PACO IGNACIO TAIBO II

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PACO IGNACIO TAIBO II
Domenica
La
di
DOMENICA 23 GENNAIO 2011/ Numero 310
Repubblica
l’immagine
L’uomo che ha disegnato New York
ANGELO AQUARO
cultura
Halter, storia delle storie degli ebrei
PIETRO DEL RE
Nel centenario
della morte
del padre
di Sandokan,
l’omaggio
di un grande allievo:
le Tigri sono tornate
Il mio Salgari
PACO IGNACIO TAIBO II
ERNESTO FERRERO
onspaccerò queste nuove avventure delle Tigri della Malesia come il prodotto di un recente ritrovamento di opere frammentarie
incompiute di Emilio Salgari vendute a suo
tempo dagli eredi, in seguito al marasma familiare causato dal suo suicidio, a un italo-siriano di nome Ibrahim Brambilla che gestiva un banco dei
pegni in Milano, e che poi le dimenticò in un baule depositato in una vecchia caserma dei pompieri di qualche cittadina della Liguria, dove aveva una cugina sposata con un vigile del fuoco, e dopo tanti anni le avrei infine scoperte io con
l’aiuto di un prete di sinistra che mi aveva invitato a tenere
conferenze sulla situazione in Messico e sugli zapatisti.
(segue nelle pagine successive)
desso che ci accingiamo a ricordare i cento
anni della scomparsa (25 aprile 1911, con un
suicidio degno di un samurai), possiamo vedere ancora meglio come per quasi un secolo i romanzi di Emilio Salgari abbiano lasciato in generazioni di italiani un imprinting indelebile: il big bang di un’emozione che verrà ricordata nell’età adulta con commossa gratitudine da scrittori come Pavese, Parise, Pontiggia, Citati, Eco, Magris… Un Paese povero, immobile, depresso e represso, che fatica a tirare avanti,
con lui poteva liberare fantasie archetipiche in cui le gioie
dell’esotismo si accompagnano al sogno di quello che ognuno vorrebbe essere.
(segue nelle pagine successive)
N
A
spettacoli
A Hollywood la pausa è d’autore
SILVIA BIZIO e DARIO PAPPALARDO
i sapori
Viva i broccoli venuti dal freddo
LICIA GRANELLO e MASSIMO MONTANARI
l’incontro
Fabri Fibra, “Sono un mito da abbattere”
ERNESTO ASSANTE
Repubblica Nazionale
DISEGNO DI GIPI
PACO IGNACIO TAIBO II
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Paco & Salgari
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
L’amore per l’avventura, l’anticolonialismo, la fantasia, la forza
rivoluzionaria: ecco perché Paco Ignacio Taibo II ha riscritto “Le tigri
della Malesia”. Senza viaggiare, inventando, leggendo, raccogliendo
migliaia di notizie. Proprio come faceva lo scrittore veronese di cui cade
il centenario della morte. Pubblichiamo un’anticipazione del romanzo:
il tributo a un uomo che fece sognare gli altri ma non se stesso
Ritorno a Mompracem
PACO IGNACIO TAIBO II
(segue dalla copertina)
iente di tutto questo. Si tratta in definitiva,
schiettamente, di un pastiche salgariano,
risultato dalla congiunzione tra una assidua
vocazione letteraria per il romanzo d’avventura e la mia passione infantile per il
maestro della narrativa d’azione, coltivate in tanti anni, che hanno avuto origine in un bambino malaticcio e felice in una società repressiva e senza televisione e si sono consolidate in un adolescente attivo nelle lotte politiche e sociali degli
anni Sessanta avvalendosi del codice etico dei
tre moschettieri, dell’atteggiamento impavido di Robin Hood e dell’antimperialismo di Sandokan.
Quando ho deciso di scrivere queste
nuove avventure, mi sono arrovellato
per almeno un anno, dopo alcune
stimolanti conversazioni con i miei
editori, Anne Marie a Parigi e Marco a Milano, su come ridare vita
alla saga salgariana. Sarei potuto
salire su un aereo per Los Angeles e da lì per Singapore e raggiungere il luogo di ambientazione in meno di venti ore dalla mia abituale base di Città del
N
Messico, per poi dedicarmi a osservare, prendere appunti
sul paesaggio, raccogliere storie locali; sarei potuto andare
a Londra a trascorrere un paio di mesi al British Museum
per studiare i resoconti dei coevi sulle guerre dell’impero
contro i pirati malesi e la vera storia del rajà Brooke; avrei
potuto sfruttare il mestiere di storico per addentrarmi nel periodo a metà del Diciannovesimo
secolo allo scopo di approfondire il
contesto e aggiungere conoscenze
erudite su imbarcazioni, vegetazione, monete, gioielli, libri, vestiario. Ero tentato di farlo.
Alla fine sono tornato al
punto di partenza, che
non era nel Borneo, in
Malesia o nella mitica e
ormai inesistente isola di Mompracem
(identificabile nell’odierna Keraman, da dove mi
avevano portato
un vasetto di
sabbia aggiungendo che era
poco più di uno
scoglio); e neppure al British
Museum o
nella Storia. Il punto di partenza era Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgari, nel suo umile studio di Torino, intento a
scrivere sulla sua scrivania portatile, con l’inchiostro che
realizzava personalmente, perseguitato dai creditori, costretto a produrre ventidue cartelle al giorno, avvalendosi
di mediocri enciclopedie, improbabili carte geografiche e
carenti dizionari, ma soprattutto di una superba, meravigliosa immaginazione e un portentoso talento di affabulatore.
Gran personaggio, l’Emilio: suicida, figlio di suicida, padre di suicidi. Nato nell’agosto del 1862 a Verona. Occhi
dolci, sguardo triste. Piccoletto, poco più di un metro e
mezzo d’altezza. Baffi neri con le punte all’insù. Tenace ciclista amatoriale, ginnasta. Chiamato dai detrattori «Falso
capitano» o «la Tigre della Magnesia». Accanito protagonista di duelli. Sposato con Ida (o Aida), che soffriva di malattie nervose, triste e depressa. Padre di Omar, Nadir, Romero e Fatima. Inventore di false autobiografie, di storie sulle
proprie esperienze marinare, che non ebbe mai, a parte
una breve traversata sull’Adriatico. Massacrato dalla critica acculturata, castigato da insegnanti e professori ortodossi, paragonato svantaggiosamente con Verne (che noia
Verne, con le sue pretese pedagogiche ed esplicative), benedetto dai lettori giovani e giovanili, vittima di un tentativo di sequestro da parte della retorica mussoliniana che
cercò di impossessarsi dello scrittore e dei suoi personaggi. Assurdo: cosa avrebbero fatto le Tigri o gli eroi filippini o
il Corsaro Nero di fronte ai deliri imperiali di Mussolini? Da
che parte sarebbero stati gli eroi salgariani nella guerra co-
IL LIBRO
Uscirà il 27 gennaio
il “sequel” salgariano scritto
da Paco Ignacio Taibo II
Edito da Marco Tropea,
si intitolaRitornano le Tigri
della Malesia (352 pagine,
16,90 euro). Presentazione a
Roma mercoledì alla Libreria
Feltrinelli di Piazza Colonna
alle 18 e a Milano
il 2 febbraio, alla Feltrinelli
di Piazza Piemonte
alle 18,30
Repubblica Nazionale
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
Ovviamente ho inventato tutto quello che ho potuto: piante e animali, villaggi, e anche strumenti e meccanismi. Ho
persino cannibalizzato alcuni capitoli del mio romanzo A
quattro mani.
Mi sono preso soltanto un paio di libertà in più rispetto a
quelle già elencate: esplicitare la tensione politica e la pulsione anticolonialista delle avventure delle Tigri (all’origine del mio antimperialismo, che indubbiamente si nota e
che ha un sapore salgariano e non leninista) e andare oltre
il progetto originale, decisamente intrappolato nelle convenzioni della letteratura per ragazzi ottocentesca a cui
Salgari non poteva sfuggire. Questo significa tra le altre cose l’uso di nuovi insulti e vecchie descrizioni amorose. Come non integrare il Kamasutra in una saga salgariana? Come lasciarne fuori Friedrich Engels e la Comune di Parigi?
In un sondaggio effettuato tra giovani lettori italiani poco dopo la morte del maestro, all’inizio del Ventesimo secolo, un paio di loro spiegava perché lo leggevano di nascosto, disobbedendo gli imperativi dei genitori: «Scalda la
testa», «eccita i nervi». Spero che l’effetto continui a essere
lo stesso, anche nell’era del Discovery Channel. Infine, devo confessare che sebbene mi sembrasse un libro di facile
stesura, non lo è stato affatto. Ma che mi sia enormemente
divertito, questo sì.
Gli antieroi ribelli
del capitano triste
ERNESTO FERRERO
(segue dalla copertina)
l piccolo giornalista veronese, improvvisatosi narratore
d’appendice per uscire da un destino mediocre, ha regalato
ai lettori d’ogni età (donne incluse) il destino epico che avrebbe voluto per se stesso. Non si sentiva superiore al lettore, non
aveva messaggi da lanciare. Usava un linguaggio convenzionale, che è poi quello enfatico dei libretti d’opera, perfetto per
esprimere sentimenti stilizzati. Forse solo un sedentario poteva
avere così forte un senso quasi futurista dell’azione, del movimento, della velocità, della bellezza del gesto.
Salgari entusiasma anche perché esce da ogni schema, è politicamente scorretto. I suoi cieli sono vuoti, l’ammirazione per
le meraviglie della Natura non presuppone l’esistenza di un
Creatore. Il trascendente è rigorosamente assente: nessuno prega o si raccomanda a dio nemmeno nei momenti di massimo pericolo. I suoi eroi sono l’esatto contrario del perbenismo borghese caro a De Amicis. Passionali e violenti, dediti a sogni di
vendetta con i quali vorrebbero ristabilire una giustizia violata,
non rispettano alcuna legge umana. Nemici di ogni mediazione, vivono in un mondo darwiniano dove vale la legge del più forte, anche se portano con sé i valori della lealtà e del coraggio. Salgari avversa il colonialismo perché bisogna pur trovare qualcuno per la parte del villain, ma i suoi oppressi non sono dei marxisti, non elaborano una coscienza di classe: hanno bisogno della
guida di un eroe, di cui restano i sodali obbedienti e fedeli fino
alla morte.
Salgari non può piacere nemmeno ai capitalisti, che fiutano il
pericolo costituito dalle masse di invasati pronte a rovesciarsi
sull’ordinato mondo occidentale. Disprezza i grandi ricchi, le loro fortune sfacciate, l’idea stessa di profitto. L’oro per lui è un tesoro da accumulare in forzieri kitsch per potersene vantare con
la bella di turno, non un capitale da investire e far fruttare. Le meraviglie della tecnica non lo incantano, perché finiscono per
mettere in secondo piano le qualità dell’uomo. Giudica rozza la
tecnologia dell’automobile perché troppo puzzolente, rumorosa e pericolosa; predice che un abuso di consumi elettrici renderà gli uomini isterici, anzi folli.
In un’Europa serenamente razzista, la quale ha già difficoltà
ad ammettere che i neri abbiano un’anima, Salgari inscena con
naturalezza unioni multirazziali: l’abbronzatissimo malese
Sandokan conquista la nobile anglo-partenopea Marianna.
Non il sangue conta, ma le virtù eroiche. Vaccino perfetto contro ogni forma di razzismo, i suoi romanzi non abbelliscono i primitivi, di cui registrano impassibilmente efferatezze e crudeltà.
Salgari è pre-storico, pre-politico, pre-tutto. Racconta un’eterna giovinezza allo stato puro, ebbra della sua forza e del suo
sangue caldo, portata alla semplificazione, che si sente viva solo nel furore della battaglia. Invano il fascismo cercherà di annetterlo. Impensabile un Sandokan che baratta la bandiera rossa con la tigre per la camicia nera. Autodidatti della guerriglia, i
suoi tigrotti suonano, cioè combattono, a orecchio.
Naturalmente Salgari non poteva piacere al mondo della
scuola, perché scaldava le giovani menti, scriveva di fretta, senza troppo badare alle incongruenze e alla sintassi, utilizzando
un linguaggio artefatto. Colpevole dell’immenso successo che
ha avuto, è stato escluso sprezzantemente dalle storie letterarie,
anche da quelle più aperte al nazionalpopolare e alla sociologia
della lettura.
In America Latina lo hanno adorato quanto in Italia. Il vecchio
Borges si intenerisce al ricordo di un Corsaro Nero avuto in regalo a cinque anni: altro che Verne! Il giovane Ernesto Guevara,
questo Sandokan argentino, è diventato il Che su una sessantina di romanzi del veronese. Giustamente Emanuele Trevi ha
scritto che il diario boliviano del Che è tragicamente, perfettamente salgariano. Luis Sepúlveda e Paco Ignacio Taibo II, antimperialisti in servizio permanente, sono dei tigrotti letterari,
forse i veri eredi del Nostro. Nel suo divertente e divertito pastiche, in cui compaiono a sorpresa Pascal, Doré, Quevedo, Engels
e Kipling, Taibo fa dire a Sandokan che sarebbe inutile ricostruire Mompracem: meglio che ognuno la edifichi dentro di sé
come idea, come mito di libertà in un oceano di padroni e di
schiavi. La battaglia continua. Anche se gli imperialisti sono
sempre in agguato, «questi poveri imperi governati da imbecilli non possono uccidere un mito». Anzi, il mito per eccellenza.
I
Traduzione di Pino Cacucci
© 2010 Paco Ignacio Taibo II
© 2011 Marco Tropea Editore Srl
© RIPRODUZIONE RISERVATA
DISEGNI DI GIPI
loniale in Abissinia? E allora? Alla maniera di Salgari, mi sono detto: immaginazione, pessime enciclopedie e tanta inventiva, atlanti mediocri e buoni personaggi; anacronismi,
spropositi con abbondante disinvoltura e ancor più abbondanti passioni. Non si trattava di compiere ricerche su
un mondo, ma di reinventarlo. È stata ovviamente necessaria una meticolosa rilettura della saga salgariana di Sandokan, Yanez, Tremal Naik e Kammamuri e del seguito
scritto da Luigi Motta; una profonda immersione nello stile e nella struttura narrativa. A Salgari devo non solo i personaggi, ma molte frasi, descrizioni, modi di vedere, manie, ossessioni. Mi sono imbattuto in una difficoltà praticamente insormontabile, dovevo trovare uno stile narrativo dal sapore ottocentesco, ma che snellisse la narrativa
convenzionale e l’eccesso di dialoghi formali; forse è proprio dovuto a tale ricerca il fatto che ci abbia messo tanto a
scrivere questo libro e che debba molto a Victor Hugo, Emile Zola e Eugène Sue.
Ho frugato nelle enciclopedie, nei libri di viaggi, nei manuali di zoologia, nei testi scolastici di biologia di mia figlia,
in quelli di Pepe Puig sulle imbarcazioni e ci ho trovato più
di quanto avessi bisogno; ho messo assieme una collezione di francobolli con giunche, elefanti, nativi delle isole della Sonda, pagode e divinità indù, palazzi laotiani e dirigibili; ho assimilato libri di viaggio, scritti di Darwin, Russel,
Magellano, Malinowsky, cataloghi di armi e romanzi di
Conrad e Multatuli; guide turistiche e strane risposte ad ancor più
strane domande su Internet.
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
Di Ernesto Ferrero uscirà il 5 aprile per Einaudi
Disegnare il vento. L’ultimo viaggio
del capitano Salgari
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Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
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l’immagine
In Italia il suo nome ai più non dirà granché, ma l’America
lo ha appena festeggiato per i suoi ottant’anni. Perché
Segni dei tempi
Massimo Vignelli, milanese, è il designer che ha creato
la grafica del metrò più famoso al mondo e poi mille altri
marchi ancora. Lo abbiamo incontrato nel suo studio
di Manhattan: “Ora mi manca solo il brand del Vaticano...”
L’uomo che ha disegnato N
ANGELO AQUARO
S
NEW YORK
e siete a New York, e nella metropolitana alzate gli occhi cercando il segnale per Brooklyn, quello è Massimo Vignelli. Se siete arrivati fin qui
con un volo American Airlines, quello è Massimo Vignelli. Se bazzicate nell’Upper East Side,
e nella bramosia delle compere finite da Bloomingdale’s, quello è Massimo Vignelli. Se invece vi basta l’inseparabile golf Benetton, beh, anche quello è Massimo Vignelli. Se siete tornati a
Roma, e nella stazione Termini cercate il segnale di uscita, quello è naturalmente Massimo Vignelli. Poi, certo, se siete così fortunati da avere
una Thema, o ricordate ancora la prima volta
che avete invitato la fidanzatina sulla Ypsilon,
anche quello, sì, anche il restyling del logo Lancia è Massimo Vignelli. E se dalla libreria di famiglia, giusto per darvi quell’aria radical chic,
tirate giù la Storia del movimento operaio,
Edouard Dolléans, Biblioteca Sansoni, 1963,
ok, sarà Massimo Vignelli. Oh: ma non era morto, Marx? Ad ogni modo: se pensate di poter elaborare il lutto con una bella Falanghina di Feudi di San Gregorio, sappiatelo — anche quella è
Massimo Vignelli...
Dall’alto dei suoi ottant’anni, il milanese
Massimo Vignelli ha disegnato davvero il mondo che ci gira intorno. Loghi su loghi. Insegne.
Mobili. L’università di Rochester, New York, gli
ha prelevato l’intero archivio e l’ha catalogato
come fosse Leonardo. Gli ha chiesto, in cambio,
di poterlo utilizzare nei corsi della School of Design. E di realizzare, lui stesso, l’edificio del museo: il Vignelli Center for Design Studies. «Ri-
cordo ancora il giorno in cui portai gli schizzi
delle nuove copertine alla Sansoni, mezzo secolo fa», dice l’architetto rimettendo in ordine
la scrivania della sua casa-ufficio sull’Upper East Side, il catalogo dell’Olio Carli — bandiera d’italianità a Manhattan — che spunta sotto il dvd
di Helvetica, il documentario di Gary Hustwit di
cui Vignelli è il mattatore. «Un libro, dissi, è come una scatola di saponette: quello che conta è
la copertina, l’impatto, la capacità di lanciare il
concetto di brand. Benedetto Gentile, che allora guidava la casa editrice, si mise le mani nei capelli. E figuriamoci: Benedetto, il figlio di Giovanni, il filosofo dell’idealismo». E teorico del
fascismo. Benedetto si arrese. E per la prima volta in Italia un editore pubblicò i libri con il titolo
che invece che da sinistra a destra andava dall’alto in basso. Il nome dell’autore grande quanto quello del saggio. Rigorosamente in Helvetica: il carattere (tipografico) che resterà indissolubilmente legato al marchio Vignelli.
Se gli chiedi di rivelarti il segreto del bravo designer, il maestro sfodera il tris che adesso insegnano a Rochester: History, Theory, Criticism.
Storia, teoria e senso critico. Storia, soprattutto.
Perché prima del nero su bianco a testa in giù
per la Sansoni, per esempio, c’era il nero su
bianco di Albe Steiner sui Gettoni, intesi come
collana libraria, che Elio Vittorini faceva circolare per Giulio Einaudi. Ma quello che ha distinto e distingue Vignelli dagli altri navigatori della grafica e del design è una scoperta fondamentale: la scoperta dell’America. È il 1965
quando decide di chiudere bottega a Milano.
Per carità. Lì le cose andavano benissimo: Olivetti, Pirelli, Rank Xerox. Ma Vignelli ce l’aveva
nel destino di dover saltare dal treno in corsa.
Forse perché è nato in via San Gregorio, tra i
giardini di via Palestro e la Stazione Centrale.
Forse perché la voglia di fuggire ce l’aveva fin da
bambino: «Mio papà voleva che continuassi
con la bottega di famiglia, una piccola industria
chimica, ma a me solo l’odore di fenolo faceva
stare male». A quattordici anni già ricopia i bozzetti dei grandi con l’abilità di un copista medioevale. Fa il liceo artistico. Si iscrive al Politecnico, Architettura, ma poi punta subito a Ca’ Foscari, Venezia. Entra nella bottega di un grande
come Achille Castiglioni: «Tiravo linee, tiravo linee, tiravo linee». Si sbatte come un pazzo per
Ernesto Rogers, il genio che con Banfi, Barbiano di Belgiojoso e Peresutti darà vita al mitico
BBPR che farà nascere la Torre Velasca.
Proprio per consegnare una lettera di Rogers
il giovane Vignelli bussa un giorno a una casa di
Porte Molitor, Paris. «Ero così emozionato che
sbaglio entrata e salgo dall’ascensore di servizio. Finisco diritto in cucina con la moglie che
mi urla in faccia dallo spavento. Chiedo: ho un
appuntamento col maestro. E lei mi chiama Le
Corbusier». Le Corbusier! «Il mito della mia vita
mi introduce in quell’appartamento che conoscevo a menadito: l’avevo studiato milioni di
volte sulla mappa. Qui si gira a destra, qui la scala a chiocciola che porta allo studio, da qui si va
per il salone. Sapevo già tutto. Il rock dovevano
ancora inventarlo ma io ero già un groupie: un
fan scatenato dell’architettura».
Vince una borsa di studio per una scuola d’arte di Boston. L’America alla fine degli anni Cinquanta è davvero una New Frontier. Che Vignelli affronta con la donna che gli sarà vicino
per tutta la vita: una compagna di scuola e di arte chiamata Lella. «Ci eravamo sposati prima di
partire. Eravamo caricatissimi. Un anno a Boston, poi a Chicago, che allora era una sorta di
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
I LAVORI
In queste pagine: a sinistra, segnaletica
della metro di New York; a destra
dall’alto e da sinistra, Massimo Vignelli;
il logo di American Airlines; la Hankerchief
Chair di Knoll disegnata con David Law;
la mappa della metro di New York;
il logo di Blomingdale’s;
cartelli stradali di New York;
i loghi di Ducati e Benetton; il logo sui treni
della Great North Eastern Railway di Londra;
il progetto della Stazione Termini di Roma
o New York
Bauhaus in esilio, con tutti i maestri finiti lì». Finisce, però, anche quell’avventura. Scade il visto e i Vignelli tornano a Milano. «Una mattina
di ferragosto 1960: non la dimenticherò mai.
Corso Magenta un deserto: nemmeno un’auto,
un tram, un passante». Tranne Giuseppe, l’amico Giuseppe, Giuseppe Trevisani, il giornalista e grafico che disegnerà il manifesto e cambierà il volto ai giornali italiani. «Mi dice: c’è una
grande compagnia che cerca un design, un grafico. Io: perfetto. Studio bellissimo dietro San
Babila. Stipendio da favola. Lavoro zero. Dopo
tre mesi non reggo e presento le dimissioni. E
quelli: ecco la sua liquidazione. Non ci volevo
credere. Scendo giù in strada, giro per via Durini, e lì dal concessionario c’è un’Alfa Spider rossa con interni neri che mi guarda: la prendo.
Torno a casa e mi presento a mia moglie. “Ci sono tre novità. Una, mi sono licenziato. Due, abbiamo una Spider. Tre, apriamo finalmente il
nostro studio”. La povera Lella era lì che buttava la pasta e comincia a piangere che non la
smette più».
È il contrario della “Legge di Mike” che Ernest Hemingway svelò in Fiesta: «Come hai fatto
ad andare in rovina?» «In due modi: gradatamente prima e poi tutto d’un colpo». Massimo
Vignelli gradatamente è cresciuto a Milano. E
poi, tutto d’un colpo, ha conquistato l’America.
«Nel 1965 rifacciamo le valigie. Avevamo già fatto qualche mostra grazie ai nostri amici di tanti
anni prima: funzionava. Abbiamo detto: proviamo». Da allora Vignelli ha disegnato di tutto.
Superando mode e contestazioni per ritrovarsi
dopo mezzo secolo ancora all’avanguardia. In
fondo le linee asciutte dell’iPhone e dell’iPad
che svettano sulla scrivania sono scuola sua. Ha
vinto il suo minimalismo: e non i fronzoli degli
anni Ottanta. «Apple è l’Olivetti del Duemila.
Una stessa linea per i prodotti, i negozi, tutto.
No, io non disegno con il computer: per me è più
veloce la matita, a quest’età dovrei ricominciare a studiare tutto. Però, vede, se schiaccio qui,
ecco, questo è il Vivaldi che ho registrato dal mio
giradischi. Questo crac crac? No, questo è uno
Stravinski originale. Stravinskj che dirige Stravinskj. C’è un programma che ti toglie anche il
fruscio. Ma toglieresti il fruscio a Beethoven?».
Il computer non lo spaventa, anzi. «Ma non è
una sfida per me». Eppure quando ha deciso di
sintetizzare la sua esperienza s’è buttato, a sorpresa, proprio sul libro elettronico. The Vignelli Canon è uscito online due anni fa: trecentomila clic nel primo mese. «E quale editore
avrebbe potuto assicurarmi un simile exploit?
L’hanno scaricato perfino in Russia; vuole vedere la traduzione in cirillico?». L’altro giorno
era all’Apple Store a portare a riparare il portatile. Il ragazzo ha preso il nominativo. «Dico:
Massimo Vignelli. Lui: quel Massimo Vignelli??
Per me è stato l’onore più grande: non sono mica un attore famoso». Non sarà un attore ma alla festa a sorpresa per i suoi ottant’anni il New
York Times ha dedicato una pagina intera.
Embé. Tra gli invitati allo showroom di Poltrona Frau, nel cuore di Soho, c’erano Richard
Meier, l’archistar, Milton Glaser, quello del logo
I love New York.
Maestro, può bastare? Si ferma. Sorride: «Ormai c’è solo un brand che mi piacerebbe ridisegnare». Prego. «Quello del Vaticano». E perché
mai? «Mi vedo già davanti al Papa: Sua Santità,
il marchio è perfetto» e con le dita fa il segno della santa croce «ma tutto il resto è da rifare. Vogliamo cominciare?».
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CULTURA*
Sparpagliati su cinque continenti, da quattromila anni perseguitati
e sterminati. Ma dai tempi del capostipite, i discendenti di Abramo
non hanno mai smarrito né legge, né lingua, né identità. Per il Giorno
della Memoria, lo scrittore Marek Halter, che ha pubblicato un libro illustrato sulla sua gente,
spiega il senso del loro esodo infinito: “Un monito per non dimenticare che eravamo schiavi,
e per dire che non potremo sentirci liberi finché ci saranno ancora schiavi al mondo”
Ebrei
Storie di un popolo
PIETRO DEL RE
S
PARIGI
parpagliato su cinque continenti da persecuzioni
e genocidi, esiste un popolo che negli ultimi quattromila anni, dai tempi del suo capostipite Abramo, non ha smarrito né la sua Legge né la sua lingua né la sua identità. È il popolo mosaico, semitico, giudaico, ebraico, israelitico o anche israeliano. Troppi aggettivi per
chiamare gli ebrei? «No, perché l’ebraismo si definisce anzitutto attraverso la sua storia», risponde lo scrittore Marek Halter, con una voce così bassa che si distingue appena nella
chiassosa brasserie di Montparnasse dove ci ha dato appuntamento. «Credo che per essere ebreo basti volerlo diventare.
Ora, la Corte suprema di Israele ha detto quasi la stessa cosa,
aggiungendo però che è necessario farlo in buona fede. Mi
sembra una postilla eccessiva: è già abbastanza coraggioso dire “sono un ebreo”. C’è sempre il rischio di ritrovarsi in un
campo di concentramento. Nel prossimo, infatti, gli ebrei non
provocano solo amore».
Figlio di un tipografo polacco e di una poetessa yiddish,
Halter scampò per miracolo alla distruzione del ghetto di Varsavia, e da una vita si batte per la difesa dei più deboli e per il
raggiungimento della pace in Medio Oriente. Quando gli
chiediamo di spiegarci quanto conta la comunione religiosa
per il popolo ebraico, visto che ci sono anche molti ebrei non
praticanti, o addirittura senza religione, lo scrittore torna a
parlare della sua storia. «È ciò che lo tiene unito più di qualsiasi altra cosa. Ancor più della Torah. Tutti gli ebrei celebrano però due festività. La prima è lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, del grande perdono. L’altra è la Pesach o la Pasqua, che ricorda l’esodo e la liberazione dall’Egitto. È un monito per non dimenticare che un giorno eravamo schiavi, e per
dire che non potremo sentirci liberi finché ci saranno ancora
schiavi al mondo».
Queste e altre spiegazioni sull’originalità del popolo ebraico sono racchiuse nella sua ultima fatica: Histoires du peuple
juif (Arthaud/Flammarion, 220 pagine, 39 euro), libro riccamente illustrato che ne ripercorre l’odissea attraverso, appunto, le sue “storie”. «Che cosa lo rende diverso dagli altri popoli? Il fatto, per esempio, che ebbe l’idea geniale di trasformare la sua storia in religione. Nelle sinagoghe si legge il Cantico dei cantici, che racconta l’amore tra il re Salomone e la
bruna regina di Saba. È come se nelle chiese cristiane si leggesse dei legami tra Carlo Magno e le sue amanti». Il libro si
apre con le immagini di due coppie di anziani, una accanto all’altra: la prima mostra un bassorilievo sumero del Terzo millennio avanti Cristo; nell’altra c’è una foto scattata negli anni
Trenta del Novecento. Le due donne hanno lo stesso sorriso,
il medesimo volto allungato; anche i loro mariti sembrano gemelli, per via dello stesso taglio di occhi e dell’identica barba
squadrata. La somiglianza è stupefacente. «La fotografia ri-
trae i miei nonni a Varsavia, quando c’erano nella capitale polacca più di quattrocentomila ebrei che pubblicavano sette
quotidiani. L’antico bassorilievo, invece, l’ho scoperto al Louvre, e da quel giorno tutto mi è apparso più chiaro. Capii che
noi occidentali giudeo-cristiani non dobbiamo nulla agli egiziani. Diverso è se parliamo dei sumeri. Sono loro che crearono il primo alfabeto cuneiforme, dunque astratto, senza il
quale l’uomo non sarebbe riuscito a concepire la più astratta
delle invenzioni: un solo unico Dio. Con i geroglifici e i pittogrammi dei Faraoni, che rendevano visibile l’invisibile, il
pantheon egizio rimase invece affollato da decine di divinità».
Halter cita anche l’esempio degli ebrei cinesi, giunti attorno al IX secolo nella città di Kaifeng. «Quando si chiede loro
“perché siete ebrei?”, loro rispondono “perché è la prima religione monoteista del mondo”. L’idea di un unico Dio nasce
da un bisogno di giustizia. In un universo politeista era più facile comprarsi un idolo. Il ricco aveva perciò un’assicurazione sulla vita eterna maggiore del povero. Con il monoteismo
ebraico nasce invece un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, di tutti noi, bianchi, gialli o neri. E con lui per la prima
volta appare l’idea di eguaglianza nell’uomo».
Ma non è una sfida troppo ambiziosa quella di voler rac-
contare un popolo in quattromila anni di storia, o sia pure di
storie, per chi storico non è? No, risponde Halter: gli è bastato, dice, comportarsi da narratore, distillando cioè gli avvenimenti e i personaggi più emblematici. «Fece la stessa cosa chi
scrisse la Bibbia, che non è un libro di storia, ma piuttosto un
libro di memorie. Là dove mi sono concesso qualche libertà è
nell’interpretazione di alcuni fatti». Nella quarta di copertina
del libro, compaiono gli elogi di due premi Nobel per la Pace,
entrambi ebrei, Shimon Peres e Elie Wiesel. Sembra quasi che
con loro Marek Halter abbia voluto farsi scudo di eventuali critiche da parte degli storici più ortodossi. «Non ho paura delle
critiche. Vede, la cultura ebraica è una cultura di interpretazione. Tra gli ebrei non dovrebbero esserci filosofi, perché il
filosofo, come disse Hegel, è colui che reinventa il concetto del
mondo. Ora, gli ebrei partono dal presupposto che questa
concezione del mondo sia già stata scritta nella Bibbia, una
volte per tutte. Quello che si può ancora fare è interpretarla. Il
Talmud è un libro d’interpretazione, ed è un libro aperto, al
quale chiunque può aggiungere un nuovo capitolo. Conta già
ventiquattro volumi, ma potrebbe averne cento o duecento.
È per questo che gli ebrei scomunicarono Spinoza, perché
non si presentò come interprete, ma come un vero filosofo,
che voleva ripensare l’universo. Eppure era un bravo ebreo.
Ma un giorno non lo lasciarono entrare in sinagoga. Poiché
non vado in sinagoga, è un rischio che io non corro».
E perché due premi Nobel? Perché sono due amici. «Elie
Wiesel l’ho conosciuto in Francia, poco dopo il mio arrivo: era
orfano, e la sera veniva a mangiare la minestra che preparava
mia madre. Shimon Peres è invece l’ultimo dei moicani dei
fondatori socialisti dello Stato ebraico, un politico che ha conservato intatti i suoi sogni, o le sue illusioni, con cui preparai
gli accordi di Oslo nel 1993. Ma poi Yitzahk Rabin fu assassinato e la situazione precipitò nuovamente nel caos. Se Rabin
fosse ancora vivo, non vedremmo oggi Netanyahu confabulare con Abu Mazen, per poi fare il contrario di quello che ha
appena promesso».
Halter ricorda infine il viaggio che fece François-René de
Chateaubriand in Palestina due secoli fa, raccontato nel suo
Itinerario da Parigi e Gerusalemme. Lì, il padre del Romanticismo francese trovò chi dall’antichità era sopravvissuto al sigillo del tempo con le stesse tradizioni, la stessa memoria e la
stessa lingua di una volta. «Era un piccolo popolo, rimasto aggrappato a quei luoghi, mentre tutti gli altri, dai sumeri ai babilonesi, dagli egiziani ai greci, erano scomparsi da secoli o
millenni. Quando vengono strappati dalla loro patria, i popoli “normali” muoiono come una pianta sradicata. Diverso è
per gli ebrei, che se sono costretti a lasciare la loro terra, si portano appresso il loro Libro, e quindi le loro radici». È forse per
questo che tutti coloro che hanno cercato di distruggere il popolo ebraico hanno cominciato col bruciare i suoi libri.
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DOMENICA 23 GENNAIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
ABIASAF
figlio
di Core
ELCANA
figlio
di Core
SITRI
figlio
di Uziel
ASSIR
figlio
di Core
ELSAFAN
figlio
di Uziel
MISAEL
figlio
di Uziel
ZICRI
figlio
di Isar
UZIEL
figlio
di Cheat
NEFEG
figlio
di Isear
DINA
figlia
di Lea
GIACOBBE
CORE
figlio
di Isear
LEA
EBRON
CARMI
figlio
di Cheat
figlio
di Ruben
RUBEN
PALLU
CHENOC
figlio
di Ruben
figlio
di Ruben
figlio
di Giacobbe
CHESRON
figlio
di Ruben
ISAR
figlio
di Cheat
IAMIN
figlio
di Simeone
SIMEI
figlio
di Gherson
LIBNI
figlio
di Gherson
IEMUEL
GHERSON
figlio
di Cheat
figlio
di Simeone
SIMEONE
figlio
di Levi
AMRAM
figlio
di Giacobbe
OAD
figlio
di Simeone
CHEAT
figlio
di Levi
IACHIN
figlio
di Simeone
MALI
figlio
di Merari
MERARI
figlio
di Levi
SOAR
figlio
di Simeone
LEVI
figlio
di Giacobbe
MUSI
PUVA
figlio
di Merari
figlio
di Issacar
SAUL
figlio
di Simeone
TOLA
figlio
di Issacar
IALEEL
figlio
di Zabulon
IOCHEBED
moglie e zia
di Amram
ISSACAR
figlio
di Giacobbe
IOB
figlio
di Issacar
ELON
SIMROM
AARONNE
figlio
di Zabulon
figlio
di Issacar
figlio
di Amram
ELISEBA
moglie
di Aaronne
MOSÈ
ZABULON
figlio
di Giacobbe
NADAB
figlio
di Amram
IL LIBRO
SERED
figlio
di Aaronne
figlio
di Zabulon
ABIU
SEFORA
figlio
di Aaronne
moglie
di Mosè
ELEAZAR
MARIA
figlio
di Aaronne
ELIEZER
figlia
di Amram
figlio
di Mosé
GHERSOM
figlio
di Mosé
ITAMAR
figlio
di Aaronne
È uscito in Francia Histoires
du Peuple Juif di Marek
Halter (Arthaud, 224 pagine,
39 euro). L’illustrazione
di queste pagine, tratta
dal libro, è una genealogia
biblica di Stephanus Garsia
contenuta nel Commentario
sull’Apocalisse detto Beatus
di Saint-Sever
(Undicesimo secolo)
FINEAS
figlio
di Eleazar
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36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
SPETTACOLI
Cary Grant scherza con Doris Day sputando l’acqua
della piscina, Rock Hudson passeggia vestito di sola pelliccia,
Audrey Hepburn si riposa sotto un albero africano. Nell’istante
in cui la macchina da presa si spegne Leo Fuchs punta l’obiettivo
e immortala le star tra un ciak e un altro. Scatti ora raccolti
in un libro che fotografa la vita dopo la finzione
DARIO PAPPALARDO
lfred Hitchcock guarda Tippi Hedren come il gatto fa col topo.
Sono sul set di Marnie. È in quel momento che lui sta pensando
di regalare alla figlioletta di lei, Melanie Griffith, una Barbie similTippi confezionata in una bara di legno? Paul Newman anche in
pausa, sigaretta tra le dita, maglietta buttata via chissà dove, proprio non riesce a dismettere la posa da divo. Gregory Peck ripassa il copione de Ilbuio oltre la siepecon la piccola coprotagonista Mary Badham:
sembra lo stesso onesto americano medio che incarna cento volte sullo schermo. Cary Grant, invece no, per stemperare la fama di gentleman, sputa l’acqua
della piscina, davanti a Doris Day che non fa una piega.
Nella Hollywood dei tempi d’oro, appena la macchina da presa si spegne, Leo
Fuchs punta l’obiettivo. Sta lì a catturare i momenti morti, quei non tempi tra
un ciak e l’altro, con le stelle che rileggono la parte, sbadigliano, ridono, fanno i
capricci, telefonano a casa. Quando i genitori — pasticceri ebreo-polacchi — da
Vienna ripiegano a New York, nel fatale 1939, Leo ha solo dieci anni e si chiama
PAUSA!
A
ancora Abraham Leon Springer. Poco dopo vende per cinque dollari un ritratto
rubato della first lady Eleanor Roosevelt. Dimostra di avere subito carattere e
idee chiare: quattordicenne, lascia la scuola per imparare il mestiere dei suoi sogni al Globe Photos. I primi lustrini che immortala sono quelli degli spettacoli di
Broadway e giornali e riviste iniziano a contenderselo. Ma negli anni Cinquanta arriva la grande occasione: i set gli aprono le porte. È tra i pochissimi ad accedere ai dietro le quinte della mecca del cinema. Sono i tempi in cui gli attori, tenuti a bada dagli Studios, centellinano la loro immagine e la adeguano ai contratti firmati. Scrive Bruce Weber
nel saggio che ora accompagna
Leo Fuchs: Special Photographer
from the Golden Age of Hollywood,
raccolta di scatti memorabili e
inediti pubblicata negli Stati Uniti da powerHouse Books a cura di
Alexandre Fuchs, figlio del fotografo scomparso nel 2009 : «La naturalezza delle sue fotografie può
paragonarsi solo con i ritratti
informali di Spencer Tracy realizzati da Imogen Cunningham o con quelli di Cecil Beaton al giovane Marlon Brando. Gli scatti di Leo erano “la cruda realtà” o, come amano dire a Hollywood, “la
realtà stessa”».
La realtà nascosta dietro la celluloide. Appare troppo facile oggi guardare sotto un’altra luce la foto di Rock Hudson che cammina vestito di sola pelliccia sul
set di Amore ritorna. Con lo sguardo tra l’annoiato e l’inquieto, non ha per niente l’aria di uno che sta girando una commedia. Avrebbe dovuto attendere altri
vent’anni prima di poter fare coming out. Fuchs coglie con il suo obiettivo le ombre dei divi, ma senza il grottesco delle foto da rotocalco che sarebbero venute di
Quando Hollywood
smette di recitare
ALFRED
HITCHCOCK
Il regista
(a destra)
sorride
a Leo Fuchs
nel suo ufficio
di produzione
GREGOY PECK
E MARY BADHAM
L’attore (nella foto
grande qui sopra)
ripassa
il copione
durante
una pausa
de Il buio oltre
la siepe insieme
alla piccola
coprotagonista
Mary Badham:
è il 1961
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DOMENICA 23 GENNAIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Cameron Diaz - ATTRICE
Appartengo alla categoria di attori convinti
che recitiamo gratis e veniamo pagati
per tutto il resto: interviste e pause
Aggiungo: trovo crudele che sui set
ci siano tutti quei popcorn
Paul Haggis - REGISTA
Non amo aspettare, e neppure gli attori:
dopo una scena vogliono rifarla subito
Questo per dire che sui miei set ci sono
poche pause, credetemi!
Jeff Bridges - ATTORE
Fra un ciak e l’altro io fotografo:
colleghi, trucco, troupe...
Andy Garcia - ATTORE
Pausa? Per me non c’è né “azione”
né “pausa”. La vita va sempre avanti
SEAN CONNERY
L’attore durante
una pausa sul set
di La donna
di paglia, 1963
AUDREY
HEPBURN
In alto a destra,
l’attrice
si riposa sotto
un albero: si gira
La storia
di una monaca
Anthony Hopkins - ATTORE
Non sono più i tempi in cui si staccava
alle cinque, a meno che non lavori
con Woody Allen o Clint Eastwood
Io con Eastwood non ho mai lavorato
ma mi dicono che è uno che alle cinque
dice: bene così , pausa, ci vediamo domani!
ROCK HUDSON
1960: sul set
di Amore ritorna
l’attore si diverte
indossando
una pelliccia
Stanley Tucci - ATTORE
Una volta un grande attore mi disse:
“Io recito gratis, ma mi faccio pagare,
e tanto, per le ore che sto lì ad aspettare
un ciak di qualche secondo”
CARY GRANT
E DORIS DAY
Scherzi
a bordo piscina
Il set è quello
de Il visone
sulla pelle,
Bermuda, 1961
FRANK SINATRA
Al Pacino - ATTORE
Se il film è impegnativo meglio chiudersi
in camerino e prepararsi
Ma per rilassarsi meglio ancora starsene
a scherzare con la troupe
Francia, 1957,
durante
la lavorazione
di Cenere
sotto il sole
lì a poco. Non è un paparazzo. Delle star conquista il rispetto, a volte qualche
confidenza, che serba per sé o trascrive con discrezione senza l’inchiostro efficace e velenoso di un Truman Capote. Sul set dei Giovani leoni, dove si confrontano i due “ribelli” Marlon Brando e Montgomery Clift, annota: «Monty era
un’“antenna”, recettivo e sensibile a tutto e a tutti. Marlon, invece, aveva un approccio più intellettuale al suo lavoro». Fatto sta che, quando prova a mostrare
a Brando alcuni scatti realizzati durante le pause, uno dei tirapiedi dell’attore gli
si avventa contro: «Come osi avvicinarti a Mister Brando senza prima chiedere
il permesso?». Da allora, Fuchs
preferirà concentrarsi su Clift.
Nel backstage di Irma la dolce,
IL LIBRO
si divertirà di più, con gli sghiIn alto a sinistra, con Paul Newman a torso nudo,
gnazzi e le smorfie rubate a Jack
la copertina di Leo Fuchs, Special Photographer
Lemmon e Shirley MacLaine. E
from the Golden Age of Hollywood edito
con l’umorismo di Billy Wilder,
da powerHouse Books e curato da Alexandre Fuchs
che però sul set era serissimo: meDa qui sono tratte tutte le immagini
todico fino all’ossessione, sisteche illustrano queste pagine
ma lui stesso il vestito alle interpreti secondarie del film.
Poi c’è Audrey Hepburn. «Non
riuscivi a farle una brutta foto, nemmeno se ci provavi», ricorderà il fotografo.
Lui la “cattura” in Congo, mentre gira La storia di una monaca di Fred Zinnemann. La Hepburn che sorride col costume da suora e si ripara dal sole con l’ombrello. La Hepburn al mercato locale, e tutto il mondo attorno che si ferma a guardarla. La Hepburn che legge un libro, o con una scimmietta sul braccio. E poi ancora: col volto incorniciato da foglie e tronchi di una foresta pluviale, ha un accenno di occhiaie. Forse è stanca, di sicuro in quella foto è Audrey e basta.
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Anne Hathaway - ATTRICE
Le pause possono anche essere molto faticose
Sul set di “Love and Other Drugs” avevamo
parecchie scene di sesso. Prima di ogni scena
andavo in camerino a fare flessioni in modo
compulsivo, come se potessi cambiare il mio
corpo da un momento all’altro e una volta nuda
potessi essere miracolosamente super
Ero ossessionata. Del resto non sono mai stata
tanto nuda come in quel film!
Michele Gondry - REGISTA
Se c’è una pausa corro nel mio camerino
e schiaccio un pisolino
Ma non succede quasi mai...
Colin Firth - ATTORE
Preferisco scherzare piuttosto
che starmene chiuso in uno sgabuzzino
Testi raccolti da SILVIA BIZIO
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38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
i sapori
Ricchi di minerali, sali e vitamine, sono le uniche verdure
che dal gelo traggono nutrimento. Un vero toccasana
Di stagione
antinfluenzale che, a dispetto dell’odore non proprio
piacevole sprigionato in cottura, sposa a perfezione
pasta e carni. E nonostante le origini povere e contadine
oggi vengono esaltati anche dai grandi chef
FRIARIELLO
A Napoli, i castigliani
frio-grelos si spadellano
in aglio e olio con le salsicce
Attenzione però: in provincia
si chiamano così anche
i peperoncini verdi
MÙGNOLO
Raro, si coltiva nel Salento
Rispetto al broccolo
comune, vanta
un’infiorescenza più piccola
e meno compatta,
con fiori bianchi e grandi
RAMOSO
Simile al cavolfiore,
ha cime piccole
(infiorescenze ramificate)
di un colore verde-azzurro
e piccoli germogli ascellari
chiamati broccoletti
LICIA GRANELLO
on fate i mùgnoli, ammoniscono le mamme pugliesi,
quando i loro piccoli fanno i
capricci. Sarà perché i broccoletti della provincia di Lecce hanno foglie nervose e frastagliate, piccole e ribelli, tutte da addomesticare. Del resto, i broccoli — inarrivabili
campioni della nutrizione invernale — rappresentano l’ala anarchica delle brassicacee: lontani dalla forma globosa e rassicurante di verza e cappuccio, dalla fioritura
lattea del cavolfiore, dalla tenera piccolezza
dei cavolini di Bruxelles, si accaparrano un
fazzoletto di territorio e lì danno il massimo.
Appena il gelo comincia a mordere la terra — il sottozero aumenta la concentrazione degli elementi organolettici decisivi per
dare finezza al sapore — eccoli affastellarsi
sui banchi dei mercati: sfrontati e selvaggi
come le cime di rapa, turgidi come i torbolesi del Garda trentino, lunghi ed eleganti come quelli di Creazzo, che il creazzese più famoso del decennio, Carlo Cracco, da novembre a febbraio si fa portare settimanalmente dal padre Bertillo nel locale bistellato di Milano, per preparare una crema (con
filetto di trota spadellata e leggermente affumicata) da urlo.
Pochi dettagli — dimensioni delle infiorescenze, lunghezza delle foglie, colore dei
germogli — che firmano in maniera netta
gusto e odore. Proprio l’elemento naso gioca a loro sfavore, soprattutto da quando la
cucina di casa si è trasformata da centro
della vita familiare in un’area di pochi metri quadri condannati all’asetticità olfattiva. In realtà, l’odore di cavolo che annuncia
in maniera irrimediabile la preparazione
dei broccoli, deriva dalla degradazione di
sua componente solforata — la proteina
sulforafane — dalle straordinarie proprietà
anticancro e inibitrici dell’invecchiamento
cellulare.
Così, se da una parte l’ideale sarebbe
mangiare i broccoli crudi e freschi (oltre i tre
giorni di conservazione, il meglio delle sostanze benefiche scompare), dall’altra la
cottura andrebbe attentamente controllata, fermandola al limite della consistenza
croccante. Per limitare l’espansione nell’ambiente delle molecole solforate, un paio
N
27
le calorie presenti
in 100 grammi di broccoli
50 mg
la vitamina C presente
in 100 grammi di broccoli
1992
il sulforafane dei broccoli viene
individuato come antitumorale
Broccoli
Campioni del grande freddo
CIME DI RAPA
I broccoletti di rapa
si caratterizzano per foglie
frastagliate di un bel verde
brillante e per i piccoli fiori
gialli, dal gusto lievemente
amaro e piccante
di accorgimenti: aggiungere una fetta di limone o un boccone di pane raffermo imbevuto di aceto nell’acqua di bollitura.
Ma non di sola sulforafane, si pregiano i
broccoli, ricchi di vitamine (A, B1, B2, C, PP)
e di sali minerali (fosforo, potassio, ferro,
zinco) facilmente assimilabili perché poveri
di ossalati. Discorso analogo per il calcio:
una porzione di broccoli cotti in maniera
corretta equivale a bere una tazza (da tè) di
latte. Da qui, la messe di proprietà remineralizzanti, energetiche, antianemiche, disinfettanti, antireumatiche. Dopo aver cotto al vapore i broccoli appena comprati armati di limone e contaminuti, una spadellata in aglio, olio e peperoncino contemporanea alla cottura delle orecchiette ci regalerà
uno dei piatti più sani e golosi della stagione,
quasi meglio di un vaccino antinfluenzale.
FIOLARO
Il broccolo dop, prodotto
in un’area della campagna
vicentina, ha germogli
laterali (fioi) e un gusto
elegante che si affina
con le prime gelate
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DOMENICA 23 GENNAIO 2011
itinerari
Curtis Duffy gestisce
il ristorante due stelle
“Avenues” dell’hotel
Peninsula, a Chicago
I broccoli
(caramellati,
spadellati, in puré)
accompagnano la deliziosa
entrecote di manzo
marinata alle spezie
asiatiche e abilmente
cotta nel latte di cocco
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
Creazzo (Vi)
Bacoli (Na)
Fasano (Br)
Clima mite e terra calcarea firmano il terroir
del broccolo Fiolaro dop, coltivato lungo
i declivi della collina Renella,
nella campagna vicentina
Veri tesori ortofrutticoli dei Campi Flegrei,
i broccoli battezzati dalla mineralità
del territorio vulcanico, ingredienti imperdibili
della pizza ch’e’ friarielle
Ha storia millenaria la cittadina appoggiata
tra mare e collina, che vanta un museo
dedicato all’olio e storiche ricette a base
di mùgnoli e cime di rapa
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL VERGILIUS
Via Carpaneda 5
Tel. 0444-165800
Camera doppia da 90 euro
colazione inclusa
VILLA OTERI
Via Lungo Lago 174
Tel. 081-5234985
Camera doppia da 85 euro
colazione inclusa
MASSERIA ALCHIMIA
Contrada Fascianello 50
Tel. 335-6094647
Camera doppia da 65 euro
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
L’ALTRO PENACIO
Via Tavernelle 71. Località Altavilla Vicentina
Tel. 0444-371391
Chiuso domenica e lunedì a pranzo
menù da 35 euro
IL CHIOSCO DI MAZZELLA
Via Panoramica 27
Tel. 081-8682814
Senza chiusura
menù da 15 euro
LE PALME DI TORRE MAIZZA
Contrada Coccaro. Località Savelletri di Fasano
Tel. 080-4827838
Senza chiusura
menù da 45 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
AGRICOLA ENZO RIVA
Via Rampa 22
Tel. 0444-522692
AGRITURISMO IL CETRANGOLO (con cucina)
Via Faro 56
Tel. 081-5232688
MASSERIA LAMAPECORA
Contrada Fascianello
Tel. 080-4420843
Gli italiani nel mondo
con una “c” sola
MASSIMO MONTANARI
a più antica ricetta di broccoli è quella contenuta in un testo del Quindicesimo secolo
che gli studiosi conoscono come Meridionale A. La ricetta è semplicissima: mettere a bollire la
verdura «in grande quantità de acqua», quando è
VAPORE
ben lessata tirarla fuori e friggerla «con olio et ceIl tipo di cottura
polle», poi aggiungervi del pepe «et dà ad magnache più ne rispetta
re». Rispetto al procedimento suggerito per altre
le qualità nutrizionali,
verdure (rape, cicoria, asparagi, finocchi) la vaideale per insalate
riante per i broccoli è di non passarli nell’acqua
e per la gratinatura
fredda prima di saltarli in padella. È questo un
con la besciamella
esempio di come, nella tradizione italiana, anche
i ricettari destinati alle classi alte (tutti lo sono, nel
Medioevo) riservino attenzione a prodotti “contadini” e a preparazioni “povere”, appena impreziosite dall’aggiunta di qualche spezia.
Non sorprende che questi «broculi de coli» —
cioè appartenenti alla più vasta famiglia dei cavoli — siano attestati in un ricettario del MeGLI APPUNTAMENTI
ridione. La “meridionalità” di questa verLa celebrazione dei broccoli,
dura, infatti, per molti secoli non fu in dicominciata in settimana a Creazzo,
scussione. In particolare, i broccoli furoVicenza, si sposta nel prossimo
no a lungo identificati come “napoletaweekend nel Lazio,
ni”. Così il “gioco della Cuccagna” deltra Priverno e Anguillara Sabazia,
l’incisore bolognese Giuseppe Maria
terre di produzione
Mitelli (1691), «che contiene le princidella qualità romanesca
pali prerogative di molte città d’Italia
In Sicilia le varietà tardive
circa le robbe mangiative», individua
(cucinate in pastella)
senz’altro i broccoli come cibo-simbosaranno il piatto forte
lo di Napoli. Ciò valeva anche fuori d’Idelle feste di strada
talia: nel 1699, il trattato sulle verdure
che accompagnano la settimana
dell’inglese John Evelyn descrive anche le
dedicata a San Giuseppe
molte specie di cavoli tra cui i broccoli, prea metà marzo
cisandone l’origine «from Naples». Negli
stessi anni, il palermitano Carlo Nascia, cuoco al
servizio del duca di Parma e Piacenza, includeva
nel suo ricettario i «broccoli alla Napolitana», consigliando di cuocerli poco perché altrimenti «non
valgono niente», e di condirli «con sale, pepe, oglio
e succo d’aranci».
Nei ricettari ottocenteschi, i broccoli appaiono
ormai “adottati” come prodotto di rilevanza nazionale. Giovanni Vialardi, «aiutante capo-cuoco
delle Loro Maestà Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II re di Sardegna», nel suo Trattato di cucina
(1854) li indica senz’altro come «italiani» e li definisce «una verdura molto stimata, e assai buona».
Ne dà cinque diverse ricette, fra cui i «broccoli alla
milanese» e i «broccoli strascinati alla romana». Il
riferimento a Roma si ritrova in altri testi dell’epoca ed è infine accolto da Pellegrino Artusi, padre
della cucina italiana moderna, che inserisce nella
Scienza in cucina (accanto ai «broccoli o talli di rape alla fiorentina») i «broccoli romani», non senza
precisare che di questi broccoli «a Roma si fa gran
consumo».
Si pongono in questo modo le premesse di un’evoluzione che ha trovato il suo corso nel Ventesimo secolo, quando i broccoli sono diventati una
vera icona della cucina italiana. Con due “c” o più
POLENTA
spesso con una sola, i «brocoli» ormai fanno parte
Conciatura in verde grazie
del patrimonio gastronomico del nostro paese e
ai broccoli sbollentati,
della sua immagine nel mondo.
salati, pepati e frullati,
aggiunti a fine cottura
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insieme a formaggio
di malga e un po’ di burro
L
ZUPPA
Sbollentati in abbondante
acqua salata e insaporiti
in un soffritto, si frullano
dopo l’aggiunta di brodo
Il passaggio al setaccio
fine elimina le fibrosità
SFORMATO
Olio, timo e maggiorana
per spadellare i broccoli
sbollentati, frullati
con tuorlo e parmigiano
Si mette albume montato,
cottura a bagnomaria
ORECCHIETTE
I tondini di semola bolliti
nell’acqua di cottura
delle cime di rapa,
si condiscono
con la verdura saltata
in olio, aglio, acciughe
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Alternative
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
Comfort, sofisticatezza, rigore, pulizia. Le ragazze
che oggi amano indossare i pantaloni del fidanzato
o le signore che mettono il tuxedo del marito
dichiarano una differenza di carattere, non di sesso
E fanno una scelta di stile più che di genere
Ecco chi sono le nuove trasformiste
Lei
come
Lui
MORBIDO
Completo con giacca,
pantalone e gilet
in seta misto lana
colore grigio fumo
La scelta di Hermès
per la primavera
Vestite da uomo
non da maschio
SIMONE MARCHETTI
ndossare i pantaloni e sentirsi in minigonna. Mettere il tailleur e scoprirsi in giarrettiera. Le donne che si vestono da uomini, oggi, non vogliono diventare maschi. Ma più
femmine. È il paradosso della moda, l’ultima evoluzione di una tendenza che ha preso il via all’inizio del secolo scorso. A differenza del
passato, però, lo stile androgino attuale non ha nulla a che fare col femminismo o le quote rosa. In un
certo senso, ha perso i connotati per guadagnare in
connotazione. Sono lontani i tempi in cui Coco
Chanel rubava il jersey dai grembiuli delle cameriere per metterli alle clienti emancipate dal corsetto. O gli anni di lotta femminista in cui Yves Saint
Laurent vestiva le sue muse con lo smoking del potere maschile. E sono passati anche i decenni che
hanno visto Giorgio Armani traghettare le business
woman nei consigli di amministrazione col tailleur
al posto del tubino. Persino lo stile giapponese,
quello che sbriciolò i confini tra i sessi all’inizio degli anni Novanta dando il via al minimalismo, è argomento di ieri. Le ragazze che oggi indossano i
pantaloni del fidanzato (in gergo fashion si chiamano “boyfriend pants”) o le signore che mettono
il tuxedo del consorte dichiarano una differenza di
carattere, non di sesso. E fanno una scelta di stile
più che di genere.
Esemplare, a questo riguardo, è la fortuna e l’ascesa al successo di Phoebe Philo, la stilista inglese
che ha riportato in auge la maison francese Céline.
Nominata designer dell’anno ai Fashion British
Award del 2010, Philo ha lanciato un diktat molto
semplice: no frills, ovvero niente fronzoli. Niente
rouches, niente ricami, niente simboli della femminilità di ieri. Solo comfort, sofisticatezza e pulizia. Dopo uno shock iniziale, nell’ultimo anno lo
stile Céline e quello di chi l’ha seguita sembra essere stato digerito. Lo confermano tre proprietari di
alcune tra le più importanti boutique d’Italia. Il primo è Beppe Angiolini, titolare di Sugar ad Arezzo:
«Il ritorno dello stile maschile per le donne», ha dichiarato, «non ha a che fare né col minimalismo né
con l’androginia del passato: è piuttosto la voglia di
non farsi sopraffare dagli abiti, di trovare una cornice al proprio carattere, piuttosto che un vestito
sexy che lo prevarichi». Gli fa eco Roberto Trapani,
della boutique Vertice di Torino: «Dopo un momento di stanca, oggi le donne tornano a comprare giacche e pantaloni. Non solo, spesso entrano
nella parte maschile del nostro negozio per acquistare pull extra large e pantaloni di lui. Il completo
da uomo, poi, non viene usato solo nelle occasioni
lavorative, ma soprattutto nelle serate eleganti in
alternativa all’abito lungo». E Antonia Giacinti, della boutique Antonia di Milano, conferma: «Per la
sera, il massimo della tendenza è unire maschile e
femminile. Per questo consiglio alle mie clienti lo
smoking, i tacchi alti e un top coperto davanti ma
con la schiena nuda. L’effetto che si crea togliendo
la giacca è un piccolo colpo di teatro. Un’accortezza che trasforma un abito in un colpo di stile».
I
BIKER
In pelle nera con fibbie
È lo stivale biker
da donna proposto
da Gucci nella collezione
autunno-inverno
2010-2011
CASUAL
John Richmond
abbina un gilè scuro
con bottoni
a una camicia bianca
e pantaloni a sigaretta
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Repubblica Nazionale
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
SCAMOSCIATA
TRONCHETTO
FRANCESINA
La scarpa stringata
in scamosciato
a più colori
firmata Church’s
In pelle con elastico
alla caviglia
È il tronchetto
griffato Marni
In pelle lucida
anticata con i lacci
La francesina
proposta da Santoni
Francisco Costa di Calvin Klein
“Ridurre il superfluo
è la nuova seduzione”
MICHELLE MON BEL
a tagliato gli orli. Ridotto il superfluo. Semplificato
tutto. Ha messo giacca e pantaloni al posto degli
abiti a sirena. E architetture di stoffa invece di lingerie di pizzo. Francisco Costa, designer al timone stilistico di
Calvin Klein dal 2004, non è tipo da andare per il sottile. Less
is more. Meno è di più. Anzi: meno è meglio. Nelle ultime
due sfilate è riuscito persino a scrivere uno nuovo capitolo
nella storia delle donne che si vestono da uomini. Facendo
piazza pulita dei ghirigori da fanciulla in fiore, dei luoghi
comuni da look androgino e di quanto visto finora.
Cosa pensa delle donne che oggi scelgono abiti maschili per il loro guardaroba?
«Penso siano individui alla ricerca di più libertà e più stile. Da una parte, questo desiderio le lega al passato e alle lotte di emancipazione dal potere maschile. Ma la loro richiesta ha caratteristiche slegate dalla lotta femminista. È voglia di pulizia e di sofisticatezza, un porto sicuro, in fatto di
abiti, lontano dalle acque burrascose dei look troppo sexy
o dell’idea stereotipata del femminile. Penso che queste
donne siano alla ricerca di una nuova uniforme piuttosto
che di un’uguaglianza sessuale».
Non vogliono, quindi, somigliare ai loro compagni o
mariti?
«Al contrario: vogliono marcare il territorio, stabilire un
confine preciso. Non a caso, una donna con un completo
maschile perfetto è molto sexy. Perché un tailleur può diventare l’arma di seduzione più inaspettata, e quindi più
efficace, che ci sia. Icone come Frida Kahlo o Katherine
Hepburn hanno già scritto questo capitolo della storia della moda. Ultimamente, però, la tendenza è tornata in auge
con risultati diversi».
Quali?
«Tanto per iniziare, non si rubano più le giacche o i pantaloni al proprio fidanzato o marito. La ragazza che prende
un capo dall’armadio di lui resta un mito. Le nostre ultime
collezioni sono un lavoro d’ingegneria sui tagli degli abiti
femminili che guardano e ripensano l’estetica maschile. Il
lavoro più grande, poi, è sui tessuti, sul mix di pensante e
leggero, di rigido e scivolato. Nell’opposizione dei contrasti, che si può ricondurre al binomio maschile/femminile,
sta l’altra questione».
Quali sono le caratteristiche di questa nuova eleganza?
«Riguarda soprattutto la silhouette. Ovvero, il modo di
mischiare le proporzioni. Il mio consiglio è di sovrapporre
una giacca ben costruita e astratta su una T-shirt lunga e
poi completare con pantaloni morbidi corti sopra la caviglia. L’effetto finale non è né maschile né femminile, ma
una sorta di sintesi tra i due. Un completo così si può portare anche con le scarpe basse. Questo a dimostrazione che
non si tratta di gioco dei ruoli. Ma di un nuovo capitolo dell’eleganza femminile».
(s.m.)
H
Michelle Pfeiffer
ritratta da Herb Ritts
nel ’91 con un tuxedo
Armani. Foto dal libro
In Vogue, Rizzoli
INFORMALE
PRIMAVERILE
Ampia camicia di cotone
bianca su pantalone
di lana grigio a pence
Da abbinare a classiche
décolleté. È lo stile sobrio
firmato Paul Smith
Blazer e pantalone
maschile in lino pesante
azzurro. Con borsa
dello stesso colore
e camicia in cotone
mille righe. Di Ferragamo
CLASSICO
LUMINOSA
Sobrio ed elegante
il Borsalino a tesa piccola
con cinta blu notte
È il ritorno ormai assodato
del cappello in feltro
per eccellenza
Francesina in camoscio
e nappa: è impreziosita
da applicazioni
in Swarovski
Alberto Guardiani
non passa inosservato
SHORTS
MINIMALISTA
Doppio petto con revers
in lana e shorts. Abbinato
a décolleté con calza
cucita alla scarpa
Di Dolce e Gabbana
È un completo gessato
in lana la proposta
della stilista tedesca
Jil Sander per uno stile
sobrio e minimalista
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NERO
Look total black Calvin
Klein: alla giacca lunga
con ampie tasche
si abbina una T-shirt
dello stesso colore
e pantaloni morbidi
ELEGANTE
Alta, in pelle nera,
lucida, senza lacci,
con elastico alla caviglia
Con i jeans e non solo
È la proposta
di Rodolphe Menudier
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 23 GENNAIO 2011
l’incontro
Lo hanno accusato di non avere
rispetto per le donne, di usare
un linguaggio blasfemo, di esaltare
la violenza. Ma lui, il sognatore
di provincia che lavorava alla catena
di montaggio e oggi
è il rapper più in vista
del panorama italiano,
si difende: “Metto solo
in scena gli incubi
di un paese di plastica
Ma potete starne certi:
a cambiarlo ci penserà
la prossima generazione. Smonterà
tutti i miti. Me compreso”
Spiriti ribelli
Fabri Fibra
hi è Fabri Fibra e perché
dobbiamo parlare di lui?
Beh, innanzitutto perché
è il rapper più in vista della scena italiana e perché ha, da alcuni
anni, grande successo. Poi, perché da
quando è arrivato fa scandalo, costringe
gli altri a occuparsi di lui: lo hanno accusato di avere poco rispetto delle donne,
di usare un linguaggio blasfemo, di banalizzare il crimine, di esaltare la violenza. Simpatico? No, ascoltando i suoi primi dischi è impossibile definirlo simpatico. Ma con il passare del tempo le cose
cambiano, Fibra incide con Gianna
Nannini, scala le classifiche, cambia tono, cambia parole. E le parole, in questo
caso, pesano. E sono quelle che fanno di
lui una star.
Fabri Fibra è in tour, gira da una parte
all’altra d’Italia, e migliaia di ragazzi lo
vanno ad ascoltare. Lo incontriamo a
Roma, in un albergo, in una pausa di
quello che, se da una parte è certamente
un lavoro, per lui è in realtà la vita straordinaria che è riuscito a costruirsi con fatica, uccidendo Fabrizio e facendo nascere Fabri. Iniziamo a parlare, confessiamo un pizzico di prevenzione da parte di chi, come molti, ha avuto qualche
difficoltà nel mandar giù alcuni dei testi
dei suoi brani. Lui non si scompone. È
abituato alle critiche, ma allo stesso tempo è stufo di essere dipinto sempre come
un omofobo violento, un rapper stupido, il perfetto figlio degenere dei suoi
tempi. Parla di sé con calma, della «morte» del ragazzo di provincia che era e della «rigenerazione» in eroe del rap. Proviamo a capire come accade che un ragazzo che si chiama Fabrizio Tarducci
Fabrizio si limita a interpretare, a rendere vivo, a portare sulla scena? Mentre
parla Fibra ha un tono serio, pesa le parole, dipinge se stesso con attenzione:
«Fibra è un personaggio che può dire determinate cose in questo Paese piatto e
disabituato ad ascoltare cose nuove.
Quello che dice Fibra io lo penso. Lo faccio dire a lui perché lui è un supereroe illuminato che spacca il culo a tutti e può
dire ciò che vuole. Non sono io ma sono
io». Fabri ora parla a raffica, senza sosta,
spiega, racconta, non vuole essere frainteso, non vuole essere ancora una volta
materia di polemica, di scandalo. Ma
scandali e discussioni ne ha scatenati
sempre tanti e tutto, anche questa nuova consapevolezza, questa maturità,
sembra frutto di una attenta strategia. «Il
fatto che ci sia stata, all’inizio, l’intenzione di stupire con la cattiveria mi sembra
evidente. Applausi per Fibraera frutto di
strategia, un trailer in cui mettevo in scena il peggio di me, con un testo che aveva dentro Erica e Omar. Sensazionalismo. Avevo bisogno di farmi vedere, venivo dalla provincia, non sono un figlio
d’arte, non ho quella sicurezza che ti vie-
Dove sono cresciuto
trovare un amico
era un’impresa
Non ero
un disadattato,
ma sapevo che c’era
qualcos’altro
E lo volevo trovare
FOTO ARMANDO ROTOLETTI / LUZPHOTO
C
ROMA
diventa Fabri Fibra. «Non lo so raccontare nemmeno io. Ci sono arrivato per
vie traverse, ho sempre provato a fare altro, scrivere era la mia passione, ma mai
avrei pensato di trasformarlo in un lavoro. E ora che lo è diventato lo vivo come
se lo fosse sempre stato. Ho avuto tre fasi diverse: una prima da autodidatta, in
casa, dai sedici ai ventidue anni. Poi, dai
ventidue ai ventisei, mi sono mosso in giro per l’Italia. E dai ventisei a oggi sono
arrivato a Milano. Tre fasi significative,
perché facevo cose diverse, frequentavo
persone diverse, e ognuna delle persone
che ho incontrato, delle cose che ho fatto, ha contribuito a farmi diventare quello che sono adesso».
Insomma, rapper non si nasce, ma si
diventa, con le esperienze e la vita, che
vanno messe in tasca e nel cervello. «All’inizio stavo in casa, con mio fratello, lavoravo in fabbrica, in un supermercato,
non pensavo che le mie rime avrebbero
assunto una forma migliore. Forse mi
accontentavo perché ero un sognatore
di provincia, parlavo di tutto e di niente,
mi lasciavo prendere dal gusto della parola. Pian piano le cose sono cambiate,
ho cominciato a uscire, a muovermi, a
prendere treni e a incontrare le persone
giuste. Cosa mi guidava? La passione,
forte, fortissima, talmente forte che mi
ha salvato, mi ha trasformato».
E così Fabrizio diventa Fabri. «Sono
stato un adolescente diverso, dove sono
cresciuto, a Senigallia, era difficile trovare degli amici, gente con cui condividere
tempo e passioni. Quando ne trovavi
uno era come scoprire un tesoro. Non
che fossi chiuso, o disadattato, ma sapevo che c’era qualcos’altro e lo volevo trovare». Fabri se ne stava nascosto dentro
Fabrizio e qualcuno lo ha visto e lo ha tirato fuori. «Tutto è cambiato quando ho
incontrato una persona importantissima, Neffa. È lui che mi ha scoperto, da lui
ho capito cosa voleva dire scrivere. Lui è
bravo a usare parole, e ho imparato da lui
che ogni parola ha un peso specifico. Sono stato da lui a Bologna, poi ho conosciuto quella che oggi è la mia manager,
che all’epoca aveva una rivista hip hop, e
tutto è cambiato di nuovo». Esce il primo
disco, Turbe giovanili, vende mille copie, in pochi si accorgono di lui. «Non che
me ne importasse molto, ma le cose non
andavano come dovevano, anche nella
mia vita privata. Lavoravo in un posto
terribile, non ce la facevo più. Andai in
Inghilterra, e lì mi convinsi che la mia vita era, doveva essere, la musica».
E oggi chi è Fibra? È molto diverso da
Fabrizio? È reale o è un personaggio che
ne dall’aver frequentato un certo mondo. Ho fatto tattica di sfondamento, ho
pensato che dovevo dire cose che gli altri non dicevano, e non mi interessava se
sarebbe stato un bene o un male. Se avessi fatto un pezzo come In Italia nel 2006
non sarei mai arrivato».
Un tempo c’erano i locali, i club, i concerti, le piazze. La gavetta. Oggi fare
scandalo è il modo migliore per diventare visibili? «Sì, la gente vuole il sangue. È
l’era dell’estremo. Se deve venire fuori
un rapper oggi deve essere un mostro
che attiri l’attenzione. E se si vuole presentare un mostro, non c’è un modo
simpatico per farlo. La verità è che io so
bene cosa faccio, perché so cosa vuol dire lavorare. Stavo in catena di montaggio
fino a cinque anni fa: ho visto che il mondo dello spettacolo era vuoto e che c’era
spazio per me. Poi è arrivato il successo,
il pubblico, i dischi venduti, ma c’è anche il lato oscuro, e devi saperlo gestire.
Io ho avuto la fortuna di aver provato tutte le schifezze prima. E oggi, anche se
succedono cose peggiori, la mia vita è
meglio di com’era prima».
«Prima» significa il lavoro in fabbrica,
una famiglia con genitori separati, la difficoltà a gestire i rapporti umani. Una
storia come tante che Fibra prova a volgere a suo vantaggio, trasformandola in
materia per dischi che hanno contenuti
violenti, difficili, scomodi. Per un rapper
è importante che si capisca il suo messaggio? C’è un messaggio? «Una persona
scrive delle cose in una realtà metafisica
che è il disco: quel disco, quel giorno, e
tanto basta. E quando non si riesce a capire quello che c’è dentro io sono contento. Voglio che nasca il dubbio». Fibra
è davvero un ribelle? Non tanto, a ben
guardare. È ormai un ragazzo «maturo»
che non ha nulla in comune con i teenager che affollano i suoi concerti. «Lavoro
con l’Adidas, una multinazionale, sono
più inquadrato di tanti altri. Ma la verità
è che ci si muove per schemi vecchi, non
c’è la voglia di capire, fa comodo lasciare
tutto in superficie e non ascoltare davvero. Parlo di quello che accade intorno a
noi, e mi viene facile mettere in scena gli
incubi nazionali. Poi però se parlo di stupri dicono che incito alla violenza, e lo
stesso accade se parlo di gay o di pregiudizi razziali. Metto solo in scena un sentimento che è nazionale, e che è tutto italiano. E l’italiano è quello che quando accende Striscia la notizia non sta a sentire le denunce o i problemi, ma guarda le
due fighe che ballano sul bancone».
Allora, proviamo a fare il punto: Fabri
Fibra è arrivato in scena scandalizzando
tutti, non voleva essere simpatico e, fino
a un certo punto, interpretava consapevolmente un personaggio scomodo e ribelle. Oggi, passati i trent’anni, è più maturo, attento, accorto, ha raggiunto una
straordinaria popolarità, ed è uscito dal
ghetto del rap. E inizia a parlare di «controcultura». Che cosa vuol dire controcultura oggi in Italia? «È un seme che si
appresta a germogliare, lo sento nei ragazzi che vengono ai concerti, con la voglia di svuotarsi, di non credere a quello
che gli raccontano, con la voglia di confrontarsi e, magari, di cambiare idea.
Forse la prossima generazione sarà
pronta per distruggere questa Italia di
plastica che non sta solo in televisione
ma ovunque. Controcultura sono le
nuove generazioni con la voglia di disintegrare questo sistema che ti spinge a
non pensare, a non interpretare le cose
che vedi e senti. Oggi è ancora il momento dell’estremo e dello scontro, non
del confronto e della crescita. Ma cambierà, perché in trentaquattro anni ho visto attorno a me sempre meno, è un continuo togliere: diritti, lavoro, vita. E
quando ti tolgono tutto prima o poi le cose cambiano. Quando ho cominciato a
fare rap avevo sedici anni, la controcultura era già morta, i centri sociali in declino, non c’era nulla per nessuno. Sì, a
farla rivivere sarà la prossima generazione. Durante i concerti dico sempre a chi
mi ascolta: l’unica cosa che ti può salvare nella vita è avere una passione da condividere, perché tutti pensano solo a farsi i cazzi propri. La controcultura è questo, un velo di speranza. Intitolando così il mio disco ho pensato che potesse essere uno stimolo. Magari può servire a
far nascere qualcosa, magari i ragazzi cominceranno a smontare i miti. Me compreso, magari».
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ERNESTO ASSANTE
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