidarietà.
Anche in Italia, dove la popolazione
di lupi avrebbe ormai raggiunto i mille esemplari, vengono attaccate le
greggi. Racconta il professor Bernardino Ragni, zoologo dell’Università di
Perugia: «Nell’agosto del 2002, nella
piana di Castelluccio di Norcia, in Umbria, un branco di una mezza dozzina
di lupi sgozzò in poche ore quasi duecento pecore. Mi recai sul posto e mi
accorsi che quella notte il recinto era
rimasto incustodito perché i cani erano stati portati a valle due giorni prima. Se ci fossero stati i molossi dell’Appennino, i lupi non si sarebbero
neanche avvicinati. Vede, nelle nostre
montagne esiste un sistema collaudato da più di duemila anni. E che ancora funziona».
Ma allora perché i francesi non si voFOTO ROGER VIOLLET
PIETRO DEL RE
IERI E OGGI
Nell’immagine qui sopra,
un branco di lupi
all’attacco in una
miniatura francese
del XV secolo. In alto,
la silhouette
di un lupo grigio
gliono dotare anche loro di pastori
maremmani o di patous dei Pirenei,
già vantaggiosamente sperimentati
contro gli orsi? Qui, solo un terzo delle
greggi è protetto dai cani. E ciò per via
di un problema legato anzitutto al tipo
di allevamento, estensivo, a differenza
di quanto accade in Italia. «Lo sa quanto mangiano i cani da difesa? Fino a un
chilo di cibo al giorno. Si rende conto
dei costi aggiuntivi, considerando che
serve un cane per ogni cento pecore?
Poi, da noi nessuno accetta di assicurarli. Se dovessero mordere un turista,
chi pagherebbe?», si chiede la Bonopera. «Vede, troppe cose dovrebbero
cambiare per permettere al lupo di
tornare tra noi. Da quando abbiamo
posto il problema i politici sembrano
farsi in quattro per aiutarci. Perfino il
Partito comunista, anche se credo solo per motivi elettorali, ha cominciato
a farci la corte. Ma di risultati ancora
non se ne vedono».
Quest’anno, il numero di lupi da abbattere non è stato ancora deciso. Verosimilmente saranno otto, il doppio
che nel 2004. Tuttavia, l’espediente
partorito da Parigi non soddisfa nessuno. «Un gesto simbolico, per far vedere che siamo vicini agli allevatori», si
giustifica l’onorevole Martinez. «Un
inutile massacro di cui Parigi dovrà rispondere anche di fronte alla Commissione europea, interpellata dalle
associazioni per la difesa della natura», ribatte la Englebert.
Pastori armati
Per risolvere il problema ci sarebbe ovviamente una soluzione radicale: quella che propongono gli allevatori, propensi a un nuovo piano di sterminio.
«Da noi il lupo è incompatibile con la
pastorizia, quindi o noi o lui», sostiene
Joseph Jouffrey, secondo il quale oltre a
un programma di abbattimento più
energico, sarebbe necessario armare i
pastori e autorizzarli a sparare in caso
di attacco. C’è poi una soluzione vagamente più blanda, sebbene difficilmente realizzabile, avanzata dal deputato dell’Umc. Impedire l’accesso al lupo nelle valli ma dedicargli un ampio
spazio recintato: l’ideale, salvo che il
lupo in una notte può percorrere anche
cento chilometri.
L’ecologista Englebert ha calcolato
che dal 1997 al 2003 gli aiuti erogati alla pastorizia minacciata dal lupo nell’insieme dei departements alpini ammontano a quattro milioni di euro.
Nello stesso periodo la cura di una malattia che aveva colpito le pecore della
regione è costata alla collettività quaranta milioni di euro, dieci volte tanto.
«Proteggere il lupo, aumentando gli
indennizzi per tacitare gli allevatori,
costerebbe al contribuente francese
l’equivalente di 0,01 centesimi l’anno:
una cifra che i cittadini del quarto o
quinto paese più ricco del pianeta dovrebbero potersi tranquillamente
permettere». Difficile darle torto.
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i luoghi
DOMENICA 6 MARZO 2005
Cambia San Pietroburgo
Miliardi di investimenti per ridisegnare il volto della città
di Pietro il Grande. Qui infatti Vladimir Putin e i suoi alleati
vogliono costruire un nuovo centro di potere economico:
sulle rive della Neva arriveranno banche, imprese
e poli industriali. E si costruiranno altre case
per portare da sette a otto milioni il numero degli abitanti
Risorge l’antica
GIAMPAOLO VISETTI
V
SAN PIETROBURGO
ladimir Putin ha deciso
che per la sua grande
Russia una capitale non
basta più. Dopo mesi di
analisi dei costi, mediazioni politiche
e colloqui con i più influenti imprenditori del Paese, il presidente si appresta a dare il via libera all’operazione
San Pietroburgo. Il piano prevede miliardi di rubli di investimenti per recuperare la città fondata da Pietro il
Grande al ruolo di seconda capitale.
Sulle 42 isole collegate sopra il delta
della Neva non finiranno solo simboliche istituzioni culturali. L’idea di rilanciare l’ex Leningrado esclusivamente quale glorioso epicentro dell’identità russa, è tramontata. La metropoli-museo, concepita per il trecentesimo anniversario dalla fondazione,
nel 2003, è stata bocciata dallo stesso
Putin a fronte di un sostanziale disinteresse degli investitori. Sulla nobile
imbalsamazione ha prevalso così la
lobby promossa dalla governatrice
Valentina Matvienko, astro nascente
della politica post-eltsiniana e ormai
tra i personaggi più popolari della federazione. Temuta per l’instancabile
insistenza, per resistenza a trasferte e
anticamere, la prima donna di San
Pietroburgo ha convinto Putin a trasformare la città natale di entrambi
nella capitale economica e finanziaria della Russia.
L’accordo è stato raggiunto a inizio
anno nel corso di un incontro riservato nella residenza presidenziale di
Novo-Ogarjovo. Prevede lo spostamento dalle rive della Moscova a quelle del golfo di Finlandia di banche, imprese, grandi compagnie energetiche, sedi centrali di istituzioni pubbliche, autorithy, organismi governativi
della giustizia.
Stoppata per ora la pretesa, giudicata troppo costosa e poco efficiente, di
trasferire anche alcuni ministeri
smembrando il governo per decentrare il potere. L’idea di Putin, già al governo della capitale del nord ai tempi
del sindaco Sobcjak, è di far confluire
sull’ex fortezza dei Romanov il fiume
d’oro derivante dal gettito fiscale delle sedi legali dei colossi dell’economia.
I miliardi, arricchiti da annuali e private donazioni “spontanee”, suggerite dal Cremlino, serviranno a ultimare
i colossali restauri di strade, palazzi,
complessi industriali e commerciali.
Le opere sono state anticipate dallo
stesso Putin, intervenuto a inaugurare
un nuovo e spettacolare ponte sulla
Neva: è il primo a sospensione, non
dovrà essere alzato la notte come tutti
gli altri per lasciar passare le navi e ha
‘‘
Fedor Dostoevskij
Era una notte
meravigliosa, una di
quelle notti che ci
capitano soltanto quando
siamo giovani, caro
lettore. Il cielo era così
stellato, così luminoso
che, dopo averlo
guardato, ci si doveva
chiedere: “Può vivere
sotto un simile cielo gente
iraconda e bizzosa?”
LE CHIESE E I PALAZZI
Nella foto di apertura,
la facciata principale
del Palazzo d’inverno,
sede dell’Hermitage.
Qui a sinistra,
un’immagine della chiesa
della resurrezione di Cristo,
nota come chiesa
del Salvatore sul sangue
versato, edificata sul luogo
dell’uccisione
dell’imperatore
Alessandro II. In alto,
una giovane pittrice dipinge
sul ponte di un canale
e a destra, la cattedrale
di Sant’Isacco
Da LE NOTTI BIANCHE
una capacità di 120 mila vetture al
giorno. A questi lavori si aggiungerà il
business edilizio per portare la popolazione da 7 a 8 milioni di abitanti, innestando una nuova classe dirigente
formata per reggere l’urto della concorrenza sul mercato del lavoro. In
cinque anni, secondo il piano che sarà
varato nelle prossime settimane e che
Putin ha presentato in occasione delle
celebrazioni per i dieci anni del parlamento cittadino, sorgeranno uffici e
abitazioni di standard occidentali, infrastrutture d’avanguardia pensate
per abbattere i costi di produzione.
Entro il 2008 il budget municipale risulterà raddoppiato. La privatizzazione di palazzi e monumenti trasformerà la città nel paradiso europeo degli investimenti immobiliari.
Un occhio ai mercati globali
Dall’enorme cantiere risorge così la
versione moderna dell’antica capitale
degli zar, a riequilibrare la leadership
moscovita imposta dalla rivoluzione
bolscevica. All’illuminismo aristrocratico di Caterina succede il capitalismo borghese di petrolieri e “siloviki”.
Il patto Putin-Matvienko, di cui sono
trapelate le prime indiscrezioni, è sostenuto anche dagli altri pietroburghesi di governo: i potenti ministri
Gref e Kudrin, il presidente della Duma Gryzlov, il presidente Miller che re-
gna sul gigante dell’energia pubblica
Gazprom. Sono tutti convinti che senza un potere forte, il Paese non sarà in
grado di riemergere dal fallimento sovietico ad una democrazia competitiva. Ma la modernizzazione russa — è il
pensiero del Cremlino — mostra di essere frenata dal fragile centralismo
burocratico di Mosca, concentrato nel
riassumere il controllo pubblico delle
risorse naturali. Essa passa piuttosto
dalla rinascita degli interessi a San Pietroburgo. Dividere, dunque, per riunire e consolidare.
Mosca, come Berlino, Roma e Washington, resterà la capitale politica e
amministrativa: più conservatrice, ortodossa, russocentrica se pure sotto
l’influenza asiatica. San Pietroburgo,
come Francoforte, Milano e New York,
avrà il ruolo di motore per economia e
finanza: più riformista, laica, democratica e reattiva ai mercati globali. Il
Cremlino guarderà a Oriente, verso
Cina, India e Giappone, e penserà a
stabilizzare il focolaio caucasico riprendendo le redini dello Stato. Palazzo Smolnyj volgerà lo sguardo a Occidente, verso Unione europea, repubbliche baltiche e mondo scandinavo,
acquisendo il passo delle Borse e dell’innovazione digitale.
Lo schema di una Russia moderna
che riassume l’aspetto antico dell’aquila a due teste, simbolo degli zar, si
DOMENICA 6 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
LA CITTÀ DELLE RIVOLUZIONI
Fondata da Pietro il Grande (foto) nel 1703
sul delta del fiume Neva, è stata una delle più
importanti capitali d’Europa tra il 1700 e il
1800. Sotto lo zar Nicola I, la Venezia del
Nord diventa il centro del capitalismo
industriale russo. Focolaio di scioperi e
violenze politiche, è il fulcro della rivoluzione
del 1905. Durante la prima guerra mondiale,
le viene cambiato il nome in Pietrogrado
Affamata, scossa ancora da scioperi e
dimostrazioni insorge nuovamente dando
vita alla grande rivoluzione che porta al
potere i bolscevichi. Alla morte di Lenin,
viene ribattezzata Leningrado: assediata dai
nazisti dal ’41 al ’44 e distrutta dai
bombardamenti viene ricostruita dopo
la guerra. Dal ’91 torna al nome antico
(Ilaria Zaffino)
presenta come il cardine del secondo
mandato di Putin. Il presidente, per
non fallire prima del 2008, vuol far crescere l’economia reale e restituire allo
Stato il controllo su risorse naturali,
regioni e repubbliche autonome. A tal
fine il “potere verticale” del Cremlino
deve essere prossimo all’assoluto, libero pure da distrazioni spicciole di
concorrenza politica. Anche per questo — confermano gli analisti — Putin
si è infine deciso a sgonfiare un po’
Mosca e ad irrobustire sempre di più la
sua San Pietroburgo.
La sfida tra i sindaci
Ciò significa ridimensionare le aspirazioni dell’incontrollabile sindaco della capitale, Yuri Luzkhov, il solo politico popolare e noto nel Paese oltre al
presidente, deciso a giocarsi la carte
delle Olimpiadi 2012 a Mosca. In contrapposizione crescono le azioni della
Matvienko, concreta e fedelissima.
Ma soprattutto governatrice periferica, troppo lontana dal resto della nazione e troppo pietroburghese per
rappresentare nell’immediato un potenziale concorrente nella lotta per la
successione: ma pure esponente di
quella classe politica, governatori e
sindaci, a cui Putin ha appena tolto
d’imperio la prerogativa di un’investitura elettorale, assumendo personalmente il potere di nomina. Il «Piano
San Pietroburgo» tre anni fa era nato
con velleità culturali, per saldare il
conto con il sostegno dei “pitertsi”, gli
amici d’infanzia che il nuovo zar ha
proiettato sulle poltrone che contano.
Attraverso esso, assurto nel frattempo a progetto di potere e a visione
della società, passa invece ora il destino del Cremlino e del Paese: e la possibilità di Putin di far passare un terzo
mandato per sé, cambiando la Costituzione o estendendo la durata dell’incarico.
La posta in gioco nella città delle
“notti bianche” spiega la riservatezza
attorno al rilancio della capitale imperiale e il riserbo del mondo economico
sulle agevolazioni fiscali offerte. A decisione presa, gli imprenditori hanno
però rotto il silenzio. La “Vneshtorgbank”, il secondo gruppo finanziario
della Russia, ha annunciato il trasferimento della sede legale da Mosca a
San Pietroburgo. Qui risiederà anche
la presidenza, o il Cda: e la banca si
presenterà alla città acquistando la locale “Psb”, il maggior istituto di credito regionale del Paese. Lo stesso faranno il colosso della navigazione
“Sovkomflot”, le compagnie petrolifere “Tansneft” e “Rosneft”, il monopolista elettrico “Rao — Ees” del magnate Ciubajs, il colosso delle telecomunicazioni “Svjazinvest” (venduto da Soros), decine di altri gruppi industriali
‘‘
Nikolaj Gogol
Non c'è niente di meglio
della Prospettiva Nevskij,
almeno a Pietroburgo,
dove essa è tutto. Di che
cosa non brilla questa
strada, meraviglia della
nostra capitale. So con
certezza che non uno dei
suoi pallidi e impiegatizi
abitanti cambierebbe la
Prospettiva Nevskij con
tutti i beni della terra
Da I RACCONTI DI PIETROBURGO
FOTO CORBIS
FOTO GETTY/RONCHI
capitale degli zar
IL FIUME E I SOLDATI
A sinistra, i palazzi
dell’isola di Vasilevsky
al tramonto.
In alto, allievi della scuola
navale di San Pietroburgo.
A destra il particolare
di una cupola della chiesa
della resurrezione di Cristo
e, qui di lato, l’interno
del magnifico
Teatro Mariinsky
attivi nel mercato della vodka, dei metalli e della trasformazione alimentare. Tra canali e giardini all’italiana, dove Dostoevski e Puskin hanno scritto i
capolavori della letteratura russa, approderanno anche il registro marittimo federale, la sede dell’araldica di
Stato, la Zecca, altri enti pubblici e
molto probabilmente anche la Corte
costituzionale.
Il rilancio della squadra di calcio
Verrà poi, a pagamenti tributari e affari consolidati, il turno della Borsa. A
questo si sta preparando in particolare la “Gazprom”. L’amministratore
delegato Aleksei Miller ha confermato il trasloco nella sua città natale di alcune controllate, tra cui la ricchissima
“Gazpromregiongaz” (patrimonio da
20 miliardi di rubli) che gestisce la distribuzione del gas in tutta la Russia.
Dalla Neva, grazie al fascino mondiale esercitato dai ristrutturati palazzi
d’Inverno e d’Estate dei Romanov,
Miller intende aprirsi il mercato di
Usa e Canada, aumentando quello
europeo. Il sostegno politico sarà ripagato: “Gazprom” donerà a San Pietroburgo un business-center, finanzierà un nuovo stadio da 100 milioni
di dollari e il rilancio della squadra
calcistica Zenit. La “Tnk-Bp”, gruppo
del petrolio vicino al Cremlino, in due
anni ha già versato 100 milioni di dol-
lari per il restauro di monumenti. Secondo il quotidiano economico “Vedomosti” l’incremento fiscale annuale per la città sarà di 5 miliardi di dollari. Parte di questi serviranno a finanziare università, scuole di specializzazione economica, biblioteche,
musei e teatri. «San Pietroburgo —
spiega Valentina Matvienko — sta riscoprendo il suo fisico e la sua testa di
capitale continentale. La prospettiva
Nevskij ritrova i negozi di lusso e i locali alla moda, gli alberghi dove è stata scritta la storia europea sono in via
di ristrutturazione, sale da concerto e
teatri presentano le anteprime destinate poi alle tournée mondiali, le facciate dei palazzi ancora segnate dall’assedio nazista cedono all’originario aspetto disegnato dai grandi architetti italiani e francesi. La basiliche ortodosse e la Fortezza di Pietro hanno
riacquisito colori e materiali di un
tempo, restituendo una luce magica
alla notte. Sta nascendo una metropoli finanziaria, accogliente e remunerativa per l’élite degli affari e della
cultura europei. Efficiente, stabile, sicura: e con un futuro strategico».
Pietro il Grande diceva: «L’Europa ci
serve per qualche anno, poi dobbiamo
voltarle il sedere». Vladimir Putin ritiene che quel momento, nonostante
la beffa Ucraina e gli attriti con Bruxelles, non sia ancora arrivato.
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
Tra il ’75 e il ’76 alcuni grandi artisti iniziano un tour molto speciale, durante
il quale si esibiscono a sorpresa nei locali, senza annunciare chi salirà sul
palco. A capo della band c’è il “menestrello” . È il Rolling Thunder Revue:
un incredibile circo di vagabondi, poeti, e musicisti come Roger McGuinn, Joni Mitchell,
Joan Baez, che attraversa la provincia degli Stati Uniti per celebrare il rock ’n’roll.
Un viaggio magico, che qui rivive nel racconto del drammaturgo americano
Shepard
racconta
SAM SHEPARD
A
Dylan
ON THE ROAD
Bob Dylan e la sua
chitarra on the road
Sotto; la locandina
del tour; a destra il
biglietto del concerto
quando
suona i suoi eccezionali riff con la slide-guitar assieme alla band, la sua espressione resta la
stessa. È un’espressione di ascolto. Un
ascolto attento al contenuto interno della sua musica. È un asso della musica,
questo è certo. Poi viene il pezzo forte.
Dylan sale sul podio e va verso lo sgangherato pianoforte verticale usato per
anni solo per produrre elementari suoni
da grande orchestra stile anni ‘30 e ‘40.
Si siede, appoggia le dita nodose sull’avorio e comincia una martellante versione di Simple Twist of Fate. Qui lui è nella
sua pasta. Il Grande Incendiario. Nel giro
di cinque minuti il posto sta fumando. Le
signore saltano e si contorcono nella
profondità dei loro corsetti. Il pianoforte
balla tutto e sembra sul punto di saltare
fuori dalle piattaforme di legno. Il tacco
dello stivale da cowboy
di Dylan sta proprio
scavando un buco nel
legno delle piattaforme. Roger McGuinn
spunta fuori con una
chitarra,
anche
Neuwirth, e tutta la
band si unisce finché
ogni molecola dell’aria
di questo posto esplode. Questa è la vera magia di Dylan. Lasciate da
parte il suo genio lirico e
osservate soltanto questa trasformazione dell’energia che lui porta in
sé. Qualche minuto fa
qui si poteva tagliare l’aria tanta era la tensione e
l’imbarazzo e ora lui ha
fatto saltare il tappo, ha
riempito la stanza di una
pervadente sensazione
di eccitazione vitale. Non è l’energia che
porta le persone a fare cose strane, ma
quel tipo di energia che dà coraggio e speranza e che, soprattutto, fa passare in primo piano la vita che pulsa con forza. Se è
capace di farlo qui, nella morte dell’Inver-
Lui suona brani
strumentali con
la schiena verso il
pubblico formando
un cerchio con le
altre chitarre come in
una danza
della pioggia
no, in una località balneare fuori stagione
piena di menopausa, non c’è da stupirsi
che possa scuotere il paese intero.
***
La band sta lavorando alla pigra melodia di una spersa zona rurale. Non la si potrebbe chiamare una prova, perché tutti
si stanno divertendo molto. Dylan sta seduto su una vecchia sedia a dondolo masticando un sandwich ripieno di una specie di paté e li guarda da una certa distanza. Muove la testa affermativamente
quando passano da un accordo all’altro.
Altri se ne stanno seduti in giro mangiucchiando e giocando a ping pong elettronico e scommettendo forte. Gary sta facendo piazza pulita, migliora in abilità e
tecnica delle dita, usa le due mani e fa
rimbalzare le palline fuori dal campo, sfidando persino le leggi del computer. Di
colpo Dylan si alza, ingoia il
sandwich e si lancia verso la slide-guitar che nessuno sta suonando. Si siede a cavallo sulla
sedia, si passa la lingua sui denti, afferra il pesante manico
cromato e comincia a tentare
di individuare le note e le scale
giuste per la melodia. Qualcuno si volta, ma nessuno sembra
veramente aspettarsi molto.
La chitarra hawaiana non è
precisamente il suo forte. La
band continua a suonare e Dylan tiene il suo volume basso
per non disturbare il percorso
musicale degli altri. Dylan si
china sempre di più sulle corde
di acciaio, come se volesse
guardare proprio dentro all’affare, tra delle fessure, come un
meccanico che sta per togliere
l’intero blocco del motore da
una piccola automobile straniera. Continua diligentemente così per
circa dieci minuti; ogni momento sembra essere quello in cui repentinamente
troverà la cosa giusta con un colpo di genio ispirato. Sospira invece facendo rumore, si stende indietro, alza il volume e
FOTO CORBIS
l nostro arrivo al Seacrest
Hotel di Falmouth, nel
Massachusetts, vi troviamo, risolutamente trincerate, centinaia di signore
ebree vestite di tutto punto. Sono totalmente immerse in una strana partita (per un figlio di irlandesi almeno) di una specie di domino cinese che si
chiama Mah-Jongg. In effetti, la si può
paragonare all’incontro di un Campionato mondiale in cui si scommettono dei
soldi. Il fatto che delle superstar siano arrivate a condividere con loro il «territorio» è per queste signore soltanto un’attrattiva secondaria. Sono ossessionate
dal gioco. Immaginate quindi la
sorpresa, quando una
sera tardi, nel bel
mezzo della febbre
del torneo, il gestore
dell’hotel annuncia
che avrà luogo una
speciale sessione di lettura di poesie da parte di
«uno dei più importanti
poeti degli Stati Uniti, Allen Ginsberg!» Un giro di
calorosi e grassocci applausi. Anche lui, dopotutto, appartiene alla loro
stessa fede. Allen si avvicina
al podio, vestito marrone,
alcune carte in mano, è identico in tutto e per tutto al tardo Whitman, salvo che per gli
accessori che sono neri invece
di grigi. Si arrampica su un alto
sgabello e si china sul microfono. Le signore fanno un sorriso
di circostanza e Allen comincia
la sua lettura. Il suo lungo, terrificante, doloroso inno alla madre.
Anche queste sono madri, ma l’ago è troppo vicino alla vena. Mentre Allen inarrestabile recita loro i
suoi versi, le madri passano da una
attenzione paziente a degli imbarazzati sorrisini, a un evidente disgusto. Il suono delle vocali nel suo
mormorare uniforme rende il tutto
sempre più simile a un infinito lamento funebre. Dylan, seduto in fondo alla stanza, la schiena appoggiata alla
parete, il capello calato sugli occhi, ascolta tranquillo.
Dato che io sono cresciuto protestante, c’è qualcosa nell’aria che non afferro
bene, ma la sensazione è che sia un che di
quasi vulcanico. Qualcosa che ha a che
fare con generazioni, con madri, con l’essere ebreo, con l’essere cresciuti ebrei,
con il Kaddish, con la preghiera, con l’America persino, con i poeti e con la lingua,
e meno di tutto con Dylan, che ha creato
per sé stesso una personalità che in qualche modo sta fuori dalla religione in cui è
nato. Che ha creato dentro alla sua pelle
un musicista vagabondo, e che ora se ne
sta seduto a osservare le sue stesse origini. La sua eredità. E Ginsberg che abbraccia queste origini tanto in profondità da
trapassarle e da uscire dall’altra parte in
uno strano miscuglio di misticismo occidentale, meditazione Hell’s Angel, acidi,
politica e musica delle parole. Le signore
se ne stanno lì sedute. Catturate nella loro stessa località balneare. Un posto nel
quale sono fuggite e nel quale ora si trovano prigioniere. Allen va avanti indefesso. I cameramen si aggirano tra i tavoli,
salgono sui tavoli, scrutano i volti matronali. Dave Myers, il capo cameraman, comincia a mostrarsi un po’ a disagio e disgustato dall’atmosfera. Non fa parte del
suo stile che il contenuto emozionale di
una scena sia così artificiale. Le donne si
agitano quando implacabili i versi sul
“cancro” guidano il poema verso il finale. Poi la lettura finisce e a sorpresa scoppiano gli applausi. Allen ringrazia loro,
scende dal podio e si allontana. Joan Baez
è presentata ed è accolta da un sollevato
saluto di benvenuto. Canta «a cappella»
Swing low, sweet chariot e fa impazzire le
donne. Dave Mansfield, il ragazzo genio,
sale sul podio con il suo violino, assomiglia a Il Piccolo LordFauntleroy e stupisce
tutti con la sua tecnica classica. La sua
espressione non cambia mai. Anche
‘‘
Trent’anni fa il drammaturgo,
vincitore del Premio Pulitzer,
Sam Shepard attraversò
l’America con Bob Dylan e altri
amici con il tour Rolling Thunder
Revue. Ecco alcuni brani in
esclusiva del suo diario di viaggio
A NEW YORK
Nella foto; da sinistra
Joan Baez, Jack Elliott
e Bob Dylan nel 1975
in concerto al Madison
Square Garden
si scatena in una serie di suoni a caso tipo
John Cage. La band non fa una grinza e va
avanti per la sua strada. La mano di Dylan
scorre su e giù e per tutta la lunghezza delle corde, mentre l’altra le pizzica come se
si trattasse di una ciotola di stufato cinese freddo che sta troppo lontana. Il ping
pong elettronico continua sullo sfondo
dell’assordante boato di questo rock’n’roll’n, un po’ jazz, un po’ creolo del New
England.
***
Il Maine è l’ambiente ideale per il tour
Rolling Thunder Revue. Tutto sembra
adeguarsi ai propositi di questo tour, eccetto gli antiquati tuguri nei quali ci fanno
alloggiare. Una volta fuori, però, la sensazione della realtà di questa terra ci travolge e persino le persone che vivono qui
rientrano nel quadro. Un uomo cieco sta
seduto a un estremo del banco bevendo
rumorosamente del brandy, mentre Dylan è seduto all’altro. Lentamente si presentano e accade una cosa veramente incredibile. Ecco una persona che non ha
alcuna intenzione di assalire Dylan, che
non ha mai visto una sua fotografia, ma
che ha soltanto sentito la sua musica. Sta
là rivolto verso la spalla di Dylan un po’ inclinato, ai lati dei suoi occhi vuoti si vanno formando le rughe di un sorriso. È un
musicista. Lo sguardo di Dylan va verso di
lui in continuazione. Parlano di scambiarsi le camicie da cowboy. Parlano del
vedere e del sentire. Non ci sono smargiassate perché mancano un paio di occhi. La sera seguente, Dylan dal palco dedica una canzone a quell’uomo.
Il pubblico nel Maine è rigorosamente
country. Ragazzoni che sono corsi al concerto da fattorie dove si produce latte, che
hanno appena finito di mungere e hanno
gli stivali ancora imbrattati di merda di
vacca. Queste sono le prime città in cui si
sente chiaramente che la presenza di Dylan è un dono. Nel concerto ad Augusta si
percepisce un tipo di energia che non ho
visto ancora. La band vola. Dylan suona i
brani strumentali con la schiena rivolta
verso il pubblico formando un cerchio
DOMENICA 6 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
‘‘
Il regalino
Piccola, viaggio su un treno per la posta
Non posso comprare un regalino
Sono stato in piedi tutta la notte, piccola
Appoggiato al davanzale della finestra
FOTO ELLIOT LANDY/MAGNUM
Con Bob
sulle strade
d’America
FOTO BLANK ARCHIVES/GETTY IMAGES
Da IT TAKES A LOT TO LAUGH, IT TAKES A TRAIN TO CRY [1975]
beneficenza per l’uragano al Garden,
queste piccole sale perse nella profondità di uno stato che il governo definisce
«area depressa». Il che vuol dire che non
hanno soldi.
***
Roger McGuinn spiega che soltanto
l’anno scorso è riuscito a superare la paura di essere assassinato sul palcoscenico.
Dice che di solito, in ogni sala in cui suonava, temeva che lo sparo arrivasse più
che altro dal gabbiotto delle luci. Cantava,
per esempio, con The Byrds e durante tutta la canzone immaginava le mani del killer mentre puliva il tamburo con una pelle di camoscio, e poi vedeva la nera canna
del fucile spostarsi sul palcoscenico cer-
Il concerto è in
qualche città. Poi via
su macchine
anonime lungo
stradine scure
per ritrovarci in
un altro motel
prefabbricato
‘‘
con le altre chitarre, come in una danza
della pioggia arapaho. Dall’alto delle gradinate laterali, la madre lo sta guardando
con i ragazzi. Anche la signora Baez è seduta lassù. Tutto ciò sta veramente accadendo. Una riunione di famiglia in città
insulse con l’originale superstar mondiale che batte i tacchi davanti a un pubblico di ragazzoni venuti dalle fattorie.
Quando ha finito, Dylan gronda sudore
in maniera torrenziale. Barry Imhoff
aspetta fiducioso subito al lato del palcoscenico con una pila di asciugamani puliti. Dylan bacia la madre sulla guancia,
afferra un asciugamano e si avvia verso il
camerino, il manico della chitarra rivolto
verso il basso. Il posto è super carico. Non
hanno niente da invidiare al concerto di
cando l’angolazione migliore. Anche le
pistole erano parte della sua fantasia. Lo
sparo di una pistola con il manico d’argento che repentinamente trapassava la
massa di corpi senza volto e trovava il suo
obiettivo. A volte la pallottola lo colpiva e
lui cadeva, ma la folla pensava che lui fosse svenuto, perché non poteva sentire il
rumore dello sparo. Oppure la pallottola
rimbalzava sulla chitarra e colpiva un altro membro della band. O talvolta la pallottola lo mancava del tutto. In ogni caso,
è ancora vivo e vegeto.
***
Relegato in un angolo di questo anonimo buco dell’inferno (l’Hospitality Inn)
c’è una piccola stanza con un cartello sul-
la porta con su scritto Sala giochi. Tutti
sono migrati qui dentro come in un rifugio. Joni Mitchell è seduta a gambe incrociate sul pavimento, è scalza e sta scrivendo qualcosa su un quaderno. Si morde le labbra e guarda Rick Danko, che sta
facendo a pezzi un flipper prima con le
due ginocchia, poi colpendo i lati con i
pugni. Partite folli di hockey in cui il disco
vola per aria, dischi lanciati attraverso la
stanza che finiscono sui tavoli da gioco.
Lo spirito forte della competizione si è
impossessato di tutti noi. Continuiamo a
essere bloccati in questi motel distanti
miglia da qualsiasi luogo. Totalmente
isolati, senza mezzi di trasporto e nemmeno una drogheria che si possa raggiungere a piedi. Le ragioni di tutto ciò
sembrano essere principalmente di sicurezza, ma dopo un po’ questo «essere
tagliati fuori da tutto» comincia a creare
dei problemi. Il concerto è in una qualche
città. Il pubblico è stravolto di energia e
così caricato si lancia sulle strade della
notte. Poi noi sgusciamo fuori e via su
macchine anonime, stile agenti segreti,
lungo stradine scure e strette per ritrovarci in un altro favoloso motel prefabbricato a Sessanta miglia dal luogo del
concerto. Questo continuo «colpisci e ritirati» comincia dopo un po’ a lavorarti
davvero psicologicamente. Il «mondo
esterno» assume una strana irrealtà, come se tutto si svolgesse in un altro campo
da gioco, in un’altra lega. O ti senti sopra
o ti senti sotto o molto distante di lato, ma
mai parte di esso. I titoli sui giornali sembrano messaggi che arrivano da fuori le
mura. Anche i titoli che parlano dei
componenti del tour. Non c’è niente che
riveli il mito totale del mondo del giornalismo quanto il trovarsi all’interno del
mondo del soggetto del quale si sta scrivendo. È una sensazione di separatezza
che si insinua ovunque. Anche ordinare
il cibo in un ristorante assume un suono
diverso dal solito, perché si è in compagnia di qualcosa che è così famosa che
persino i camerieri la riconoscono. Ti
trovi a gonfiarti nell’odore del potere arrogante e a sgonfiarti fino alla più totale
depressione. Cominci a desiderare di
poter seguire in cucina il cameriere e di
lavare qualche piatto, o addirittura di
poterlo seguire a casa sua e guardare la
tivù a colori con sua nonna. Qualsiasi
cosa pur di recuperare il sapore della «vita normale di tutti i giorni». Nella Sala
giochi sono tutti come impazziti. I biglietti da venti dollari passano da un lato all’altro dei tavoli da gioco. Palline di
ping pong che si schiantano sui muri.
Guardie del corpo che affrontano delle
superstar in spietate partite a flipper. Ai
lati si raccolgono scommesse. In un angolo si gioca a poker scoperto. Poi tutto
filtra verso gli ascensori. Verso la musica. Verso un’altra maratona notturna fino al sorgere del giorno.
C 1974, 2004 by Sam Shepard, C 2004
by Da Capo Press, a member of Perseus
Book Inc. Published by arrangement with
Agenzia Letteraria Roberto Santachiara
(traduzione di Guiomar Parada)
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
Gli esordi al Derby, le gag surreali e le canzoni con il doppio senso,
il successo in televisione. Poi le strade si dividono, per venticinque lunghi
anni e senza una vera lite: Pozzetto sfonda nel cinema, Ponzoni punta
sul teatro e per il grande pubblico scompare. Ora i due sono di nuovo insieme, adorati
dai fan di Zelig, ammirati dai colleghi più giovani: “Li vediamo sulle sedie, che scrivono
le battute al computer portatile. È un’altra storia ma la scommessa è sempre la stessa”
Cochi&Renato
FOTO ARCHIVIO ALINARI
“Ecco perché
siamo tornati
gli amici
di una vita”
D
ice Cochi: «Capimmo che
era successo qualcosa un
lunedì, di pomeriggio in
viale Umbria a Milano. Noi
passavamo in macchina,
c’era una scuola e c’erano i
bambini che uscivano. Ne vedemmo
due che sul marciapiede mimavano la
nostra danza, quella della gambetta che
va di lato. Oggi sembra una cosa normale, ma allora non c’era mica questa percezione del successo, di quanto poteva
essere forte la televisione. Il giorno prima, la domenica, avevamo debuttato
nel programma del pomeriggio». Dice
Renato: «Il contratto era a settimana. Il
lunedì ci presentavamo e loro ci dicevano se era andata bene: siccome è andata
sempre bene, ogni lunedì abbiamo firmato per la puntata successiva. Sempre
per una soltanto, però».
Era il 1968. Trentasette anni dopo
Cochi e Renato sono lì, il venerdì in tv
a Zelig. Gino e Michele li hanno voluti su quel palco, in mezzo a comici
che sparano battute a raffica e hanno
l’obbligo di far ridere ogni venti secondi. Cochi e Renato hanno girato la
sigla, poi nella prima puntata si sono
esibiti tra un numero di Ale e Franz e
uno dei Pali e Dispari. Alla fine il loro
numero è stato il più visto dell’intera
puntata, dieci milioni e passa, lo share che schizza oltre il 44 per cento.
Mostruoso. Gino e Michele hanno visto giusto e l’impressione è che non
siano stati né strumentali né opportunisti, soprattutto in questo caso:
alla vecchia scuola del cabaret milanese (Jannacci, Beppe Viola ecc.) Gino e Michele sono cresciuti e ne hanno un rispetto superiore. Su quel palco, Cochi e Renato hanno rifatto (e
hanno continuato nelle puntate successive) i numeri di una volta, aggiornandoli il giusto, portando una suggestione che è impossibile spiegare.
Ma era il 1968 e la tv aveva solo due
canali. Se c’era qualcuno illuminato,
che scorgeva il nuovo e magari il geniale e ti portava in tv, ti vedevano
quasi tutti. E se piacevi, era fatta.
Andò così, ma di chi fu il merito? Dice Cochi: «Al Derby, nel tempio del
COCHI
Aurelio Ponzoni nasce a Milano
l’11 marzo 1941. Esordisce al Cab
’64 nel 1964, in coppia col suo
amico d’infanzia Renato Pozzetto
1968
Arriva il grande successo
televisivo. Cochi e Renato, dopo
gli spettacoli di cabaret al Derby
Club di Milano, partecipano alla
trasmissione “Gli amici della
domenica”, con Paolo Villaggio
1975
Dopo la consacrazione definitiva
con Canzonissima condotta da
Raffaella Carrà la coppia si divide:
anche Cochi tenta la strada del
cinema e gira: “Cuore di cane”
con Lattuada
FOTO OMEGA/GAROFALO
ANTONIO DIPOLLINA
1979
Comincia la carriera teatrale.
Il debutto è con “Ivan il Terribile”
di Ugo Gregoretti. L’ultimo
spettacolo è “Gioann Brera” (foto
sopra), messo in scena nel 2002
1992
Cochi Ponzoni torna in televisione.
L’occasione è “Su la testa”, condotto
da Paolo Rossi. Accanto a loro,
Antonio Albanese e Aldo, Giovanni
e Giacomo
2000
La coppia si riavvicina per girare la
fiction “Nebbia in Val Padana”. Poi
ci sarà una tournée in teatro, preludio
della nuova unione consacrata
quest’anno con Zelig
cabaret, eravamo di moda. C’era la fila per venirci a vedere, tutte le sere. E
tanti erano intellettuali, veniva Luciano Bianciardi, Tinin e Velia Mantegazza, Umberto Eco, Dario Fo, tanti. Qualcuno collaborava con la televisione, ma la mossa giusta la fece
Jannacci convincendo qualche dirigente». Dice Renato: «Eravamo surreali, ma alla fine si capiva quasi tutto: il numero che ci identificava di più
era quello con il poeta e il contadino,
io ero ovviamente il contadino che
faceva ammattire con la praticità Cochi, poeta etereo e insopportabile
nella sua petulanza».
L’estate successiva c’è un disco a
suo modo storico, ripubblicato oggi,
così come vengono pubblicati ex novo libri per bambini con i testi di quelle cose assurde e bellissime che si
chiamavano La canzone intelligente o
La gallina. Quel disco va in classifica
e piace a tutti. La tv adesso li cerca e
firmano contratti più lunghi: alle
spalle il giro milanese storico, Jannacci e Beppe Viola soprattutto, che presidiano il Bar Gattullo di Porta Lodovica dove nasce tutto e prosegue tutto. In tv li cercano, il cabaret prosegue
a livelli importanti, le caratterizzazioni sono precise. Capire come due tipi
così diversi possano coesistere non è
del tutto semplice. Dice Renato: «Eravamo perfettamente complementari,
praticamente lo siamo ancora». Dice
Cochi: «Eravamo amici fin da ragazzini, tutto si basava su quello e faceva
superare tutto. Almeno fino a un certo punto». Ma la diversità da cosa nasceva? Dice Cochi: «Renato era lombardo dentro, comicità popolare e
importante, decisiva. Io avevo vissuto in Inghilterra, mi piacevano i
Monty Python, impazzivo per Peter
Sellers, trasferivo quei modelli nella
coppia e ci integravamo».
L’apoteosi e il massimo del successo risale a sei anni dopo, nel senso
che a quel punto i due sono parte integrante del sabato sera in tv, Canzonissima. Significa spettatori a palate,
cifre che oggi farebbero gridare al miracolo, anche venti milioni ed era in
fondo una cosa normale. Ma quel sabato sera è anche l’inizio della fine,
nel senso della coppia. Perché Cochi
scende a Roma per le prove, registra,
lavora ed è impeccabile. Lo è anche
Renato, s’intende, si presenta puntuale, prova, registra impeccabile,
ma arriva sempre un po’ di corsa, in
quanto durante la settimana prende
un aereo e va in Spagna sul set di un
film: lo sta girando Flavio Mogherini
e si chiama Per amare Ofelia. Renato
ci tiene, tanto. Al punto che lo hanno
ingaggiato per una cifra simbolica e i
soldi per i viaggi li mette a lui. Alla fine va in perdita, ha speso molto di più
di quanto ha guadagnato, ma lì, succede tutto. Per amare Ofelia è un successo clamoroso, la gente fa la coda,
il film incassa uno sproposito e lì, per
forza di cose, cambia tutto.
Dice Cochi: «Per quanto si siano
sforzati in tanti di immaginare litigi e
incomprensioni, alla fine fu un di-
stacco normale, due persone diverse
che se ne vanno per strade diverse, di
comunissimo accordo. Rimpianti
oggi? E perché? Ho fatto le cose che
volevo fare, Renato uguale». Cochi va
a girare con Lattuada Cuore di cane,
poi prende la via del teatro, si trasferisce a Roma, coltiva interessi, recita.
Renato fa incassi al cinema. Quindi bisogna tornare su quel momento
della separazione, anche perché a
frugare nella memoria tornano righe
scritte da Beppe Viola. Diceva che alla proiezione del primo film, l’intero
bar Gattullo si presentò compatto e
ne uscì a pezzi, chiedendosi come
fosse possibile, chiedendosi se davvero Renato dovesse infilarsi in una
strada così. Dice Renato: «Ma no,
Beppe scrisse quelle cose per prendermi un po’ in giro».
Però: «Jannacci ci rimase male, lui
SANREMO COME
NON LO HAI
ANCORA VISTO.
120
Menabò, il programma che ti porta nella
redazione di TV Sorrisi e Canzoni per scoprire
i segreti del numero dedicato al Festival della
canzone italiana, da domani in edicola.
QUESTA SERA ALLE 22.00
CANALE 120
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 51
FOTO TADDEI/FOTOSTORE
WEBPHOTO
DOMENICA 6 MARZO 2005
GLI AMICI DELLA DOMENICA
NEBBIA IN VAL PADANA
ZELIG
È il 1968 quando Cochi e Renato
appaiono per la prima volta sugli
schermi televisivi. La loro presenza alla
trasmissione con Paolo Villaggio è un
successo: “Il contratto era settimanale e
veniva rinnovato ogni lunedì”
Il ritorno della coppia sui teleschermi
arriva nel 2000, quando Cochi e Renato
lavorano a una fiction che racconta
appunto la storia di due amici che si
incontrano dopo diciotto anni di vita
separata
Sono Gino e Michele, autori della
trasmissione, a volere Cochi e Renato
nel più popolare fra gli show comici. È
un ritorno da protagonisti: i picchi di
ascolto del programma coincidono con
le loro apparizioni
Gli anni
della Milano
da ridere
PINO CORRIAS
‘‘
le canzoni
Nebbia in Val Padana
come una sottana
sotto tanti affari
calmi gli altri mari
Nebbia in Val Padana
sposta la sottana
un po’ di posto
anche per me
Nebbia in Val Padana
togli sta sottana
voglio far l’amore
con te
NEBBIA IN VAL PADANA
Cosa ci vuole chissà
per far successo
con la gente
si prende un filo
logico importante
la casa discografica
adiacente
veste il cantante
come un deficiente
lo lancia sul mercato
sottostante
FOTOGRAMMA
CANZONE INTELLIGENTE
RENATO
Renato Pozzetto nasce a Laveno,in
provincia di Varese, il 14 luglio 1940.
La prima apparizione pubblica risale
al ’64, accanto a Cochi Ponzoni
1968
Il debutto in televisione di Cochi
e Renato avviene grazie al forte
interessamento di Enzo Jannacci,
che li aveva già lanciati come
cabarettisti al celebre Derby Club
di Milano
1974
Renato gira il suo primo film: “Per
amare Ofelia” di Flavio Mogherini.
La pellicola avrà un enorme
successo e sarà alla base
della separazione artistica
da Cochi Ponzoni
WEBPHOTO
sì. Mi fece un lungo discorso, rimasi
molto stordito. Non sapevo che fare.
Ma poi feci quello che mi sentivo: andai a Roma fuori dal cinema dove
proiettavano il film, c’era sempre la
coda degli spettatori e decisi che pazienza, doveva andare così. Enzo
aveva le sue ragioni, ma io in pratica
me n’ero già andato».
Strade diverse, per venticinque anni, non uno scherzo. I primi tempi,
però, qualche fugace compattamento per qualche film (Sturmtruppen).
Ne gira anche Cochi, di film alla Renato. Per ragioni alimentari, proprio
nel senso degli alimenti da pagare
dopo il divorzio (dalla moglie, non da
Renato). Nel suo curriculum figurano gran cose in teatro, ma anche, al
cinema, Io zombo, tu zombi, egli
zomba, parodia horror-godereccia
all’italiana, Cochi ci ride su, ma poi
dice: «Grande rispetto, per carità. Ad
esempio c’era quel grandissimo personaggio di Renzo Montagnani». E
poi? «E poi c’era Nadia Cassini che,
beh…». Lo dica. «Il più bel culo del
mondo». Sì, eh? «Sì».
Renato infila un successone comico dietro l’altro al cinema. Per curiosità, dopo Per amare Ofelia, quanto
aumentò l’ingaggio per il secondo
film? Dice Renato: «Se ricordo bene,
venti volte tanto».
Strade che non si incrociano per un
sacco di tempo. Mentre Renato inizia
serie miliardarie come I pompieri insieme a Paolo Villaggio, Cochi ha un
colpo d’ala notevolissimo, e torna al
pubblico in tv. È il ‘92, lui si presenta duro e puro in quel programma d’epoca,
in ogni senso, che è Su la testa, Raitre
dell’era Guglielmi, Paolo Rossi, Albanese, Aldo, Giovanni e Giacomo. A Milano, sotto un tendone in periferia, è
appena passata Tangentopoli. Cochi
canta Lo sputtanamento e mette nel
mazzo politici e comportamenti ipocriti di massa: «Il ritorno migliore che
potessi aspettarmi», dice.
Giusto, ma la politica con Renato,
uno che non si pronuncia ma viene
dato come sicuramente in zona governativa, tra Lega e berlusconiani?
Dice Cochi: «È molto semplice.
Ognuno sa come la pensa l’altro, e
1981
Gira “Mia moglie è una strega”
(nella foto). Ma la sua carriera
cinematografica va a gonfie vele già
da anni: i suoi film comici sbancano
sistematicamente il botteghino
1990
È l’anno delle “Comiche” (di cui
l’anno dopo arriverà il seguito) con
Paolo Villaggio per la regia di Neri
Parenti. Renato si conferma uno
dei più popolari attori comici italiani
2000
Con “Nebbia in Val Padana” si apre
una nuova fase della sua carriera.
La coppia Cochi e Renato torna
insieme. E sarà rilanciata in tv
da Gino e Michele, autori di Zelig
non ne abbiamo mai parlato. Mai accennato alla politica, mai discusso.
Che senso avrebbe?». Già.
Il ricongiungimento è del Duemila.
È che intanto era successo altro. Spiega Renato: «A un certo punto la deriva
dei film che mi chiedevano di fare era
diventata un po’ forte». Significa,
spiega, che sì, i film più ambiziosi girati, come Da grande sono stati quelli
che hanno incassato di meno, e allora
d’accordo, bisogna fare la commedia,
ma a un certo punto uno diventa quasi anziano, e i registi delle commediacce chiedono sempre di più:
«Quando si arriva a dover girare scene
con il pannolone frignando e fingendo arrapamenti, allora è ora di chiudere». Anche perché intanto, spiega
Renato, ha investito i guadagni, ha
una casa di produzioni cinetv, tra poco se si sblocca un finanziamento produrrà un film tratto da un romanzo di
Vittorino Andreoli, lo psichiatra.
La strada, alla fine, torna una per
entrambi, come un ricompattamento naturale dopo le tortuosità della
vita. Nel 2000 arriva una fiction tv
che, in teoria, è un evento: Nebbia in
Val padana. Parte forte — la curiosità
è tanta — poi l’audience cala via via.
Dice Renato: «Una storia impossibile. Firmiamo il contratto e dopo, solo
dopo, scopriamo che il regista è un
altro e non è quello scelto da noi, che
tre attori sono piombati da chissà dove, anzi lo sapevamo benissimo da
dove. È andata così». Tanto è vero che
tornano in teatro. Debutto ad Ascoli,
nel 2001. Fanno i vecchi numeri, li
riadattano, ne scrivono nuovi. Girano abbastanza, finiscono il tour si
fermano ancora. Ne parlano. Finché
arrivano Gino e Michele. I giovani comici di Zelig rilasciano dichiarazioni
adoranti, oggi, ai giornali: «Mi do dei
pizzicotti — dice uno — Cochi e Renato hanno detto che ci considerano
colleghi, è bellissimo». I due salgono
sul palco e fanno il picco d’ascolto,
qualunque cosa sia. Guardano gli altri che corrono intorno e dice Cochi,
e dice Renato: «Li vediamo sulle sedie, che scrivono le battute al computer portatile. È un’altra storia, ma
la scommessa è la stessa, sempre».
Ciao! A chi sbaglia
a fare le striSSie
a chi invece
avvelena le biSSie
Uno tira soltanto
di destro
l’altro invece
ci ha avuto un sinistro
e c’è sempre
qualcuno che parte
ma dove arriva
se parte?
E LA VITA LA VITA
La gallina non è
un animale
intelligente
lo si capisce,
lo si capisce
da come guarda
la gente
Infatti all’inizio
del mondo
essa veniva
chiamata volpe
Perché volpe?
Ma volpe
per le sue
belle piume
LA GALLINA
Come porti i capelli
bella bionda
tu li porti
alla bella marinara
tu li porti come l’onda
tu li porti come l’onda
ma come porti
i capelli bella bionda
tu li porti
alla bella marinara
tu li porti come l’onda
come l’onda
in mezzo al mar
COME PORTI I CAPELLI
BELLA BIONDA
n po’ di mala, un po’ di coca, le risate, le bionde, molte bottiglie di champagne agli esordi
del Derby Club, anno 1959, con Milva e Millì sul
palcoscenico, Enrico Intra al pianoforte, le storielline di Pupo De Luca, Trottaneve e i Pettenari, le canzoni da due righe di Augusto Mazzotti, Giorgio Strehler che fuma al tavolo con Ornella Vanoni, e la signora Rosa Abatantuono, madre di Diego, al guardaroba
che agli spacconi dice: «Te se’ incavalla’?», sei armato?, e il bullo che nicchia, «G’ho qualcosin, cicci», ho
qualcosina, bimba, sfilando da sotto il giaccone col
pelo, la Berta cromata a sei colpi.
Malinconia, nebbia, fabbriche e tram sullo sfondo, quando Milano scodella la migliore e forse unica stagione del cabaret italiano — Boldi, Teocoli,
Cochi e Renato, il grande Salvi — incorporandola al
Miracolo e a un ventennio di notti notturne che, dopo i fasti anteguerra di Petrolini, ma molto prima di
tutti i Drive in televisivi, trasformeranno la vita in
sketch, l’avanspettacolo in monologo, Felice Andreasi in un poeta lunare e il giovane chirurgo Enzo
Jannacci in un pianista capovolto che canta in scarpe da tennis, dando le spalle al pubblico.
Mappa remota di locali, isole di luce nella città calvinista del lavoro e della nanna. Il Santa Tecla del Tinin
Mantegazza, e l’Arethusa, prime note di jazz e poi il rock
‘n’ roll di un tale Adriano Celentano, con l’ossuto Giorgio Gabershic chitarrista e Luigi Tenco al sax. Poi la Cassina de’ Pom di Gino Negri, pianista sopraffino, autore
di un piccolo capolavoro come T’ha detto niente la tua
mamma. Poi il Refettoriodi via San Maurilio, con il padrone morto sparato, e il Sette Più, che si diceva fosse
del duro Renato Vallanzasca, detto René, quando ancora faceva le rapine. Poi il Due, il Patuscino e il Ragno,
nella Brera di Scerbanenco e dei pittori.
Il Derby Club è il capostipite della nidiata, il primo
che ogni sera, dalle due all’alba, fa il cartellone di comici e il pieno ai tavoli. Nasce dalle macerie di certe
case di appuntamento che su via Larga, zona Missori e Duomo, alimentano spiccioli, amori e almeno un ristorantino che tale Bongiovanni si ritrova
dismesso dalla inflessibile Merlin. Preparando l’esodo, Bongiovanni passeggia dalle parti dei pratoni
di piazzale Lotto, lungo la via Monterosa, scovando,
al numero 84, una palazzina risparmiata dalla guerra, ma non dalla pioggia.
Il Bongiovanni ha un figlio che si chiama Gianni.
Gianni è un ragazzo sveglio. Frequenta il teatro di rivista a caccia di ballerine e intanto impara a memoria il
repertorio dei grandi: Totò, Macario, Walter Chiari,
Carlo Campanini. «Gli venne la passione e l’istinto per
il comico», raccontò un giorno Walter Valdi, re di tutti i
cabaret, autore di cento canzoni (e dell’indimenticabile Faceva il palo nella banda dell’Ortica), piccolo,
simpatico, insonne, morto un paio di anni fa: «Il padre
comprò la palazzina. Due piani per l’albergo, il ristorante, la cantina. La cantina era vuota. Gianni pensò:
qui mi installo io». E così fu.
Dieci gradini per scendere. Cinquemila lire per entrare. Insegna luminosa. Il nome Derby Club per via
dell’ippodromo di San Siro a due passi. Palcoscenico
nero, lungo e stretto. Arredi neri. Trenta tavoli. Pubblico subito di una qualche eleganza e mistero, pellicce e
soubrette tipo le giovani gemelle Kessler, ma anche Joe
Adonis, il boss, o Francis Turatello con guardaspalle e
pupe, e artisti con vita alcolica o narratori di cattiverie
padane, ma anche scommettitori di cavalli, nullafacenti ricchi o spiantati, bambole in cerca di avventura.
Esordio sulle note del fuoriclasse Enrico Intra, con i
monologhi d’artista di Buazzelli e Duilio Del Prete. Poi
il jazz di Franco Nebbia. Le canzoni di ballatoio di Liliana Zoboli e di Maria Monti. Franca Valeri che racconta le milanesi al telefono. E I Gufi di Nanni Svampa
con le bombette, la calzamaglia nera, il dialetto.
È Jannacci a battezzare il gruppo La pattuglia azzurra, con Massimo Boldi alla batteria, il fratello Fabio alla chitarra, Teo Teocoli che fa il bello e Claudio Lippi
cantante. Racconterà Boldi: «Suonando, facevamo
anche gli scemi, con le facce, i versi, le gag». Una sera
Bongiovanni, che pesa sempre le risate del pubblico, lo
chiama e gli dice: «Uè, Massimo, metti insieme tutte le
tue pirlate e raccontale al pubblico. Funzionerà”.
Storia che fa il paio con l’esordio di Diego Abatantuono, al seguito di mamma e guardaroba: gag nate a
forza di ascoltare gli altri, fino all’idea del terruncello,
che diventerà apoteosi tv, poi cinema e fama. Come gli
stralunati Cochi e Renato, scesi al Derby che erano sì e
no divi del Lorenteggioe del Santa Tecla, poi raccontati da Beppe Viola, giornalista sportivo, grande scrittore
di quasi nulla, a parte canzoni come Quelli che di Jannacci e memorabili racconti.
L’apoteosi dura un po’ più di un decennio: metà grazie ai comici in scena, metà per via del pubblico tra i tavoli. Una sera scintilla persino il Duca d’Aosta, vestito,
secondo la testimonianza di Walter Valdi «come un pistola che fa la prima comunione». Cento altre notti passano attori e registi, come Dario Fo, Carlo Lizzani, Cesare Zavattini, stelle come Marcello Mastroianni e giovanissime esordienti tipo Maria Grazia Buccella e Veronica Lario. Scendono Epaminonda, il re delle bische,
l’ex pugile Giancarlo Garbelli e il suo amico Luciano
Lutring. E insieme gli architetti, i pubblicitari, un po’ di
finanza e un po’ di politica, tutti a friggere di impazienza e sete e allegria.
Con gli Anni Ottanta, arriva la nuova ondata di comici,PaoloRossi,ClaudioBisio,AntonioCatania,Giorgio Faletti. Si moltiplicano le luci di Milano, specialmente sui Navigli. Gino e Michele fondano Zelig che è
l’inizio di una nuova storia e di un nuovo pubblico.
Gianni Bongiovanni spegne la sua ultima sigaretta
nel 1981. Il Derbygli sopravvive quattro anni. Poi l’ultimo a uscire, spegne la luce.
U
52 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
i sapori
Ricette quotidiane
Versatili ed economiche, coltivate in mille varietà
si prestano da sempre a preparazioni semplici o raffinate
e riescono da sole a risolvere il menu. Adesso però hanno
conquistato il rango di specialità gourmet tanto che
a loro è stata dedicata una giornata di celebrazioni
e un concorso in cui si sfideranno settanta cuochi
Patate
Le alleate perfette
di tutti gli chef
LICIA GRANELLO
QUARANTINA
BIANCA
È una varietà
semiprecoce,
coltivata
soprattutto in
montagna. Buccia e
pasta sono chiare,
compatte. Perfetta
per gnocchi con
pochissima farina
PATATA PRUGNONA
Ha forma irregolare e
buccia bicolore, rosso
violaceo e crema. La
polpa è bianca e fine
È indicata in insalata,
al forno e arrosto
PATATA NOVELLA
Raccolta entro giugno,
prima del completo
indurimento della buccia
e non conservata in
frigo. Ideale per “Frites”
e Chips
CANNELLINA NERA
È un tubero di
montagna, dalla buccia
color cuoio, di pasta
bianca, piuttosto
resistente alla cottura
Si accompagna bene sia
con carni rosse arrosto
che con pesci in umido
na patata per amica. Nel senso letterale del termine. Alzi la mano l’addetto ai
fornelli, da Bocuse alla casalinga di Voghera, che non consideri la patata un
ingrediente imprescindibile della propria cucina. Un’alleata preziosa, un aggiusta-piatti senza pari, piena di virtù — nutriente, poco calorica, digeribile — e perfino supereconomica.
Tanto facile, trasversale, ecumenica, pronta a tutti gli
usi e golosa per tutti i palati, da essere considerata un
alimento di serie B, condannato in quanto orfano del
fascino maledetto della trasgressione gourmand, del
lusso peccatore, del brivido ipercalorico.
Così, i francesi, che hanno — come dire — patate
da vendere, ma anche da apprezzare e glorificare,
hanno scelto uno tra i nostri più grandi chef di nuova
generazione, il bergamasco Chicco Cerea, e gli hanno affidato il compito di testimonial della Patata di
Francia. Che mercoledì verrà celebrata — insieme a
qualche esemplare italiano, bontà loro — in una giornata monodedicata presso la sede della Saps, associazione no profit e centro sperimentale dedicato agli
strumenti di cottura, ideato e gestito dalla famiglia di
Baldassarre Agnelli, una delle aziende di pentole professionali più famose del mondo.
Di più, il 12 aprile sarà annunciato il vincitore del
concorso “Patate di Francia”, promosso con l’ausilio
di Italcuochi e Unione Italiana Ristoratori, con oltre
70 chef impegnati a ideare e “scalettare” una ricetta
originale con la patata protagonista. Dicono i giurati
che le proposte arrivate — salate ma anche dolci — sono di incredibile varietà, originalità, sapore. Perché
aggiungendo virtù a virtù, la patata vanta un utilizzo
pressochè infinito, in beata solitudine — mai provato
ad addentare una buona patata bollita o al forno solo
con una presa di sale, magari grosso, meglio se “fior di
sale”? — o con gli ingredienti più disparati.
Eppure, in Italia ne consumiamo metà della media
europea. Certo, Regno Unito e Grecia sono inarrivabili con il loro quintale scarso procapite. Ma i nostri miseri 40,6 kg a testa dicono molto della nostra ondivaga
cultura alimentare. Malissimo ha fatto a noi tutti il battage falsamente dietistico degli ultimi dieci anni, che
ha inchiodato la patata all’elenco degli alimenti nemici, in quanto carboidrato, e quindi ingrassante. Errore! La patata ingrassa semplicemente perché la inondiamo di grassi, che sia fritta, condita in insalata, farcita di panna acida (al forno), crogiolata insieme all’arrosto o sugosissima con carni e pesci in umido.
Viceversa, proprio i più avvertiti tra i dannati della dieta hanno imparato ad amarla e cucinarla senza pregiudizi, semplicemente con qualche attenzione in più. Il resto, ce lo raccontano ogni giorno i grandi chef nei loro menù, dove le patate, grazie alla loro
versatilità, rappresentano immancabilmente la base-principe: dalle storiche spume di Ferran Adrià al
francese “aligot” (un purée mantecato con la celebre
toma dell’Aubrac) proposto in maniera sontuosa da
Michel Bras, giù giù fino alla sfogliatina con caviale
di Vittorio Fusari e alle tagliatelle di patate (senza farina) di Carlo Cracco.
Altrettanto importanti, la scelta della varietà, la
conservazione, la cottura adeguata. Perché se sbagliamo, gli gnocchi appena messi in acqua bollente si
sfarinano, o viceversa diventano una pappetta collosa, le patate fritte si abbrunano senza cuocersi, il
purée assume un insopportabile sapore dolciastro. Il
guaio è che quasi mai sappiamo come fare, e poco ci
aiutano quelli che dovrebbero supportare le nostre
performance culinarie, ovvero produttori e negozianti. Fino a pochissimo tempo fa, infatti, non si riusciva andare al di là del canonico “vecchie o nuove”,
che di per sé è un ottimo spartiacque — le patate vecchie hanno meno amido, e se ne giovano gnocchi e
purée — ma non sufficiente.
Grazie alla globalizzazione virtuosa, e rinunciando per qualche tempo alle patate nostrane, abbiamo
imparato usi e costumi della patata leggendo i sacchetti di vendita dei prodotti d’importazione, per fortuna mutuati, negli ultimi tempi, anche da alcuni nostri consorzi. Destreggiarci tra paste gialle e bianche,
polpe sode e fini, è diventato un gioco da ragazzi: patatine fritte, crocchè e gattò sono ormai senza segreti. Roba da fare invidia al più popolare dei fast food.
U
Fritte
Arrosto
Purée
Le migliori sono fatte con
patate a polpa farinosa, perché
assorbono poco olio e hanno
un elevato tasso di materia
secca. Prima di friggerle, vanno
tagliate e lasciate a bagno in
acqua salata e ben fredda, poi
asciugate e cotte in extravergine
leggero a 170 gradi
Le patate ideali sono quelle
a polpa tenera (dette fondenti)
Rispetto alle altre, sono meno
sode, pur vantando comunque
un elevato tasso di materia
secca. Questo permette ai tocchetti tagliati di cuocere rapidamente a fuoco lento e restare
croccanti ma col cuore morbido
Come per quelle fritte, le patate
ideali sono poco “umide” e
ricche, invece di materia secca
In questo modo, si sfarinano
lentamente durante la cottura,
che deve essere realizzata con
la buccia e a bassa temperatura
(bollitura leggera) in acqua salata
per trattenere fibre e vitamine
DOMENICA 6 MARZO 2005
itinerari
Chicco Cerea,
chef di uno
dei migliori
ristoranti,
“Da Vittorio”,
è stato scelto
dalla Sopexa
(la società che
promuove gli
alimenti francesi)
come testimonial
delle Patate
di Francia
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 53
Bergamo
Viterbo
Avellino
Incastonata tra la
bellissima cittadella
alta e la parta
pianeggiante,
moderna, vanta una
scelta agricola di
prim’ordine, grazie
all’alternarsi di
campagna e montagna. Tra le coltivazioni, viti,
ulivi, patate e i formaggi-culto delle valli intorno.
La città di origine
etrusca, circondata dai
laghi, raccoglie la parte
sud della Maremma ed
è famosa per le sue
terme. Nella campagna
intorno, molto fertile,
primeggiano le
coltivazioni di ulivi (dop Canino), viti (Est! Est!! Est!!!),
patate, lenticchie e nocciole.
Capitale della
Campania “montana”,
ha intorno
a sé ben 119 comuni,
dislocati nella conca,
appoggiati
sull’altopiano o
arrampicati sui monti
dell’Irpinia. In ascesa le coltivazione di cereali,
patate e vigneti e l’allevamento di ovini e suini
DOVE DORMIRE
AGNELLO D’ORO
Via Gombito, 22
Tel. 035-249883
Camera doppia da 104 euro, colazione inclusa
DOVE DORMIRE
HOTEL NIBBIO
Piazzale Gramsci
Tel. 0761-326514
Camera doppia da 95 euro, colazione inclusa
DOVE DORMIRE
HOTEL CIVITA
Via Manfredi, 124 - Atripalda (2 km da Avellino)
Tel. 0825-610471
Camera doppia da 90 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DA VITTORIO
Via Giovanni XXIII 21
Tel. 035-213266
Chiuso mercoledì, menù da 100 euro
DOVE MANGIARE
LA TORRE
Via della Torre 5
Tel. 0761-226467
Chiuso la domenica, menù da 30 euro
DOVE MANGIARE
LA MASCHERA
Rampa San Modestino 1
Tel. 0825-37603
Chiuso domenica sera e lunedì, menù da 30 euro
DOVE COMPRARE
PRIMIZIE BRESCIANI
Via Masone 5
Tel. 035-214200
DOVE COMPRARE
ARVALIA
Via Montello 18
Tel. 0761-344051
DOVE COMPRARE
LICCHIELLO Frutta e verdura
Via Amabile 27/a
Tel.0825-22319
Consumato in Europa da metà del 1500
Quel tubero ci salvò
dalle carestie storiche
MASSIMO MONTANARI
N
PATATA AMERICANA
Detta patata dolce
o batata, in cucina
viene utilizzata negli
agrodolci, ma anche
per la produzione di
fecola e di alcol
Gnocchi
È importante che le patate siano
“vecchie”, ovvero lasciate al
buio e al fresco (non in frigo,
perché sotto i 6 gradi l’amido si
trasforma in zucchero) durante
i mesi invernali, così da far
perdere parte dell’amido ed
evitare che restino collose
durante la cottura
FOTO ZEFA
FOTO STOCKFOOD
MORELLA
Caratteristica per la
sua buccia viola, a volte
screziata con venature
chiare, che contrasta
con la polpa bianca,
accompagna bene
con gli stufati
Insalata
Ancora patate a polpa soda,
ma con un tasso di umidità più
alta. Devono restare dolci, non
sfarinarsi durante la cottura,
risultare compatte al momento
di essere affettate. In quanto
solanacee, tendono a diventare
tossiche (poco digeribili) il giorno
dopo la cottura
on è stato facile, per la patata, conquistarsi il ruolo di specialità gastronomica. Quando giunse in Europa, negli anni quaranta del Cinquecento, fu trattata con
molto distacco. Gli spagnoli, che l’avevano
scoperta in Perù, la fecero conoscere in Francia, in Italia, in Germania. In Inghilterra arrivò
direttamente dall’America, sul finire del secolo. Ma non pareva un cibo da uomini: piuttosto da animali. I contadini europei per un paio
di secoli non vollero saperne di coltivarla nei
propri campi. Solo nella seconda metà del Settecento si rassegnarono, più per necessità che
per scelta. La coincidenza è impressionante:
in tutte le regioni d’Europa, la coltivazione
della patata inizia sempre in coincidenza con
anni di carestia e di fame.
In Germania, ad esempio, la diffusione del
nuovo prodotto avvenne durante le crisi alimentari che afflissero il paese durante la guerra dei Sette anni (1756-63) e durante la carestia
del 1770-72. In Prussia,
dove era stato prigioniero, incontrò la patata
Augustin Parmentier,
che ne divenne entusiasta sostenitore una volta
tornato in Francia, tanto
da essere chiamato “l’apostolo della patata” (a
lui fu dedicato, poi, la famosa crema a base di
patate). Parmentier sosteneva che con la farina
di patate, opportuna- Federico il Grande
mente mescolata al grano, si poteva fare il pane: anche con questo argomento cercò di convincere i contadini francesi a introdurla nella loro dieta, come per rassicurarli che il nuovo prodotto non avrebbe
modificato le loro tradizioni, anzi le avrebbe
consolidate. La paura del nuovo, assieme alla
curiosità, è un atteggiamento ricorrente nella
storia dell’alimentazione.
Questa storia del pane — che poi fu abbandonata — torna anche negli scritti degli agronomi italiani. La sostiene, fra gli altri, il riminese Giovanni Battarra, che nel 1778 canta le
virtù del bianco tubero (in Italia, a quel tempo,
chiamato anche “tartufo bianco”) che meravigliosamente consentirà ai contadini di vincere la fame: «Felici noi, se ne potremo introdur
de’ buoni piantamenti; perché non soffriremo
mai più carestia». Se le patate erano ancora ritenute un cibo da animali, Battarra ne raccomandava l’uso anche ai contadini, perché «sono un ottimo cibo per gli uomini non meno
che per le bestie».
Le autorità politiche si impegnarono molto in
quest’opera di propaganda: Federico Guglielmo I di Prussia e suo figlio Federico il Grande istituirono cattedre ambulanti di agronomia, per
illustrare ai contadini le qualità delle patate e il
modo di coltivarle. In Italia si ricorse perfino alla collaborazione dei parroci, riconosciuti dai
pubblici poteri — in quanto «depositari della
confidenza de’ villici» — come «uno degli stromenti più efficaci per insinuare e diffondere nel
popolo le utili verità e le pratiche più vantaggiose alla società e allo Stato»: con queste parole si
esprime, nel 1816, una circolare del Regio Delegato della provincia del Friuli, indirizzata a tutti
i parroci assieme a un manualetto sulla coltivazione delle patate, da illustrare e divulgare fra i
fedeli. Non mancarono forme di coercizione
giuridica, come l’inserimento nei patti agrari di
una clausola che obbligava il nuovo conduttore
di un fondo a riservare una parte del terreno alla coltivazione delle patate.
Questa immagine di “cibo per affamati” durò
a lungo, come pure la destinazione popolare
della patata. Ma a poco a poco anch’essa entrò
in una dimensione più francamente gastronomica. Nella prima metà dell’Ottocento il prodotto fa la sua comparsa nei ricettari di cucina
borghese e i suoi impieghi si diversificano, per la
preparazione di vivande vecchie e nuove: gnocchi, creme, torte, timballi…
Oggi, chi immaginerebbe un’Europa senza
patate?
L’autore è docente di Storia Medioevale
all’università di Bologna
DOMENICA 6 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 55
Gioielli hi-tech
Oltre la voce
la rivoluzione
del cellulare
ANDREA TARQUINI
R
HANNOVER
icordate ancora la rivoluzione del costume
e del vivere
quotidiano che fu l’arrivo
del telefonino per tutti, uno
o due decenni fa, o siete
troppo giovani? Non
importa. Adesso arriva la seconda rivoluzione del telefono tascabile. Il cellulare
miniformato-ultramoderno-al-megliodel-design non sarà
più solo lo strumento
per telefonare o essere
raggiunti ovunque.
Sarà altro, di più: diverrà
il mezzo per connettersi
da ovunque alla tv e a Internet, per scaricare musica dai portali Mp3 o per
parlarsi tra amici a costo
minimo come con un
walkie-talkie dell’esercito
americano. Sarà il minigadget per l’Internet surfing, ti
allaccerà al World wide web
da ogni angolo del mondo.
E insieme sarà un oggetto
del desiderio sempre più
bello, trendy e raffinato,
progettato dai grandi del
design e dell’alta moda.
Non ci credete? Venite allora dal 10 al 16 marzo al Cebit che come ogni anno apre
i battenti a Hannover, venite
qui alla più grande fiera
mondiale dell’elettronica,
delle telecomunicazioni,
delle meraviglie e dei sogni
proibiti internettiani. Qui
nella fredda, neoclassica capitale del Land di Bassa Sassonia, qui nella città a metà
strada tra Berlino e il confine
francese dove la Prussia cominciò a diventare nazione
tedesca, qui dove un certo
Gerhard Schroeder cominciò da giovane governatore la carriera di leader politico, il mondo del virtuale e del
futuro s’incontra e si
racconta esperienze
e sfide.
La seconda rivoluzione dei cellulari non
sarà meno importante
della prima, per la nostra vita quotidiana. Allora imparammo a parlarci mentre guidavamo
(sfidando i divieti) o viaggiavamo in autobus. Allora le
prime audaci pubblicità di
Telecom Italia ci gettavano
nella frustrazione: alla fine
della vacanza romana, l’amichetta americana chiedeva al bel giovanotto romano
salutandolo a Fiumicino:
«Dammi il numero del tuo
cellulare. Cosa? Non hai un
telefonino? Allora addio».
Adesso il telefonino ci aprirà
più strade, ci porterà ad altri
approdi e incontri.
Con le nuove linee senza
cavo potete usare il cellulare
per collegarvi a Internet alla
massima velocità: la telefonia via cavo, vista qui dal Cebit, diventa superflua come
una tecnologia invecchiata.
Benvenuti nel futuro. Il
mondo virtuale entra nel
quotidiano grazie al telefo-
Navigano in Internet, scaricano musica in Mp3, scattano
fotografie e girano filmati: i telefonini stanno vivendo
una seconda giovinezza, grazie alle tecnologie digitali
che terranno banco da giovedì prossimo al Cebit, la grande
fiera dell’elettronica di Hannover. Ecco i modelli dell’ultima
generazione: piccoli e potenti ma senza rinunciare al design
FOTO CORBIS
le tendenze
CUORE DI COMPUTER
Il PalmOne Treo 650
appartiene alla famiglia
degli smartphone, via di
mezzo tra un telefono
cellulare e un palmare.
Possiede tutte le funzioni
caratteristiche di un
piccolo computer
CHIAMARE COL PC
Anche l’Asus p505
appartiene alla nuova
categoria dei “telefoni
intelligenti” ed è un vero
e proprio computer
palmare che pesa appena
165 grammi
ALTA RISOLUZIONE
Il Motorola E1120 è dotato
di una videocamera a tre
megapixel e permette di
trasmettere e ricevere foto
ma anche filmati. Audio di
qualità grazie a due
altoparlanti polifonici
DISPLAY GIREVOLE
Il Samsung SGH-Z130
è dotato di uno schermo
ruotabile fino a 90 gradi
(per essere visto come
se fosse un televisore
tascabile) e di una
telecamera digitale
da 1 megapixel
SUPERVELOCE
Il SonyEricsson K600i
è il telefonino di terza
generazione
in grado di scaricare
da Internet
musica e filmati
ad alta velocità.
Può anche ricevere
le trasmissioni
della radio
nino dell’ultima generazione. Benvenuti nel domani
che è già oggi, sperimentato
in Giappone, Usa e in angoli
del Regno Unito. Navighiamo in rete, con i nuovi telefonini di Nokia e SonyEricsson, di Siemens o Samsung. Anche in viaggio per
lavoro o dalla vacanza cerchiamo online qualsiasi cosa ci serva, dal necessario al
gradito. Usiamo le memorie estese dei nuovi minicellulari per vedere online i
programmi tv preferiti, sul
minischermo a cristalli liquidi del telefonino che
estraiamo dalla tasca. Non
importa se telegiornali o
talk show, spettacoli musicali o documentari. Seguiamo la Cnn, o i notiziari Rai o
Mediaset, dal display a colori che si apre a croce sul telefonino che quindi possiamo posare sul tavolo. O tenere nel palmo della sinistra mentre viaggiamo su
un affollato metrò. Cambiamo canale sui minitasti.
Non è finita: con i telefonini della nuova generazione
possiamo divertirci a scaricare e ascoltare musica in formato Mp3. Al massimo livello di qualità del suono. Immagazziniamo centinaia o
migliaia di motivi sul cellulare. Niente pirateria telematica, niente riedizioni di Napster: il downloading si fa legalmente attraverso i portali
dei grandi provider, da Vodafone agli olandesi di Kpn,
da Deutsche Telekom ai
giapponesi di Ntt DoCoMo.
Musica a un euro a motivo o poco più. Resta
sulla memoria del telefonino, poi potete
sentirla quando volete. Anche con l’auricolare mentre fate
jogging. È il nuovo
trend dei manager
berlinesi.
Il nuovo telefonino
sostituisce il walkman
per chi ama la musica
sempre e ovunque. Ma
compete anche con il Game Boy o la Playstation
portatile: collegatevi online col cellulare a ogni sito,
scaricate o giocate in diretta qualsiasi videogame.
Oppure divertitevi con
l’ultima trovata di Deutsche Telekom: il telefonino
che diventa walkie-talkie a
tariffa minima, diciotto
euro al mese. Non dovete
più comporre questo o
quel numero. Chiamate
con un tasto gruppi di numeri di amici, e parlate in
diretta. Anche dal mercato: «Cosa serve per la festa
di questa sera?». E, infine
ma non ultimo, il cellulare
diventa videotelefono portatile. Non scatta più soltanto fotografie ma anche
filmati a 3 milioni di pixel.
Trasmette il tuo volto alla
persona con cui parli. A cui
puoi inviare video come un
sms: la comunicazione audiovisiva entra in tasca o
nella borsa, non è più relegata in casa.
VIDEO DA PASSEGGIO
Il 6230i è uno degli ultimi
nati in casa Nokia: il
display ad alta risoluzione
è particolarmente adatto
per vedere contenuti
multimediali. Ha un
riproduttore stereo
compatibile con l’Mp3
OCCHIO AL FLASH
TELEFONATE DI GRUPPO
Display che si apre a croce, tastiera completa
come quella di un pc. E una funzione speciale
per parlare con un gruppo di persone
schiacciando un solo tasto: è il Siemens SK 65
Il Sagem MyX-8 possiede una
fotocamera da 1,3 megapixel
con flash incorporato e zoom
digitale 8x. La memoria interna è
di 40 megabyte: anche le
suonerie polifoniche sono
compatibili con il formato Mp3
56 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
il corpo
Estetica e salute
Le creme anti-età con formule all’avanguardia fanno ormai
concorrenza al bisturi nella lotta ai segni del tempo
che per le donne diventano spesso un’ossessione.
Per tutelare i consumatori tra cinque giorni entra in vigore
una nuova normativa europea che obbliga i produttori
a indicare sempre gli ingredienti e la data di scadenza
le novità
BEAUTY VIAGRA
CARTA MAGNETICA
Un trattamento
cosmetico hi-tech
che ristruttura la pelle
secondo gli stessi
meccanismi alla base
del funzionamento
del Viagra, con
l’utilizzo dell’ossido
nitrico. Già in vendita
in Giappone,
verrà lanciato
in altri 165 paesi
Un carta magnetica
personale, con dati
clinici, racchiude in
un chip la storia
clinico-estetica del
proprietario. Con essa
è possibile accedere
a una catena di istituti
estetici nel mondo,
avvalendosi di servizi
di specialisti e
di trattamenti mirati
NATA PER SBAGLIO
USO SINERGICO
Non è la prima volta
che capita: come per
i farmaci anche per i
cosmetici. E così una
crema messa in
commercio contro le
smagliature, testata da
numerose consumatrici
per errore sul viso, si
è dimostrato un valido
trattamento antietà
grazie ai principi attivi
ricchi in oligo-peptidi
Sono basati sull’uso
sinergico di apposite
creme e trattamenti
topici combinati con
integratori da assumere
per via orale. Nei nutricosmeceutici il binomio
crema e pillola apre le
porta a un nuovo
concetto di cura
estetica: quella che
agisce esternamente
e internamente
SU MISURA
RAGGI BENEFICI
Come i profumi, si
diffondono anche le
creme personalizzate,
studiate sul tipo di pelle
e sul grado di danni
da riparare. Già ora
sono in commercio
creme di serie
che fanno distinzione
fra visi di forma tonda
e quelli invece
di conformazione
triangolare
Viene dall’Inghilterra
e costa 110 sterline
il gadget a infrarossi
anti-età. Va passato
sulle rughe ogni giorno
minimo per un quarto
d’ora massimo mezz’ora. Dovrebbe
stimolare la
produzione di elastina
coprendo i segni del
tempo. Ma mancano
dati clinici sufficienti
Bellezza
Battaglia all’ultima ruga
LAURA LAURENZI
Q
uale termine è più odioso? Il
vecchio e polveroso zampe di
gallina o l’offensivo e nuovissimo codice a barre, utilizzato
per descrivere le rughe della
bocca? Sempre più presto, già
a 30 anni, ci si rifugia nelle creme anti-età.
D’accordo, i miracoli non esistono, e l’effetto placebo fa effetto fino a un certo
punto. Però è vero: una pelle trattata regolarmente ha un aspetto migliore, più
curato e più fresco, di una pelle abbandonata a se stessa, ma anche di un pelle
cosiddetta acqua e sapone, che prima o
poi grida aiuto.
Difficile orientarsi nella babele dei
messaggi pubblicitari che promettono
prodigi mirabolanti, concentrati di vita
con bio-linfa, il siero che ridefinisce-ringiovanisce-rassoda, l’anti-età che capovolge la legge di gravità, la crema alle microperle vegetali effetto riempimento,
quella col bio-vettore esclusivo, quella
che riduce lo stress ossidativo, quella all’acido lattobionico, quella che ristruttura l’architettura del viso agendo come un
tirante su 25 mila punti strategici, quella
che la mia età? ci sono bugie più interessanti da raccontare.
Da supermercato o da cassaforte, la
crema antirughe è oggetto di desiderio e
insieme di uso comune da parte di donne sempre più giovani. Le prime rughe,
anche se sono solo rughe di espressione,
insorgono attorno ai venticinque anni.
Dunque non stupisce che a trent’anni,
quando comincia a rallentare il metabolismo a diminuire la produzione di collagene, una donna sia già psicologicamente pronta a investire tempo e denaro nel
miraggio di ringiovanire — o quantomeno di preservare — la propria pelle.
Miraggio? L’Autorità ha ritenuto ingannevole più di un’inserzione pubblicitaria di antirughe che vantavano effetti
semi-miracolosi: i test infatti non sono
stati in grado di dimostrare un’efficacia
superiore a quella di una normale crema
Adesso il problema
degli esperti è
come far assorbire
vitamine, bio-vettori,
microperle,
trattamenti collagene,
in profondità senza
ricorrere al chirurgo
idratante. Un passo avanti importante
nei confronti del consumatore è l’obbligo
— una normativa europea che entrerà in
vigore l’11 marzo in tutti gli Stati dell’Unione — di indicare sulle confezioni la data di scadenza. La misura riguarderà i prodotti con una durata superiore ai trenta
mesi: sull’etichetta si dovrà specificare
per quanto tempo potrà essere utilizzata
una determinata crema una volta aperto
il vasetto. La nuova normativa obbligherà
i produttori a segnalare anche l’elenco
degli ingredienti nonché la presenza di
elementi che possono provocare allergie.
La battaglia alle rughe si combatte oggi
con preparati che vorrebbero fare concorrenza al bisturi: cosmetici e creme che
copiano tecniche e materiali della chirurgia estetica mimandone gli effetti, ammesso che ci riescano, riempiendo le rughe come farebbe un filler, spianando i
segni del tempo con un effetto lifting. E
così creme e sieri di nuovissima generazione — denominati cosmeceutici —
vantano componenti come l’acido jalu-
DOMENICA 6 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 57
70% acqua
25% proteine 2% grassi
25 anni
30 anni
E’ la percentuale d’acqua
presente nella pelle
L’età in cui insorgono
mediamente le prime rughe
La nostra pelle è composta
per un quarto da proteine
E’ tempo di cominciare
i primi trattamenti antietà
Soltanto il 2 per cento
i grassi nella pelle umana
70%
Delle rughe è provocato da
smog, fumo, stress e sole
PRODOTTI
IL PLANCTON TERMALE
Grazie ai micro-cristalli di silicio
che captano la luce, le imperfezioni
e le rughe appaiono sfumate
Antirughe Line Peel di Biotherm
al plancton termale favorisce
l’esfoliazione naturale
PIÙ COLLAGENE
Rinnova le fibre elastiche della
pelle, stimolando la produzione di
collagene e di elastina, la crema
Litactiv Pro di Vichy, risultato di
10 anni di ricerca e cinque
brevetti scientifici depositati
CHE PENNA!
L’ultimo ritrovato
contro le rughe
verticali attorno
alla bocca
è una speciale
penna che
riempie i segni
d’invecchiamento
con microperle
sferiche all’acido
ialuronico
Perfectionist Lip
Pen di Estée
Lauder favorisce
la tenuta
del rossetto
LE GRAZIE
Il volto de “Le Grazie”
di Antonio Canova.
L’opera è conservata
all’Ermitage di San
Pietroburgo
ronico, l’acido glicolico, l’acido salicilico,
il collagene, e anche frazioni di tossina botulinica: tutte sostanze adoperate, con
ben altra concentrazione, in medicina
estetica. Il problema è come fare arrivare
questi principi attivi in profondità. Ecco la
lotta all’ultimo carrier, alla molecola il più
efficace nel far penetrare le sostanze benefiche veicolandole fino al derma: ecco i
nuovi liposomi, fitosomi, oleosomi.
Tutti novelli Faust, imprigioniamo il
nostro sogno di eterna giovinezza nel vasetto di una crema. In realtà il modo in
cui invecchieremo è inciso nel nostro codice genetico. Ci sono però molte cose
che possiamo fare, se è vero che il 70 per
cento dei segni che portiamo in faccia dipende da fattori esterni: adottare uno stile di vita salutista, mangiare in modo sano, non fumare, bere molta acqua e
niente superalcolici, e soprattutto proteggerci dal sole.
«Le creme? Sono carezze, un rito di autoindulgenza. D’altra parte la pelle parla
di noi, è l’espressione delle nostre emo-
zioni, della nostra salute, sia fisica che
psichica», commenta la psicoterapeuta
Maria Rita Parsi. «Può sembrare una questione futile e superficiale, e invece in
questa lotta c’è un grosso carico di angoscia. In realtà bisognerebbe distinguere
fra ruga e ruga. Non sono tutte uguali.
Ognuna ha la sua storia. Quando il tempo passa senza un significato profondo,
allora lascia dei segni che tu non vuoi vedere, perché sono rughe di solitudine.
Una ruga deve tenere compagnia per
avere valore, deve essere come una medaglia al merito. Flaiano diceva: “La felicità è nel transito e nella trasformazione”. Io aggiungo che bisogna avere grande forza di carattere per accettare questo
transito e questa trasformazione. Esserne felici è una fortuna di pochi». Ma lei,
professoressa Parsi, fa qualcosa per le sue
rughe? «Certo. Uso le creme, e ho anche
fatto qualche iniezione di acido ialuronico. Le dirò di più: se a sessant’anni mi scopro un mostro, non escludo di andare dal
chirurgo plastico».
SPREMUTA D’UVA
E’ al retinolo combinato in tre diverse
modalità di rilascio la crema
Lancaster Ultimate anti-age
Perfection. All’estratto di uva bianca
con azione antiossidante e pigmenti
perlescenti
EFFETTO LEVIGANTE
Stimola la produzione della decorina,
molecola gluco-peptica, nei punti in
cui le rughe sono più profonde la
crema Lisse Expert
di Yves Saint Laurent con effetto
levigante
SALVA-COLLO
Trattamento lifting
per il collo
e il decolleté di
Collistar combatte
il doppio mento
con effetto
rassodante
I liposomi agli
estratti di edera
e caffeina
favoriscono la
tonicità cutanea
Il conformismo
delle facce da tv
MICHELE SERRA
ulla bellezza delle rughe si può fare letteratura, e facile retorica. Ma il bruto computo degli anni, del tempo che passa, del
volto che si segna, non è poi così leggero da digerire, e non credo esista una sola persona,
femmina o maschio, che non sarebbe felice di
ritrovare allo specchio il proprio volto dei venti o dei trent’anni, ancora libero da segni, ancora da scrivere.
Se dunque vogliamo essere schietti, a proposito di lifting, belletti, tecnologie e mitologie
pro-juventute, dobbiamo prima di tutto ammettere che la tentazione è forte e la posta è seria, tutt’altro che futile (chi dice “faustiana”
non dimentichi che il patto con il diavolo è attraente e decisivo, altrimenti che diavolo sarebbe…). La posta non è tale, comunque, da
poter essere liquidata con uno sberleffo “morale”, che declassi nella categoria della pura vanità la necessità di sopravvivere bene al tempo
e alle fatiche.
La vera questione, allora, non è maledire perché “immorali” i rifacimenti dei connotati e la
censura delle rughe. La vera questione è domandarsi se gli scopi (comprensibili e giusti)
dell’estetismo contemporaneo ottengono, alla
fine, i risultati che dicono: se cioè il tiraggio delle facce, la cancellazione delle espressioni, lo
stiramento delle sgualciture producono uomini e donne davvero più “belli”, che a guardarli
ci si sente contenti e rassicurati. E non, piuttosto, maschere inquietanti, che nello sforzo vano di alludere alla giovinezza indicano, all’opposto, l’invincibilità del tempo, risultano patetiche e irrisolte, denunciando una frustrazione, un fallimento e non certo un successo.
In questo senso sì, eccome, ci sono facce da
vecchio, da vecchia, che ci parlano bene della
vita, la racchiudono, la raccontano, hanno la
luce pacificante del tramonto: ma quei tramonti estivi lunghi, socievoli, tiepidi, che portano a uscire di casa e godersi la sera. E ci sono
facce rifatte, anzi tumefatte dal tiraggio, che
raccontano piuttosto la morte, il terrore della
morte come motore perverso che impedisce di
rilassarsi e godere il cambiamento (non sempre così indegno) che gli anni inducono.
Tra estetismo ed estetica, evidentemente,
corre la stessa differenza che separa salutismo
e salute. Da una parte (estetismo e salutismo)
c’è l’insania di un’ossessione, di un obbligo sociale che comprime la vita, costringe ad atteggiarsi per ben figurare, per non disturbare, per
compiacere. Dall’altro (estetica e salute) c’è
spesso il naturale, rasserenante accettarsi e farsi accettare, e quello sì che diffonde benessere
anche negli altri, minimizza l’angoscia del
tempo e il presagio della morte perché è la dimostrazione incarnata di come si possano affrontare le stagioni senza dannarsi e smaniare,
senza perdersi d’animo.
Naturalmente questo discrimine tra cura di
sé e accanimento su di sé è affidato all’intelligenza e al talento individuali. Diciamo che la
tendenza, ahimè, sembra essere la seconda, a
partire da dettagli come la nevrosi cosmetica
che dilaga (vedasi la desolante tendenza maschile a rifilarsi le sopracciglia, tutte uguali e
leccate, sopracciglia standard), o come l’abolizione del naso forte, di tradizione greco-latina,
piallato dal chirurgo sul modello dei nasetti anglosassoni. Conformità a certi canoni e dunque
conformismo, questo è il più preoccupante effetto di molta estetica non solo chirurgica, l’abolizione del dettaglio caratteristico, dell’imperfezione, della diversità in favore di un mutamento che è nascondimento: confondersi,
sparire nell’irriconoscibilità di una folla senza
più età né connotati, come certi pubblici televisivi delle trasmissioni del mattino, già inverosimilmente in ghingheri, uguali su tutti i canali, come se avessero lasciato la faccia in guardaroba prima di entrare in studio…
Mantenere la faccia o perdere la faccia?
S
58 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 MARZO 2005
l’incontro
Postfemministe
Trent’anni dopo “Paura di volare”,
10 milioni di copie vendute, la
guerriera dell’emancipazione torna
in campo per combattere la nuova
battaglia, “per spostare di un altro
passo il confine”:
conquistare il diritto
della donna matura ai
piaceri della vita. Sesso
compreso. La sfida è
cambiare la morale,
abbattere i pregiudizi
sulla vecchiaia. Perché,
come ci racconta la scrittrice, anche
“una nonna come me” ha ancora
voglia di provare emozioni
Erica Jong
D
tradizioni e i suoi valori sconvolti. Dice Erica Jong: «Penso a mia nonna, che
è stata per me una figura molto importante. Ne ho scritto in older bolder
women. Con l’età, per lei che era stata
fino ad allora soprattutto una madre,
i nipoti diventarono tutto, il centro
della sua esistenza, l’interesse principale, che non lasciava né spazio né voglia per occuparsi d’altro. E a mia nonna tutto questo sembrava naturale,
tanto da esserne pienamente soddisfatta». Erica la ricorda composta, con
le perle (vere) e a doppio filo al collo e
il cappellino in testa, secondo i canoni bon ton dell’epoca. Dolce, calma,
morigerata e prevedibile. E appagata
di essere nonna. Come tante altre
donne mature di mezzo secolo fa.
Ora quella cartolina non esiste più.
È più accettabile, anche da anziani,
pretendere l’impossibile e parlare di
desiderio. Le donne grandi seguono la
moda, scelgono come vestirsi senza
essere ingabbiate negli schemi e vogliono ancora piacere e piacersi. È un
nuovo atteggiamento, l’inevitabile
corollario a una vita completa. «Pren-
Il prossimo libro,
che sta scrivendo ora,
è il seguito ideale
del suo best seller
e forse la protagonista
sarà ancora
una volta Isadora
Wing, sempre in lotta
per le sue libertà
FOTO CORBIS
onne, attenzione, la
“paura di volare” è ancora un tabù temibile e granitico. Almeno dopo i
sessant’anni. E il diritto
al sesso in età declinante
è la nuova frontiera da conquistare.
Parola di Erica Jong, l’icona della letteratura ero-femminista che nei primi anni Settanta, con il suo best seller
da dieci milioni di copie, esportò in
mezzo mondo le gesta di Isadora
Wing, impudente eroina della “scopata senza cerniera”. La giovanotta di
quella “paura di volare” ha ormai fatto il suo tempo e adesso la nuova guerriera dell’emancipazione sessuale è la
donna grande, la donna matura. Non
più solo nonna tutta casa, ricette e nipotini, ma donna a trecentosessanta
gradi, spregiudicata alfiera del diritto
a vivere pienamente la propria esistenza fino all’ultimo istante, senza
rimpianti e senza rinunce. «Sarà l’argomento del mio prossimo libro», rivela Erica Jong da New York. «È il tema
più importante di oggi. Urgente e intrigante. La vita si è ormai molto allungata, è migliorata la qualità della
vecchiaia e chi oggi ha più di sessant’anni ne ha davanti a sé magari
ancora una trentina. E allora perché
non pretendere il meglio e gioire di
tutto ciò che offre lo stare al mondo,
sesso compreso?».
Chissà se la protagonista della nuova bibbia erotica firmata Jong e dedicata alla terza età al femminile sarà la
stessa Isadora Wing del lontano ’73 e
ormai sul viale del tramonto: «Ho appena cominciato a scrivere e non lo so
ancora». Chissà se il titolo del libro che
verrà sarà altrettanto fortunato: «Non
ho ancora deciso niente e anche il solo parlarne mi rende nervosa». Chissà
se la nuova moda che impone di rima-
nere seducenti a uso e consumo di
amori e amorazzi tardivi, convincerà
le signore in età avanzata ad adeguarsi al nuovo modello. Loro, che sono
già super indaffarate a far fronte alle
tante aspettative imposte dall’èra
moderna: sport, brillantezza sociale,
eleganza e disponibilità illimitata
«per tutto ciò che fa cultura e che dunque tiene agile la mente». «Non faccio
previsioni, per ora scrivo e basta».
Erica Jong ne è convinta: «È questa
la prossima tappa nel cammino per la
liberazione delle donne. Una frontiera impegnativa ma necessaria e inevitabile. E, se all’epoca di “paura di volare”, Isadora Wing infrangeva il tabù
della repressione sessuale dei giovani, oggi il muro da far cadere è rappresentato da una donna che invecchia senza sacrificare nulla al tempo
che passa, neanche il diritto al sesso».
Già con il suo precedente libro Il
salto di Saffo, l’ardita rilettura della
poetessa di Lesbo che mise in versi
l’amore bisessuale, la scrittrice che
ha sempre fatto del femminismo una
bandiera aveva spostato l’attenzione
verso le donne non più ragazzine. «Il
sesso è un potente motore della nostra vita, fa provare emozioni e regala
speranze. Nutre il cervello e nutre i
sensi e allora perché farne a meno solo perchè si è avanti con gli anni?» aveva scritto appena un anno fa in Older
bolder women, “Donne più grandi e
più audaci”, articolo choc pubblicato
sul supplemento domenicale del Times di Londra in cui Jong spaziava
sull’argomento tra passato e presente. Aveva molto apprezzato Mother, il
film di Roger Michell in cui una donna ultrasessantenne e già nonna, rimasta vedova e non ancora «pronta
alla vecchiaia», rilancia la sua vita e
sfila alla figlia il fidanzato Darrel, un
inaffidabile giovanotto appena sopra
la trentina, poco colto ma parecchio
aitante. E lo ripete: «È un film bellissimo e davvero serio». Quanto agli uomini, ne ridimensiona l’importanza e
dice che, seppure utili e indispensabili «non sono certo la cosa più importante». «Non sono la portata principale, piuttosto sono solo il dessert»,
aveva sferzato sempre sul Times. Insomma arrivano in coda «mentre ai
primi posti ci sono il lavoro, l’affetto
per le amiche e la cura dei figli». Osserva e si corregge: «È che la vita deve
essere piena di tutto. E dunque, anche a una certa età quando si è nonne
come me, con un bel nipotino di otto
anni, si ha diritto a una vita emozionante e completa. Di questo, soprattutto, parlerò nel mio prossimo libro.
E non solo di sesso».
Essere anziani oggi fa vivere una
condizione lontana anni luce dalla vita “da vecchi” di prima. E questo vale
sia per gli uomini sia per le donne. Ma,
se nel recente passato una qualche rivoluzione c’è stata, riguarda soprattutto l’universo femminile con le sue
dete me» riprende Erica «ho la scrittura, i libri, il lavoro e tante attività personali. E non ho alcuna intenzione di
chiudermi in casa e ritirarmi. Non sono pronta».
Non che in passato, rispetto alla morale corrente, la trasgressione non ci
fosse. Erica Jong cita Colette, la scrittrice francese tanto amata che in Cheri,
con la sua Lea , signora impudica e audace, frantumò il tabù della donna
grande e antisensuale. Lea che, a 49 anni s’immerge senza rimpianti in una
storia d’amore con un diciannovenne
che chiama per l’appunto “Cheri” e
che vive il suo amore prevedendone l’inevitabile fine, senza limiti e senza
pregiudizi. Un caso all’epoca, neanche
troppo isolato negli ambienti letterari
francesi, ma pur sempre un’eccezione.
«Oggi i tempi sono cambiati, sebbene
non di molto. Di sesso al massimo si
può parlare, discuterne non è più così
disdicevole. Ma, se si tratta di ultrasessantenni, si ha ancora molta paura ad
affrontare l’argomento e le difficoltà
aumentano se in ballo ci sono le donne». Ci sono film, commedie e libri che
hanno rotto il silenzio e che dovrebbero tranquillizzare sull’evoluzione dei
costumi, «ma nella realtà si procede
ancora lentamente lungo un cammino
cosparso di ostacoli».
Tutto sembra cambiare e niente
cambia davvero. «Abbiamo un forte
pregiudizio sulla vecchiaia delle donne. Per questo sono ancora così poche
le scrittrici che osano affrontare l’argomento. Anche se hai molta esperienza con il sesso, ma sei una donna
grande, non ne puoi facilmente scrivere, a meno che tu non sia disposta a
rischiare di apparire patetica. O ridicola». Le donne e gli uomini vivono
più a lungo, sono più attente/i a se
stessi e alle loro esigenze e dunque sono diventate/i prede appetibili soprattutto per i mercati occidentali.
Eppure il pregiudizio che avvolge la
sensualità è ancora duro a morire. «È
opinione comune che le donne dopo
la menopausa» insiste Erica «debbano occuparsi soltanto di figli e nipoti.
Del resto da sempre i figli trovano disdicevole che i loro genitori facciano
sesso. Non piace, non sta bene, li mette in imbarazzo. Soprattutto non lo
deve fare la mamma. Li farebbe soffrire». Infrange il mito della madre, sempre più santa che donna.
E l’elenco dei tabù, quanto al sesso,
non finisce mai. I figli (e anche le figlie,
le eredi di un femminismo che segna
il passo) a volte sono accondiscendenti con il padre, perfino quando entra in scena un’amante. Magari temono di essere privati dell’affetto e di
perdere la sicurezza della famiglia,
magari stigmatizzano le menzogne e
le finzioni, ma non lo condannano per
l’atto sessuale. Non tutti almeno. Con
la donna è diverso. Lei è la madre. E
non può essere sensuale. Mai.
«È necessario intervenire ed è urgen-
te cambiare le cose. Bisogna trasformare la morale corrente e anche le abitudini culturali dominanti». Dice Erica:
«Pensiamo alla paura di mostrare il
proprio corpo nudo da anziani. Tutti
abbiamo paura di farlo. La carne nuda
e invecchiata non piace, ricorda la vulnerabilità umana. La mortalità. Per
questo nessuno vuole vedere i vecchi
nudi. Dà fastidio, crea disagio». Eppure
non è raro, (anzi), che gli uomini si accompagnino a partner giovanissime:
«Attraverso di loro cercano di esorcizzare la morte». Loro gli uomini superano la vergogna, si sentono accettabili,
ma non è la stessa cosa per le donne.
«Non penso che dipenda dalla paura di
mostrare il proprio corpo e basta, anche se il rapporto con la bellezza è complicato e anche questo conta». A impedire la naturalezza e la possibilità di
osare è piuttosto l’archetipo culturale
della donna-madre. «Credo che evochi
ancestrali timori di incesto». Ancestrali e insuperabili.
Mentre scrive il nuovo libro ancora
senza titolo, come sempre Erica Jong
legge quel che più apprezza. Adesso è
alle prese con Amoz Oz e il suo Tale of
love and darkness, “Una storia d’amore e di tenebra”, descrizione epica
della vita a Gerusalemme e a Tel Aviv
negli anni Trenta. Osserva: «Avere
qualcosa di buono sul comodino
mentre lavoro è per me indispensabile. Mi fa bene all’anima». Tra i tanti libri che ha scritto, a sorpresa rivela che
non è il fortunatissimo Paura di volare il libro più amato tra quelli di sua
produzione, ma è Fanny, il suo secondo romanzo. «Mi è piaciuto usare
quel linguaggio antico. Mi ha divertito». Quanto ai contenuti, invece, molto le piace Il salto di Saffo. «È con Saffo
che ho cominciato a raccontare di
una donna, che pur diventata grande,
vuole vivere ancora tutto ciò che offre
l’esistenza. E continuerò su questa
strada».
‘‘
SILVANA MAZZOCCHI

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